LICENZIAMENTO DISCIPLINARE PER RISSA LUOGO LAVORO

17/12/2014

Si richiama l’attenzione sulla sottostante Sentenza del Tribunale di Busto A relativa al licenziamento disciplinare determinato  da  rissa sul posto di lavoro.

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Sentenza 18 novembre 2014, n.

Fatto e diritto

L’opponente D.S.G. ha proposto opposizione all’ordinanza ex art. 1, comma 51, della legge n. 92/2012 che ha respinto il ricorso ex art. 1, comma 48, della legge n. 92/2012, volto all’accertamento dell’illegittimità del icenziamento disciplinare – Accertamento dell’illegittimità – Rissa sul luogo di lavoro

licenziamento disciplinare intimatogli dal datore di lavoro R.C. s.r.l. con lettera del 28.6.2013.

L’opponente ha censurato l’ordinanza impugnata sia per erroneità della valutazione compiuta in astratto dal giudice della fase sommaria in assenza di istruttoria che avrebbe contestualizzato il comportamento del lavoratore che ha reagito ad un illegittimo comportamento del collega M. in un contesto lavorativo nel quale vi erano oggettive e notorie difficoltà a gestire l’attività del collega “con evidenti disturbi caratteriali e/o psichici”, sia per erroneità dell’affermazione secondo cui ogni ipotesi di delitto costituisce giusta causa di licenziamento ai sensi del CCNL applicato, non, avendo il giudice considerato il principio di proporzionalità previsto dallo stesso CCNL la cui applicazione porta, ad esempio, ad una diversa disciplina della fattispecie del delitto della rissa punita con il licenziamento in tronco solo se intervenuta nel reparto di lavorazione.

La società opposta ha chiesto il rigetto dell’opposizione per infondatezza della stessa, stante il comportamento del lavoratore in violazione degli obblighi contrattuali di diligenza e obbedienza e del principio del neminen laedere, posto con violenza ai danni di un collega disabile, sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro.

Dopo aver esperito il tentativo di conciliazione senza esito positivo, rifinito non necessario sentire i testi sui fatti di causa, all’esito della discussione, la causa è stata trattenuta in decisione.

L’opposizione non è fondata.

La valutazione dei fatti effettuata dal giudice della fase sommaria può ritenersi corretta, considerato che il lavoratore ha ammesso di avere dato, sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro, due schiaffi alla nuca ad un collega disabile, e tale comportamento giustifica la sanzione espulsiva comminatagli, sulla base delle previsione del CCNL applicalo, rendendo superflua l’attività istruttoria.

In particolare, all’opponente, manovale inquadrato nel 4° livello del CCNL industria metalmeccanica privata, dipendente della società convenuta dal 2.10.2000 al 28.6.2013 (doc. n. 2 fase, resistente fase sommaria), è stato intimato, con lettera del 28.6.2013 (doc. n. 2 fasc., ricorrente fase sommaria), il licenziamento disciplinare per giusta causa per avere dato quattro schiaffi sul volto del collega M. che li ha passivamente subiti, come contestatogli con lettera del 22.6.2013 (“la S.V. in data 20/6/2013 intorno alle ore 15,30 in officina nel reparto di montaggio, dopo aver contestato al Collega S.M. di non avere aduguatamente pulito i bagni, ha dato quattro schiaffi sul volto della stesso collega che ha passivamente subito” – doc, n. 2 fasc., ricorrente fase sommaria).

Ha sostenuto il lavoratore di avere dato due schiaffi al collega M., in quanto esasperato dopo che questi gli si era rivolto in malo modo con ingiurie dopo che lui lo aveva ripreso perché i bagni non erano ben puliti e che “/’evento, avvenuto non nel reparto produttivo ma nei bagni, è stato la reazione ad un illegittimo comportamento della pretesa vittima, in un contesto lavorativo nel quale vi erano oggettive difficoltà a gestire l’attività di M. di cui il ricorrente era incaricato di occuparsi”.

Purtuttavia, anche ammettendo un tale comportamento del collega, contestualizzato un inadempimento lavorativo e un’inopportuna reazione verbale, l’odierno opponente avrebbe dovuto darne notizia ad un responsabile, come ammette di avere fatto altre volte, al fine di consentire alla società di assumere gli opportuni provvedimenti e, in ogni caso, avrebbe dovuto astenersi dal colpire il collega.

Anche a voler ammettere, inoltre, l’asserito compito di vigilanza del collega disabile, attribuito dal datore di lavoro all’opponente, il comportamento di quest’ultimo appare, in effetti, ancora più grave, proprio in ragione del compito di vigilanza rivestito.

Tali considerazioni hanno reso non necessaria l’escussione testimoniale.

In tema di licenziamento disciplinare o per giusta causa ex art. 2119 cod. civ., la valutazione della gravità del fatto in relazione al venir meno del rapporto fiduciario che deve sussistere tra le parti non va operata in astratto, bensì con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla qualità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidabilità richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, nonché alla portata soggettiva del fatto ossia alle circostanze del suo verificarsi, ai motivi e all’intensità dell’elemento intenzionale o di quello colposo.

L’onere della prova del fatto contestato al lavoratore, che spetta al datore di lavoro, deve riguardare quindi la sussistenza di una grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e in particolare di quello fiduciario (cfr., ex plurimis Cass. Civ. sez. lav.9 settembre 2003, n. 13188).

Nel caso di specie in esame, il comportamento dell’’opponente è stato tale da incidere irrimediabilmente sull’elemento fiduciario posto alla base del rapporto lavorativo e da configurare un grave inadempimento sia sotto il profilo oggettivo, essendosi concretizzato in una condotta penalmente rilevante, sia sotto il profilo del grado di affidamento richiesto al lavoratore, proprio considerando quanto dallo stesso riferito sull’incarico di vigilanza del collega disabile affidatogli dal datore di lavoro.

La condotta poste in essere rientra nell’ipotesi disciplinata nella parte B) dell’art. 10 del CCNL applicato che prevede il licenziamento senza preavviso del lavoratore “che compia, in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro, azioni che costituiscono delitto a termine di legge”  (doc. n. 10 fasc., ricorrente fase sommaria).

Il comportamento contestato integra un comportamento penalmente sanzionabile, che può essere sussunto nella previsione di cui all’’art. 581 c.p.c. avendo il lavoratore percosso altro collega. Tale reato, essendo sanzionato con la reclusione si configura quale delitto.

Se si considera, infine, che la legge impone al datore di lavoro specifici, doveri di tutela della salute e della dignità dei propri dipendenti ex art. 2087 cod. civ. il licenziamento in questione appare come un atto dovuto nei confronti del dipendente M.

Ricorrono, pertanto, gli estimi della giusta causa del licenziamento.

La sanzione disciplinare deve ritenersi, pertanto, adeguata alla gravità del fatto addebitato al lavoratore e accertato a suo carico, tenuto conto di tutte le circostanze di fatto soggettive e oggettive, che hanno caratterizzato la condotta contestata e della gravità della colpa e in considerazione delle previsioni di cui al CCNL che prevede il licenziamento in tronco del lavoratore per tutte quelle azioni che costituiscono delitto, distinguendo esclusivamente per il reato di rissa l’ipotesi che venga commessa nello stabilimento fuori dai reparti di lavorazione (licenziamento con preavviso) piuttosto che all’interno degli stessi (licenziamento senza preavviso).

Nella fattispecie concreta, la previsione contrattuale non consente di poter differenziare il tipo di sanzione espulsiva (con preavviso o senza), rimanendo dunque irrilevante che l’azione delittuosa violenta sia stata commessa “in officina, nel reparto di montaggio” (come contestata), piuttosto che nei bagni 8come indicato dall’opponente), pur sempre nel luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro.

Tale considerazione ha reso superflua l’escussione testimoniale.

L’opposizione deve essere, pertanto respinta,

La qualità delle parti suggerisce la compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

– Rigetta l’opposizione;

– compensa tra le parti le spese di lite.

MEF :RIDUZIONE INTERESSE LEGALE

17/12/2014

A decorrere dal 1° gennaio 2015 , il saggio degli interessi legali, ossia quelli che si applicano quando altre disposizioni (legge o contratti) non stabiliscono una misura diversa, passerà dall’1% allo 0,5% in ragione d’anno.

Lo hja stabilito il Decreto del MEF dell’11 dicembre 2014, pubblicato in G.U. Serie Generale n.290 del 15-12-2014

L’art.1 del D.M. ministeriale   citato modifica la misura del saggio degli interessi legali di cui all’articolo 1284 del codice civile.
Essa viene fissata allo 0,5 % in ragione d’anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2015.

Visto l’articolo 2, comma 185, della Legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica» che, nel fissare al 5% il saggio degli interessi legali di cui all’articolo 1284, primo comma, del codice civile, prevede che il ministro dell’Economia e delle Finanze possa modificare detta misura sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno, ecco che l’ammontare viene dimezzato.

Il MEF aveva già con D.M. datato 12 dicembre 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 13 dicembre 2013, n. 292, fissato la misura del saggio degli interessi legali all’1 %, con decorrenza dal 1° gennaio 2014.

Va detto che l’interesse legale è quello a cui far riferimento qualora le parti non convengano tra loro una misura diversa. Quest’ultima, se superiore all’interesse legale, deve risultare per iscritto, mentre se diversamente manca la forma scritta, gli interessi sono dovuti sulla base del tasso legale approvato dal Ministero.

CASSAZIONE:LEGITTIMATO PASSIVO LICENZIAMENTO NEL TRASFERIMENTO D’AZIENDA

17/12/2014

Della   questione di cui al titolo si  e’  occupata la sottostante sentenza della Corte Suprema ,cui si rinvia.

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Sentenza 16 dicembre 2014, n. 26401

Svolgimento del processo

1. Con sentenza depositata il 22 marzo 2011, la Corte d’appello di Catanzaro rigettava l’appello proposto da P.S. contro la sentenza resa dal Tribunale di Cosenza, che aveva dichiarato il difetto di legittimazione passiva della B.C. s.p.a. rispetto alla domanda, proposta dall’appellante, diretta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli dalla C. s.p.a. e la reintegrazione nel posto di lavoro.

La corte riteneva che, posto che il licenziamento del S. risaliva al settembre del 1990, al momento del conferimento del ramo di azienda da parte della datrice di lavoro, C. s.p.a., alla B.C. s.p.a., avvenuto con decorrenza 1/1/1998, egli non era più alle dipendenze della banca conferente, sì che non poteva trovare applicazione il disposto di cui all’art. 2112 c.c., come modificato dalla legge 29 dicembre 1990, n. 428, art. 47, il quale suppone la vigenza del rapporto di lavoro al momento del conferimento dell’azienda e non è pertanto applicabile ai crediti maturati nel corso di rapporti cessati ed esauriti anteriormente. La Corte riteneva altresì che non potesse trovare applicazione il disposto dell’art. 2560 c.c., che contempla, in generale, la responsabilità dell’acquirente per i debiti dell’azienda ceduta ove essi risultino dei libri contabili obbligatori, circostanza quest’ultima non dedotta né tantomeno provata.

3. Contro la sentenza il S. propone ricorso per cassazione, illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c.. La C. s.p.a. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con l’unico motivo il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di ogni norma e principio in materia di cessione di debiti e crediti dell’azienda ceduta e di legittimazione passiva del cedente rispetto a questi. Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia (art. 360, n.3 e 5 c.p.c.)

2. II ricorrente precisa di essere stato dipendente della ex C. s.p.a. fino al 7 settembre 1990, data in cui era stato licenziato dopo essere stato sospeso dal servizio per presunte irregolarità commesse presso la filiale di A. di aver impugnato il licenziamento; di essere stato assolto con la formula “per non aver commesso il fatto” da quelle irregolarità a causa delle quali era stato licenziato e per le quali era stato promosso il procedimento penale; di avere pertanto agito in giudizio per ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento.

3. Riassume altresì, nei loro passaggi salienti, le vicende societarie della C. s.p.a. – che nel 1998, insieme ad altre Casse di risparmio, si era fusa nella C s.p.a. e, con atto del 23 marzo 1998, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, foglio delle inserzioni n. 68, aveva conferito a quest’ultima un ramo d’azienda comprendente anche “debiti, crediti., rapporti contrattuali, diritti e ragioni”, nonché ogni altro elemento facente parte del ramo aziendale.

4. Ritiene che le sue pretese rientrino nella categoria dei debiti, crediti e rapporti contrattuali trasferiti con l’atto di conferimento alla C. s.p.a., la quale non poteva non conoscere l’esistenza della sua posizione lavorativa anche in forza delle plurime raccomandate inoltrate; peraltro, nulla poteva risultare dai libri contabili della C. s.p.a., posto che non vi era una partita di debito accertata.

5. Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità del ricorso sollevate dalla controricorrente.

6. In primo luogo la C. s.p.a. eccepisce l’inammissibilità del ricorso perché in esso sono formulate, cumulativamente, censure di violazione e falsa applicazione di norme di diritto e censure di insufficiente e contraddittoria motivazione. L’eccezione è infondata.

7. Posto che al ricorso in esame non trova applicazione, ratione temporis, il disposto dell’art. 366 bis c.p.c., che prevedeva la formulazione dei quesiti di diritto per i motivi proposti ai sensi dei numeri 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360 c.p.c. e la chiara indicazione del fatto controverso per il motivo di cui al numero 5 dello stesso articolo – trattandosi di sentenza pubblicata dopo il 4 luglio 2009, allorquando la norma era già stata abrogata (arg. ex art. 47, comma 1, lett. d) della legge 18 giugno 2009, n. 69, e art. 58, comma 5, l. cit.) -, questa Corte ha più volte affermato che è ammissibile il ricorso per cassazione in cui si denunzino con un unico motivo vizi di violazione di legge e vizi di motivazione allorché esso comunque evidenzi specificamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass., 23 aprile 2013, 9793; Cass., Sez. Un., 31 marzo 2009, n. 7770; Cass., 18 gennaio 2008, n. 976).

8. Nel caso in esame, la censura si snoda avendo riguardo essenzialmente all’asserita violazione di legge, mentre il vizio di motivazione è dedotto con riguardo alla valutazione compiuta dal giudice del merito circa la mancata conoscenza da parte della C. s.p.a. delle rivendicazioni del ricorrente, in considerazione delle plurime raccomandate inviate all’ex datrice di lavoro, unitamente alle attività di “due diligence”, normalmente prodromiche alle cessioni di rami di azienda in campo bancario. Si tratta pertanto di censure facilmente enucleabili dal contesto del ricorso e che non inducono incertezze nel Collegio giudicante circa il loro esatto ambito.

9. E’ infondata anche l’altra eccezione di inammissibilità del ricorso riguardante la mancata specificazione delle espressioni contenute in sentenza che sarebbero contraddittorie o inconciliabili tra loro, giacché, al di là dell’indicazione formale contenuta nell’intestazione del motivo, la doglianza nella sua sostanza investe l’omessa o insufficiente motivazione, non anche la sua contraddittorietà.

10. Infine, la C. eccepisce l’inammissibilità anche sotto un ulteriore profilo, costituito dalla mancata indicazione della norma di cui si lamenta la violazione o la falsa applicazione.

11. Anche questa eccezione è infondata. Invero, l’indicazione delle norme che si assumono violate non è un requisito autonomo ed imprescindibile ai fini dell’ammissibilità della censura, ma solo un elemento richiesto al fine di chiarirne il contenuto e di identificare i limiti dell’impugnazione, sicché la relativa omissione può comportare l’inammissibilità della singola doglianza soltanto se gli argomenti addotti dal ricorrente non consentano di individuare le norme ed i principi di diritto asseritamele trasgrediti, così precludendo la delimitazione delle questioni sollevate (Cass., 7 novembre 2013, n.25044; Cass., 16 marzo 2012, n. 4233).

12. Nel caso in esame, le ragioni poste ad illustrazione del motivo sono chiaramente enucleate e risiedono nella ritenuta erroneità della pronuncia di merito che ha escluso la legittimazione passiva della società odierna intimata per la ritenuta inapplicabilità dell’art. 2112 c.c., comma 2°, sul presupposto che, al momento del trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro era già cessato, nonché per la inapplicabilità dell’art. 2560 c.c., non essendo stata dedotto né provato l’inserimento del credito vantato dal lavoratore nei libri contabili della C. s.p.a. al momento dell’incorporazione. Queste sono le uniche questione che si agitano nel presente giudizio, sicché anche sotto tale riguardo non possono esservi dubbi sull’esatto ambito della censura.

13. Nel merito, il ricorso è fondato.

14. È opportuno precisare che, al caso in esame, trova applicazione l’art. 2112 c.c. nel testo risultante dalla modifica introdotta dall’art. 47, comma 3°, della legge 29 dicembre 1990, n. 428, che è intervenuta sui primi tre commi della norma, laddove non rilevano le modifiche introdotte con il decreto legislativo del 2 febbraio 2001, n. 18, e con il decreto legislativo settembre 2003, n. 276, in quanto successive alle vicende intercorse tra la C. s.p.a. e la C. s.p.a., pacificamente risalenti agli anni compresi tra il 1997 e il 1999.

Deve altresì evidenziarsi che, in sede di interpretazione dell’art. 2112 c.c., come integrato dalla legge n. 428 del 1990, in linea con la direttiva 77/187/CEE del 14 febbraio 1977, ripetutamente interpretata dalla Corte di giustizia CE e poi trasfusa nella direttiva 99/50/CE e, infine, razionalizzata, senza innovazioni sostanziali, nella direttiva 2001/23/CE, la giurisprudenza ha evidenziato la possibilità di cessione di un ramo di azienda – invece che dell’intera azienda – inteso come complesso produttivo funzionalmente autonomo (v. Cass., 13 aprile 2011, n. 8465; Cass., 6 giugno 2007, n. 13270).

16. Nel giudizio di merito è rimasto definitivamente accertato che con atto del 31/12/1997 la C. s.p.a. conferiva alla C. s.p.a. un ramo di azienda e che, per effetto del conferimento, i rapporti di lavoro dei dipendenti in forza presso la C. s.p.a. al momento del trasferimento sono continuati con la società conferitaria, B.C. s.p.a., a far tempo dal 1 gennaio 1998 (pag. 8 del controricorso).

Il nucleo della controversia è quindi costituito dalla domanda a cui la Corte ha dato risposta negativa – se con la cessione del ramo d’azienda dalla C. s.p.a. alla C. s.p.a. sia stato trasferito anche il rapporto di lavoro intercorso tra il S. e la C. s.p.a., cessato nel 1990 per effetto di un licenziamento impugnato.

18. L’art. 2112 c.c., nel testo applicabile ratione temporis, cosi recita:

“In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano.

L’alienante e l’acquirente sono obbligati, in solido, per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento. Con le procedure di cui agli articoli 410 e 411 del codice di procedura civile il lavoratore può consentire la liberazione dell’alienante dalle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro.

L’acquirente è tenuto ad applicare i trattamenti economici non previsti dai contratti collettivi anche aziendali vigenti alla data del trasferimento, fino alla loro scadenza, salvo che siano sostituiti da altri contratti con le applicabili all’impresa dell’acquirente.

Le disposizioni di quest’articolo si applicano anche in caso di usufrutto o di affitto dell’azienda”.

19. L’art. 47, nel modificare i primi tre commi dell’art.2112 c.c. ha eliminato l’inciso contenuto nel secondo comma della norma in esame nel testo originario, secondo cui la responsabilità in solido dell’alienante con l’acquirente per i crediti del prestatore di lavoro era subordinata alla conoscenza dei crediti da parte dell’acquirente all’atto del trasferimento.

20. Pertanto, non rileva la circostanza di fatto dedotta dal ricorrente, e posta a base della denuncia di omessa o insufficiente motivazione, relativa alla conoscenza che, all’epoca del trasferimento del ramo di azienda dalla C .s.p.a. alla C. s.p.a., quest’ultima avesse dell’esistenza del suo credito, peraltro meramente potenziale in quanto subordinato all’accertamento dell’illegittimità della risoluzione del rapporto di lavoro.

21. Ciò che invece occorre verificare è se, al momento della cessione, il rapporto di lavoro con il S. poteva dirsi ancora esistente, sì da rientrare tra i rapporti contrattuali oggetto del trasferimento alla società conferitaria.

22. Questa Corte ritiene di dover dare risposta affermativa a tale quesito, alla luce dei principi più volte affermati da questo Giudice di legittimità ed ai quali si intende dare continuità.

23. Già nel vigore del vecchio testo dell’art. 2112 c.c., anteriore alle modifiche indicate, la giurisprudenza di questa Corte aveva affermato il principio secondo cui il trasferimento della titolarità dell’azienda, con qualunque strumento giuridico effettuato, comporta, ai sensi dell’articolo citato ed alle condizioni ivi previste, la continuazione del rapporto lavorativo con lo stesso contenuto che aveva in precedenza, senza che possano essere negati al lavoratore diritti che, eventualmente riconosciuti per via giudiziaria in epoca successiva al trasferimento, siano in ogni caso eziologicamente ricollegabili alla posizione lavorativa assunta anteriormente al trasferimento (Cass., 12 giugno 1998, n. 5909).

24. E’ pur vero che l’art. 2112 c.c., comma 2, nel testo novellato dall’art. 47 L. cit., che prevede la solidarietà tra cedente e cessionario per i crediti vantati dal lavoratore al momento del trasferimento d’azienda (a prescindere dalla conoscenza o conoscibilità degli stessi da parte del cessionario), presuppone (al pari di quella prevista dai commi 1 e 3, della medesima disposizione quanto alla garanzia della continuazione del rapporto e dei trattamenti economici e normativi applicabili) la vigenza del rapporto di lavoro e quindi non è riferibile ai crediti maturati nel corso di rapporti di lavoro cessati ed esauriti anteriormente al trasferimento d’azienda (Cass., 19 dicembre 1997, n. 12899).

25. Ma, come risulta dalla giurisprudenza soprarichiamata, non si è mai dubitato che l’esaurimento o la cessazione del rapporto identifichino situazioni giuridicamente rilevanti e non vicende meramente fattuali. I rapporti di lavoro, quali rapporti giuridici, non si esauriscono né cessano in via di mero fatto, richiedendosi a tale fine il verificarsi di circostanze giuridicamente rilevanti, idonee a produrre effetti estintivi (in tal senso, Cass., 12 aprile 2010, n. 8641).

26. Ora, l’effetto estintivo del licenziamento annullabile è un effetto del tutto precario, idoneo ad essere travolto fra le parti dalla pronunzia di annullamento (art. 1445 c.c.) con la conseguenza che, a norma dell’art. 2112 c.c., il rapporto di lavoro ripristinato fra le parti originarie si trasferisce al cessionario (Cass., n. 8641/2010; Cass., 8 marzo 2011, n. 5507; da ultimo, Cass., 21 febbraio 2014, n. 4130). L’ulteriore conseguenza è che deve ritenersi sussistente la legittimazione passiva dell’impresa cessionaria, nei cui confronti correttamente è stata proposta la domanda di impugnativa del licenziamento (cfr. Cass., n. 8641/2010).

27. Tale soluzione non osta con la direttiva 77/187/CE, la quale prevede, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di giustizia 19/83), che i lavoratori licenziati in contrasto con la direttiva debbono essere considerati dipendenti alla data del trasferimento, senza pregiudizio per la facoltà degli Stati membri di applicare o introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori (Cass., 8641/2010, cit.; Cass., 8 marzo 2011, n. 5507, principio emesso ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c.).

28. Il ricorso deve dunque essere accolto con la cassazione della sentenza ed il rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro, in diversa composizione affinché decida la controversia, sulla base del seguente principio di diritto: “In tema di trasferimento d’azienda, l’effetto estintivo del licenziamento illegittimo intimato in epoca anteriore al trasferimento medesimo, quanto meramente precario e destinato ad essere travolto dalla sentenza di annullamento, comporta che il rapporto di lavoro ripristinato tra le parti originarie si trasferisce, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., in capo al cessionario. Il cessionario è pertanto legittimato passivamente rispetto alla domanda di impugnativa del licenziamento proposta dal lavoratore”. La stessa Corte in sede di rinvio provvederà anche al regolamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia,anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro, in diversa composizione.

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INPS:ISTRUZIONI OPERATIVE PER VOUCHER BABYSITTING

17/12/2014

Di seguito, la circolare con cui  l’INPS  fornisce indicazioni ,chiarimenti ed istruzioni  sull’argomento di cui al titolo.

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INPS – Circolare 16 dicembre 2014, n. 169

INPS:DATI RIGUARDANTI ESODATI E PENSIONI ATTRIBUITE

16/12/2014

Gli esodati coperti dai sei provvedimenti di salvaguardia sono 170.230. Nel dato sono compresi i 32.100 lavoratori della sesta salvaguardia, per la quale sono ancora aperti i termini per le domande. Rispetto alle prime cinque, 97.667 sono stati certificati e 60.199 hanno iniziato a prendere la pensione. La situazione nel dettaglio:

  • Prima salvaguardia: prevista dalla legge 214/2011, articolo 24, commi 14 e 15, tutela 65mila posizioni. L’INPS ha praticamente concluso i lavori, con 64.374 certificazioni e 42.459 pensioni liquidate;
  • Seconda salvaguardia: prevista dalla legge 135/2012, articolo 22, comma 1, riguarda 35mila posizioni (dovevano essere 55mila ma il numero è stato rideterminato dall’articolo 1 della legge 147/2014). Quelle certificate sono 16.959, le pensioni erogate 8.556;
  • Terza salvaguardia: prevista dalla legge 228/2012, articolo 1, commi 231 e seguenti, comprende 16.130 esodati ci cui 7.344 certificati e 5.531 stanno ricevendo l’assegno;
  • Quarta salvaguardia: prevista dalla legge 124/2013, articoli 11 e 11-bis per una platea di 5mila esodati (doveva riguardare 9mila persone), vede le posizioni certificate a quota 5.870, le pensioni erogate a 1.256;
  • Quinta salvaguardia: prevista dalla legge 147/2013, articolo 1, commi 194 e seguenti, è relativa a 17mila esodati e registra 3.120 posizioni certificate: 3.120 e 2.397 pensioni liquidate.
  • Sesta salvaguardia: prevista dalla  legge 147/2014, consente l’invio delle domande entro il 5 gennaio (con procedure diversi per le varie tipologie di lavoratori

AUTORIZZAZIONE CIGD AZIENDE ABRUZZO

16/12/2014
Determinazione dirigenziale n. 60/DL30 del 25.11.2014 di autorizzazione di concessione e pagamento del trattamento di cassa integrazione guadagni in deroga.
Data pubblicazione:  2014-12-02

INPS :PROROGA SCADENZA OBBLIGO UNICITA’POSIZIONE CONTRIBUTIVA AZIENDALE

16/12/2014

La questione di cui al titolo risulta trattata dal sottostante Messaggio Inps , in cui si dispone che il termine viene spostato dal 31.12.2014 al 31.3.2015

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Messaggio 15 dicembre 2014, n. 9675

Con la circolare n. 80/2014 è stato fissato al 31.12.2014 il termine per ultimare le attività preordinate a conseguire, nel quadro dei criteri fissati con la circolare 172/2010, l’unicità della posizione contributiva aziendale dei datori di lavoro che operano attraverso l’utilizzo di più matricole caratterizzate da obblighi contributivi analoghi ovvero la cui differenziazione è gestibile attraverso l’opportuna valorizzazione degli elementi individuali del flusso Uniemens.

Allo scopo di agevolare lo svolgimento delle operazioni di conguaglio previdenziale di fine anno, solitamente effettuate con le dichiarazioni Uniemens di gennaio e febbraio dell’anno successivo a quello cui si riferiscono, detto termine viene differito al 31.03.2015.

PUBBLICATA LEGGE DELEGA RIFORMA LAVORO

16/12/2014

Il Parlamento ha pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 290 del 15 dicembre 2014, il  c.d. Jobs Act, contenente le deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attivita’ ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.

La legge  entra in vigore  dal 16 dicembre 2014.

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legge n. 183 del 10 novembre 2014

SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA APPALTI SERVIZI IRREGOLARI

16/12/2014

Nella sottostante sentenza la Corte Suprema  afferma che il rapporto di lavoro irregolare diviene truffa

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Sentenza Cassazione  11 marzo 2014, n. 5568

Svolgimento del processo

1. La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 5 ottobre 2011, respingeva il gravame svolto da L.F. avverso la sentenza impugnata che aveva rigettato la domanda intesa all’accertamento del rapporto di lavoro subordinato intercorso con la Montebovi s.p.a., alla declaratoria di illegittimità del licenziamento asseritamente intimato dalla predetta società, alla condanna della società al pagamento delle differenze retributive.
2. Il lavoratore aveva in particolare lamentato, con il gravame, il mancato espletamento della prova testimoniale dedotta al fine di dimostrare di avere svolto, con vincolo di subordinazione, l’attività di autista addetto al trasporto e alla consegna di prodotti della società.
3. La Corte territoriale, all’esito dell’espletata prova orale, riteneva non emerso, nell’attività di trasporto e consegna di prodotti Montebovi pacificamente espletata dal L. , l’assoggettamento al potere organizzativo, direttivo e disciplinare della società. Escludeva, inoltre, che, per il tramite dei concessionari per la distribuzione dei prodotti della società medesima, si fosse realizzata un’illecita interposizione di manodopera, in difetto di allegazione e prova degli elementi idonei a dimostrare l’operato dei predetti concessionari in assenza di autonomia organizzativa e gestionale.
4. In definitiva per la Corte del gravame, anche in considerazione delle risultanze dell’interrogatorio libero del L. (sulle direttive date dagli “intermediari” e sulla remunerazione, pur data dai predetti “intermediari”, con compenso calcolato a percentuale e mai fisso), e in difetto di prova che gli intermediari agissero in nome e per conto della Montebovi, il rapporto con l’autista doveva ritenersi instaurato direttamente con il concessionario e ad esso era estranea la società.
5. Avverso tale sentenza ricorre L.F. con tre motivi. La parte intimata ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

6. Con i motivi di ricorso viene dedotta violazione di legge, artt. 1, commi 1 e 3 e 5 L. n.1369 del 1960, nel testo applicabile ratione temporis, in relazione anche all’art. 2697 c.c., per avere la Corte di merito escluso che ricorresse un’intermediazione vietata in base al rilievo che la prestazione era pagata dagli intermediari (i concessionari della distribuzione) e che il rapporto di lavoro (peraltro solo in alcuni periodi formalizzato come lavoro dipendente alle dipendenze della s.n.c. Sartor di Sartor Claudio & C. e della Cooperativa Mondial s.r.l. e svoltosi, per il resto, in nero) doveva imputarsi alle persone degli intermediari succedutisi in un arco di sedici anni. Assume il ricorrente che la Corte avrebbe omesso di applicare la presunzione di appalto illecito e di considerare le relative circostanze di fatto a fondamento della suddetta presunzione; avrebbe erroneamente posto a suo carico l’onere di provare la circostanza negativa che gli intermediari non avessero un’organizzazione autonoma e non agissero a proprio rischio; avrebbe dato rilevanza decisiva alla testimonianza dell’ultimo degli intermediari, autore del licenziamento ritorsivo (I. ); avrebbe omesso, infine, di considerare tutte le emergenze documentali che riconducevano la prestazione lavorativa alla società, e non tenuto conto dell’utilizzo di macchine ed attrezzature e locali di proprietà della Montebovi.
7. I motivi, esaminati congiuntamente per la loro connessione logica, non sono meritevoli di accoglimento.
8. In tema di interposizione illecita nelle prestazioni di lavoro, ai sensi della L. n. 1369 del 1960, art. 1, applicabile ratione temporis, l’accertamento dei presupposti per l’esistenza di un appalto vietato rientra nei compiti del giudice del merito ed è, perciò, incensurabile in cassazione se adeguatamente motivata (v., ex multis, Cass. 657/2008; Cass. 41817/2006; 2356/2004).
9. La Corte di merito ha correttamente fondato il proprio convincimento sulla compiuta valutazione delle modalità di svolgimento dell’attività del L. , accertando la totale assenza sia degli elementi tipici della subordinazione (“non è emerso l’assoggettamento del L. al potere organizzativo, direttivo e disciplinare della società”), sia dei requisiti per ritenere sussistente un’interposizione illecita di manodopera ai sensi della legge n. 1369/1960 nel testo applicabile ratione temporis.
10. In particolare, quanto alla dedotta interposizione illecita di manodopera, non è stato adeguatamente censurato il decisum della Corte di merito, fondato sul difetto di allegazione e prova degli elementi idonei a dimostrare l’assenza di autonomia organizzativa e gestionale dei concessionari rispetto alla Montebovi e che gli autisti dei quali si avvalevano per la distribuzione dei prodotti, erano normalmente diretti dalla società.
11. La parte ricorrente ha evocato, al riguardo, un’erronea ripartizione degli oneri probatori, non cogliendo tuttavia nel segno, atteso che la statuizione impugnata si è conformata a consolidati orientamenti giurisprudenziali in tema di interposizione nelle prestazioni di lavoro ed applicazione della presunzione legale assoluta di sussistenza della fattispecie vietata dalla L. n. 1369 del 1960.
12. A tanto i Giudici del gravame sono infatti pervenuti facendo corretta applicazione dei principi affermati da questa Corte, secondo cui: l’appalto di mere prestazioni di lavoro, vietato ai sensi dell’art. 1 legge 23 ottobre 1960 n. 1369, costituisce una fattispecie complessa caratterizzata dalla presenza di un primo rapporto fra colui che conferisce l’incarico ed usufruisce in concreto delle prestazioni del lavoratore (appaltante, committente o interponente) e colui che riceve l’incarico e retribuisce il lavoratore (appaltatore, intermediario o interposto) e di un secondo rapporto fra l’intermediario ed il lavoratore; pertanto quest’ultimo per poter venir dichiarato dipendente del committente, ai sensi dell’ultimo comma del menzionato art. 1 legge 1369, ha l’onere di allegare e dimostrare innanzitutto l’esistenza del rapporto fra questi e l’asserito intermediario, e inoltre, alla stregua della presunzione assoluta stabilita dalla legge (impiego da parte dell’appaltatore di capitali, macchine o attrezzature fornite dall’appaltante) o in base alle normali regole di prova, che l’intermediario è un imprenditore solo apparente, restando escluso che al fine sopraindicato possa prescindersi da entrambe le menzionate allegazioni e prove, dando solo la (pur necessaria) dimostrazione che l’asserito interposto ha messo a disposizione dell’interponente le energie lavorative del lavoratore medesimo (v., ex multis, Cass. 13388/2000 e successive conformi).
13. Inoltre, la contestata valutazione delle risultanze di causa, mediata dalla censura per vizio di motivazione, non si conforma al principio di autosufficienza del ricorso, attesa l’omessa trascrizione negli elementi essenziali del contenuto dei documenti che si assumono essere stati non adeguatamente apprezzati dalla Corte di merito, non risultando in tal modo consentito alla Corte di legittimità di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione.
14. In definitiva il ricorso va rigettato.
15. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 100,00 per esborsi, oltre Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge

SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA LICENZIAMENTO DISCIPLINARE SENZA AUDIZIONE PERSONALE

15/12/2014

Si porta all’attenzione la sottostante sentenza con cui la Suprema Corte  ha respinto il ricorso del dipendente colpito da provvedimento di licenziamento disciplinare ,cui il predetto si era   opposto,  invocando che ,    ,dopo aver dato riscontro scritto alla richiesta aziendale di giustificazione ,era stata omessa l’audizione personale dal datore di  lavoro

Sul punto la sentenza recita:”È noto, infatti, in tema di procedimento disciplinare a carico del lavoratore, che le garanzie apprestate dall’alt. 7 I. 300/1970 per consentire all’incolpato di espone le proprie difese in relazione al comportamento addebitatogli non comportino per il datene dì lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l’audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla richiesta del lavoratore di essere sentito di persona: sicché le discolpe fomite dall’incolpato per iscritto consumano il suo diritto dì difesa solo quando dalla dichiarazione scritta emerga la rinuncia ad essere sentito o quando la richiesta appaia, sulla base delle circostanze del caso, ambigua o priva di univocità; al di fuori di tali ipotesi, non può ritenersi consentito un sindacato del datore di lavoro in ordine all’effettiva idoneità difensiva della richiesta di audizione orale, neppure alla stregua dell’obbligo delle parti di conformare la propria condotta a buona fede e lealtà contrattuale, il quale può assumere rilievo ai fini della valutazione in ordine all’ambiguità della richiesta, ma non consente di dare ingresso ad una valutazione di compatibilità della facoltà di audizione esercitata dai lavoratore incolpato alla luce delle difese già svolte e della sua idoneità ad utilmente integrare queste ultime (Cass. 11 marzo 2010, n. 5864).”

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 12 dicembre 2014, n. 26241


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