PILLOLE GIURISPRUDENZA CASSAZIONE

1)CONFIGURAZIONE CESSIONE RAMO AZIENDA

 

Con sentenza n. 17366 del 26 agosto 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che, pur dopo le modifiche normative intervenute con il D.L.vo n. 276/2003, perché si possa parlare validamente di cessione di ramo d’azienda occorre che lo stesso sia in grado di svolgere autonomamente la propria attività rispetto all’azienda cedente e senza integrazioni rilevanti da parte di quest’ultima

 

2)DOPPIA ISCRIZIONE CONTRIBUTIVA PER AMMINISTRATORI

Con sentenza n. 17365 del 26 agosto 2016, la Corte di Cassazione ha affermato, sulla scorta della interpretazione autentica fornita dal legislatore con l’art. 1, comma 1, della legge n. 122/2010, che laddove esista un’attività di lavoro autonomo con l’obbligo dei versamenti alla gestione separata, accompagnata da un’attività d’impresa commerciale, agricola o artigiana che comporta l’obbligo di iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, esiste la doppia imposizione contributiva per coloro che esercitino le due attività.

 

3) MEDICO CONVENZIONATO   SSN  ED ASSENZA  AUTNOMA ORGANIZZAZIONE NON DOVUTA IRAP

 Con Ordinanza 25 agosto 2016, n. 17346  ,la Cassazione ha  rigettato il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio, Sezione staccata di Latina, n. 534/39/2013, depositata in data 9/10/2013, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di una cartella di pagamento emessa, a carico del contribuente (esercente la professione di medico convenzionato con il SSN), ex art. 36 bis DPR 600/1973, per mancato pagamento dell’IRAP dovuta per l’anno d’imposta 2006, – è stata confermata la decisione di primo grado, che aveva accolto il ricorso del contribuente, stante l’assenza di elementi di autonoma organizzazione (“assenza di capitali, un PC, arredo essenziale, un’autovettura, una dipendente addetta a rispondere al telefono e ricevere i clienti nell’orario di apertura dello studio”).

4)LICENZIAMENTO ILLERGITTIMO PER ASSENZA SERVIZIO PER MALATTIA COMUNICATA TARDIVAMENTE 

Con – Sentenza 25 agosto 2016, n. 17335  ,la Cassazione  ha rilevato  che nella specie la Corte territoriale ha adeguatamente motivato circa la insussistenza nel caso esaminato di tale proporzionalità ed ha escluso che la sanzione risolutiva fosse proporzionata agli addebiti, avendo considerato che il ritardo nella comunicazione della malattia si era protratto per due soli giorni (le giornate del 13 e del 14 febbraio cadevano, rispettivamente, di sabato e di domenica), che la malattia era risultata effettivamente sussistente in sede di visita di controllo e che le condizioni di salute del P., invalido al 100%, erano gravissime (patologia oncologica con disturbi minzionali) e certamente incidenti sulla stessa percezione dei propri doveri.

Pertanto, ha riconosciuto illegittimo il licenziamento in questione

5)LICENZIAMENTO DISCIPLINARE PER CONTEGNI EXTRALAVORATIVI

Con sentenza depositata il 6.11.13 la Corte d’appello di Potenza, in riforma della sentenza di rigetto emessa il 17.1.12 dal Tribunale di Melfi, dichiarava illegittimo perché sproporzionato il licenziamento disciplinare intimato l’8.7.04 da S.A.T.A. – (…) S.p.A. a M.Q., del quale ordinava la reintegra nel posto di lavoro con le conseguenze economiche di cui all’art. 18 legge n. 300/70 (nel testo previgente alla novella di cui all’art. 1 legge n. 92/12).

Il licenziamento era stato intimato per avere il lavoratore imbrattato una toilette aziendale per scrivere, con l’uso di feci, la frase “A morte i capi”.

 Avverso   la sentenza ricorre S.A.T.A. – S.p.A.  alla Cassazione ,  da cui  con sentenza 17339/2016  risulta respinto  con la ,osservando che, per costante giurisprudenza, il giudice di merito deve necessariamente valutare se vi è proporzione tra l’infrazione del lavoratore e la sanzione irrogatagli, a tal fine tenendo conto anche delle circostanze oggettive e soggettive della condotta e di tutti gli altri elementi idonei a consentire l’adeguamento della disposizione normativa dell’art. 2119 c.c. – richiamato dall’art. 1 della legge n. 604/66 – alla fattispecie concreta (cfr., ex aliis, Cass. n. 8456/11; Cass. n. 736/02; Cass. n. 1144/2000).

In altre parole, il giudice investito della domanda con cui si chieda l’invalidazione d’un licenziamento disciplinare, accertatane in primo luogo la sussistenza in punto di fatto, deve verificare che l’infrazione contestata sia astrattamente sussumibile sotto la specie della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo di recesso (ossia che costituisca notevole inadempimento degli obblighi del dipendente) e, in caso di esito positivo di tale delibazione, deve poi apprezzare in concreto (e non semplicemente in astratto) la gravità dell’accaduto. Infatti, è pur sempre necessario che esso rivesta il carattere di grave negazione dell’elemento essenziale della fiducia in quanto la condotta sia idonea a ledere irrimediabilmente l’affidamento circa la futura correttezza nell’eseguire la prestazione dedotta in contratto, in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del dipendente rispetto agli obblighi che gli fanno carico (cfr. ex aliis, Cass. n. 15058/15; Cass. n. 2013/12; Cass. n. 2906/05; Cass. n, 16260/04; Cass. n. 5633/01).

A tal fine, sempre secondo costante giurisprudenza, bisogna tener conto di tutti i connotati oggettivi e soggettivi del fatto, vale a dire del danno arrecato, dell’intensità del dolo o del grado della colpa, dei precedenti disciplinari etc.

È quel che ha fatto la sentenza impugnata, che nel reputare la condotta come non tanto grave – in concreto – da meritare il licenziamento ha valorizzato lo stato di salute psichica dell’odierno controricorrente, il suo modesto livello culturale (desunto dalle mansioni espletate) e l’assenza di precedenti disciplinari in tutto il precedente arco temporale del rapporto di lavoro.

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