A PROPOSITO LICENZIAMENTO DIPENDENTI IMPRESA FALLITA CON MENO 15 DIPENDENTI.

trattandosi di impresa al di sotto di 15 dipendenti ,non si deve  parlare di licenziamento collettivo ,ma di licenziamenti individuali ovvero plurimi ex legge 604/1966.

Infatti ,si ricorda che  il  licenziamento collettivo risulta  definito dalla legge n.223/91  agli artt.4 e 24 ,che rispettivamente stabiliscono    :.

a) Art.4. L’impresa che sia stata ammessa al trattamento straordinario di integrazione salariale (spettante  se con piu’ di 15 unita’ in media  nell’ultimo  ,mestre ), qualora nel corsodi attuazione del programma di cui all’articolo 1 ritenga di non essere in grado di garantire il reimpiego a tuttii lavoratori sospesi e di non poter ricorrere a misure alternative, ha facoltà di avviare le procedure di mobilità;

 b)le disposizioni di cui all’articolo 4, commi da 2 a 12, e all’articolo 5, commi da 1 a 5, si applicano alleimprese che occupino più di quindici dipendenti e che, in conseguenza di una riduzione o trasformazione diattività o di lavoro, intendano effettuare almeno cinque licenziamenti, nell’arco di centoventi giorni, inciascuna unità produttiva, o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia. Tali disposizioni si applicano per tutti i licenziamenti che, nello stesso arco di tempo e nello stesso ambito, sianocomunque riconducibili alla medesima riduzione o trasformazione
Premesso quanto sopra,sull’argomento del titolo  si  osserva  che,come  concordemente sostenuto, non esiste una specifica norma di legge circa le conseguenze sul rapporto di lavoro subordinato per effetto della dichiarazione di fallimento del datore di lavoro.

Alcuni autori ritengono che il contratto continui anche successivamente all’apertura della procedura concorsuale, facendo affidamento sull’art. 2119, secondo comma c.c. il quale afferma che “non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore…”. Altri sostengono che, come il mandato, il contratto si sciolga ed altri ancora, che costituisca scelta del curatore quello di proseguire o di sciogliere il contratto stesso..

La giurisprudenza sembra aver accolto tale ultima tesi dal momento che la Corte di Cassazione ha dichiarato che la cessazione del rapporto di lavoro non deriva automaticamente dal fallimento dell’imprenditore, ma può aversi o per effetto del licenziamento operato dal curatore o dal liquidatore ovvero a causa della dissoluzione della realtà aziendale (Cass., 23 giugno 2001, n. 8617) oppure quando giudici di merito hanno affermato che, qualora sopravvenga il fallimento del datore di lavoro, nel corso di un rapporto di lavoro, al curatore, che non ritenga di poter utilizzare le prestazioni del dipendente a causa della cessazione dell’attività aziendale e delle esigenze della procedura concorsuale, deve riconoscersi, in applicazione dei principi generali desumibili dall’art. 72 l.f., e non derogati dall’art. 2119 c.c., la facoltà di sciogliersi dal rapporto medesimo, senza che in conseguenza di ciò il prestatore di lavoro possa far valere nei confronti della massa un diritto al risarcimento del danno, ancorché espressamente pattuito con il datore di lavoro con riferimento a qualunque causa di cessazione anticipata del rapporto di lavoro (App. Napoli, 16 maggio2007).

Da quanto sopra si evince che alla dichiarazione di fallimento non fa necessariamente seguito la cessazione automatica del rapporto di lavoro.

Sarà il curatore, tenuto conto delle esigenze della procedura, a decidere se continuare o meno il rapporto. Qualora egli ritenga che non sia possibile, nemmeno in parte, la continuazione dell’attività dell’impresa, i lavoratori potranno essere licenziati per giustificato motivo nonostante l’art. 2119 c.c..

Pertanto il rapporto di lavoro in corso al momento dell’apertura della procedura è da considerarsi come contratto pendente regolato dall’art. 72 l.fall. che prevede la sospensione del rapporto “fino a quando il curatore, con l’autorizzazione del comitato dei creditori, dichiara di subentrare nel contratto in luogo del fallito, assumendo tutti i relativi obblighi, ovvero di sciogliersi dal medesimo…”.

Il rapporto di lavoro pendente prosegue, pertanto, con il curatore e verrà a cessare allorché il curatore stesso avrà manifestato la sua volontà di recedere, non esistendo prospettive per una cessione in blocco dell’azienda, o di parte di essa, per l’esplicazione dell’esercizio provvisorio o per concedere in affitto l’azienda stessa.

E’ da ritenere che, che ove il curatore intenda risolvere il contratto, egli è tenuto a osservare l’obbligo di preavviso sancito dall’art. 2118 c.c. o, in mancanza, a corrispondere l’indennità sostitutiva, che andrà ammessa in privilegio e non in prededuzione, rappresentando la stessa un onere del fallito e non della massa.

Si   precisa in proposito che ad esempio   l’art.133 del ccnl Conterziario riguardanti le imprese artigiane metalmeccaniche ,,dispone che:”Il fallimento dell’azienda non risolve il rappporto di lavoro né e’  giusta causa di risoluzione;solo qualora il curatore decidesse per la risoluzione del rappporto, esso avra’ fine ed il lavoratore avra diritto all’indennita’ di preavviso e al tfr èptrevisti dal ccnl.”

Pertanto ,il vero  protagonistista  in caso di fallimento non e’  il datore di lavoro ,che viene spogliato dell’impresa ,ma il curatore fallimentare ,che  almeno per garbo ,appena nominato. prendera’ contatti con le rappresentanze sindacali interne e/o territoriali per metterle al corrente  sulle  proprie intenzioni circa la sorte dei rappporti di lavoro. in essere nell’impresa fallita.

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