CASSAZIONE:SENTENZA IN MATERIA TFR CHE ESCLUDE INTERVENTO FONDO GARANZIA

Con sentenza depositata il 27.il.2009, la Corte d’appello di Lecce confermava la statuizione di primo grado, che aveva rigettato la domanda di C. P. di conseguire dall’INPS, quale gestore del Fondo di garanzia ex I. n. 297/1982 e succ. mod. e integraz., il TFR maturato alle dipendenze del proprio datore di lavoro e non riscosso nonostante ella avesse promosso infruttuosamente un’esecuzione mobiliare.

La Corte, per quanto  interessa  rispetto alla fattispecie, riteneva che l’assistita non avesse dimostrato l’insolvenza del proprio datore di lavoro, essendosi limitata all’infruttuosa esecuzione mobiliare senza nemmeno assumere informazioni presso la competente Conservatoria dei registri immobiliari in ordine alla consistenza del patrimonio immobiliare del debitore.

Contro questa pronuncia ricorre C. P. con un unico motivo, articolato in plurimi profili di censura per violazione di legge e vizio di motivazione.

Va premesso che  la Suprema Corte ha da tempo posto il principio secondo cui, in caso di insolvenza di datore di lavoro non soggetto – come nella specie – alle disposizioni della legge fallimentare, grava sul lavoratore, che invochi l’intervento del Fondo di garanzia ex art. 2, I. n. 297/1982, l’onere di dimostrare che, a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata, le garanzie patrimoniali siano risultate in tutto o in parte insufficienti, e ha precisato che, a tal fine, non basta l’esistenza di una mera parvenza di esecuzione, quale deve considerarsi l’inutile esperimento di un tentativo di pignoramento mobiliare presso il debitore, quando non risultino effettuate idonee ricerche sul debitore medesimo in ordine alla eventuale titolarità, in capo allo stesso, di crediti verso terzi o di beni e diritti immobiliari, seguite, se positive, da esecuzione forzata ai sensi, rispettivamente, degli artt. 543 ss. e 555 ss. c.p.c. (Cass. n. 4666 del 2002 e 10953 del 2003).

Ciò posto, va rilevato che, come ricordato in fatto, la Corte territoriale ha fondato la propria decisione sul rilievo che l’odierna ricorrente non avesse dimostrato l’insolvenza del proprio datore di lavoro, essendosi limitata all’infruttuosa esecuzione mobiliare senza nulla documentare in ordine alla consistenza del patrimonio immobiliare del debitore. E poiché codesto assunto va ritenuto conforme ai principi di diritto ormai consolidati da questa Corte di legittimità, di cui s’è detto supra, rientrando per contro nella valutazione discrezionale del giudice di merito (insindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione sufficiente) il giudizio circa l’idoneità degli elementi addotti in chiave di prova presuntiva al fine di dedurre l’esistenza del fatto principale, costituito dall’inidoneità delle garanzie patrimoniali del debitore (cfr. ancora Cass. n. 12105 del 2008), deve concludersi per l’infondatezza delle censure svolte in ricorso nei confronti dell’impugnata sentenza; ed è appena il caso dì soggiungere che, proprio per ciò, non può argomentarsi in contrario (come invece ritenuto da parte ricorrente) sulla scorta di Cass. n, 1607 del 2015, essendosi da quest’ultima decisione semplicemente ribadito il principio di diritto secondo cui, al fine di conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia, anche una procedura di esecuzione può essere sufficiente nel caso che non risultino altri beni aggredirli con l’azione esecutiva, e non essendosi invece fatta questione né in ordine all’onere della prova concernente la sussistenza di altri beni sottoponibili ad esecuzione forzata né in tema di congruità e logicità dell’accertamento condotto a tal fine dal giudice di merito.

Il ricorso, pertanto, con la sentenza sotto evidenziata e’ stato rigettato.

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Sentenza 05 settembre 2016, n. 17593

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