L.LODI :ABOLIZIONE ISTITUTO INDENNITA’ MOBILITA’

L’eterno problema degli ammortizzatori sociali

E’ noto a tutti (e segnatamente agli addetti ai lavoro) l’inadeguatezza degli

ammortizzatori sociali attualmente vigenti nel comparto del lavoro subordinato ed ancor più in quello parasubordinato.

L’entità del disagio si è accresciuto negli ultimi anni e ciò a conferma che l’intento dell’ordinamento previdenziale è quello del progressivo ridimensionamento del Stato sociale (“Welfare state”).

La sua ristrutturazione “in diminutio” è stato affrontata, sul piano operativo, da più versanti, che vanno dalla previsione di requisiti anagrafici più severi per l’accesso alle pensioni di vecchiaia, all’incremento di quelli contributivi per la maturazione del diritto alle ex pensioni di anzianità (ora pensioni anticipate), al dirottamento del trattamento di fine rapporto (TFR) alla previdenza complementare, all’abolizione, come da titolo, dell’istituto della mobilità, che sarà in vigore a tutto il 31 dicembre 2016, ecc.

Per quanto concerne la materia pensionistica, in occasione dei lavori preparatori del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 211, n. 214, era stato garantito dagli estensori della norma (il Governo presieduto dall’on. Mario Monti, di cui l’on. Elsa Fornero rivestiva la carica di Ministro del lavoro e delle politiche sociali) che l’allungamento dei requisiti anagrafico-contributivi per l’accesso alle prestazioni appena accennate sarebbe stato compensato da una più consistente previsione degli ammortizzatori sociali (in particolare dell’indennità di mobilità) i quali, con tutta evidenza, erano appunto ritenuti del tutto inadeguati alla bisogna: tuttavia la promessa, non solo è stata disattesa, ma, anzi, per rimanere nell’esempio, la durata massima della relativa indennità è stata generalmente ridotta, ed a partire dal 1° gennaio del 2017, l’intero istituto previdenziale avrebbe cessato la sua operatività.

Con riferimento al dirottamento del trattamento di fine rapporto (TFR) alla previdenza complementare, denominata, quest’ultima, anche “secondo pilastro pensionistico”, occorre rilevare che la legge 8 agosto 1995, n. 335, ha reintrodotto, sia pure gradualmente, il metodo contributivo, sostituendo il più favorevole metodo retributivo, per il calcolo delle pensioni obbligatorie (le cc. dd. “pensioni del primo pilastro” o “pensioni di base”, che dir si voglia), giustificandolo con l’insostenibilità finanziaria del sistema. Ciò ha avuto come  conseguenza il progressivo abbassamento del c. d. “tasso di sostituzione” (vale a dire il rapporto tra la prima pensione e l’ultima retribuzione o reddito mensile percepito alla data di cessazione dell’attività lavorativa).

Allo scopo di compensare il gap venutosi a determinare, è stato promosso lo sviluppo della previdenza complementare basato, tra le altre cose, sul dirottamento appunto al secondo pilastro del già citato trattamento di fine rapporto.

La conseguenza è stata che l’operazione è avvenuta a discapito della funzione primigenia del TFR medesimo, ossia quella della predisposizione delle risorse idonee a consentire al lavoratore licenziato di sopperire alle immediate esigenze proprie e della famiglia in attesa di trovare una nuova occupazione.

Da ultimo, la prossima abolizione dell’istituto della mobilità apporterà un altro duro colpo, non solo nei confronti dei lavoratori subordinati, ma anche con riferimento ai datori di lavoro, i quali non potranno più beneficiare degli sgravi previsti dall’art. 25, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (riduzione del contributo previdenziale in misura pari a quella prevista per gli apprendisti in ipotesi di assunzione di lavoratori a tempo indeterminato di lavoratori iscritti nelle liste di mobilità).

Non che, beninteso, i lavoratori non saranno comunque salvaguardati da altri ammortizzatori sociali (in primis dalla NASPI, acronimo di “Nuova assicurazione sociale per l’impiego), ma l’entità della nuova tutela resta sostanzialmente (anzi maggiormente) ancora inadeguata.

L’abolizione anche delle liste di mobilità

Dopo oltre un quarto di secolo, il 31 dicembre 2016 segnerà, come accennato in precedenza, anche la fine dell’operatività delle “liste di mobilità”.

Finora si è parlato, più genericamente, dell’”istituto della mobilità”, per significare appunto che esso comprende, nel suo insieme, oltre l’indennità vera e propria, anche le “liste di mobilità”: anzi le seconde costituiscono il presupposto per la corresponsione della prima.

A beneficio di chi ci legge, giova rammentare che possono essere iscritti nelle liste di mobilità, oltre che i lavoratori (operai, impiegati e quadri) nei confronti dei quali sono state concluse le procedure di licenziamento collettivo per riduzione di personale, trasformazione o cessazione di attività (art. 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223) ed i medesimi prestatori d’opera licenziati da imprese ammessi alla Cassa integrazione guadagni straordinaria che non sono in grado garantire il lavoro a tutti i lavoratori sospesi (art. 4 della legge 23 luglio 1991, n. 223), anche;            – i lavoratori a domicilio sottoposti a licenziamento collettivo (nota del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 5/26855 del 25 settembre 1993);    – i lavoratori aventi titolo al trattamento speciale di disoccupazione e beneficiari dei provvedimenti di proroga di tali provvedimenti disposti per crisi economica settoriale o locale ovvero per crisi aziendale, nonché i lavoratori licenziati da imprese operanti nel Mezzogiorno ad aventi diritto al trattamento speciale di disoccupazione;   – i lavoratori edili già impegnati nel completamento di impianti industriali o di opere pubbliche di grandi dimensioni, nelle aree nelle quali con decreto ministeriale sia accertato uno stato di grave crisi dell’occupazione conseguente al previsto completamento di tali attività;             – i lavoratori impegnati in lavori socialmente utili e titolari, per tutto il periodo di occupazione di detti lavori, dello specifico sussidio.

Hanno altresì diritto ad iscriversi nelle liste di mobilità i lavoratori che:    – non abbiano l’anzianità richiesta di 12 mesi di cui almeno 6 di effettivo lavoro;              – non abbiano presentato nei termini la domanda per l’indennità di mobilità;

– siano stati dipendenti di imprese, anche artigiane e di società cooperative di produzione e lavoro, compresi i datori di lavoro non imprenditori, che occupino fino a 15 dipendenti, licenziati per giustificato motivo oggettivo connesso a riduzione, trasformazione, cessazione dell’attività o di lavoro o licenziati per riduzione di personale anche se con meno di 15 dipendenti.

Detti elenchi sono (anche se al momento in cui si scrive sarebbe opportuno ormai affermare “erano”) compilati dall’Ufficio regionale del lavoro in base alle schede fornite dai datori di lavoro, che devono contenere tutte le informazioni utili per individuare la professionalità del dipendente licenziato: gli elenchi medesimi sono approvati dalla Commissione regionale per l’impiego e l’inserimento del lavoratore nelle liste avviene dopo la comunicazione da parte del datore di lavoro (l’iscrizione ha ovviamente effetto dal primo giorno successivo a quello del licenziamento).

Brevi nozioni sull’indennità di mobilità

All’avvenuto inserimento nelle liste di mobilità è collegato, in linea di massima, l’erogazione, da parte dell’INPS, dell’indennità di mobilità, la quale è una prestazione previdenziale che rientra nel più vasto ambito dell’indennità di disoccupazione involontaria e di cui ne costituisce una particolare tipologia.

E’ noto, peraltro, che l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria può essere considerata come una delle tre assicurazioni sociali per così dire “storiche” (insieme a quella contro la tubercolosi e le pensioni): la data di nascita di quest’ultima (anno 1919) coincide peraltro con l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria, laddove invece quella contro la tubercolosi è stata istituita dopo poco più di un lustro (anno 1927).

Per aver accesso all’indennità, il soggetto interessato deve essere in possesso, cumulativamente, dei seguenti requisiti:         – aver ricoperto la qualifica di operaio, impiegato o quadro;    – essere stato titolare di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e, comunque, non a termine;           – aver maturato un’anzianità aziendale di almeno 12 mesi nell’ultimo rapporto di lavoro con l’impresa che ha avviato la procedura di mobilità;      – aver svolto almeno 6 mesi di lavoro effettivo (compresi i giorni di ferie, malattia, assenza per infortunio e maternità);         – aver lavorato presso un’impresa con i requisiti dimensionali richiesti dalla norma.

Trattandosi, ripetesi, di una determinata tipologia dell’indennità di disoccupazione involontaria, per ottenere l’indennità, il lavoratore deve presentare, così come avviene per tutte le altre domande di disoccupazione, apposita istanza all’INPS, esclusivamente per via telematica, ed a pena di decadenza, entro 68 giorni dalla data del licenziamento.

E’ tuttavia opportuno che tale incombenza sia assolta prima dello spirare di detto termine, dal momento che la prestazione decorre a partire dall’ottavo giorno successivo alla data del licenziamento, qualora l’istanza sia presentata entro tale data. In caso contrario, l’indennità sarà corrisposta dal quinto giorno successivo alla data di presentazione della domanda, purchè, ripetesi, ciò avvenga entro il sessantottesimo giorno dalla data del licenziamento.

In ipotesi di fruizione dell’indennità per mancato preavviso, il lavoratore può presentare la domanda entro 68 giorni dalla scadenza di detta indennità: qualora l’istanza venga presentata entro l’ottavo giorno dalla scadenza dell’indennità per mancato preavviso,la prestazione decorrerà, anche in questo caso, dall’ottavo giorno. Qualora la presentazione dovesse aver luogo oltre l’ottavo giorno dal periodo terminale dell’indennità di preavviso, la prestazione decorrerà dal quinto giorno successivo a quello di presentazione della stessa.

La domanda viene esaminata dall’INPS prioritariamente come richiesta di indennità di mobilità: qualora non ricorrano tutti i requisiti e le condizioni per il riconoscimento del diritto a tale indennità, l’istanza medesima potrà essere presa in considerazione, in via subordinata e previa informativa al richiedente, per la concessione di altra prestazione di disoccupazione involontaria. Per quanto ovvio, nel caso in cui l’ultimo giorno utile per la presentazione della domanda (il sessantottesimo) venga a cadere in un giorno festivo, il termine è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo.

Considerato che il termine di 68 giorni riveste natura decadenziale, e quindi non soggetto agli istituti della sospensione e dell’interruzione previsti, invece, per la prescrizione, le domande presentate oltre tale termine dovrebbero essere in linea di principio respinte. Tuttavia, a seguito di una prassi amministrativa adottata dell’INPS fin dal lontano 1953 (e tuttora vigente), il termine può subire slittamenti in alcuni casi particolari.

Con circolare n. 53159 Obg del 23 settembre dell’appena citato anno, in considerazione, appunto, del fatto che, frequentemente, ad uno stato di inattività derivante da sospensione segue il licenziamento ed i disoccupati possono in buona fede essere indotti in errore circa la scadenza del termine utile per la presentazione della domanda di indennità, è stato stabilito che le strutture periferiche dell’Istituto di previdenza omettano di rilevare la decadenza, e pertanto si astengano dall’emettere il provvedimento di reiezione, nei casi di:

– domande presentate dai lavoratori caduti in stato di disoccupazione per sospensione del lavoro e successivamente licenziati, i quali presentino le domande entro 60 giorni dalla data del licenziamento, anziché entro 68 giorni da quella di effettiva cessazione dal lavoro;

– domande presentate da lavoratori che hanno intentato vertenze sindacali o giudiziarie ed abbiano presentato la domanda durante il periodo di vertenza ovvero entro 60 giorni dalla data di definizione della vertenza sindacale o dalla data della notifica della sentenza giudiziaria. Qualora il disoccupato presenti la domanda nel corso della vertenza, l’INPS procede, in presenza dei requisiti di legge, alla liquidazione dell’indennità di mobilità adottando tutte le iniziative necessarie per l’eventuale recupero nel caso in cui la prestazione dovesse risultare indebita a seguito della reintegrazione nel posto di lavoro (v. le circolari dell’INPS n. 521 R. C. V. del 19 settembre 1980 e n. 495 A. G. O. del 27 marzo 1984);

– domande di lavoratori licenziati durante un periodo di malattia o che si ammalino entro 8 giorni dalla data del licenziamento, con perdita della capacità lavorativa, presentate entro 60 giorni dalla data di riacquisto della capacità lavorativa;    – domande di lavoratori indennizzati per infortunio dall’INAIL, e collocati in mobilità durante tale periodo, presentate entro 60 giorni dalla data di riacquisto della capacità lavorativa;

– domande di lavoratrici madri o di lavoratori padri che al termine del riposo facoltativo post-partum siano stati licenziati e che presentino la domanda entro 60 giorni dalla data del licenziamento anziché entro 68 giorni dalla data terminale del riposo obbligatorio;

– domande di insegnanti supplenti che abbiano presentato la domanda entro 60 giorni dalla data di comunicazione di mancata conferma del posto di lavoro anziché entro 68 giorni dalla data di effettiva cessazione dell’insegnamento.

Sia  l’ammontare, sia la durata, dell’indennità di cui si discorre (che viene in ogni caso corrisposta direttamente dall’INPS), sono rapportate a quelle previste per il trattamento straordinario di integrazione salariale: ai sensi dell’art. 7, comma 1, secondo periodo, della legge 23 luglio 1991, n. 223, infatti, “L’indennità spetta nella misura percentuale, di seguitoindicata, del trattamento straordinario di integrazione salariale che hanno percepito ovvero che sarebbe loro spettato nel periodo immediatamente precedente la risoluzione del rapporto di lavoro:

a)  per i primi dodici mesi: cento per cento;

b)  dal tredicesimo al trentaseiesimo mese: ottanta per cento.”

L’indennità di mobilità è adeguata, con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, in misura pari all’aumento della indennità di contingenza dei lavoratori dipendenti. Essa non è comunque corrisposta successivamente alla data del compimento dell’età pensionabile per vecchiaia, ovvero, se a questa data non ne ha ancora maturato il diritto, successivamente alla data in cui tale diritto viene a maturazione (art. 7, comma 3, della legge 23 luglio 1991, n. 223).

Lo stesso regime di incompatibilità vige in caso di titolarità di pensione di anzianità (ora pensione anticipata), di pensione di inabilità, di pensione di invalidità e di assegno ordinario di invalidità (A. O. I). In quest’ultime due ipotesi, il lavoratore titolare della pensione di invalidità e dell’assegno ordinario di invalidità può optare tra tali trattamenti e

quelle di mobilità. Nel caso di opzione per l’indennità di mobilità, le prestazioni  pensionistiche  restano sospese.

Qualora i lavoratori diventino titolari di assegno ordinario di invalidità

successivamente alla data di iscrizione nelle liste di mobilità, gli stessi potranno esercitare la facoltà di opzione a favore dell’indennità entro 60 giorni dalla data in cui è stato notificato il provvedimento di accoglimento della domanda di assegno ordinario di invalidità.

L’indennità in questione non può comunque essere corrisposta per un periodo superiore all’anzianità maturata dal lavoratore alle dipendenze dell’impresa che abbia attivato la procedura di dichiarazione di mobilità. (art. 7, comma 4, dell’appena citata norma).

Il lavoratore è cancellato dalle liste di mobilità e decade dall’eventuale prestazione, oltre che in caso di completamento del periodo massimo previsto per l’erogazione dell’indennità di mobilità o di rioccupazione alle dipendenze di terzi con contratto a tempo pieno e indeterminato, nelle altre ipotesi stabilite dall’art. 9 della legge 23 luglio 1991), vale a dire:

a) rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale autorizzato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente;

b) non accetti l’offerta di un lavoro che sia professionalmente equivalente ovvero, in mancanza di questo, che presenti omogeneità anche intercategoriale e che, avendo riguardo ai contratti collettivi nazionali di lavoro, sia inquadrato in un livello retributivo non inferiore del dieci per cento rispetto a quello delle mansioni di provenienza;           a) rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale autorizzato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente;

c) non accetti, in mancanza di un lavoro avente le caratteristiche di cui alla lettera b), di essere impiegato in opere o servizi di pubblica utilità (articolo 6, comma 4, della legge 23 luglio 1991, n. 223);

d) non abbia provveduto a dare comunicazione alla competente sede dell’INPS, entro cinque giorni dall’assunzione, dell’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato prestato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato (articolo 8, comma 6, della legge 23 luglio 1991, n. 223). A tale riguardo è bene ricordare che la normativa attualmente in vigore consente al lavoratore in mobilità di svolgere attività di lavoro subordinato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato, mantenendo l’iscrizione nelle liste: ricorrendo tale evenienza, è semplicemente sospesa l’erogazione della relativa indennità, sempre che, ovviamente, il prestatore d’opera ne abbia dato comunicazione all’INPS;

e) non risponda, senza motivo giustificato, alla convocazione da parte degli Uffici circoscrizionali o della Agenzia per l’impiego ai fini degli adempimenti di cui alle lettere che precedono, nonché allo scopo di sottoporre i lavoratori medesimi ad un colloquio finalizzato a conoscere, oltre a notizie anagrafiche e professionali, anche disponibilità e aspirazioni rispetto alla ricollocazione al lavoro (comma 5-ter dell’articolo 6 del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236).

Le prerogative che perderanno i lavoratori

Oltre alla mancata corresponsione dell’indennità di mobilità (ed al riconoscimento, in sua vece, della NASPI) il soggetto interessato potrà lamentare il fatto di perdere il vantaggio, rispetto agli altri prestatori d’opera in attesa di collocamento lavorativo, di essere considerato un disoccupato per così dire “privilegiato”: infatti, l’uscita di scena delle liste di mobilità comporterà la perdita, a favore del datore di lavoro, delle agevolazioni previste in caso di riassunzione dei soggetti beneficiari dell’indennità ad essa correlata e di cui parleremo nel paragrafo successivo.

Un altro vantaggio che fa capo (ma ormai potremmo dire, che faceva capo) al lavoratore, oltre al diritto di precedenza nell’assunzione previsto dall’art. 8, comma 1, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (e precisamente la riassunzione con diritto di precedenza dei lavoratori licenziati da un’azienda per riduzione di personale presso la medesima azienda entro sei mesi), concerne l’accreditamento dei contributi figurativi sottesi all’erogazione dell’indennità di mobilità, per la durata della medesima, e senza limiti di durata per tutta la vita lavorativa. Detti contributi sono riconosciuti d’ufficio, sia ai fini del conseguimento del diritto alla pensione, sia e ai fini della determinazione della misura della stessa.

A conferma della dicotomia che intercorre tra le prestazioni e le contribuzioni previdenziali, la valorizzazione della contribuzione figurativa accreditabile va determinata, a norma dell’art. 7, comma 9, della più volte citata legge n. 223, sulla base della retribuzione cui è riferito il trattamento straordinario di integrazione salariale al quale si fa riferimento per determinare l’importo dell’indennità di mobilità e non già avuto riguardo all’importo del sopra citato trattamento di integrazione salariale.

La retribuzione pensionabile per detti periodi è determinata con riferimento alla retribuzione media relativa alle settimane di contribuzione piena nell’anno solare considerato. Nei casi in cui nell’anno solare medesimo non risultino retribuzioni effettive, il valore retributivo da attribuire ai periodi riconosciuti figurativamente è determinato rapportandolo a quello immediatamente precedente nel quale risultino percepite retribuzioni in costanza di attività lavorativa (art. 8 della legge 23 aprile 1981, n. 155). Il diritto all’accreditamento dei contributi figurativi ovviamente non spetta ai lavoratori che abbiano eventualmente beneficiato della corresponsione anticipata per il periodo cui si riferisce l’erogazione.

Ne consegue dunque che, mentre l’ammontare mensile dell’indennità è rapportato, anzi coincide, con l’importo, sempre mensile, dell’integrazione salariale straordinaria, la contribuzione figurativa corrisponde a quella su cui sarebbe stata calcolata la contribuzione obbligatoria in costanza di rapporto di lavoro subordinato, il che costituisce un indubbio vantaggio, atteso che in chiave contributiva non si determina, “almeno inizialmente”, un gap tra le due contribuzioni.

In proposito si ritiene tuttavia utile precisare che la contribuzione figurativa così determinata sarà attribuita senza alcun adeguamento o rivalutazione (di qui appunto la locuzione “almeno inizialmente” appena accennata), e ciò costituisce un elemento, sia pur lieve, di penalizzazione rispetto alla valorizzazione della contribuzione che viene riconosciuta in costanza di rapporto di lavoro subordinato.

Un’altra peculiarità, sempre in senso positivo, dell’accreditamento contributivo dei periodi di godimento dell’indennità di mobilità, è costituita dal fatto che essa è efficace anche per il conseguimento del diritto ai trattamenti per anzianità (ora pensioni anticipate)

liquidate nel “sistema retributivo o misto” a favore degli assicurati in possesso di una anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, come pure per le donne che accedono al c. d. “Regime sperimentale” di cui all’art.1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243, altrimenti denominato “Opzione donna”.

E’ noto infatti che il diritto alla pensione anticipata si consegue, al momento in cui si scrive (anno 2016), al raggiungimento di una anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne. Ai fini del raggiungimento di tale requisito è valutabile la contribuzione a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato, fermo restando il contestuale perfezionamento dell’ulteriore requisito di 35 anni di contribuzione obbligatoria, da riscatto e/o da ricongiunzione, volontari e figurativi, con esclusione, in quest’ultimo caso, dei contributi accreditati per malattia, infortuni e disoccupazione.

Ebbene, dal momento che i contributi figurativi accreditati in conseguenza dell’erogazione dell’indennità di mobilità sono considerati utili ai fini della valutazione dei 35 anni di assicurazione, sostituendoli, dal 1° gennaio 2017, con quelli della disoccupazione involontaria, molti soggetti interessati subiranno un differimento della decorrenza della pensione anticipata per un numero di mesi pari ai contributi accreditati per la corresponsione dell’indennità per disoccupazione involontaria.

Lo stesso discorso deve essere fatto per la sopra citata “opzione donna”, nonostante il fatto che tale istituto previdenziale abbia cessato di essere operativo, salvo eventuale proroga: anche in questo caso, infatti, per la verifica dei 35 anni di contribuzione non è stato possibile prendere in considerazione i contributi accreditati a seguito della percezione dell’indennità di disoccupazione involontaria.

Va infine precisato come l’indennità di mobilità sostituisca ogni altra prestazione di disoccupazione involontaria e che nel periodo di godimento dell’indennità di mobilità spetta l’assegno al nucleo familiare, ed infine che il titolare del trattamento può ottenere la corresponsione anticipata dell’indennità, decurtata delle mensilità di cui ha già beneficiato, qualora intraprenda un’attività autonoma o per associarsi in cooperativa in conformità alle norme vigenti: tale ultima chance può tornare particolarmente utile qualora il lavoratore non abbia molte possibilità di potersi rioccupare, entro un termine ragionevole, alle dipendenze di terzi.

Le agevolazioni contributive che perderanno i datori di lavoro

L’art. 25, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, dispone che i datori di lavoro che assumano con contratto a tempo indeterminato lavoratori iscritti nella lista di mobilità possono versare, per i primi 18 mesi del rapporto, i contributi previdenziali ed assistenziali a loro carico in misura pari all’aliquota prevista per gli apprendisti (generalmente del 10% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali).

Anche qualora il lavoratore iscritto nelle liste di mobilità venga assunto con contratto a termine per un periodo non superiore a 12 mesi, il predetto beneficio contributivo spetta, ai sensi dell’art. 8, comma 2, della più volte citata legge n. 223, per tutta la durata del rapporto di lavoro: nel caso in cui nel corso del suo svolgimento, il predetto contratto venga trasformato a tempo indeterminato, il beneficio contributivo spetta per ulteriori dodici mesi in aggiunta a quello previsto dal comma 4 dello stesso articolo (c. d. “contributo mensile”).

Recita infatti tale ultima norma che “Al datore di lavoro che, senza esservi tenuto ai sensi del comma 1 [si tratta del diritto di precedenza dell’assunzione dei lavoratori in mobilità, citato nel paragrafo precedente, n. d. a.], assuma a tempo pieno e indeterminato i

lavoratori iscritti nella lista di mobilità è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un “contributo mensile” pari al cinquanta per cento della indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore. Il predetto contributo non può essere erogato per un numero di mesi superiore a dodici e, per i lavoratori di età superiore a cinquanta anni, per un numero superiore a ventiquattro mesi, ovvero a trentasei mesi per le aree di cui all’articolo 7, comma 6 [le Regioni del Mezzogiorno, vale a dire l’Abruzzo, il Molise, la Campania, le Puglie, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna, nonché le province di Latina e di Frosinone, i comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Cittaducale, i comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto, i comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina, l’Isola d’Elba, ed infine gli interi territori dei comuni di Isola del Giglio e di Capraia, n. d .a.]. Il presente comma non trova applicazione per i giornalisti.”

Tale ultimo beneficio differisce dai primi due appena citati per il fatto che l’agevolazione presuppone che i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità abbiano altresì in

l’agevolazione presuppone che i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità abbiano altresì in corso di erogazione la relativa indennità.

A tale riguardo merita citazione la circostanza che l’appena citato beneficio è cumulabile con l’esonero contributivo triennale per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel corso dell’anno 2015 di cui all’art. 1, comma 118, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c. d. “Legge di stabilità per l’anno 2015”): lo ha affermato l’INPS con la circolare n. 17 del 29 gennaio 2015, al punto 7, ultimo capoverso. Analogamente, il predetto cumulo è ammissibile nei casi di trasformazione a tempo indeterminato di rapporti instaurati con lavoratori iscritti nelle liste di mobilità.

Gli incentivi attualmente in vigore saranno applicati alle assunzioni, trasformazioni o proroghe che dovessero essere effettuate fino al 31 dicembre 2016: in tali casi, infatti, spetterà l’incentivo per tutta la durata prevista dalle disposizioni che cesseranno di essere operative dal 31 dicembre 2016, anche se l’incentivo dovesse scadere successivamente alla predetta data.

A mero titolo di esempio, si può citare il caso del datore di lavoro che assuma il 1° ottobre del 2016 a tempo determinato, per sei mesi, un prestatore d’opera iscritto alle liste di mobilità: egli avrà diritto al regime agevolativo fino a tutto il mese di marzo 2017, con la precisazione che all’eventuale proroga del rapporto non potrà tuttavia più applicarsi l’incentivo stabilito dalla legislazione abrogata.

Si ricorda, infine, che il bonus non ha effetto relativamente ai premi INAIL

26 settembre 2016

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