SENTENZA CORTE GIUSTIZIA EUROPEA RIGUARDANTE INGRESSO ILLEGALE RUMENI PRIMA ADESIONE COMUNITA ‘ EUROPEA

 La sentenza di cui al titolo si ricollega all’ordinanza di rinvio ,secondo la quale gli imputati nel procedimento principale, mediante la costituzione in Italia di una società che sarebbe un’estensione fittizia  di una  società di diritto rumeno, hanno ottenuto, nel corso degli anni 2004 e 2005, dalla direzione provinciale del lavoro di Pescara (Italia), talune autorizzazioni al lavoro e successivamente taluni permessi di soggiorno sul territorio italiano per 30 cittadini rumeni. Dette autorizzazioni sono state rilasciate sulla base dell’articolo 27, lettera g), del decreto legislativo n. 286/1998, che consente l’ammissione temporanea, dietro richiesta del datore di lavoro e al di fuori delle quote di ingressi di lavoratori stranieri, di lavoratori impiegati alle dipendenze di imprese operanti in Italia.

Risulta parimenti che gli imputati nel procedimento principale sono accusati di avere organizzato l’ingresso illegale dei suddetti cittadini rumeni, in un’epoca anteriore all’adesione della Romania all’Unione europea, «per  trarre profitto dallo sfruttamento …di mano d’opera straniera a basso costo».

In merito sono stati attivati a carico degli imputati due procedimenti penali paralleli ,uno presso il Tribunale di Pescara ,competente per territorio,l’altro presso il tribunale di Campobasso, foro competente stante la presenza  tra gli imputati   anche di   giudice onorario

E’ stato appunto  il collegio giudicante  del capoluogo molisano ad attivare nella causa C-218/15 il «Rinvio pregiudiziale – Articolo 6 TUE – Articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Principio di retroattività della legge penale più favorevole – Cittadini italiani che hanno organizzato l’ingresso illegale nel territorio italiano di cittadini rumeni – Fatti commessi prima dell’adesione della Romania all’Unione – Effetto dell’adesione della Romania sul reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – Attuazione del diritto dell’Unione – Competenza della Corte».

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 6 TUE, dell’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta») e dell’articolo 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»).

Il giudice del rinvio s’interroga sulla questione se, da un lato, in considerazione dell’articolo 6 TUE, dell’articolo 49 della Carta e dell’articolo 7 della CEDU, l’adesione della Romania all’Unione abbia comportato l’effetto di abolire il reato di favoreggiamento, da parte di cittadini italiani, dell’immigrazione clandestina di cittadini rumeni commesso prima di tale adesione, e, dall’altro, se il principio dell’applicazione retroattiva della legge penale più favorevole debba applicarsi agli imputati nel procedimento principale.

Pertanto, il Tribunale ordinario di Campobasso (Italia) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) se l’articolo 7 della CEDU, l’articolo 49 della [Carta], l’articolo 6 del [TUE] debbano essere interpretati nel senso che l’adesione della Romania all’Unione Europea, avvenuta il dì 1° gennaio 2007, abbia determinato l’abolizione del reato previsto e punito dall’articolo 12 Decreto legislativo n. 286/1998 (…) relativamente al favoreggiamento dell’immigrazione e del trattenimento di cittadini rumeni nel territorio dello Stato italiano;

2) se i richiamati articoli debbano essere interpretati nel senso che sia precluso allo Stato membro, nei confronti di quanti, prima del dì 1° gennaio 2007 (o di altra data successiva indicante la piena operatività del trattato), data di operatività dell’adesione della Romania all’Unione Europea, si siano resi responsabili della violazione dell’articolo 12 del decreto legislativo n. 286/1998 per avere favorito l’immigrazione di cittadini rumeni, non più prevista come reato dal dì 1° gennaio 2007, applicare il principio della retroattività benigna (in mitius)».

Sulla competenza della Corte

Il governo italiano contesta la ricevibilità delle questioni pregiudiziali per il motivo che le norme di diritto dell’Unione invocate non sono applicabili ad un caso come quello oggetto del procedimento principale. Infatti, le disposizioni nazionali relative al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche quando il reato sia stato commesso a beneficio di cittadini rumeni prima dell’adesione della Romania all’Unione, non rientrerebbero nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione.

A tale riguardo occorre ricordare che l’ambito di applicazione della Carta, per quanto riguarda l’operato degli Stati membri, è definito all’articolo 51, paragrafo 1, della medesima, ai sensi del quale le disposizioni della Carta si applicano agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione (sentenza del 26 febbraio 2013, Åkerberg Fransson, C-617/10, EU:C:2013:105, punto 17).

È vero che l’ordinanza di rinvio non indica espressamente le disposizioni del diritto dell’Unione che sarebbero state violate.

Tuttavia, ai sensi del suo considerando 2, la direttiva 2002/90 persegue l’obiettivo di ridurre l’attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dal canto suo, l’articolo 1, paragrafo 1, della decisione quadro 2002/946 prevede che ciascuno Stato membro adotti le misure necessarie affinché gli illeciti definiti negli articoli 1 e 2 della citata direttiva siano passibili di sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive che possono comportare l’estradizione.

Indipendentemente dalla questione se il decreto legislativo n. 286/1998 sia stato adottato al fine di trasporre nell’ordinamento giuridico italiano le disposizioni della direttiva 2002/90 e della decisione quadro 2002/946, i procedimenti penali volti a reprimere il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come quelli oggetto del procedimento principale, mirano ad assicurare l’attuazione di tale direttiva e di tale decisione quadro (v., per analogia, sentenza del 26 febbraio 2013, Åkerberg Fransson, C-617/10, EU:C:2013:105, punti 27 e 28).

. Inoltre, occorre constatare che, nel caso di specie, le questioni pregiudiziali sono relative alla questione di sapere quale sia l’incidenza dell’acquisizione dello status di cittadino dell’Unione da parte dei cittadini rumeni, per effetto dell’adesione della Romania, sull’applicazione della predetta normativa nazionale, in tal modo mettendo in opera l’interpretazione del diritto dell’Unione.

In considerazione di quanto precede, la Corte è competente a rispondere alle questioni pregiudiziali sollevate dal giudice del rinvio.

Nel merito

Con le sue questioni, alle quali è opportuno rispondere congiuntamente, il giudice del rinvio chiede in sostanza se l’articolo 6 TUE e l’articolo 49 della Carta debbano essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osti a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato.

In tale contesto, il giudice del rinvio s’interroga altresì sull’applicazione del principio di retroattività della legge penale più favorevole ad imputati che abbiano organizzato l’immigrazione clandestina.

A tal riguardo, occorre ricordare che detto principio, quale sancito all’articolo 49, paragrafo 1, della Carta, fa parte del diritto primario dell’Unione. Ancor prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha conferito alla Carta lo stesso valore giuridico dei trattati, la Corte ha dichiarato che tale principio derivava dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e, pertanto, doveva essere considerato parte integrante dei principi generali del diritto dell’Unione che il giudice nazionale deve rispettare quando applica il diritto nazionale (v., in tal senso, sentenza del 29 maggio 1997, Kremzow, C-299/95, EU:C:1997:254, punto 14).

Pertanto, la mera circostanza che i fatti oggetto del procedimento principale siano occorsi negli anni 2004 e 2005, vale a dire prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona avvenuta il 1° dicembre 2009, non osta all’applicazione, nel caso di specie, dell’articolo 49, paragrafo 1, della Carta.

L’applicazione della legge penale più favorevole comporta necessariamente una successione di leggi nel tempo e poggia sulla constatazione che il legislatore ha cambiato parere o in merito alla qualificazione penale dei fatti o in merito alla pena da applicare a un’infrazione.

Ebbene, nel caso di specie, dal fascicolo sottoposto alla Corte risulta che la normativa penale in causa nel procedimento principale, segnatamente l’articolo 12, commi 3 e 3 bis, del decreto legislativo n. 286/1998, non è stata oggetto di modifiche successivamente alla commissione dei reati contestati agli imputati nel procedimento principale. Infatti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in Italia resta passibile di una pena che va dai cinque ai quindici anni di reclusione.

Tuttavia, il giudice del rinvio osserva che la modifica legislativa da prendere in considerazione è avvenuta nell’ambito di una legge «extra-penale», vale a dire l’atto di adesione della Romania all’Unione. Esso sottolinea che l’acquisizione, da parte dei cittadini rumeni, dello status di cittadini dell’Unione in seguito a tale adesione, il 1° gennaio 2007, e l’abolizione, il 1° gennaio 2014, delle ultime restrizioni relative alla libera circolazione dei lavoratori hanno reso nulle le ragioni della repressione penale nei confronti di coloro che hanno organizzato l’immigrazione di tali cittadini in epoca anteriore.

Detto giudice aggiunge che, in una sentenza del 10 gennaio 2008, la Corte suprema di cassazione (Italia), statuendo a Sezioni Unite, ha escluso che l’adesione della Romania all’Unione abbia potuto privare della sua rilevanza penale il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina commesso anteriormente a detta adesione, e che detta giurisprudenza è stata riaffermata nel corso degli anni 2011 e 2015. Nondimeno, nell’ordinanza dell’8 maggio 2007, mediante cui aveva rimesso la causa appena citata dinanzi alle Sezioni Unite, la Prima Sezione della Corte suprema di cassazione aveva sostenuto la tesi opposta.

Si pone dunque la questione se l’acquisizione dello status di cittadino dell’Unione da parte dei cittadini rumeni incida sugli elementi costitutivi del reato in materia di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e, di conseguenza, sull’applicazione della normativa penale in causa nel procedimento principale.

L’articolo 12, commi 3 e 3 bis, del decreto legislativo n. 286/1998 non ha per obiettivo i cittadini di paesi terzi che entrino illegalmente in Italia e vi soggiornino senza disporre di un titolo di residenza, bensì le persone che favoriscano l’ingresso e il soggiorno irregolari di tali cittadini nel territorio di tale Stato. La mera circostanza per cui, successivamente al loro ingresso illegale, detti cittadini siano divenuti cittadini dell’Unione a motivo dell’adesione del loro Stato d’origine all’Unione non è idonea ad influenzare lo svolgimento dei procedimenti penali avviati contro coloro che abbiano favorito l’immigrazione clandestina.

Invero, l’acquisizione della cittadinanza dell’Unione costituisce una circostanza di fatto che non è di natura tale da modificare gli elementi costitutivi del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Orbene , la normativa penale in causa nel procedimento principale, segnatamente l’articolo 12, commi 3 e 3 bis, del decreto legislativo n. 286/1998, punisce il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in Italia con la reclusione, conformemente all’articolo 3 della direttiva 2002/90 ed all’articolo 1 della decisione quadro 2002/946, a termini dei quali un’infrazione di questo tipo dev’essere passibile di una sanzione effettiva, proporzionata e dissuasiva.

Gli elementi costitutivi del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sono dunque rimasti invariati nell’ordinamento giuridico italiano, non avendo l’adesione della Romania all’Unione prodotto effetti sulla qualificazione di tale infrazione.

Come l’avvocato generale ha rilevato ai paragrafi 26 e 27 delle sue conclusioni, nessuna disposizione della direttiva 2002/90 né di alcun altro testo normativo dell’Unione consente di ritenere che l’acquisizione della cittadinanza dell’Unione debba comportare il venir meno dell’infrazione commessa da imputati, come quelli nel procedimento principale, che erano dediti al traffico di manodopera. Statuire in senso contrario equivarrebbe ad incoraggiare detto traffico non appena uno Stato abbia avviato il processo di adesione all’Unione, poiché i trafficanti avrebbero la garanzia di beneficiare successivamente dell’immunità. Lo scopo raggiunto sarebbe, quindi, contrario a quello perseguito dal legislatore dell’Unione.

Peraltro, la Corte ha reiteratamente dichiarato che le disposizioni relative alla cittadinanza dell’Unione sono applicabili sin dal momento della loro entrata in vigore e che, pertanto, occorre ritenere che esse devono trovare applicazione con riferimento agli effetti presenti di situazioni sorte anteriormente (sentenze dell’11 luglio 2002, D’Hoop, C-224/98, EU:C:2002:432, punto 25, nonché del 21 dicembre 2011, Ziolkowski e Szeja, C-424/10 e C-425/10, EU:C:2011:866, punto 58).

Risulta inequivocabilmente dall’ordinanza di rinvio che il reato contestato agli imputati nel procedimento principale è stato commesso negli anni 2004 e 2005.

Ebbene, come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 36 e 37 delle sue conclusioni, la modalità di realizzazione dell’elemento materiale di tale infrazione impone di classificare quest’ultima nella categoria dei reati istantanei. Infatti, il favoreggiamento dell’ingresso risulta materialmente realizzato quando il cittadino di un paese terzo attraversa la frontiera esterna dell’Unione, e il favoreggiamento del soggiorno quando gli sono consegnati i documenti, ottenuti fraudolentemente, che gli consentono di simulare la sussistenza del diritto a beneficiare dei vantaggi connessi alla cittadinanza dell’Unione o allo status di lavoratore straniero in situazione regolare.

L’infrazione contestata agli imputati nel procedimento principale era pertanto integralmente e definitivamente realizzata prima dell’adesione della Romania all’Unione, il 1° gennaio 2007, e, a fortiori, prima dell’abolizione, il 1° gennaio 2014, delle ultime restrizioni relative alla libera circolazione dei lavoratori cittadini di detto Stato.

Ne consegue che, nel caso di specie, la suddetta infrazione non costituisce una situazione sorta prima dell’adesione della Romania all’Unione che non abbia prodotto tutti i suoi effetti prima di tale adesione (v., in tal senso, sentenza del 3 settembre 2014, X, C-318/13, EU:C:2014:2133, punti 22 e 23).

Pertanto, in considerazione di tutto quanto precede, alle questioni pregiudiziali occorre rispondere che l’articolo 6 TUE e l’articolo 49 della Carta devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento

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