CASSAZIONE:SENTENZA RIGUARDANTE INDENNITA’ ACCOMPAGNAMENTO DA RESTITUIRE

Con sentenza n. 1394/2009, depositata il 20.10.2009, la Corte d’Appello di Roma, pronunciando sull’appello proposto da M.R. nei confronti dell’INPS e del Ministero Economia e Finanze avverso la sentenza del Tribunale di Roma – che gli riconosceva il diritto all’indennità di accompagnamento ma soltanto dall’1.8.2006 e non dalla precedente data della domanda come richiesto – dichiarava l’inammissibilità del ricorso di primo grado per intervenuta decadenza, essendo stato proposto oltre il termine previsto dall’art. 42, comma 3 del d.l. n. 269/2003 conv. in I. n. 326/2003.

Avverso detta sentenza M.S. e M.D., in qualità di eredi di M.R., hanno proposto ricorso per cassazione articolato su un unico motivo. L’Inps ha resistito con controricorso.

Di tale orientamento costituiscono espressione recente la pronuncia di questa Corte (Cass. Sez. 6, Ordinanza n. 21287 del 20/10/2015) secondo cui “La morte della parte costituita a mezzo di procuratore, da questi non dichiarata in udienza o notificata alle altre parti, comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato, che il medesimo procuratore, qualora munito di procura “ad litem” valida non solo per il primo, ma anche per gli ulteriori gradi del processo, è legittimato non solo ad impugnare la sentenza di primo grado, ma anche a notificarla, con ciò determinando la decorrenza del termine breve per l’impugnazione”. Nonché la sentenza Sez. L. n. 710 del 18/01/2016 che ha ribadito come “In caso di morte o perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, l’omessa dichiarazione o notificazione dell’evento ad opera di quest’ultimo comporta, per la regola dell’ultrattività del mandato, che il difensore continui a rappresentare la parte come se l’evento non si fosse verificato, risultando così stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata (rispetto alle altre parti ed al giudice) nella fase attiva del rapporto processuale, nonché in quelle successive di sua quiescenza od eventuale riattivazione dovuta alla proposizione dell’impugnazione.

Tale posizione è suscettibile di modificazione qualora, nella fase di impugnazione, si costituiscano gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace, ovvero se il procuratore, già munito di procura valida anche per gli ulteriori gradi deI processo, dichiari in udienza, o notifichi alle altre parti, l’evento, o se, rimasta la parte contumace, esso sia documentato dall’altra parte o notificato o certificato dall’ufficiale giudiziario ex art. 300, comma 4, c.p.c.”

Ne consegue quindi che, stante l’ultrattività del mandato al difensore, rispetto al caso in esame deve ritenersi valida la sentenza d’appello pronunciata nei confronti della parte deceduta dopo la sentenza di primo grado e prima del deposito dell’impugnazione da parte del difensore munito di mandato ad litem.

 In ogni caso la stessa doglianza svolta dai ricorrenti, ove in ipotesi fondata, sarebbe risultata comunque in contrasto con il principio stabilito dall’art. 157, 3° comma c.p.c. secondo il quale “la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, né da quella che vi ha rinunciato anche tacitamente”. Ciò in quanto le norme sull’interruzione del processo sono preordinate a tutela della parte colpita dall’evento interruttivo la quale è l’unica legittimata a dolersi dell’irrituale continuazione del processo nonostante il verificarsi della causa interruttiva. Nel caso di specie non essendo stato dichiarata nel processo d’appello né la morte del M., né la revoca o la rinuncia alla procura da parte dell’Avv. P., la pretesa di parte ricorrente impingerebbe nell’inopponibilità della nullità stabilita dalla norma citata.

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