PILLOLE GIURISPRUDENZA CASSAZIONE

1) Somministrazione irregolare ed impugnazione licenziamento

Con sentenza n. 17969 del 13 settembre 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che nel caso in cui un appalto venga disconosciuto e si ravvisi una somministrazione irregolare, tutti gli atti di gestione sostenuti dall’appaltatore si intendono svolti da chi ha utilizzato la prestazione. Di conseguenza, anche l’impugnativa del licenziamento da parte di un lavoratore va proposta, a pena di decadenza, verso lo pseudo committente.

 

2) Esclusione  applicazione  art.18 legge 300/70 licenziamento pubblico impiego privatizzato

Con la Sentenza 13 settembre 2016, n. 17965 , la Corte di Cassazione ha osservato e deciso  quanto segue

Il rapporto di lavoro del personale  ASL è q assoggettato alla disciplina di cui al D.lgs n. 165 del 2001 e rientra nell’ambito dei rapporti di diritto pubblico c.d. contrattualizzato ai sensi dell’art. 40 ss. del suddetto testo unico, nel comparto di contrattazione del personale del Servizio sanitario nazionale.

  A tale qualificazione consegue l’operatività del principio affermato da questa Corte con la sentenza n. 11868 del 2016, cui occorre dare continuità, e quindi l’inapplicabilità delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012 all’art. 18 della L. n. 300 del 1970, con la conseguenza che la tutela in caso di licenziamento illegittimo, pur intimato in data successiva all’entrata in vigore della richiamata L. n. 92, resta quella prevista dall’art. 18 St.lav. nel testo antecedente la riforma.

 Tale considerazione è decisiva ed assorbente al fine di ritenere la fondatezza del ricorso e disporre la cassazione della sentenza impugnata. Segue il rinvio alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, che dovrà valutare le conseguenze dell’ illegittimità del licenziamento in applicazione della normativa di cui all’art. 18 della L. m. 300/1970 nella formulazione applicabile, e giudicare anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

 

3)Rapporto di lavoro – Non conferma in ruolo – Dispensa dal sevizio – Mancato superamento della prova

 

 .Circa il ricorso  alla  Cassazione avvero  la sentenza  con cui  la Corte di Appello di Salerno in accoglimento del reclamo proposto dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca avverso la sentenza, pronunziata ex art. 1 c. 57 della legge 92 del 2012, del Tribunale di Salerno, ha respinto la domanda proposta da F.D.P. volta alla disapplicazione del provvedimento in data 24.7.2012 con il quale il Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo “C.B.” di Cogliate aveva disposto la non conferma in ruolo e la conseguente dispensa dal sevizio per mancato superamento della prova,la Corte Suprema  con la Sentenza 13 settembre 2016, n. 17967  , ha costantemente affermato (ex multis, Cass. 6542/2004, 23675/2013), che, qualora una determinata questione giuridica, che implichi un accertamento di fatto, non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità della censura per novità della questione, ha l’onere non solo di allegare la sua avvenuta deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di specificità del ricorso per Cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, per consentire alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa.

Poiché  nella fattispecie la ricorrente non ha specificato se ed in quale atto processuale la questione della carenza di motivazione del provvedimento risolutivo del rapporto, non esaminata dalla Corte territoriale, sia stata prospettata nei giudizi di merito.,il ricorso, sulla scorta delle considerazioni svolte, deve essere rigettato.

4)Licenziamento – Permessi per l’assistenza al disabile – Uso improprio – Consapevolezza della lavoratrice

 

 La Corte di appello di Venezia, con sentenza n. 717/14, ha confermato la pronuncia di primo grado con cui era stata respinta l’impugnativa del licenziamento intimato a L.P. dal Comune di Villafranca di Verona.

Alla dipendente era stato contestato di avere utilizzato, nel primo trimestre del 2012, complessivamente n. 38 ore e 30 minuti di permesso ai sensi dell’art. 33 L. 104/92, fruiti per finalità diverse dall’assistenza alla madre disabile, e specificamente per recarsi a Milano a frequentare le lezioni universitarie di un corso di laurea

Rispetto ai relativo ricorso in cassazione ,con Sentenza 13 settembre 2016, n. 17968 la Corte Suprema   ,alla luce del proprio orientamento  ,   (Cass. n. 4984/2014, conf. Cass. n. 9217/2016, n. 9749/2016 e n. 8784/2015),ha dichiarato che  il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che, in relazione al permesso ex art. 33 L. n. 104/1992, si avvalga dello stesso non per l’assistenza al familiare, bensì per attendere ad altra attività, integra l’ipotesi dell’abuso di diritto, giacché tale condotta si palesa, nei confronti del datore di lavoro come lesiva della buona fede, privandolo ingiustamente della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente ed integra, nei confronti dell’Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale.

 I permessi devono essere fruiti, dunque, in coerenza con la loro funzione. In difetto di tale nesso causale diretto tra assenza dal lavoro e prestazione di assistenza, devono ritenersi violati i principi di correttezza e buona fede sia nei confronti del datore di lavoro (che sopporta modifiche organizzative per esigenze di ordine generale) che dell’Ente assicurativo. Tanto rileva anche ai fini disciplinari, pure a prescindere dalla figura dell’abuso di diritto, che comunque è stata integrata tra i principi della Carta dei diritti dell’unione europea (art. 54), dimostrandosi così il suo crescente rilievo nella giurisprudenza europea” (Cass. n. 9217/2016).

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