PILLOLE GIURISPRUDENZA CASSAZIONE

1- Sentenza 15 settembre 2016, n. 18124

Licenziamento per giusta causa – Ammanco di cassa – Lesione del vincolo fiduciario – Proporzionalità sanzione e condotta addebitata

Con sentenza n. 6556/2013, depositata il 2 agosto 2013, la Corte di appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Roma che, pronunciando sul ricorso di A. R., ne aveva respinto la domanda diretta ad ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatole in data 3/12/2009 da SMA S.p.A. in relazione ad un ammanco di cassa verificatosi il 29/10/2009.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la lavoratrice con unico articolato motivo, assistito da memoria; la società ha resistito con controricorso.

Il motivo è  stato ritenuto  fondato, ed e’ stato   accolto, nella parte in cui denuncia il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.).

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2-Sentenza 16 settembre 2016, n. 18188

Fusione per incorporazione – Art. 2504-bis c.c. – Diritti e obblighi delle società partecipanti all’operazione – Prosecuzione dei rapporti anteriori alla fusione

G.M. impugnava ex art. 1 comma 48 della L. n. 92 del 2012 il licenziamento irrogatogli – in data 16.5.2012 – dalla S. s.p.a. e il Tribunale, in sede di opposizione, dichiarava illegittimo il licenziamento e disponeva la reintegrazione nel posto di lavoro, dovendosi ritenere ricorrenti i requisiti di un licenziamento collettivo e, di conseguenza, la violazione del procedimento previsto dalla L. n. 223 del 1991.

Proposto reclamo in data 18.12.2014 dalla S. s.p.a., la Corte di appello dichiarava inammissibile l’impugnazione rilevando che – a seguito di annotazione nel registro delle imprese della fusione per incorporazione della S. s.p.a. nella E. s.p.a. in data 3.12.2014 – la società doveva ritenersi estinta in momento precedente l’interposizione del reclamo.

Ha proposto ricorso   la E. per ottenere la cassazione della sentenza, affidando il ricorso a due motivi, illustrati da memoria, ai quali il M. replica con controricorso.

 L’evento della cancellazione non assume  rilievo dirimente, qualora sia determinato dalla fusione: ancora le sezioni unite (Cass., Sez. Un., 6070/2013) hanno rimarcato, esaminando giustappunto la rilevanza della cancellazione al fini dell’estinzione della società, che “ben diverso è il caso dell’estinzione conseguente a cancellazione della società dal registro delle imprese, che certamente può anch‘essa dipendere da un atto volontario della parte, ma alla quale non può dirsi partecipe il soggetto (il socio) destinato a succederle nei processo, al quale può essere sì talvolta imputato di aver concorso con la sua volontà a porre la società in liquidazione, ma di regola non certo di averne determinato l’estinzione, a seguito di cancellazione dai registro, nonostante la pendenza di rapporti non ancora definiti”.

– In definitiva, l’esclusione della fattispecie estintiva in caso d’incorporazione comporta l’ammissibilità dell’appello, in quanto la fusione comporta un mutamento formale di un’organizzazione societaria già esistente, ma non la creazione di un nuovo ente, che si distingua dal vecchio, per cui la società incorporata sopravvive in tutti i suoi rapporti, anche processuali, alla vicenda modificativa nella società incorporante (cfr., da ultimo, Cass. ord. n. 24498/2014).

 – Né depone in senso contrario Cass. 15 febbraio 2013, n, 3820, che ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello proposto dalla società incorporata, in ragione delle peculiarità della fattispecie, in cui “la società incorporata prima ha ottenuto le cancellazione dal registro delle imprese e poi ha proposto appello, cosi venendo contra factum proprium”.

 In conclusione, il ricorso deve essere accolto. La sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio al giudice di merito per l’esame delle ulteriori censure ritenute assorbite. Al giudice del rinvio va rimessa anche la regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità, e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione.


 3.Sentenza 16 settembre 2016, n. 18193

Rapporto di lavoro – Indennità di buonuscita – Computo della retribuzione di posizione – Esclusione

 In conclusione va ribadito che nella base di calcolo dell’indennità di buonuscita del dipendente non possono comprendersi emolumenti diversi da quelli previsti dal combinato disposto degli artt. 3 e 38 del D.P.R. n. 1032 del 1973, non potendo in particolare interpretarsi le locuzioni “stipendio”, “paga” o “retribuzione”, nel senso generico di retribuzione omnicomprensiva riferibile a tutto quanto ricevuto dal dipendente in modo fisso o continuativo e con vincolo di corrispettività con la prestazione. Pertanto il ricorso va rigettato

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