LIVIO LODI: CUMULO DEI PERIODI ASSICURATIVI DELLE PENSIONI DA LIQUIDARE NEL SISTEMA ESCLUSIVAMENTE CONRIBUTIVO

Premessa

Si verifica assai frequentemente che i prestatori d’opera, nel corso della propria vita lavorativa, cambino attività: può infatti accadere che passino da un esercizio libero-professionale, o comunque da una attività di natura autonoma, ad un’altra di carattere subordinato e viceversa; come pure che, nell’ambito dello stesso lavoro dipendente, da un datore di lavoro privato ad un altro che rivesta la qualificazione di Pubblica amministrazione.
Tutto ciò può comportare (anzi la circostanza si verifica quasi sempre) considerevoli riflessi negativi sul sottostante rapporto di assicurazione sociale il quale, come è noto, risente in modo diretto delle specifiche modalità di svolgimento del rapporto di lavoro, nonché del settore economico nel quale viene inquadrata l’attività svolta ed infine della natura giuridica del datore di lavoro.
In particolare, così come si parla di “giungla retributiva”, allo stesso tempo si deve constatare la sussistenza di una “giungla previdenziale”, la quale ultima, anzi, si manifesta alquanto più complessa, se non addirittura maggiormente ingarbugliata.
Nel corso dei decenni successivi alla data di istituzione della prima assicurazione sociale che ha interessato la generalità dei lavoratori nel nostro Paese (come sappiamo, l’A. G. O., acronimo di “Assicurazione generale obbligatoria”, altrimenti denominata “Assicurazione comune”, ed ancora “Assicurazione collettrice”), che registra ormai quasi un secolo di vita (la sua data di nascita ascende infatti al lontano 1° luglio 1920), la specifica materia è stata sottoposta ad un processo di stratificazione normativa scoordinata e contradditoria che ha provocato la coesistenza, in capo ad un medesimo soggetto, di una pluralità di posizioni previdenziali  le quali non sempre (diciamo pure, quasi mai) avevano la possibilità di colloquiare fra di loro al fine del riconoscimento di una unica pensione.
L’ovvia conseguenza è stata che l’appena accennata triplice qualificazione attribuita all’A. G. O., ha fatto sorgere una contrapposizione dicotomica tra la medesima, da una parte, e le altre forme di previdenza, dall’altra parte, ancorchè introdotte prima o dopo l’Assicurazione generale obbligatoria, tanto che le altre gestioni previdenziali sono state qualificate con l’appellativo di “Assicurazioni sociali alternative” (v. in proposito, in chiave di prassi istituzionale, il punto 1 della circolare dell’INPS n. 142 del 5 novembre 2010).
Per tornare al punto, poteva accadere che un lavoratore che avesse contribuito presso una sola forma di assicurazione per un certo numero di anni avrebbe potuto accedere al relativo trattamento pensionistico una volta soddisfatto il requisito minimo di anzianità
contributiva: un altro lavoratore che avesse invece contribuito presso due o più gestioni previdenziali e non avesse potuto raggiungere i requisiti contributivi minimi presso ciascuna di esse in conseguenza del frazionamento della contribuzione, non avrebbe avuto la possibilità, per contro, di accedere ai relativi trattamenti pensionistici.
In pratica, le situazioni in cui poteva venirsi a trovare il soggetto pluriassicurato erano le seguenti:
– che ciascun conto assicurativo fosse di entità tale da consentire la  maturazione di tutti i trattamenti pensionistici interessati dalla contribuzione previdenziale;  – che ciascuna posizione assicurativa fosse invece talmente esigua che l’interessato, pur avendo lavorato per diversi anni, non avrebbe potuto conseguire in nessuna delle forme di previdenza alle quali aveva contribuito per mancanza dei requisiti minimi di assicurazione previsti per il raggiungimento del diritto alle singole pensioni;    – che i contributi fatti valere presso una determinata gestione previdenziale fossero sufficienti a maturare il diritto alla pensione nella medesima, mentre non lo sarebbero stati gli altri spezzoni contributivi accreditati presso altre forme di previdenza: ricorrendo tale ultima evenienza, il lavoratore sarebbe sì divenuto titolare di un trattamento pensionistico, ma tuttavia non rapportato agli anni di attività globalmente svolti nell’intero arco della propria vita lavorativa.
Si comprende perciò come una preoccupazione costante dell’ordinamento previdenziale sia stata in passato quella di porre in atto una serie di norme che coordinassero le diverse gestioni previdenziali, di guisa da consentire la comunicabilità fra i diversi spezzoni di contributivi assicurativi.
La questione assunse proporzioni di ancora maggiore entità a motivo del fenomeno dell’emigrazione dall’Italia verso altri Paesi, che fino a qualche decennio fa caratterizzava la popolazione italiana: nei confronti dei lavoratori che si trasferivano negli Stati europei (generalmente Germania, Francia, Confederazione elvetica, Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, Danimarca, Svezia, ecc.) ed in quelli d’oltre oceano (Argentina, Brasile, Repubblica Orientale dell’Uruguay, Stati uniti d’America, Canada, ecc.) si presentava lo stesso problema, peraltro acuito dalla circostanza che la contribuzione estera era talmente eterogenea rispetto a quella italiana (che pure a sua volta presentava al suo interno, lo si è appena accennato, caratteri di spiccata diversificazione) che non si manifestava possibile realizzare né un eventuale trasferimento da o per l’Italia, né, a maggior ragione, una procedura di assimilazione contributiva.
Tali ultime difficoltà vennero brillantemente superate attraverso la stipula di apposite convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedevano, tra le altre cose, la totalizzazione dei periodi di assicurazione fatti valere nei due Paesi nei quali i lavoratori avessero prestato la propria attività lavorativa allo scopo precipuo di consentire il raggiungimento dei requisiti minimi contributivi per l’accesso alle prestazioni all’uopo stabilite: la contribuzione perciò non solo non avrebbe dovuto essere trasferita da uno Stato all’altro, ma gli ordinamenti previdenziali dei Paesi stipulanti avrebbero conservato la propria autonomia finalizzata al riconoscimento delle prestazioni nazionali, come pure avuto riguardo alle modalità di calcolo.
Con la realizzazione dell’Unione europea il processo di amalgamazione è stato reso ancora più rispondente alla bisogna, tanto che i Regolamenti comunitari costituiscono tuttora il fiore all’occhiello della specifica materia.
Maggiormente travagliata è stata la vicenda del coordinamento nell’ambito nazionale, se non altro per l’avvertita necessità di operare una classificazione sistematica della moltitudine delle gestioni assicurativo-previdenziali.

I tentativi di comunicabilità intergestionale  

Fin dalla data della sua istituzione (come già detto, il 1° luglio 1920), l’Assicurazione generale obbligatoria è stata considerata (ci si lasci passare il termine) di natura “morganatica”, vale a dire che essa si qualificava (a ragione, occorre convenire) di rango inferiore rispetto ai Fondi preesistenti (i cc. dd. “Fondi esclusivi”), dal momento che non solo erogava prestazioni di entità meno elevata, ma prevedeva altresì che le condizioni per l’accesso ai trattamenti pensionistici fossero più severe: lo stesso discorso era stato fatto in occasione della successiva costituzione dei cc. dd. “Fondi sostitutivi”.
Ne derivava che all’eventuale trasferimento della contribuzione da un Fondo esclusivo o sostitutivo verso l’Assicurazione generale obbligatoria non avrebbe dovuto conseguire alcun onere a carico del lavoratore interessato all’operazione.
A tal fine l’articolo unico, comma 1, della legge 2 aprile 1958, n. 322, e successive modificazioni ed integrazioni, sancendo anche sul piano normativo tale principio, aveva infatti stabilito che “In favore dei lavoratori iscritti a forme obbligatorie di previdenza sostitutive della assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti o ad altri trattamenti di previdenza che abbiano dato titolo all’esclusione da detta assicurazione, deve essere provveduto, quando viene a cessare il rapporto di lavoro che aveva dato luogo alla iscrizione alle suddette forme o trattamenti di previdenza senza il diritto a pensione, alla costituzione, per il corrispondente periodo di iscrizione, della posizione assicurativa nell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, mediante versamento dei contributi determinati secondo le norme della predetta assicurazione.”
La qualificazione attribuita all’Assicurazione generale obbligatoria di “gestione collettrice” trovava giustificazione nel fatto che al regime comune era iscritto circa l’80 per cento (punto più, punto meno) dei lavoratori dipendenti che operavano nel nostro Paese e che quindi sarebbe stata maggiore la probabilità che l’interessato, nel caso in cui si fosse rioccupato, venisse assicurato presso la predetta forma di previdenza, con la conseguenza di riunire, per così dire “in  automatico”, i nuovi eventuali contributi con quelli accreditati precedentemente.
La legge n. 322, successivamente integrata dall’art. 52 della legge 30 aprile 1969, n. 153, se pure ha costituito un importante passo in avanti, aveva tuttavia lasciato scoperto molte altre situazioni, dal momento che il trasferimento della contribuzione avrebbe potuto essere effettuato, giova ripeterlo, in via unidirezionale, ossia unicamente dai Fondi sostitutivi ed esclusivi all’A. G. O. e non viceversa: si pensi ad esempio ad un lavoratore che prima di essere passato alle dipendenze di una Pubblica amministrazione fosse stato occupato presso un datore di lavoro privato.
L’art. 12, comma 12-undecies, della legge 30 luglio 2010, n. 122, in modo del tutto inopinato, per non dire arbitrario, ha abrogato la legge n. 322 e tutte le altre norme ad essa collegate (l’articolo 40 della legge 22 novembre 1962, n. 1646, l’articolo 124 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092, l’articolo 21, comma 4, e l’articolo 40, comma 3, della legge 24 dicembre 1986, n. 958), pretendendo (riteniamo che questo sia il termine appropriato), sia pure in via indiretta (v. al riguardo la parte seconda, quinto capoverso, della circolare dell’INPS n. 142 del 5 novembre 2010), che l’utilizzo della contribuzione presso l’A. G. O. dovesse avvenire a titolo oneroso mediante l’istituto della ricongiunzione ex lege 7 febbraio 1979, n. 29, di cui si forniranno alcuni cenni in seguito.
I tentativi successivi di comunicabilità intergestionale hanno riguardato diverse tipologie di Fondi pensione ed hanno tutti in comune la caratteristica dell’attivazione della sommatoria dei diversi spezzoni contributivi fatti valere dal soggetto interessato, allo scopo di conseguire i requisiti minimi, sempre contributivi, per l’accesso alle
diverse tipologie pensionistiche (i trattamenti di vecchiaia anticipati, quelli di vecchiaia veri e propri: i trattamenti ai superstiti di assicurato, quelli di inabilità ed infine gli assegni ordinari di invalidità).
Infatti, nonostante le differenti denominazioni che si è reso necessario attribuire loro al fine di eliminare malintesi di ordine terminologico (totalizzazione, cumulo, computo, ricongiunzione, ecc.) i nuovi istituiti all’uopo predisposti prevedono tutti la sommatoria dei periodi di assicurazione, ovviamente non coincidenti.
Si elencano di seguito i più importanti senza la pretesa, giustificata dal ristretto spazio riservato al presente lavoro, di essere esaustivi:
– la legge 22 luglio 1966, n. 613 (e precedenti), che hanno consentito l’utilizzo della contribuzione A. G. O. per la concessione della pensione in una delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni, mezzadri ed imprenditori agricoli professionali), e viceversa, mediante il ricorso all’istituto gratuito della totalizzazione che, per quanto diremo in seguito, potremmo definire “ante litteram”;              – il D. P. R. 31 dicembre 1971, n. 1420, che riguarda la contribuzione fatta valere dai soggetti che hanno contribuito sia presso l’ex Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo (ENPALS), ora confluito all’INPS, per attività esercitate appunto nel settore dello spettacolo, sia presso l’Assicurazione generale obbligatoria amministrata dall’INPS: anche in questo caso, l’assemblamento delle due contribuzioni viene effettuata a titolo gratuito;
– la legge 7 febbraio 1979, n. 29, rubricata con il titolo di “Ricongiunzione dei periodi assicurativi dei lavoratori ai fini previdenziali”, e successive modificazioni ed integrazioni, che costituisce il primo tentativo, questa volta a titolo oneroso, di estendere la comunicabilità intergestionale dei contributi previdenziali in maniera quasi generalizzata (mancavano infatti quelli accreditati presso le Casse di previdenza dei liberi professionisti e quelli del Fondo clero);

– la legge 5 marzo 1990, n. 45, che nel consentire, sempre a titolo oneroso, anche la comunicabilità dei periodi assicurativi fatti valere presso le Casse di previdenza dei liberi professionisti, ha completato quasi del tutto l’istituto della ricongiunzione (mancava ancora il Fondo clero);

– il decreto interministeriale 2 maggio 1996, n. 282, che ha introdotto nell’ordinamento previdenziale del nostro Paese l’istituto del “computo” nella “Gestione separata” di cui all’art. 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, dei periodi accreditati presso quasi tutte le altre forme di previdenza obbligatorie (in pratica, il conteggio nella gestione separata della contribuzione eventualmente fatta valere presso l’Assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti, le forme esclusive e sostitutive della medesima e le gestioni pensionistiche dei lavoratori autonomi (come già detto, gli artigiani, i commercianti, i coltivatori diretti, i coloni, i mezzadri e gli imprenditori agricoli professionali) sia ai fini del diritto che della misura (mancano all’elenco le contribuzioni accreditate presso le casse professionali e presso il Fondi clero). Tale opzione viene esercitata a titolo gratuito, a condizione che tutta la contribuzione da computo sia valorizzata nel sistema di calcolo contributivo;
– il decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42, e successive modificazioni ed integrazioni, con il quale è stato esteso l’istituto della totalizzazione a tutti i Fondi pensione
(compresi la Gestione separata, il Fondo clero e le Casse di previdenza dei liberi professionisti, con la sola eccezione dei Fondi integrativi). A differenza della ricongiunzione, la totalizzazione avviene a titolo gratuito, sia pure con talune penalizzazioni a carico delle prestazioni pensionistiche:
– l’art. 1, commi 239 e 240, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, con il quale è stato introdotto una nuova forma di totalizzazione gratuita, anch’essa senza oneri a carico del richiedente, denominata impropriamente “cumulo” all’unico scopo di distinguerla da quella di cui al decreto legislativo n. 42 e che viene designata, come già detto, con la locuzione “cumulo dei periodi contributivi”: anche quest’ultimo, peraltro, postula, ai fini del conseguimento dei requisiti minimi per il diritto alle diverse prestazioni, la sommatoria di tutti i periodi assicurativi non coincidenti;

– l’art. 195, comma 1, lettera a), della legge 11 dicembre 2016, n. 232, con il quale è stato esteso il cumulo ex lege 24 dicembre 2016, n. 228 anche agli spezzoni contributivi fatti valere presso le casse di previdenza dei liberi professionisti e che sarà illustrato a breve.

          Il cumulo dei periodi contributivi ai sensi del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184

Nel quadro normativo appena sommariamente descritto, si inserisce, quasi in posizione temporalmente intermedia, il cumulo contributivo di cui all’art. 1, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, e successive modificazioni ed integrazioni, che costituisce l’oggetto del presente lavoro.
Detto istituto previdenziale non deve peraltro essere confuso con l’omonimo cumulo di cui all’art. 1, commi da 239 a 248, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, ampliato, come appena accennato, con la legge 11 dicembre 2016, n. 232, anche agli spezzoni contributivi fatti valere presso le casse di previdenza dei liberi professionisti.
Il cumulo in epigrafe si applica altresì ai lavoratori che hanno i requisiti per la liquidazione delle pensioni nel sistema di calcolo retributivo o misto: il cumulo di cui si discorre è infatti appannaggio dei soli lavoratori iscritti per la prima volta alle gestioni previdenziali dopo il 31 dicembre 1995 (cc. dd. “nuovi iscritti”), nonché a coloro che, pur vantando una contribuzione che si collochi temporalmente prima del 1° gennaio 1996 (cc. dd. “vecchi iscritti”), abbiano optato per il calcolo della pensione nel sistema esclusivamente contributivo.
Si tratta perciò dei lavoratori iscritti per la prima volta dopo il 31 dicembre 1995 a due o più gestioni previdenziali dell’Assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, vecchiaia e superstiti, delle forme sostitutive ed esclusive della stessa, delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335 ed infine, sia pure con alcune limitazioni, anche agli iscritti alle Casse di previdenza dei liberi professionisti.
Dato per scontato che chi ci legge sia in possesso delle nozioni riguardanti i diversi metodi di calcolo delle pensioni (i sistemi contributivo, retributivo e misto), in questa occasione ci si limita a sottolineare che, a differenza dei previgenti e successivi istituti di intercomunicabilità gestionale, tale cumulo non riguarda le gestioni previdenziali di per sé considerate, bensì il sistema di calcolo delle prestazioni e, segnatamente, le sole pensioni da liquidare nel sistema contributivo, fermo restando che non rientrano nel campo di applicazione della norma i trattamenti da calcolare nel sistema retributivo o misto.
Il cumulo in questione riguarda tutti e per intero i periodi assicurativi fatti valere dal singolo soggetto interessato, con la conseguenza che non è possibile la sommatoria parziale, sia per quanto riguarda le gestioni considerate nel loro complesso (sempre, beninteso, che rientrino nel campo di applicazione del decreto n. 184), sia nell’ambito della singola forma assicurativa interessata al cumulo: il che sta a significare, non solo che l’optante non potrà escludere una qualsiasi delle gestioni interessate al cumulo, ma anche che, nell’ambito di ciascuna di esse, non abbia la possibilità di stralciare alcun periodo contributivo.
Così come avviene per gli altri istituti previdenziali interessati alla comunicabilità intergestionale, ai fini del conseguimento del diritto alla pensione da cumulo, non possono essere utilizzati i periodi coincidenti (ossia quelli che si sovrappongono fra di loro in ambito intergestionale), che potranno essere valutati una sola volta, mentre, dopo l’avvenuto conseguimento del diritto alla prestazione, detti periodi saranno computati ai fini della quantificazione della pensione medesima.
Atteso infine che, a partire dal 1° gennaio 2008, l’art. 1 comma 76, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, ha soppresso la preclusione a mente della quale non avrebbero potuto esercitare la facoltà di cumulo i lavoratori che avessero maturato il diritto ad un trattamento pensionistico autonomo in una delle gestioni alle quali fosse stato iscritto, anche questi ultimi potranno esercitare l’opzione in parola, limitatamente, tuttavia, agli spezzoni delle gestioni assicurative diverse da quelle per le quali sia già stato eventualmente conseguito un diritto autonomo alla pensione.
Una precisazione che corre l’obbligo di porre in evidenza da subito, è la poco felice stesura del testo della norma: mentre infatti il Capo I del decreto legislativo n. 184 è stato rubricato con il titolo di “Disposizioni in materia di ricongiunzione dei periodi assicurativi”, l’art. 1, che in effetti costituisce anche l’unico articolo dell’intero Capo, è stato qualificato come “Cumulo di periodi assicurativi”, come cioè se si trattasse della stessa fattispecie previdenziale.
Gli addetti ai lavori, tuttavia, sono a conoscenza del fatto che si tratta di due casi del tutto diversi: mentre infatti la ricongiunzione ha la finalità dichiarata (v. la legge 7 febbraio 1979, n. 29) di ricondurre ad un unico comune denominatore le diverse gestioni previdenziali mediante il sistema dell’accentramento delle medesime ed il trasferimento delle contribuzioni presso una unica gestione (c. d., appunto, “gestione accentratrice”), la leva del cumulo dei contributi ex decreto legislativo n. 183, ha unicamente lo scopo di consentire il raggiungimento dei requisiti contributivi minimi per l’accesso alle pensioni.
Non è infatti un caso che l’art. 1, comma 3, dello stesso decreto, stabilisca che “Agli aventi titolo al cumulo spettano le quote di pensione relative alle posizioni assicurative costituite nelle rispettive gestioni previdenziali, calcolate ciascuna con le norme vigenti in materia per le gestioni medesime. Le quote di pensione sono poste a carico ed erogate da ciascuna gestione.”
Comunque sia, il cumulo di cui si discorre è destinato ad assumere sempre maggior rilievo nella prassi previdenziale del nostro Paese per due ordini di motivi.
Il primo è che, per effetto del meccanismo introdotto dall’art. 1, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335, come parzialmente modificato dall’art. 24, comma 2, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 (c. d. “Riforma Monti/Fornero”), in prospettiva futura saranno sempre di più le pensioni che saranno liquidate con il sistema contributivo, mentre i trattamenti nei sistemi retributivo e misto sono destinate progressivamente, ma inesorabilmente, a diminuire di numero fino a scomparire del tutto in capo a qualche decennio.
Il secondo è dovuto al fatto che – rispetto a quelle passate – le generazioni presenti e, soprattutto, quelle future, potranno accedere al lavoro in modo sempre più precario per effetto, oltre che delle obiettive condizioni di mercato, anche del sempre maggior ricorso
alla c. d. “flessibilità in uscita”, per cui nelle posizioni assicurative di tali lavoratori si evidenzieranno periodi di accreditamento intervallati con periodi di vuoto contributivi: qualora, passando da un rapporto di lavoro ad un altro, si rendesse anche necessario iscriversi presso altre gestione previdenziali, per poter perfezionare i requisiti contributivi minimi previsti per l’accesso alle singole prestazioni, si dovrà far ricorso al cumulo contributivo di cui al decreto legislativo 20 aprile 1997, n. 184, e successive modificazioni ed integrazioni, visto anche che il ricorso, per esempio, all’istituto della ricongiunzione pur essendo sempre possibile, non sarebbe conveniente dal punto di vista economico nella maggioranza dei casi.

L’ultima modifica apportata al cumulo contributivo di cui al decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184

Recentemente il cumulo ex decreto legislativo n. 184 è stato rivisitato dall’INPS in conseguenza delle novità  introdotte nella specifica materia dalla più sopra citata “Riforma Monti/Fornero”.
La norma (la circostanza è ormai nota) ha stabilito, all’art. 24, comma 3, secondo periodo, che “A decorrere dal 1° gennaio 2012 e con riferimento ai soggetti che, nei regimi misto e contributivo, maturano i requisiti a partire dalla medesima data, le pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità sono sostituite, dalle seguenti prestazioni: a) pensione di vecchiaia », conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 6 e 7, salvo quanto stabilito ai commi 14, 15-bis e 18; b) «pensione anticipata», conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 10 e 11, salvo quanto stabilito ai
commi 14, 15-bis, 17 e 18 [tale eccezione costituirà l’oggetto del prossimo paragrafo, n. d. a.].”
In attuazione della predetta disposizione, al punto 2 della circolare n. 103 del 23 giugno 2017, l’INPS ha precisato che i trattamenti pensionistici da cumulo di periodi assicurativi ai sensi dell’articolo 1 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, sono: la pensione di vecchiaia, la pensione di inabilità, la pensione indiretta ai superstiti e, dal 1° gennaio 2012, la pensione anticipata. L’assegno ordinario di invalidità (A. O. I.) non rientra tra le prestazioni conseguibili con l’istituto in parola, come pure la pensione di vecchiaia derivante da trasformazione dell’assegno ordinario di invalidità ed infine la previgente, ed ormai numericamente ad esaurimento, pensione di invalidità.
Resta confermato che i trattamenti conseguiti in cumulo costituiscono un’unica pensione, alla quale si applicano tutti gli istituti di carattere generale previsti per i trattamenti liquidati con il sistema di calcolo contributivo, compresi i requisiti per il conseguimento del diritto alla pensione.
Allo stesso tempo, l’Istituto di previdenza ha ribadito, per quanto ce ne fosse bisogno, che l’utilizzo degli spezzoni contributivi relativi ai periodi di iscrizione nelle gestioni dei liberi professionisti di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509, e 10 febbraio 1996, n. 103, sono subordinate alle seguenti condizioni:
a) che le relative Casse di previdenza di appartenenza abbiano adottato il sistema di calcolo delle pensioni nel sistema esclusivamente contributivo, così come definito dall’art. 1, comma 6 e segg., della legge 8 agosto 1995, n. 335;      b) che dal calcolo della pensione debbano essere esclusi i periodi assicurativi fatti valere presso le Casse di previdenza istituite dai liberi professionisti, fermo restando che, come detto in precedenza, la suddetta contribuzione può essere cumulata ai soli fini del raggiungimento del diritto alle prestazioni pensionistiche e non anche per la misura delle medesime (art. 1, comma 5, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184).
In linea con la previsione normativa, al punto 2. 1 della circolare n. 103 del 23 giugno 2017, l’INPS ha precisato che l’importo complessivo della pensione non può tenere conto dei contributi maturati presso le Casse professionali nemmeno ai fini del raggiungimento dell’importo minimo di pensione pari ad almeno 1,5 volte quello dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (c.d. “importo soglia”).
Per quanto concerne i requisiti di accesso e le modalità di calcolo delle diverse tipologie di pensioni da cumulo appena elencate, considerato il ristretto spazio riservato al presente lavoro, si fa rinvio ai punti ai punti 2. 1, 2. 2, 2. 4 e 2. 5 della circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017, che ricalcano sostanzialmente quanto già affermato dall’Istituto di previdenza con la circolare n. 35 del 14 marzo 2012.
Le situazioni che invece si ritengono meritevoli di commento, atteso che si tratta di autentiche novità, sono quelle di cui ai punti 2. 3, 3, 5 e 6 della medesima norma di prassi amministrativa. Esse saranno commentate di seguito.

 
 Le pensioni di vecchiaia e quelle anticipate ex lege 22 dicembre 2011, n. 214, a favore dei lavoratori che hanno optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole del sistema contributivo ai sensi dell’articolo 1, comma 23, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e che chiedono il cumulo di cui al decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184

Sulla base della normativa previgente alla più sopra citata legge n. 214, potevano utilizzare l’istituto del cumulo di cui al decreto legislativo n. 184, anche coloro che avessero optato per la liquidazione della pensione nel sistema esclusivamente contributivo ai sensi, dell’art.1, comma 23, secondo periodo, della legge 8 agosto 1995, n. 335.
L’art. 24, comma 7, dell’appena citata legge n. 214, ha abrogato tale facoltà: pertanto i lavoratori che abbiano optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole di calcolo del sistema contributivo:      a) se alla data del 31 dicembre 2011, i lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 non avessero perfezionato i requisiti, sia per l’esercizio della facoltà di opzione, sia per il diritto a pensione nel sistema contributivo, possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo ed alla pensione anticipata in cumulo sulla base dei più elevati requisiti previsti dalla “Riforma Monti/Fornero”.   b) qualora, sempre alla data del 31 dicembre 2011, i soggetti con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996 avessero perfezionato i requisiti sia per l’esercizio della facoltà di opzione, sia per il diritto a pensione nel sistema contributivo, possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo ed alla pensione anticipata in cumulo sulla base dei requisiti più elevati requisiti previsti dalla “Riforma Monti/Fornero”.
“Ne consegue che nei confronti dei soggetti di cui alla precedente lettera a) non deve essere accertata la sussistenza del requisito del c.d. importo soglia e che a tali soggetti è preclusa la possibilità di conseguire, anche avvalendosi del cumulo dei periodi assicurativi ai sensi della legge in oggetto, sia la pensione di vecchiaia con 70 anni di età ed almeno 5 anni di contribuzione effettiva, sia la pensione anticipata con 63 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione effettiva ed un importo di pensione non inferiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (c.d. importo soglia).
Nelle ipotesi in cui i soggetti di cui alla precedente lettera a) siano in possesso di contribuzione in gestioni per le quali i rispettivi ordinamenti prevedano, anche alla luce delle modifiche introdotte dalla legge n. 214 del 2011, una differente età di accesso alla pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico cui far riferimento per verificare il raggiungimento del diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo è quello più elevato tra quelli previsti dalle gestioni cumulate.
Si chiarisce, inoltre, che, al fine di conseguire la pensione in cumulo, il soggetto deve aver optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole di calcolo del sistema contributivo in tutte le gestioni interessate dal cumulo in cui risulti contribuzione versata e/o accreditata al 31 dicembre 1995.” (v. il punto 2. 1 della circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017).

 -Valutazione dei periodi assicurativi esteri e titolarità di pensione estera 

Ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche in cumulo, si considera  utile anche la contribuzione estera maturata in Paesi a cui si applicano i Regolamenti comunitari di sicurezza sociale, ovvero in Paesi extracomunitari legati all’Italia da Convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedono la totalizzazione internazionale. In tali casi, ovviamente, il cumulo sarà possibile solo se risulti perfezionato in Italia il richiesto minimale di contribuzione per l’accesso alla totalizzazione previsto dalla normativa comunitaria (52 settimane) o dalla singole Convenzioni bilaterali (si cita per tutte l’Argentine, gli Stati uniti d’America, il Canada/Quebec, la Tunisia e le Isole Capoverde).
La contribuzione estera deve essere considerata, ai fini del diritto alle sopracitate prestazioni in cumulo, anche nelle ipotesi in cui abbia già dato luogo alla liquidazione di una pensione estera.
Ed ancora che la titolarità di un trattamento pensionistico estero non preclude la possibilità di avvalersi del cumulo.
Infine, per quanto concerne la determinazione dei cc. dd. “importi soglia” previsti quali requisiti per l’accesso alle pensioni di vecchiaia e anticipata (come già detto, 1,5 e 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale di cui all’art. 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, rispettivamente), deve essere considerato anche l’ammontare della pensione estera (v. le circolari n. 95 del 12 luglio 2012 e n. 126 del 25 ottobre 2012).

 – Decorrenza dei trattamenti pensionistici da cumulo
L’articolo 1, comma 4, del d.lgs. n. 184 del 1997 disponeva che “Gli effetti giuridici ed economici derivanti dall’applicazione del presente articolo decorrono dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda di pensione da parte dell’assicurato e, in caso di decesso di quest’ultimo, dal mese successivo a tale evento.”
Le legge 23 agosto 2004, n. 243, aveva tuttavia introdotto, limitatamente alle pensioni di vecchiaia, il c. d. “regime delle decorrenze”, altrimenti denominato “sistema delle finestre”, vale a dire il differimento temporale della decorrenza delle pensioni rispetto alla data di maturazione dei requisiti anagrafico-contributivi previsti per le medesime. Tale regime era stato più volte modificato dalle leggi 24 dicembre 2007, n. 247, 30 luglio 2010, n. 122, e 15 luglio 2011, n. 111, modifiche che hanno esteso il sistema delle finestre anche alle ex pensioni di anzianità (ora pensioni anticipate).
Con l’entrata in vigore della legge 22 dicembre 2011, n. 214 (1° gennaio 2012), il regime delle decorrenze è stato abolito, per cui tutto è tornato come prima, ossia che anche le pensioni di vecchiaia e quelle anticipate conseguite con il cumulo di cui al decreto
legislativo n. 184 sono tornate ad avere la decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello della  presentazione della domanda.
La pensione di inabilità da cumulo decorre dal 1° giorno del mese successivo alla presentazione della domanda se, a tale data risultino perfezionati, anche in questo caso, tutti i requisiti di legge, mentre, la pensione indiretta ai superstiti in cumulo decorre dal primo giorno del mese successivo al decesso del dante causa.

 -Valorizzazione dei periodi assicurativi successivi alla decorrenza del trattamento pensionistico in cumulo  

Nella circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017 il punto in epigrafe è suddiviso in due sezioni, la prima delle quali tratta i cc. dd. “supplementi di pensione”, cioè a dire che i contributi versati e/o accreditati, successivamente alla decorrenza del trattamento pensionistico da cumulo, presso una delle gestioni interessate dal cumulo stesso, vengono valorizzati e sommati, a domanda, alla prestazione medesima, sempreché la suddetta gestione preveda tale trattamento.
In tal caso il supplemento dovrà essere liquidato secondo le regole della gestione dove risultano versati e/o accreditati i contributi successivi alla decorrenza della pensione in regime di cumulo.
La seconda sezione illustra le modalità di riconoscimento della eventuale “pensione supplementare”: i contributi versati e/o accreditati, successivamente alla decorrenza del trattamento pensionistico da cumulo, presso una gestione diversa da quelle interessate dal cumulo stesso, danno luogo, a domanda, alla liquidazione di una pensione supplementare, sempreché la suddetta gestione preveda tale trattamento e secondo quanto previsto dalla legge che disciplina la pensione medesima nella predetta gestione.
La circolare, opportunamente, propone gli esempi che seguono:     – i titolari di pensione da cumulo che, successivamente al conseguimento della pensione, si iscrivano per la prima volta all’Assicurazione generale obbligatoria ovvero nelle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, possono chiedere, sussistendo gli ulteriori requisiti di legge, la liquidazione della pensione supplementare a carico delle predette gestioni ai sensi dell’articolo 5 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, a condizione che la pensione cumulata sia composta da almeno una quota a carico di un fondo sostitutivo e/o esclusivo dell’A. G. O. E’ il caso, ad esempio, di un ex dipendente del comparto del pubblico impiego che, dopo l’avvenuto pensionamento da parte dell’ex INPDAP (ora confluito all’INPS), possa vantare una ulteriore contribuzione nell’Assicurazione generale obbligatoria ed in una delle gestioni dell’ex EMPALS (anch’esso amministrato dall’INPS);  – i titolari di pensione in cumulo che, successivamente al conseguimento della prestazione, si iscrivano per prima volta alla gestione separata, possono chiedere, sussistendo gli ulteriori requisiti di legge, la liquidazione della pensione supplementare a carico della predetta gestione, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, del decreto interministeriale 2 maggio 1996, n. 282, a condizione, anche in questo caso, che la pensione cumulata sia composta da almeno una quota a carico dell’A. G. O. o di un fondo sostitutivo o esclusivo o di una Cassa professionale (v. circolare n. 112 del 25 maggio 1996).

.
Gli addetti ai lavori, tuttavia, sono a conoscenza del fatto che si tratta di due casi del tutto diversi: mentre infatti la ricongiunzione ha la finalità dichiarata (v. la legge 7 febbraio 1979, n. 29) di ricondurre ad un unico comune denominatore le diverse gestioni previdenziali mediante il sistema dell’accentramento delle medesime ed il trasferimento delle contribuzioni presso una unica gestione (c. d., appunto, “gestione accentratrice”), la leva del cumulo dei contributi ex decreto legislativo n. 183, ha unicamente lo scopo di consentire il raggiungimento dei requisiti contributivi minimi per l’accesso alle pensioni.
Non è infatti un caso che l’art. 1, comma 3, dello stesso decreto, stabilisca che “Agli aventi titolo al cumulo spettano le quote di pensione relative alle posizioni assicurative costituite nelle rispettive gestioni previdenziali, calcolate ciascuna con le norme vigenti in materia per le gestioni medesime. Le quote di pensione sono poste a carico ed erogate da ciascuna gestione.”
Comunque sia, il cumulo di cui si discorre è destinato ad assumere sempre maggior rilievo nella prassi previdenziale del nostro Paese per due ordini di motivi.
Il primo è che, per effetto del meccanismo introdotto dall’art. 1, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335, come parzialmente modificato dall’art. 24, comma 2, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 (c. d. “Riforma Monti/Fornero”), in prospettiva futura saranno sempre di più le pensioni che saranno liquidate con il sistema contributivo, mentre i trattamenti nei sistemi retributivo e misto sono destinate progressivamente, ma inesorabilmente, a diminuire di numero fino a scomparire del tutto in capo a qualche decennio.
Il secondo è dovuto al fatto che – rispetto a quelle passate – le generazioni presenti e, soprattutto, quelle future, potranno accedere al lavoro in modo sempre più precario per effetto, oltre che delle obiettive condizioni di mercato, anche del sempre maggior ricorso
alla c. d. “flessibilità in uscita”, per cui nelle posizioni assicurative di tali lavoratori si evidenzieranno periodi di accreditamento intervallati con periodi di vuoto contributivi: qualora, passando da un rapporto di lavoro ad un altro, si rendesse anche necessario iscriversi presso altre gestione previdenziali, per poter perfezionare i requisiti contributivi minimi previsti per l’accesso alle singole prestazioni, si dovrà far ricorso al cumulo contributivo di cui al decreto legislativo 20 aprile 1997, n. 184, e successive modificazioni ed integrazioni, visto anche che il ricorso, per esempio, all’istituto della ricongiunzione pur essendo sempre possibile, non sarebbe conveniente dal punto di vista economico nella maggioranza dei casi.

L’ultima modifica apportata al cumulo contributivo di cui al decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184

Recentemente il cumulo ex decreto legislativo n. 184 è stato rivisitato dall’INPS in conseguenza delle novità  introdotte nella specifica materia dalla più sopra citata “Riforma Monti/Fornero”.
La norma (la circostanza è ormai nota) ha stabilito, all’art. 24, comma 3, secondo periodo, che “A decorrere dal 1° gennaio 2012 e con riferimento ai soggetti che, nei regimi misto e contributivo, maturano i requisiti a partire dalla medesima data, le pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità sono sostituite, dalle seguenti prestazioni: a) pensione di vecchiaia », conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 6 e 7, salvo quanto stabilito ai commi 14, 15-bis e 18; b) «pensione anticipata», conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 10 e 11, salvo quanto stabilito ai
commi 14, 15-bis, 17 e 18 [tale eccezione costituirà l’oggetto del prossimo paragrafo, n. d. a.].”
In attuazione della predetta disposizione, al punto 2 della circolare n. 103 del 23 giugno 2017, l’INPS ha precisato che i trattamenti pensionistici da cumulo di periodi assicurativi ai sensi dell’articolo 1 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, sono: la pensione di vecchiaia, la pensione di inabilità, la pensione indiretta ai superstiti e, dal 1° gennaio 2012, la pensione anticipata. L’assegno ordinario di invalidità (A. O. I.) non rientra tra le prestazioni conseguibili con l’istituto in parola, come pure la pensione di vecchiaia derivante da trasformazione dell’assegno ordinario di invalidità ed infine la previgente, ed ormai numericamente ad esaurimento, pensione di invalidità.
Resta confermato che i trattamenti conseguiti in cumulo costituiscono un’unica pensione, alla quale si applicano tutti gli istituti di carattere generale previsti per i trattamenti liquidati con il sistema di calcolo contributivo, compresi i requisiti per il conseguimento del diritto alla pensione.
Allo stesso tempo, l’Istituto di previdenza ha ribadito, per quanto ce ne fosse bisogno, che l’utilizzo degli spezzoni contributivi relativi ai periodi di iscrizione nelle gestioni dei liberi professionisti di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509, e 10 febbraio 1996, n. 103, sono subordinate alle seguenti condizioni:
a) che le relative Casse di previdenza di appartenenza abbiano adottato il sistema di calcolo delle pensioni nel sistema esclusivamente contributivo, così come definito dall’art. 1, comma 6 e segg., della legge 8 agosto 1995, n. 335;      b) che dal calcolo della pensione debbano essere esclusi i periodi assicurativi fatti valere presso le Casse di previdenza istituite dai liberi professionisti, fermo restando che, come detto in precedenza, la suddetta contribuzione può essere cumulata ai soli fini del raggiungimento del diritto alle prestazioni pensionistiche e non anche per la misura delle medesime (art. 1, comma 5, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184).
In linea con la previsione normativa, al punto 2. 1 della circolare n. 103 del 23 giugno 2017, l’INPS ha precisato che l’importo complessivo della pensione non può tenere conto dei contributi maturati presso le Casse professionali nemmeno ai fini del raggiungimento dell’importo minimo di pensione pari ad almeno 1,5 volte quello dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (c.d. “importo soglia”).
Per quanto concerne i requisiti di accesso e le modalità di calcolo delle diverse tipologie di pensioni da cumulo appena elencate, considerato il ristretto spazio riservato al presente lavoro, si fa rinvio ai punti ai punti 2. 1, 2. 2, 2. 4 e 2. 5 della circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017, che ricalcano sostanzialmente quanto già affermato dall’Istituto di previdenza con la circolare n. 35 del 14 marzo 2012.
Le situazioni che invece si ritengono meritevoli di commento, atteso che si tratta di autentiche novità, sono quelle di cui ai punti 2. 3, 3, 5 e 6 della medesima norma di prassi amministrativa. Esse saranno commentate di seguito.

PUNTO 2. 3 – Le pensioni di vecchiaia e quelle anticipate ex lege 22 dicembre 2011, n. 214, a favore dei lavoratori che hanno optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole del sistema contributivo ai sensi dell’articolo 1, comma 23, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e che chiedono il cumulo di cui al decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184

Sulla base della normativa previgente alla più sopra citata legge n. 214, potevano utilizzare l’istituto del cumulo di cui al decreto legislativo n. 184, anche coloro che avessero optato per la liquidazione della pensione nel sistema esclusivamente contributivo ai sensi, dell’art.1, comma 23, secondo periodo, della legge 8 agosto 1995, n. 335.
L’art. 24, comma 7, dell’appena citata legge n. 214, ha abrogato tale facoltà: pertanto i lavoratori che abbiano optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole di calcolo del sistema contributivo:      a) se alla data del 31 dicembre 2011, i lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 non avessero perfezionato i requisiti, sia per l’esercizio della facoltà di opzione, sia per il diritto a pensione nel sistema contributivo, possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo ed alla pensione anticipata in cumulo sulla base dei più elevati requisiti previsti dalla “Riforma Monti/Fornero”.   b) qualora, sempre alla data del 31 dicembre 2011, i soggetti con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996 avessero perfezionato i requisiti sia per l’esercizio della facoltà di opzione, sia per il diritto a pensione nel sistema contributivo, possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo ed alla pensione anticipata in cumulo sulla base dei requisiti più elevati requisiti previsti dalla “Riforma Monti/Fornero”.
“Ne consegue che nei confronti dei soggetti di cui alla precedente lettera a) non deve essere accertata la sussistenza del requisito del c.d. importo soglia e che a tali soggetti è preclusa la possibilità di conseguire, anche avvalendosi del cumulo dei periodi assicurativi ai sensi della legge in oggetto, sia la pensione di vecchiaia con 70 anni di età ed almeno 5 anni di contribuzione effettiva, sia la pensione anticipata con 63 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione effettiva ed un importo di pensione non inferiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (c.d. importo soglia).
Nelle ipotesi in cui i soggetti di cui alla precedente lettera a) siano in possesso di contribuzione in gestioni per le quali i rispettivi ordinamenti prevedano, anche alla luce delle modifiche introdotte dalla legge n. 214 del 2011, una differente età di accesso alla pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico cui far riferimento per verificare il raggiungimento del diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo è quello più elevato tra quelli previsti dalle gestioni cumulate.
Si chiarisce, inoltre, che, al fine di conseguire la pensione in cumulo, il soggetto deve aver optato per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole di calcolo del sistema contributivo in tutte le gestioni interessate dal cumulo in cui risulti contribuzione versata e/o accreditata al 31 dicembre 1995.” (v. il punto 2. 1 della circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017).

a.

 

.Considerazioni conclusive

Nonostante i numerosi tentativi effettuati dall’ordinamento previdenziale, il bilancio della comunicabilità intergestionale presenta ancora degli elementi di carenza e di notevole complessità tecnico-amministrativa.
Il motivo è sempre quello, già evidenziato in precedenti lavori, vale a dire la mancata sistematicità e l’assenza di un coordinamento degli interventi normativi, i quali continuano oltretutto ad essere predisposti sulla base di stratificazioni sedimentarie e spesse volte anche con valenza parziale, di guisa che, allorchè si calano nella complessa ed articolata realtà previdenziale, evidenziano non poche contraddizioni.
Si cita, a mero titolo di esempio, le conseguenze che hanno arrecato sull’accesso alle prestazioni l’abolizione del sistema delle finestre nei confronti di coloro che abbiano optato per la liquidazione delle pensioni nel sistema esclusivamente contributivo (v. il PUNTO 2. 3 del presente lavoro): la corretta interpretazione di quanto illustrato nella circolare dell’INPS n. 103 del 23 giugno 2017 richiede una non indifferente preparazione previdenziale che evidentemente non tutti sono in grado di mettere in campo.
Dispiace dover altresì riaffermare che si registrano tuttora (anche tale assunto è stato più volte sottolineato da chi scrive) la sussistenza di situazioni nelle quali non risulta possibile assemblare i diversi spezzoni contributivi rivolti ad ottenere, a titolo gratuito e senza subire penalizzazioni, un’unica pensione.

Francavilla al Mare (CH), lì 18 luglio 2017

         

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