CASSAZIONE:SENTENZA RIGUARDANTE RECUPERO RATEI INDENNITA’ MOBILITA’

G. B. chiese al Tribunale di Lodi che l’Inps fosse condannato a pagargli l’indennità di mobilità dal 1° gennaio 2006, ingiustamente negatagli in sede amministrativa.

Il Tribunale ritenne la domanda fondata solo in parte, a far tempo dal 10 aprile 2006, sul rilievo che il ricorrente aveva presentato la domanda oltre il termine di legge, così incorrendo nella decadenza la quale tuttavia non involgeva il diritto alla prestazione ma solo quello al pagamento dei ratei maturati dalla data del licenziamento fino alla domanda.

 La sentenza fu impugnata dall’Inps e, in via incidentale, anche dal B. e la Corte d’Appello di Milano, con sentenza dei 5 luglio 2010, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, – dopo aver rigettato l’eccezione di improcedibilità dell’appello per il mancato rispetto del termine di dieci previsto dall’art. 435, comma secondo, c.p.c. per la notifica del ricorso in appello e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione – , ha riconosciuto il diritto dei lavoratore di percepire, così come richiesto, l’indennità di mobilità dal 1/1/2006 e ha condannato l’Inps al pagamento dei ratei arretrati, oltre agli interessi dalle singole scadenze al saldo.

  A fondamento del dedsum – e per quanto qui ancora rileva – la Corte territoriale ha ritenuto che la decorrenza del termine per proporre la domanda di corresponsione dell’indennità di disoccupazione (dì sessanta giorni dall’inizio della disoccupazione indennizzabile, ovvero dall’ottavo giorno successivo alla cessazione del rapporto) dovesse ritenersi differita alla fine dello stato di malattia del lavoratore, comprovato in giudizio dalla documentazione sanitaria, stato che aveva impedito al lavoratore di provvedere ai propri interessi, impedendo altresì il decorso della decadenza, con la conseguenza che la domanda amministrativa proposta il 10 aprile 2006 doveva ritenersi tempestiva.

 Avverso l’anzidetta sentenza, l’Inps ha proposto ricorso per cassazione fondato su un unico motivo, illustrato da memoria.,deciso dalla Corte Suprema con la .che prevede quanto segue

 La decadenza consiste nel fatto oggettivo del mancato esercizio del diritto entro un termine stabilito, nell’interesse generale o individuale, alla certezza di una determinata situazione giuridica, senza alcuna possibilità di proroga, sospensione o interruzione, se non nei casi eccezionali tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass., 9 giugno 2005, n. 12163): essa pertanto non può essere impedita da una situazione di fatto di mera difficoltà, essendo invece necessario un impedimento assoluto imputabile a causa ineluttabile. La nozione di “forza maggiore”, desumibile dall’art. 45 cod. pen., rimane invero integrata allorché ricorra una forza esterna ostativa in modo assoluto (Cass., 24 ottobre 2008, n. 25737), caratterizzata dall’imprevedibilità ed inevitabilità, da accertare positivamente mediante specifica indagine (Cass., 29 aprile 2010, n. 10343).

 La Corte territoriale, avendo accertato che la mancata presentazione della domanda è dipesa da una “difficoltà” che ha determinato l’impedimento del lavoratore a provvedere ai suoi interessi, e avendo ritenuto tale difficoltà sufficiente ad impedire il decorso del termine di decadenza, ha violato le norme citate in rubrica e disatteso II concetto normativo di “forza maggiore”.

 Sintomatico del vizio di violazione di legge è il fatto che l’accertamento del giudice del merito non è stato condotto sugli elementi tipici della forza maggiore come sopra evidenziati, in particolare sull’assolutezza dell’impedimento e sulla sua incidenza sulla capacità decisionale del lavoratore, tale da escludere in toto la possibilità di presentare la domanda. Altrettanto sintomatico è il rilievo che nella sentenza non vi è alcun accenno al concetto di “forza maggiore”, discorrendosi invece solo di “difficoltà”.

 L’assunto del controricorrente, secondo cui l’accertamento della forza maggiore contenuto nella sentenza Impugnata sarebbe passato in giudicato in mancanza di uno specifico motivo di impugnazione da parte dell’Inps, è smentito proprio dal tenore del ricorso per cassazione, in cui attraverso la deduzione del vizio di violazione di legge e la formulazione, quantunque non richiesta, del relativo quesito di diritto si contesta che le cattive condizioni di salute dell’assicurato, quali condizioni meramente soggettive, possano costituire fatto impeditivo della decadenza. Con ciò sostanzialmente negando che esse possono aver operato nel caso in esame come forza maggiore.

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