INPS:DATI OSSERVATORIO PRECARIATO PRIMO SEMESTRE 2015

11/08/2015

Nel primo semestre del 2015 aumenta, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+252.177), rimangono sostanzialmente stabili i contratti a termine mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-11.500).
Nel primo semestre del 2015 la variazione netta tra i nuovi rapporti di lavoro e le cessazioni, pari rispettivamente a 2.815.242 e 2.177.002, è di 638.240; nello stesso periodo dell’anno precedente è invece stata di 393.658.

Sono i nuovi dati dell’”Osservatorio sul precariato” Inps, pubblicati sul sito istituzionale.

Nei primi sei mesi del 2015 le nuove assunzioni a tempo indeterminato stipulate in Italia, rilevate da Inps, sono state 952.359, il 36% in più rispetto all’analogo periodo del 2014. Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine, comprese le “trasformazioni” degli apprendisti, sono state 331.917 (l’incremento rispetto allo stesso periodo del 2014 è del 30,6%.

il Report gennaio-giugno 2015 icona_pdf2

Fonte: Inps

DIMISSIONI E RISOLUZIONI CONSENSUALI : PROCEDURA ON LINE ATTIVABILE ANCHE TRAMITE SEDI ISPETTORATO LAVORO E CONSULENTI LAVORO

26/09/2016

Lo schema del decreto legislativo, recante disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo n. 151 (c.d. Decreto Semplificazioni – Jobs Act), tra le altre cose, ha previsto che la procedura relativa alla presentazione telematica delle dimissioni e delle risoluzioni consensuali possa avvenire anche per il tramite e con l’assistenza dei consulenti del lavoro e delle sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

La modifica è stata apportata su richiesta della Commissione XIlavoro della Camera dei deputati del 21 luglio 2016.

Inoltre, viene chiarito che la procedura telematica non si applica ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

La nuova disposizione sarà operativa il giorno successivo alla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.

 


 

Questo il testo del nuovo articolo 26 del Decreto Legislativo n. 151/2015.

 

Art. 26 – Dimissioni volontarie e risoluzione consensuale

1. Al di fuori delle ipotesi di cui all’articolo 55, comma 4, del decreto legislativo 26   marzo   2001,   n.   151,   e   successive modificazioni, le dimissioni e la risoluzione consensuale   del rapporto di lavoro sono fatte, a pena di inefficacia, esclusivamente con modalita’ telematiche su appositi moduli resi disponibili dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali attraverso il sito http://www.lavoro.gov.it e trasmessi al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente con le modalita’ individuate con il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di cui al comma 3.

2. Entro sette giorni dalla data di trasmissione del modulo di cui al comma 1 il lavoratore ha la facolta’ di revocare le dimissioni e la risoluzione consensuale con le medesime modalita’.

3. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, da emanare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del presente   decreto   legislativo,   sono   stabiliti   i   dati   di identificazione del rapporto di lavoro da cui si intende recedere o che si intende risolvere, i dati di identificazione del datore di lavoro e del lavoratore, le modalita’ di trasmissione nonche’ gli standard tecnici atti a definire la data certa di trasmissione.

4. La trasmissione dei moduli di cui al comma 1 puo’ avvenire anche per il tramite dei patronati, delle organizzazioni sindacali , dei consulenti del lavoro, delle sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro nonché degli enti bilaterali e delle commissioni di certificazione di cui agli articoli 2, comma 1, lettera h), e articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276.

5. Salvo che il fatto costituisca reato, il datore di lavoro che alteri i moduli di cui al comma 1 e’ punito con la sanzione amministrativa da euro 5.000 ad euro 30.000. L’accertamento e l’irrogazione della sanzione sono di competenza delle Direzioni territoriali del lavoro. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689.

6. All’attuazione del presente articolo si provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie gia’ disponibili a legislazione vigente e comunque senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

7. I commi da 1 a 4 non sono applicabili al lavoro domestico e nel caso in cui le dimissioni o la risoluzione consensuale intervengono nelle sedi di cui all’articolo 2113, quarto comma, del codice civile o avanti alle commissioni di certificazione di cui all’articolo 76 del decreto legislativo n. 276 del 2003.

8. Le disposizioni di cui al presente articolo trovano applicazione a far data dal sessantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 3 e dalla medesima data sono abrogati i commi da 17 a 23-bis dell’articolo 4 della legge 28 giugno 2012, n. 92.

8-bis. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

SCHEMA TESTO DECRETO CORRETTIVO DISPOSIZIONI PROVVEDIMENTI JOBS ACT APPROVATO CDM

26/09/2016

Si richiama l’attenzione sul sottostante  schema del decreto legislativo  recante disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi n. 81, 148, 149, 150 e 151 (c.d. Jobs Act).

Il decreto entrara’  in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

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lo schema del decreto legislativo

INPS:AVVIO CONTROLLI BONUS ASSUNZIONI GIOVANI DEC.LEGVO N.76/2013

26/09/2016

L’Inps, con la circolare n. 180 del 22 settembre 2016, informa circa l’avvio di controlli a campione in merito all’utilizzo dell’incentivo per l’assunzione di giovani previsto dall’art. 1, Decreto Legge n. 76/2013,  convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99.

In particolare, l’art. 1 del decreto legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della L. 9 agosto 2013, n. 99, (successivamente abrogato dall’art. 29, comma 1, del D.lgs. n. 150/2015, che ha salvato gli effetti della precedente previsione in relazione alle assunzioni intervenute prima dell’entrata in vigore del predetto decreto), istituisce un incentivo per i datori di lavoro che assumano, con contratto di lavoro a tempo indeterminato, lavoratori fino a 29 anni di età in possesso di determinati requisiti previsti dall’articolo 1 del decreto legge 76/2013.

Le Caratteristiche dell’incentivo

L’incentivo è destinato ai datori di lavoro che instaurano rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato – anche a tempo parziale – o che trasformano i rapporti a tempo determinato con giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni (30 anni non compiuti alla data dell’assunzione).

Il beneficio si applica anche ai rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato instaurati in attuazione del vincolo associativo stretto con una cooperativa di lavoro, ai sensi della legge 142/2001, nonché alle ipotesi di assunzioni a tempo indeterminato a scopo di somministrazione, sia essa a tempo indeterminato che determinato, mentre non trova applicazione per le assunzioni di lavoratori domestici.

Inoltre, l’incentivo è legittimamente riconoscibile per l’assunzione degli apprendisti, in considerazione della circostanza che l’articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167 prima e, a seguito della sua abrogazione, l’articolo 41 del decreto legislativo 15 giugno del 2015, n. 81, poi, definiscono a tempo indeterminato il corrispondente contratto.

In considerazione della circostanza che per il rapporto di apprendistato l’ordinamento già prevede una disciplina di favore – caratterizzata da forme di contribuzione ridotta rispetto alla contribuzione ordinaria, altrimenti dovuta dal datore di lavoro -, l’agevolazione prevista dall’articolo 1 del D.L. 76/2013 per l’assunzione di un apprendista non può mensilmente superare l’importo della contribuzione dovuta dal datore di lavoro per il medesimo apprendista (es.: Alfa ha assunto un apprendista per il quale deve una contribuzione pari all’11,61% della retribuzione; in questo caso l’incentivo previsto dall’art. 1 del D.L. 76/2013 spetta nella misura mensile dell’11,61% della retribuzione imponibile previdenziale).

Al datore di lavoro che assume a tempo indeterminato spetta un beneficio economico, pari ad un terzo della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali, entro il limite massimo mensile di 650 euro per ogni lavoratore. In caso di assunzione a tempo indeterminato l’incentivo spetta per 18 mesi; in caso di trasformazione a tempo indeterminato di un rapporto a termine, l’incentivo spetta per 12 mesi.

Le assunzioni devono riguardare lavoratori giovani che si trovino in una delle condizioni di svantaggio previste dall’art. 1, comma 2, del D.L. n. 76/2013 (essere privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi oppure essere privi di diploma. Si fa, al riguardo, presente che i due requisiti sono tra loro alternativi).

Il godimento del beneficio è poi subordinato ad una serie di condizioni riguardanti il datore di lavoro:

  1. le assunzioni devono comportare un incremento occupazionale netto rispetto al numero dei lavoratori mediamente occupati nei dodici mesi precedenti l’assunzione (art. 1, comma 6, del D.L. n. 76/2013); l’incremento deve essere realizzato con riferimento all’intero gruppo societario di cui il datore di lavoro faccia eventualmente parte e deve essere mantenuto per la durata della fruizione del beneficio (art. 1, commi 6 e 7, D.L. 76/2013);
  2. il datore di lavoro deve risultare in posizione regolare in ordine all’assolvimento dei propri obblighi contributivi e agli obblighi inerenti la tutela della sicurezza dei lavoratori; deve altresì applicare gli accordi e i contratti collettivi nazionali nonché quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e rispettare gli altri obblighi di legge (art. 1, co. 1175 e 1176, L. 296/2006; decreti ministeriali, circolari e messaggi attuativi della citata disposizione);
  3. il datore di lavoro deve rispettare i principi di cui all’articolo 4, commi 12, 13 e 15, L. 92/2012 – abrogati dall’articolo 34 del decreto legislativo n. 150/2015 ed ora nuovamente disciplinati dall’articolo 31 del medesimo decreto legislativo n. 150/2015, ma vigenti, nella loro formulazione originaria, in riferimento al periodo delle assunzioni/trasformazioni agevolabili – di seguito elencati (cfr. circolare INPS 137/2012):
  • l’assunzione non deve essere attuazione di un obbligo preesistente;
  • l’assunzione non deve violare un diritto di precedenza alla riassunzione spettante ad altro lavoratore diverso da quello assunto;
  • presso l’unità produttiva ove si intende fruire dell’agevolazione non devono essere in atto sospensioni per crisi o riorganizzazione aziendale, salvo che coinvolgano professionalità sostanzialmente diverse da quelle del lavoratore oggetto di incentivo;
  • il lavoratore assunto non deve essere stato licenziato negli ultimi sei mesi da un datore di lavoro che, al momento del licenziamento, presenti assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli del datore di lavoro che assume, ovvero risulti con quest’ultimo in rapporto di collegamento o controllo.

Con riferimento all’incremento occupazionale, si precisa che l’incentivo spetta a condizione che l’assunzione (ovvero la trasformazione a tempo indeterminato di un rapporto a termine) determini un incremento netto dell’occupazione rispetto alla media dei lavoratori occupati nell’anno precedente l’assunzione stessa (ovvero nell’anno precedente la decorrenza della trasformazione a tempo indeterminato); è altresì necessario che tale incremento sia mantenuto (anche per un valore differenziale diverso dall’originario) per ogni mese di calendario di vigenza dell’incentivo.

Ai fini della valutazione dell’incremento occupazionale il numero dei dipendenti è calcolato in Unità di Lavoro Annuo (U.L.A.); l’incremento è realizzato qualora, in riferimento al singolo mese, il numero medio di unità lavoro – annuo dell’anno precedente l’assunzione sia inferiore al numero medio di unità lavoro – annuo dell’anno successivo all’assunzione.

In forza dell’articolo 1, comma 7, del D.L. 76/2013, la realizzazione iniziale, il mantenimento mensile e l’eventuale ripristino dell’incremento devono essere valutati in relazione all’intera organizzazione del datore di lavoro e delle eventuali società controllate o collegate, ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile o facenti capo, anche per interposta persona, allo stesso soggetto.

Il rispetto del requisito dell’incremento occupazionale deve essere verificato in concreto, in relazione alle singole assunzioni per le quali si intende godere del bonus occupazionale.

Il venir meno dell’incremento fa perdere il beneficio per il mese di calendario di riferimento; l’eventuale successivo ripristino dell’incremento consente la fruizione del beneficio dal mese di ripristino fino alla sua originaria scadenza, ma non consente di recuperare il beneficio perso.

L’agevolazione è comunque applicabile qualora l’incremento occupazionale netto non si realizzi a seguito di:

–       dimissioni volontarie;

–       invalidità`;

–       pensionamento per raggiunti limiti d’età`;

–       riduzione volontaria dell’orario di lavoro;

–       licenziamento per giusta causa.

In considerazione, infine, della speciale previsione contenuta nell’articolo 1, comma 5, del D.L. 76/2013, in caso di trasformazione a tempo indeterminato di un rapporto a termine, l’incremento netto dell’occupazione può essere realizzato alla data di decorrenza della trasformazione oppure – mediante un’assunzione compensativa successiva – entro un mese da tale data; in caso di assunzione compensativa successiva, il periodo di spettanza massima del beneficio (12 mesi) decorre comunque dalla data della trasformazione.

 

 

Fonte: Inps

 


 

Leggi tutte le circolari ed i messaggi dell’INPS

INPS:CHIARIMENTI CUMULO PENSIONI E REDDITO LAVORO AUTONOMO

26/09/2016

L’Inps, con il messaggio n. 3817 del 23 settembre 2016, fornisce chiarimenti in ordine all’individuazione dei pensionati tenuti alla comunicazione dei redditi da lavoro autonomo conseguiti nell’anno 2015.

 

Fonte: Inps

 


 

Leggi tutte le circolari ed i messaggi dell’INPS

PILLOLE GIUSPRUDENZA LAVORO CASSAZIONE

26/09/2016
1 – Sentenza 22 settembre 2016, n. 18587

Licenziamento – Per giusta causa – Prelievo di denaro dalla cassa dell’Ufficio Postale – Restituzione – Elevata intensità della violazione – Lesione del vincolo fiduciario – Legittimità

2 Sentenza 22 settembre 2016, n. 18591

Lavoro – Pubblico impiego contrattualizzato – Trattamento economico – Retribuzione pensionabile – Assegno ad personam

3 Sentenza 22 settembre 2016, n. 18592

Lavoro – Sottoscrizione delle buste paga – Quietanza – Valenza probatoria – Azione per ottenere le differenza retributive

4– Sentenza 22 settembre 2016, n. 18593

Lavoro – Differenze retributive – Sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato – Stabilità dell’attività lavorativa – Sussistenza di un orario di lavoro predeterminato

5– Sentenza 22 settembre 2016, n. 18594

 Licenziamento – Infermità fisica della dipendente – Assenza di mansioni compatibili – Onere probatorio a carico del datore di lavoro

L.LODI :ABOLIZIONE ISTITUTO INDENNITA’ MOBILITA’

26/09/2016

L’eterno problema degli ammortizzatori sociali

E’ noto a tutti (e segnatamente agli addetti ai lavoro) l’inadeguatezza degli

ammortizzatori sociali attualmente vigenti nel comparto del lavoro subordinato ed ancor più in quello parasubordinato.

L’entità del disagio si è accresciuto negli ultimi anni e ciò a conferma che l’intento dell’ordinamento previdenziale è quello del progressivo ridimensionamento del Stato sociale (“Welfare state”).

La sua ristrutturazione “in diminutio” è stato affrontata, sul piano operativo, da più versanti, che vanno dalla previsione di requisiti anagrafici più severi per l’accesso alle pensioni di vecchiaia, all’incremento di quelli contributivi per la maturazione del diritto alle ex pensioni di anzianità (ora pensioni anticipate), al dirottamento del trattamento di fine rapporto (TFR) alla previdenza complementare, all’abolizione, come da titolo, dell’istituto della mobilità, che sarà in vigore a tutto il 31 dicembre 2016, ecc.

Per quanto concerne la materia pensionistica, in occasione dei lavori preparatori del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 211, n. 214, era stato garantito dagli estensori della norma (il Governo presieduto dall’on. Mario Monti, di cui l’on. Elsa Fornero rivestiva la carica di Ministro del lavoro e delle politiche sociali) che l’allungamento dei requisiti anagrafico-contributivi per l’accesso alle prestazioni appena accennate sarebbe stato compensato da una più consistente previsione degli ammortizzatori sociali (in particolare dell’indennità di mobilità) i quali, con tutta evidenza, erano appunto ritenuti del tutto inadeguati alla bisogna: tuttavia la promessa, non solo è stata disattesa, ma, anzi, per rimanere nell’esempio, la durata massima della relativa indennità è stata generalmente ridotta, ed a partire dal 1° gennaio del 2017, l’intero istituto previdenziale avrebbe cessato la sua operatività.

Con riferimento al dirottamento del trattamento di fine rapporto (TFR) alla previdenza complementare, denominata, quest’ultima, anche “secondo pilastro pensionistico”, occorre rilevare che la legge 8 agosto 1995, n. 335, ha reintrodotto, sia pure gradualmente, il metodo contributivo, sostituendo il più favorevole metodo retributivo, per il calcolo delle pensioni obbligatorie (le cc. dd. “pensioni del primo pilastro” o “pensioni di base”, che dir si voglia), giustificandolo con l’insostenibilità finanziaria del sistema. Ciò ha avuto come  conseguenza il progressivo abbassamento del c. d. “tasso di sostituzione” (vale a dire il rapporto tra la prima pensione e l’ultima retribuzione o reddito mensile percepito alla data di cessazione dell’attività lavorativa).

Allo scopo di compensare il gap venutosi a determinare, è stato promosso lo sviluppo della previdenza complementare basato, tra le altre cose, sul dirottamento appunto al secondo pilastro del già citato trattamento di fine rapporto.

La conseguenza è stata che l’operazione è avvenuta a discapito della funzione primigenia del TFR medesimo, ossia quella della predisposizione delle risorse idonee a consentire al lavoratore licenziato di sopperire alle immediate esigenze proprie e della famiglia in attesa di trovare una nuova occupazione.

Da ultimo, la prossima abolizione dell’istituto della mobilità apporterà un altro duro colpo, non solo nei confronti dei lavoratori subordinati, ma anche con riferimento ai datori di lavoro, i quali non potranno più beneficiare degli sgravi previsti dall’art. 25, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (riduzione del contributo previdenziale in misura pari a quella prevista per gli apprendisti in ipotesi di assunzione di lavoratori a tempo indeterminato di lavoratori iscritti nelle liste di mobilità).

Non che, beninteso, i lavoratori non saranno comunque salvaguardati da altri ammortizzatori sociali (in primis dalla NASPI, acronimo di “Nuova assicurazione sociale per l’impiego), ma l’entità della nuova tutela resta sostanzialmente (anzi maggiormente) ancora inadeguata.

L’abolizione anche delle liste di mobilità

Dopo oltre un quarto di secolo, il 31 dicembre 2016 segnerà, come accennato in precedenza, anche la fine dell’operatività delle “liste di mobilità”.

Finora si è parlato, più genericamente, dell’”istituto della mobilità”, per significare appunto che esso comprende, nel suo insieme, oltre l’indennità vera e propria, anche le “liste di mobilità”: anzi le seconde costituiscono il presupposto per la corresponsione della prima.

A beneficio di chi ci legge, giova rammentare che possono essere iscritti nelle liste di mobilità, oltre che i lavoratori (operai, impiegati e quadri) nei confronti dei quali sono state concluse le procedure di licenziamento collettivo per riduzione di personale, trasformazione o cessazione di attività (art. 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223) ed i medesimi prestatori d’opera licenziati da imprese ammessi alla Cassa integrazione guadagni straordinaria che non sono in grado garantire il lavoro a tutti i lavoratori sospesi (art. 4 della legge 23 luglio 1991, n. 223), anche;            – i lavoratori a domicilio sottoposti a licenziamento collettivo (nota del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 5/26855 del 25 settembre 1993);    – i lavoratori aventi titolo al trattamento speciale di disoccupazione e beneficiari dei provvedimenti di proroga di tali provvedimenti disposti per crisi economica settoriale o locale ovvero per crisi aziendale, nonché i lavoratori licenziati da imprese operanti nel Mezzogiorno ad aventi diritto al trattamento speciale di disoccupazione;   – i lavoratori edili già impegnati nel completamento di impianti industriali o di opere pubbliche di grandi dimensioni, nelle aree nelle quali con decreto ministeriale sia accertato uno stato di grave crisi dell’occupazione conseguente al previsto completamento di tali attività;             – i lavoratori impegnati in lavori socialmente utili e titolari, per tutto il periodo di occupazione di detti lavori, dello specifico sussidio.

Hanno altresì diritto ad iscriversi nelle liste di mobilità i lavoratori che:    – non abbiano l’anzianità richiesta di 12 mesi di cui almeno 6 di effettivo lavoro;              – non abbiano presentato nei termini la domanda per l’indennità di mobilità;

– siano stati dipendenti di imprese, anche artigiane e di società cooperative di produzione e lavoro, compresi i datori di lavoro non imprenditori, che occupino fino a 15 dipendenti, licenziati per giustificato motivo oggettivo connesso a riduzione, trasformazione, cessazione dell’attività o di lavoro o licenziati per riduzione di personale anche se con meno di 15 dipendenti.

Detti elenchi sono (anche se al momento in cui si scrive sarebbe opportuno ormai affermare “erano”) compilati dall’Ufficio regionale del lavoro in base alle schede fornite dai datori di lavoro, che devono contenere tutte le informazioni utili per individuare la professionalità del dipendente licenziato: gli elenchi medesimi sono approvati dalla Commissione regionale per l’impiego e l’inserimento del lavoratore nelle liste avviene dopo la comunicazione da parte del datore di lavoro (l’iscrizione ha ovviamente effetto dal primo giorno successivo a quello del licenziamento).

Brevi nozioni sull’indennità di mobilità

All’avvenuto inserimento nelle liste di mobilità è collegato, in linea di massima, l’erogazione, da parte dell’INPS, dell’indennità di mobilità, la quale è una prestazione previdenziale che rientra nel più vasto ambito dell’indennità di disoccupazione involontaria e di cui ne costituisce una particolare tipologia.

E’ noto, peraltro, che l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria può essere considerata come una delle tre assicurazioni sociali per così dire “storiche” (insieme a quella contro la tubercolosi e le pensioni): la data di nascita di quest’ultima (anno 1919) coincide peraltro con l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria, laddove invece quella contro la tubercolosi è stata istituita dopo poco più di un lustro (anno 1927).

Per aver accesso all’indennità, il soggetto interessato deve essere in possesso, cumulativamente, dei seguenti requisiti:         – aver ricoperto la qualifica di operaio, impiegato o quadro;    – essere stato titolare di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e, comunque, non a termine;           – aver maturato un’anzianità aziendale di almeno 12 mesi nell’ultimo rapporto di lavoro con l’impresa che ha avviato la procedura di mobilità;      – aver svolto almeno 6 mesi di lavoro effettivo (compresi i giorni di ferie, malattia, assenza per infortunio e maternità);         – aver lavorato presso un’impresa con i requisiti dimensionali richiesti dalla norma.

Trattandosi, ripetesi, di una determinata tipologia dell’indennità di disoccupazione involontaria, per ottenere l’indennità, il lavoratore deve presentare, così come avviene per tutte le altre domande di disoccupazione, apposita istanza all’INPS, esclusivamente per via telematica, ed a pena di decadenza, entro 68 giorni dalla data del licenziamento.

E’ tuttavia opportuno che tale incombenza sia assolta prima dello spirare di detto termine, dal momento che la prestazione decorre a partire dall’ottavo giorno successivo alla data del licenziamento, qualora l’istanza sia presentata entro tale data. In caso contrario, l’indennità sarà corrisposta dal quinto giorno successivo alla data di presentazione della domanda, purchè, ripetesi, ciò avvenga entro il sessantottesimo giorno dalla data del licenziamento.

In ipotesi di fruizione dell’indennità per mancato preavviso, il lavoratore può presentare la domanda entro 68 giorni dalla scadenza di detta indennità: qualora l’istanza venga presentata entro l’ottavo giorno dalla scadenza dell’indennità per mancato preavviso,la prestazione decorrerà, anche in questo caso, dall’ottavo giorno. Qualora la presentazione dovesse aver luogo oltre l’ottavo giorno dal periodo terminale dell’indennità di preavviso, la prestazione decorrerà dal quinto giorno successivo a quello di presentazione della stessa.

La domanda viene esaminata dall’INPS prioritariamente come richiesta di indennità di mobilità: qualora non ricorrano tutti i requisiti e le condizioni per il riconoscimento del diritto a tale indennità, l’istanza medesima potrà essere presa in considerazione, in via subordinata e previa informativa al richiedente, per la concessione di altra prestazione di disoccupazione involontaria. Per quanto ovvio, nel caso in cui l’ultimo giorno utile per la presentazione della domanda (il sessantottesimo) venga a cadere in un giorno festivo, il termine è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo.

Considerato che il termine di 68 giorni riveste natura decadenziale, e quindi non soggetto agli istituti della sospensione e dell’interruzione previsti, invece, per la prescrizione, le domande presentate oltre tale termine dovrebbero essere in linea di principio respinte. Tuttavia, a seguito di una prassi amministrativa adottata dell’INPS fin dal lontano 1953 (e tuttora vigente), il termine può subire slittamenti in alcuni casi particolari.

Con circolare n. 53159 Obg del 23 settembre dell’appena citato anno, in considerazione, appunto, del fatto che, frequentemente, ad uno stato di inattività derivante da sospensione segue il licenziamento ed i disoccupati possono in buona fede essere indotti in errore circa la scadenza del termine utile per la presentazione della domanda di indennità, è stato stabilito che le strutture periferiche dell’Istituto di previdenza omettano di rilevare la decadenza, e pertanto si astengano dall’emettere il provvedimento di reiezione, nei casi di:

– domande presentate dai lavoratori caduti in stato di disoccupazione per sospensione del lavoro e successivamente licenziati, i quali presentino le domande entro 60 giorni dalla data del licenziamento, anziché entro 68 giorni da quella di effettiva cessazione dal lavoro;

– domande presentate da lavoratori che hanno intentato vertenze sindacali o giudiziarie ed abbiano presentato la domanda durante il periodo di vertenza ovvero entro 60 giorni dalla data di definizione della vertenza sindacale o dalla data della notifica della sentenza giudiziaria. Qualora il disoccupato presenti la domanda nel corso della vertenza, l’INPS procede, in presenza dei requisiti di legge, alla liquidazione dell’indennità di mobilità adottando tutte le iniziative necessarie per l’eventuale recupero nel caso in cui la prestazione dovesse risultare indebita a seguito della reintegrazione nel posto di lavoro (v. le circolari dell’INPS n. 521 R. C. V. del 19 settembre 1980 e n. 495 A. G. O. del 27 marzo 1984);

– domande di lavoratori licenziati durante un periodo di malattia o che si ammalino entro 8 giorni dalla data del licenziamento, con perdita della capacità lavorativa, presentate entro 60 giorni dalla data di riacquisto della capacità lavorativa;    – domande di lavoratori indennizzati per infortunio dall’INAIL, e collocati in mobilità durante tale periodo, presentate entro 60 giorni dalla data di riacquisto della capacità lavorativa;

– domande di lavoratrici madri o di lavoratori padri che al termine del riposo facoltativo post-partum siano stati licenziati e che presentino la domanda entro 60 giorni dalla data del licenziamento anziché entro 68 giorni dalla data terminale del riposo obbligatorio;

– domande di insegnanti supplenti che abbiano presentato la domanda entro 60 giorni dalla data di comunicazione di mancata conferma del posto di lavoro anziché entro 68 giorni dalla data di effettiva cessazione dell’insegnamento.

Sia  l’ammontare, sia la durata, dell’indennità di cui si discorre (che viene in ogni caso corrisposta direttamente dall’INPS), sono rapportate a quelle previste per il trattamento straordinario di integrazione salariale: ai sensi dell’art. 7, comma 1, secondo periodo, della legge 23 luglio 1991, n. 223, infatti, “L’indennità spetta nella misura percentuale, di seguitoindicata, del trattamento straordinario di integrazione salariale che hanno percepito ovvero che sarebbe loro spettato nel periodo immediatamente precedente la risoluzione del rapporto di lavoro:

a)  per i primi dodici mesi: cento per cento;

b)  dal tredicesimo al trentaseiesimo mese: ottanta per cento.”

L’indennità di mobilità è adeguata, con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, in misura pari all’aumento della indennità di contingenza dei lavoratori dipendenti. Essa non è comunque corrisposta successivamente alla data del compimento dell’età pensionabile per vecchiaia, ovvero, se a questa data non ne ha ancora maturato il diritto, successivamente alla data in cui tale diritto viene a maturazione (art. 7, comma 3, della legge 23 luglio 1991, n. 223).

Lo stesso regime di incompatibilità vige in caso di titolarità di pensione di anzianità (ora pensione anticipata), di pensione di inabilità, di pensione di invalidità e di assegno ordinario di invalidità (A. O. I). In quest’ultime due ipotesi, il lavoratore titolare della pensione di invalidità e dell’assegno ordinario di invalidità può optare tra tali trattamenti e

quelle di mobilità. Nel caso di opzione per l’indennità di mobilità, le prestazioni  pensionistiche  restano sospese.

Qualora i lavoratori diventino titolari di assegno ordinario di invalidità

successivamente alla data di iscrizione nelle liste di mobilità, gli stessi potranno esercitare la facoltà di opzione a favore dell’indennità entro 60 giorni dalla data in cui è stato notificato il provvedimento di accoglimento della domanda di assegno ordinario di invalidità.

L’indennità in questione non può comunque essere corrisposta per un periodo superiore all’anzianità maturata dal lavoratore alle dipendenze dell’impresa che abbia attivato la procedura di dichiarazione di mobilità. (art. 7, comma 4, dell’appena citata norma).

Il lavoratore è cancellato dalle liste di mobilità e decade dall’eventuale prestazione, oltre che in caso di completamento del periodo massimo previsto per l’erogazione dell’indennità di mobilità o di rioccupazione alle dipendenze di terzi con contratto a tempo pieno e indeterminato, nelle altre ipotesi stabilite dall’art. 9 della legge 23 luglio 1991), vale a dire:

a) rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale autorizzato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente;

b) non accetti l’offerta di un lavoro che sia professionalmente equivalente ovvero, in mancanza di questo, che presenti omogeneità anche intercategoriale e che, avendo riguardo ai contratti collettivi nazionali di lavoro, sia inquadrato in un livello retributivo non inferiore del dieci per cento rispetto a quello delle mansioni di provenienza;           a) rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale autorizzato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente;

c) non accetti, in mancanza di un lavoro avente le caratteristiche di cui alla lettera b), di essere impiegato in opere o servizi di pubblica utilità (articolo 6, comma 4, della legge 23 luglio 1991, n. 223);

d) non abbia provveduto a dare comunicazione alla competente sede dell’INPS, entro cinque giorni dall’assunzione, dell’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato prestato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato (articolo 8, comma 6, della legge 23 luglio 1991, n. 223). A tale riguardo è bene ricordare che la normativa attualmente in vigore consente al lavoratore in mobilità di svolgere attività di lavoro subordinato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato, mantenendo l’iscrizione nelle liste: ricorrendo tale evenienza, è semplicemente sospesa l’erogazione della relativa indennità, sempre che, ovviamente, il prestatore d’opera ne abbia dato comunicazione all’INPS;

e) non risponda, senza motivo giustificato, alla convocazione da parte degli Uffici circoscrizionali o della Agenzia per l’impiego ai fini degli adempimenti di cui alle lettere che precedono, nonché allo scopo di sottoporre i lavoratori medesimi ad un colloquio finalizzato a conoscere, oltre a notizie anagrafiche e professionali, anche disponibilità e aspirazioni rispetto alla ricollocazione al lavoro (comma 5-ter dell’articolo 6 del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236).

Le prerogative che perderanno i lavoratori

Oltre alla mancata corresponsione dell’indennità di mobilità (ed al riconoscimento, in sua vece, della NASPI) il soggetto interessato potrà lamentare il fatto di perdere il vantaggio, rispetto agli altri prestatori d’opera in attesa di collocamento lavorativo, di essere considerato un disoccupato per così dire “privilegiato”: infatti, l’uscita di scena delle liste di mobilità comporterà la perdita, a favore del datore di lavoro, delle agevolazioni previste in caso di riassunzione dei soggetti beneficiari dell’indennità ad essa correlata e di cui parleremo nel paragrafo successivo.

Un altro vantaggio che fa capo (ma ormai potremmo dire, che faceva capo) al lavoratore, oltre al diritto di precedenza nell’assunzione previsto dall’art. 8, comma 1, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (e precisamente la riassunzione con diritto di precedenza dei lavoratori licenziati da un’azienda per riduzione di personale presso la medesima azienda entro sei mesi), concerne l’accreditamento dei contributi figurativi sottesi all’erogazione dell’indennità di mobilità, per la durata della medesima, e senza limiti di durata per tutta la vita lavorativa. Detti contributi sono riconosciuti d’ufficio, sia ai fini del conseguimento del diritto alla pensione, sia e ai fini della determinazione della misura della stessa.

A conferma della dicotomia che intercorre tra le prestazioni e le contribuzioni previdenziali, la valorizzazione della contribuzione figurativa accreditabile va determinata, a norma dell’art. 7, comma 9, della più volte citata legge n. 223, sulla base della retribuzione cui è riferito il trattamento straordinario di integrazione salariale al quale si fa riferimento per determinare l’importo dell’indennità di mobilità e non già avuto riguardo all’importo del sopra citato trattamento di integrazione salariale.

La retribuzione pensionabile per detti periodi è determinata con riferimento alla retribuzione media relativa alle settimane di contribuzione piena nell’anno solare considerato. Nei casi in cui nell’anno solare medesimo non risultino retribuzioni effettive, il valore retributivo da attribuire ai periodi riconosciuti figurativamente è determinato rapportandolo a quello immediatamente precedente nel quale risultino percepite retribuzioni in costanza di attività lavorativa (art. 8 della legge 23 aprile 1981, n. 155). Il diritto all’accreditamento dei contributi figurativi ovviamente non spetta ai lavoratori che abbiano eventualmente beneficiato della corresponsione anticipata per il periodo cui si riferisce l’erogazione.

Ne consegue dunque che, mentre l’ammontare mensile dell’indennità è rapportato, anzi coincide, con l’importo, sempre mensile, dell’integrazione salariale straordinaria, la contribuzione figurativa corrisponde a quella su cui sarebbe stata calcolata la contribuzione obbligatoria in costanza di rapporto di lavoro subordinato, il che costituisce un indubbio vantaggio, atteso che in chiave contributiva non si determina, “almeno inizialmente”, un gap tra le due contribuzioni.

In proposito si ritiene tuttavia utile precisare che la contribuzione figurativa così determinata sarà attribuita senza alcun adeguamento o rivalutazione (di qui appunto la locuzione “almeno inizialmente” appena accennata), e ciò costituisce un elemento, sia pur lieve, di penalizzazione rispetto alla valorizzazione della contribuzione che viene riconosciuta in costanza di rapporto di lavoro subordinato.

Un’altra peculiarità, sempre in senso positivo, dell’accreditamento contributivo dei periodi di godimento dell’indennità di mobilità, è costituita dal fatto che essa è efficace anche per il conseguimento del diritto ai trattamenti per anzianità (ora pensioni anticipate)

liquidate nel “sistema retributivo o misto” a favore degli assicurati in possesso di una anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, come pure per le donne che accedono al c. d. “Regime sperimentale” di cui all’art.1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243, altrimenti denominato “Opzione donna”.

E’ noto infatti che il diritto alla pensione anticipata si consegue, al momento in cui si scrive (anno 2016), al raggiungimento di una anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne. Ai fini del raggiungimento di tale requisito è valutabile la contribuzione a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato, fermo restando il contestuale perfezionamento dell’ulteriore requisito di 35 anni di contribuzione obbligatoria, da riscatto e/o da ricongiunzione, volontari e figurativi, con esclusione, in quest’ultimo caso, dei contributi accreditati per malattia, infortuni e disoccupazione.

Ebbene, dal momento che i contributi figurativi accreditati in conseguenza dell’erogazione dell’indennità di mobilità sono considerati utili ai fini della valutazione dei 35 anni di assicurazione, sostituendoli, dal 1° gennaio 2017, con quelli della disoccupazione involontaria, molti soggetti interessati subiranno un differimento della decorrenza della pensione anticipata per un numero di mesi pari ai contributi accreditati per la corresponsione dell’indennità per disoccupazione involontaria.

Lo stesso discorso deve essere fatto per la sopra citata “opzione donna”, nonostante il fatto che tale istituto previdenziale abbia cessato di essere operativo, salvo eventuale proroga: anche in questo caso, infatti, per la verifica dei 35 anni di contribuzione non è stato possibile prendere in considerazione i contributi accreditati a seguito della percezione dell’indennità di disoccupazione involontaria.

Va infine precisato come l’indennità di mobilità sostituisca ogni altra prestazione di disoccupazione involontaria e che nel periodo di godimento dell’indennità di mobilità spetta l’assegno al nucleo familiare, ed infine che il titolare del trattamento può ottenere la corresponsione anticipata dell’indennità, decurtata delle mensilità di cui ha già beneficiato, qualora intraprenda un’attività autonoma o per associarsi in cooperativa in conformità alle norme vigenti: tale ultima chance può tornare particolarmente utile qualora il lavoratore non abbia molte possibilità di potersi rioccupare, entro un termine ragionevole, alle dipendenze di terzi.

Le agevolazioni contributive che perderanno i datori di lavoro

L’art. 25, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, dispone che i datori di lavoro che assumano con contratto a tempo indeterminato lavoratori iscritti nella lista di mobilità possono versare, per i primi 18 mesi del rapporto, i contributi previdenziali ed assistenziali a loro carico in misura pari all’aliquota prevista per gli apprendisti (generalmente del 10% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali).

Anche qualora il lavoratore iscritto nelle liste di mobilità venga assunto con contratto a termine per un periodo non superiore a 12 mesi, il predetto beneficio contributivo spetta, ai sensi dell’art. 8, comma 2, della più volte citata legge n. 223, per tutta la durata del rapporto di lavoro: nel caso in cui nel corso del suo svolgimento, il predetto contratto venga trasformato a tempo indeterminato, il beneficio contributivo spetta per ulteriori dodici mesi in aggiunta a quello previsto dal comma 4 dello stesso articolo (c. d. “contributo mensile”).

Recita infatti tale ultima norma che “Al datore di lavoro che, senza esservi tenuto ai sensi del comma 1 [si tratta del diritto di precedenza dell’assunzione dei lavoratori in mobilità, citato nel paragrafo precedente, n. d. a.], assuma a tempo pieno e indeterminato i

lavoratori iscritti nella lista di mobilità è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un “contributo mensile” pari al cinquanta per cento della indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore. Il predetto contributo non può essere erogato per un numero di mesi superiore a dodici e, per i lavoratori di età superiore a cinquanta anni, per un numero superiore a ventiquattro mesi, ovvero a trentasei mesi per le aree di cui all’articolo 7, comma 6 [le Regioni del Mezzogiorno, vale a dire l’Abruzzo, il Molise, la Campania, le Puglie, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna, nonché le province di Latina e di Frosinone, i comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Cittaducale, i comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto, i comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina, l’Isola d’Elba, ed infine gli interi territori dei comuni di Isola del Giglio e di Capraia, n. d .a.]. Il presente comma non trova applicazione per i giornalisti.”

Tale ultimo beneficio differisce dai primi due appena citati per il fatto che l’agevolazione presuppone che i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità abbiano altresì in

l’agevolazione presuppone che i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità abbiano altresì in corso di erogazione la relativa indennità.

A tale riguardo merita citazione la circostanza che l’appena citato beneficio è cumulabile con l’esonero contributivo triennale per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel corso dell’anno 2015 di cui all’art. 1, comma 118, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c. d. “Legge di stabilità per l’anno 2015”): lo ha affermato l’INPS con la circolare n. 17 del 29 gennaio 2015, al punto 7, ultimo capoverso. Analogamente, il predetto cumulo è ammissibile nei casi di trasformazione a tempo indeterminato di rapporti instaurati con lavoratori iscritti nelle liste di mobilità.

Gli incentivi attualmente in vigore saranno applicati alle assunzioni, trasformazioni o proroghe che dovessero essere effettuate fino al 31 dicembre 2016: in tali casi, infatti, spetterà l’incentivo per tutta la durata prevista dalle disposizioni che cesseranno di essere operative dal 31 dicembre 2016, anche se l’incentivo dovesse scadere successivamente alla predetta data.

A mero titolo di esempio, si può citare il caso del datore di lavoro che assuma il 1° ottobre del 2016 a tempo determinato, per sei mesi, un prestatore d’opera iscritto alle liste di mobilità: egli avrà diritto al regime agevolativo fino a tutto il mese di marzo 2017, con la precisazione che all’eventuale proroga del rapporto non potrà tuttavia più applicarsi l’incentivo stabilito dalla legislazione abrogata.

Si ricorda, infine, che il bonus non ha effetto relativamente ai premi INAIL

26 settembre 2016

CONSULTA ESTENDE PERMESSI 104 CONVIVENTI PERSONE DISABILI

25/09/2016

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 213 depositata il 23 settembre 2016, ha riconosciuto la illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), come modificato dall’art. 24, comma 1, lettera a), della legge 4 novembre 2010, n. 183, per violazione degli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado.

Il Tribunale a quo rileva che il mutato quadro normativo e il numero crescente di interventi legislativi e giurisprudenziali (da ultimo, Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 22 gennaio 2014, n. 1277) hanno attribuito sempre maggiore rilevanza alla famiglia di fatto.

Inoltre, la legge n. 104 del 1992, significativamente rubricata «Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate», nel rafforzare gli strumenti volti a sostenere il disabile e il suo nucleo familiare, ha attribuito alla famiglia un ruolo essenziale nei confronti della persona con handicap grave, garantendo una molteplicità di funzioni (assistenza, affetto e solidarietà) altrimenti difficilmente attuabili nella loro pienezza ed effettività.

Sempre secondo il Tribunale di merito, dal tenore letterale dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992, il concetto di famiglia preso in considerazione dalla norma non sia quello di famiglia nucleare tutelata dall’art. 29 Cost. quanto quello di famiglia estesa nella quale sono ricompresi i parenti e gli affini sino al terzo grado, anche se non conviventi con l’assistito.

La famiglia che viene in rilievo nell’art. 33 è dunque quella intesa come «formazione sociale» ai sensi dell’art. 2 Cost., strumento di attuazione e garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo e luogo deputato all’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Da questa premessa il giudice a quo desume «una discrasia tra la norma in parola, nella parte in cui non attribuisce alcun diritto di assistenza al convivente more uxorio, e i principi sanciti a più riprese dalla giurisprudenza nazionale (tanto costituzionale che di legittimità) e sovranazionale in punto di tutela della famiglia di fatto retta dalla convivenza more uxorio e dei diritti e doveri connessi all’appartenenza a tale formazione sociale».

Avuto riguardo al richiamato quadro legislativo e giurisprudenziale sulla cosiddetta famiglia di fatto, ad avviso del rimettente, l’art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, nell’escludere dal novero dei possibili beneficiari dei permessi retribuiti il convivente more uxorio, violerebbe l’art. 2 Cost., non consentendo alla persona affetta da handicap grave di beneficiare della piena ed effettiva assistenza nell’ambito di una formazione sociale che la stessa ha contribuito a creare e che è sede di svolgimento della propria personalità.

La norma in oggetto contrasterebbe anche con l’art. 3 Cost. stante la irragionevole disparità di trattamento, in punto di assistenza da prestarsi attraverso i permessi retribuiti, tra il portatore di handicap inserito in una stabile famiglia di fatto e il soggetto in identiche condizioni facente parte di una famiglia fondata sul matrimonio, diversità che non trova ragione – secondo il Tribunale a quo – nella ratio della norma che è quella di garantire, attraverso la previsione delle agevolazioni, la tutela della salute psico-fisica della persona affetta da handicap grave (art. 32 Cost.), nonché la tutela della dignità umana e quindi dei diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 Cost., beni primari non collegabili geneticamente ad un preesistente rapporto di matrimonio ovvero di parentela o affinità.

Alla luce delle premesse, se tale è la ratio legis della norma in esame, è irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità.

D’altra parte, ove così non fosse, il diritto – costituzionalmente presidiato – del portatore di handicap di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunità di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato “normativo” rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio.

La norma in questione, nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, vìola, quindi, gli invocati parametri costituzionali, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione.

La Corte aveva già affermato espressamente che l’art. 2 Cost. è riferibile altresì «alle convivenze di fatto, purché caratterizzate da un grado accertato di stabilità» (sentenza n. 237 del 1986).

 

Fonte: Corte Costituzionale

 

CDM: APPROVATE MODIFICHE DECRETI DELEGATI JOBS ACT

25/09/2016

 Il Consiglio dei Ministri il 23 settembre 2016   ha approvato in via definitiva, ai sensi della legge di delega – Jobs Act, un decreto legislativo recante disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi n. 81, 148, 149, 150 e 151.

Nello specifico, queste le modifiche apportate dal decreto legislativo approvato:

 

Decreto legislativo n. 81 del 2015

Le integrazioni apportate riguardano il lavoro accessorio (i cosiddetti voucher) e sono volte a garantire la piena tracciabilità dei voucher. Mutuando la procedura già utilizzata per tracciare il lavoro intermittente, si prevede che i committenti imprenditori non agricoli o professionisti, che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio sono tenuti, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione di lavoro accessorio, a comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo, il giorno e l’ora di inizio e di fine della prestazione. I committenti imprenditori agricoli sono tenuti a comunicare, nello stesso termine e con le stesse modalità, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore a 3 giorni. In caso di violazione degli obblighi di comunicazione si applica la medesima sanzione prevista per il lavoro intermittente ovvero la sanzione amministrativa da euro 400 a 2.400 in relazione a ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.

 

Decreto legislativo n. 148 del 2015

Le novità di maggior interesse riguardano:

  1. la possibilità di trasformare i contratti di solidarietà «difensivi» in contratti di solidarietà «espansivi», così da favorire l’incremento degli organici e l’inserimento di nuove e più aggiornate competenze;
  2. la possibilità per le imprese di rilevante interesse strategico per l’economia nazionale, che abbiano concluso accordi in sede governativa entro il 31 luglio 2015, di richiedere la reiterazione della riduzione contributiva di cui all’articolo 6, comma 4, del decreto legge n. 510 del 1996 per la durata stabilita da apposita commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e comunque entro il limite di 24 mesi;
  3. il miglioramento della NASpI riconosciuta ai lavoratori con qualifica di stagionali dei settori del turismo e degli stabilimenti termali;
  4. l’ampliamento, per l’anno 2016, della percentuale (dal 5% al 50%) delle risorse finanziarie non spese che le regioni e le province autonome possono utilizzare, anche in deroga ai criteri di cui al decreto n. 83473 del 2014, per la concessione degli ammortizzatori sociali in deroga. In alternativa, è prevista la possibilità per le regioni e province autonome di destinare le risorse non spese ad azioni di politica attiva;
  5. l’aumento del finanziamento destinato al pagamento della CIGS per le imprese sequestrate o confiscate alla criminalità organizzata o destinatarie di interdittiva antimafia;
  6. la possibilità di autorizzare un ulteriore intervento di integrazione salariale straordinaria per le imprese operanti nelle c.d. aree di crisi complessa già individuate. La prestazione può essere concessa, per non più di 12 mesi. Per accedere alla misura le imprese devono presentare un piano di recupero occupazionale che prevede appositi percorsi di politiche attive del lavoro concordati con la regione e finalizzati alla rioccupazione dei lavoratori.

 

Decreti legislativi n. 149, 150 e 151 del 2015

Sono previste alcune precisazioni riguardanti questioni organizzative e gestionali dell’Ispettorato dell’ISFOL e dell’ANPAL, nonché la disciplina in materia di diritto al lavoro delle persone con disabilità.

INPS: ISTRUZIONI PER CALCOLO QUOTA MASSIMA PENSIONE CEDIBILE

25/09/2016

L’Inps informa che da oggi anche i pensionati già iscritti alla Gestione Dipendenti Pubblici possono utilizzare il servizio mobile per calcolare la quota massima cedibile della propria pensione.

Al servizio “Quota Cedibile Pensione” si può accedere con PIN dopo aver scaricato dagli store l’app INPS Servizi Mobile per Iphone (con sistema operativo IOS) o per smartphone (con sistema operativo Android) oppure accedendo con altri dispositivi fissi o mobili al sito mobile m.inps.it.

La quota viene calcolata in base all’imponibile pensionistico e può mutare a seguito delle variazioni mensili di quest’ultimo. Ai fini del calcolo l’imponibile pensionistico va considerato al netto delle trattenute fiscali e previdenziali nonché delle altre trattenute aventi natura prioritaria, tenuto inoltre conto della salvaguardia del limite del trattamento minimo della pensione.

Per ulteriori informazioni sui servizi mobile consulta la sezione Applicazioni Mobile.

Vai alla guida Come fare per Ottenere e restituire un prestito con la pensione per ulteriori dettagli sulla cessione del quinto.

CASSAZIONE:RIORGANIZZAZIONE AZIENDALE E CRITERI SCELTA LAVORATORI DA PORRE IN MOBILITA’

25/09/2016

Con sentenza n. 18409/2016, la Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di riorganizzazione aziendale volta alla riduzione dei costi, mediante l’accorpamento di posizioni lavorative e la riduzione del numero degli addetti, la scelta dei lavoratori da licenziare risulta rispettosa dei principi di correttezza e buona fede quando avvenga sulla base dell’incidenza del diverso orario di lavoro prestato, in ragione della necessità aziendale di un dipendente a tempo pieno, a garanzia della copertura dell’intero orario di apertura degli uffici.