L.LODI:LA PENSIONE AI SUPERSTITI E LA DURATA DEL MATRIMONIO

 

 Il Giudice delle leggi, in conseguenza della remittenza della Corte dei Conti – sezione giurisdizionale per la Regione Lazio – con la sentenza n. 174 del 14 luglio 2016, ha sancito il principio secondo il quale la quota di pensione ai superstiti di competenza del coniuge (diretta od indiretta che sia) non può essere ridotta, in relazione alla durata del matrimonio, anche qualora il medesimo sia stato contratto dal dante causa in età superiore a 70 anni e la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20. 

Il caposaldo è perfettamente in linea con le precedenti pronunce emesse, per cui stupisce che il Legislatore, ancora una volta, non ne abbia tenuto conto.

Chi scrive, peraltro, in occasione di lavori predisposti in passato sulla specifica materia, aveva espresso non poche riserve sulla possibilità che la norma (l’art. 18, comma 5, del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111), potesse resistere al vaglio di costituzionalità.

Un punto che meritava particolare riflessione a tale riguardo era che la norma non teneva conto delle motivazioni addotte nella precedente sentenza n. 189 del 2 maggio 1991 della Consulta, laddove si legge appunto che “La Corte ha avuto già modo di riconoscere ed affermare come nella sfera personale di chi siasi risolto a contrarre il matrimonio non possa, e non debba di conseguenza, sfavorevolmente incidere alcunché che vi sia assolutamente estraneo, al di fuori cioè di quelle sole regole, anche limitative, proprie dell’istituto: infatti, il relativo vincolo, cui tra l’altro si riconnettono valori costituzionalmente protetti, e deve rimanere frutto di una libera scelta autoresponsabile, attenendo ai diritti intrinseci ed essenziali della persona umana e alle sue fondamentali istanze. In conclusione, esso si sottrae a ogni forma di condizionamento indiretto ancorché eventualmente imposto, in origine, dall’ordinamento.

Così, ricorda la Corte, sono stati già espunti, di recente, dall’ordinamento medesimo disposizioni di stato, nell’ambito della subordinazione militare, introducenti remore ostative alla libera contrazione del vincolo (sent. n. 73 del 1987); così, ancora, normative consimili a quella ora in esame ed influenti sulla regolamentazione previdenziale nell’area dell’impiego pubblico (sent. n. 123 del 1990). D’altronde, in punto di tale ultima vicenda, si è rilevato come con il crescere dell’età media sempre più va considerata, in tutte le sue implicazioni sociali, la propensione da parte di soggetti in età non giovanile per un rapporto di rimedio alla solitudine individuale.

Talché va osservato e riconfermato che per la loro immediata incidenza sull’istituto matrimoniale, principi e disposizioni del genere qui descritto si pongono del tutto irrazionali nel quadro specifico, proprio al vincolo di coniugio.”

Sussisteva tuttavia una circostanza che avrebbe potrebbe remare a favore di una pur sempre possibile declaratoria di costituzionalità: la Corte è stata da sempre molto attenta ai mutamenti di costume della società del nostro Paese, che inevitabilmente si registrano nel corso degli anni, e la nuova norma avrebbe potuto essere interessata in tal  senso.

Non è infatti raro che lo stesso Consesso, dimostrando una notevole dose di coraggio e di buon senso, si sia assunto in passato la responsabilità di mutare il proprio indirizzo, pur rimanendo ovviamente ancorata ai canoni stabiliti dalla Carta fondamentale dello Stato: la realtà dei fatti ha invece dimostrato che, nel caso in esame, ciò non è avvenuto.

In proposito giova anche segnalare che il Giudice delle leggi si è preoccupato essenzialmente della posizione socio-familiare dell’assicurato o del pensionato (e con ciò anticipiamo una prima motivazione contenuta nella sentenza), la quale, proprio perché è caratterizzata dai disagi che comporta l’età avanzata, può indurre i medesimi a contrarre matrimonio, laddove invece il legislatore dell’anno 2011 incentra la propria attenzione unicamente sul versante del coniuge superstite.

                        Un po’ di storia

Da illo tempore l’ordinamento previdenziale del nostro Paese si è dovuto preoccupare di scoraggiare, o quanto meno di limitare, gli effetti prodotti sulle finanze degli Istituti previdenziali dai cc. dd. “matrimonio di comodo”, ossia dalle unioni coniugali che vengono poste in essere al solo scopo di addivenire all’erogazione di un futuro, ancorchè prossimo, un trattamento pensionistico a favore del coniuge superstite più giovane, trovandosi l’assicurato od il pensionato in età avanzata e quindi con una assai bassa aspettativa di vita.

Già in un passato alquanto lontano, il Legislatore aveva ritenuto opportuno predisporre talune limitazioni al diritto alla quota di pensione ai superstiti di competenza del coniuge in caso di matrimoni avvenuti appunto in età avanzata dell’assicurato o del pensionato in concorso con altri parametri.

L’art. 1 del decreto legislativo luogotenenziale 18 gennaio 1945, n. 39, aveva infatti stabilito testualmente che “Non ha diritto alla pensione di riversibilità prevista dall’art. 13 del Regio decreto-legge 14 aprile 1939, n. 636, il coniuge:

  1. a) quando il matrimonio sia stato contratto dopo che all’assicurato sia stata liquidata la pensione di vecchiaia; 
  2. b) quando dal giorno del matrimonio a quello della morte dell’assicurato non siano trascorsi almeno sei mesi, salvo che sia nata prole, anche se postuma, o il decesso sia avvenuto a causa di infortunio sul lavoro;
  3. c) quando il matrimonio sia stato contratto dall’assicurato dopo compiuta l’età di cinquanta anni o dopo conseguita la pensione di invalidità, salvo che esso sia di due anni almeno anteriore al giorno della morte, ovvero sia nata prole, anche se postuma;
  4. d) quando sia passata in giudicato sentenza di separazione personale pronunziata per propria colpa.”

A tal fine sarebbe stata considerata (e si considera tuttora) “prole postuma” i figli nati non oltre 300 giorni dopo la morte del padre.

L’art. 7 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, a modifica della precedente disposizione normativa, aveva invece sancito che “Non ha diritto alla pensione prevista dall’art. 13 del regio decreto-legge 14 aprile 1939, n. 636, modificato dall’art. 2 della legge 4 aprile 1952, n. 218 [la pensione ai superstiti, n. d. a.], il coniuge:                                                                                            1) quando sia passata in giudicato sentenza di separazione personale per propria colpa;                                                                                                                                                2) quando, dopo la decorrenza della pensione, il pensionato abbia contratto matrimonio in età superiore a 72 anni, o, se in età inferiore, qualora il matrimonio sia durato meno di due anni, e qualora, in entrambi i casi, la differenza di età tra i due coniugi sia maggiore di venti anni.

Si prescinde dai requisiti dell’età del pensionato, della durata del matrimonio e della differenza, di età tra i coniugi quando sia nata prole anche postuma o il decesso sia avvenuto per causa di infortunio sul lavoro.”                                                          

Successivamente, l’appena citata norma è stata sostanzialmente confermata dall’art. 24, della legge 30 aprile 1969, n. 153, mentre l’art. 32, della legge 3 giugno 1975, n. 160, ha sostituito il secondo comma dell’appena parafrasato art. 7 con la seguente previsione:    “Si prescinde dai requisiti di cui al punto 2 del precedente comma quando sia nata prole anche postuma o il decesso sia avvenuto per causa di infortunio sul lavoro, di malattia professionale o per causa di guerra o di servizio, nonchè per i matrimoni celebrati successivamente alla sentenza di scioglimento del precedente matrimonio di uno dei due coniugi pronunciata a norma della legge 1° dicembre 1970, n. 898, ma non oltre il 31 dicembre 1975”.   

Le successive vicende costituzionali

 

 

I tratti evidenziati in grassetto delle norme parafrasate nel paragrafo precedente non hanno tuttavia resistito al vaglio del Giudice delle leggi, il quale, con la già menzionata sentenza n. 189 del 2 maggio 1991, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale.

Dopo la pubblicazione di detta sentenza (avvenuta in data 8 maggio 1991), nessuna condizione soggettiva era più richiesta per il conseguimento del diritto alla pensione da parte del coniuge dell’assicurato o del pensionato deceduti: sarebbe infatti stato sufficiente che il rapporto matrimoniale fosse in atto al momento della morte dell’altro coniuge, fermo restando che la prestazione avrebbe potuto essere erogata fino a quando il coniuge superstite avesse conservato lo stato vedovile.

In ipotesi di intervenuta separazione legale passata in giudicato senza addebito il diritto sarebbe stato ugualmente attribuito al coniuge superstite.

Alla stessa conclusione si sarebbe addivenuti, sia qualora fosse stata emessa sentenza di separazione legale con addebito (a condizione tuttavia che fosse stato altresì accordato il diritto agli alimenti a carico del coniuge deceduto) sia in presenza di separazione consensuale.

Infine, la titolarità del diritto all’assegno alimentare (c. d. “assegno divorzile”) al momento del decesso avrebbe altresì dato luogo al riconoscimento della pensione di cui si discorre a favore del coniuge rispetto al quale fosse stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Detto per inciso, le condizioni appena elencate sono tuttora operanti.

A tale riguardo vale anche la pena di precisare che l’estensione dei requisiti previsti per il diritto all’accesso alle pensioni ai superstiti nell’Assicurazione generale obbligatoria (A. G. O.) alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, operata dall’art. 1, comma 41, della legge 8 agosto 1995, n. 335, aveva poi fatto sì che la norma censurata dalla Corte Costituzionale, con riferimento ai decessi intervenuti a partire dalla data della sua entrata in vigore (16 agosto 1995), venisse applicata pressochè a tutto il comparto delle pensioni ai superstiti, anche perché le Casse di previdenze istituite a favore dei liberi professionisti si sono uniformate, in tempi brevi, alla normativa prevista per l’A. G. O.

A distanza di circa un ventennio dalla pubblicazione della sentenza n. 189 del 2 maggio 1991, il legislatore è tuttavia nuovamente intervenuto sulla vicenda.

Ferme restando, infatti, le condizioni di carattere generale più sopra specificate, il decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, recante “Norme urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, all’art. 18, comma 5, introduce (o meglio, per quanto già detto, reintroduce) alcune disposizioni penalizzanti sulle pensioni ai superstiti, relativamente all’importo della quota spettante al coniuge ovvero al diritto stesso della prestazione di competenza del medesimo, laddove si recita che “Con effetto sulle pensioni decorrenti dal 1° gennaio 2011 l’aliquota percentuale della pensione a favore dei superstiti di assicurato e pensionato nell’ambito del regime dell’Assicurazione generale obbligatoria e delle forme esclusive o sostitutive di detto regime, nonchè della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, è ridotta, nei casi in cui il matrimonio con il dante causa sia stato contratto ad età del medesimo superiori a settanta anni e la differenza di età tra i coniugi sia superiore a venti anni, del 10 per cento in ragione di ogni anno di matrimonio con il dante causa mancante rispetto al numero di 10. Nei casi di frazione di anno la predetta riduzione percentuale è proporzionalmente rideterminata. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano nei casi di presenza di figli di minore età, studenti, ovvero inabili. Resta fermo il regime di cumulabilità disciplinato dall’articolo 1, comma 41, della predetta legge n. 335 del 1995.”

In considerazione del contesto temporale in cui viene emanato il provvedimento (le economie di tutti gli Stati industrializzati del Mondo si trovano infatti tuttora in piena crisi) l’intento del legislatore, ancorchè non dichiarato (ci sembra il caso di rammentarlo), è nuovamente rivolto, oltre che a realizzare un principio di equità socio-previdenziale, a scoraggiare, o quanto meno a limitare, gli effetti prodotti sulle finanze degli Istituti previdenziali dei più sopra menzionati “matrimoni di comodo”.

Inoltre, stante la formulazione letterale della norma, le due condizioni soggettive che determinano la riduzione dell’importo della prestazione (la celebrazione del matrimonio dopo il settantesimo anno di età del dante causa e la differenza anagrafica ultraventennale tra i due coniugi) devono verificarsi cumulativamente e non alternamente.

Una volta riscontrata l’esistenza di entrambe le condizioni, la riduzione è rapportata in misura inversamente proporzionale alla durata del matrimonio, qualora quest’ultimo abbia avuto corso, a sua volta, per meno di dieci anni.

La disposizione interviene dunque sulla misura della quota della prestazione di competenza del coniuge superstite e non anche su quella degli altri familiari che eventualmente potrebbero aver titolo alla prestazione in concorso con quest’ultimo ovvero da soli.

Come ipotesi limite, si potrebbe tuttavia verificare che qualora il matrimonio sua durato meno di un anno, alla vedova non spetterebbe di fatto neanche il riconoscimento del diritto al trattamento pensionistico in qualità di superstite dell’assicurato o del pensionato.

 

 

La “quasi” universalità della disposizione normativa in commento

 

 

Utilizzando una formulazione legislativa più che collaudata (raramente infatti il legislatore ha fatto ricorso in passato, in circostanze analoghe, ad altre dizioni), la limitazione di cui si discorre si applicava nei confronti delle pensioni ai superstiti:                        – dell’Assicurazione generale obbligatoria, ivi comprese quelle erogate dalle gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni, mezzadri ed imprenditori agricoli professionali), amministrate dall’INPS;                         – delle forme esclusive della stessa A. G. O., a cui sono iscritti i dipendenti delle amministrazioni statali, degli enti locali, degli ufficiali giudiziari, degli insegnanti di asili nido e di scuole elementari parificate e dei sanitari, amministrate dall’ex INPDAP, ora confluito all’INPS, nonché i dipendenti dell’Amministrazione postale e delle Ferrovie dello Stato s. p. a., i cui fondi di previdenza sono stati anch’essi incorporati dall’appena citato Istituto di previdenza);                                                                                                                               – dei fondi sostitutivi dell’assicurazione generale obbligatoria gestiti dall’INPS (fondo elettrici, fondo dazio, fondo autoferrotranvieri, fondo volo, fondo telefonici, fondo dirigenti di aziende industriali, ex INPDAI, fondo dei lavoratori della spettacolo, ex ENPALS);                                                                                                                                 – del fondo sostitutivo dell’A. G. O. amministrato dall’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani (INPGI).

Si deve altresì ritenere che la nuova disposizione si applicava anche alle pensioni dei fondi integrativi dell’A. G. O. (cc. dd. “Fondi integrativi obbligatori”) gestiti dall’INPS (il fondo esattoriali; il fondo per i dipendenti delle aziende private distributrici del gas, soppresso, quest’ultimo, con effetto dal 31 dicembre 2015; il fondo di previdenza dei dipendenti dell’Autorità portuale di Genova ed il fondo a favore dei dipendenti dell’Ente autonomo del porto di Trieste): in tali casi, infatti, i titolari delle relative posizioni assicurative sono parimenti iscritti anche alla stessa Assicurazione generale obbligatoria.

Per espressa previsione legislativa, le nuove regole sono applicabili altresì alle pensioni ai superstiti a carico della “gestione separata” di cui all’art. 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (a cui sono iscritti i professionisti senza cassa di previdenza, i lavoratori parasubordinati, i partecipanti ai corsi di dottorato di ricerca, ecc.).

Restano invece al di fuori della “Manovra economica” (e veniamo al “quasi” citato in epigrafe):                                                                                                                                                         – le pensioni del fondo clero, ossia quelle riconosciute a favore dei sacerdoti secolari residenti in Italia e dei ministri delle confessioni religiose diverse da quella cattolica di cittadinanza italiana e residenti nel nostro Paese, che si qualificano, ai sensi dell’art. 3, comma 4, della legge 22 dicembre 1973, n. 903, come “fondo compatibile” dell’Assicurazione generale obbligatoria (o “aggiuntivo”, che dir si voglia, della stessa A. G. O.);                                                                                                                                                                  – le pensioni dei professionisti iscritti agli appositi fondi di previdenza di categoria (avvocati, commercialisti, ingegneri ed architetti, veterinari, medici, farmacisti, ragionieri collegiati, consulenti sul lavoro, ecc.).

Per quanto concerne i trattamenti a carico del fondo clero, va rilevato che, contrariamente a quanto possa sembrare di primo acchitto, si tratta di una vera è propria dimenticanza, dal momento che se è vero che la religione cattolica non consente ai sacerdoti di unirsi in matrimonio (con la conseguenza che una specifica previsione in tal senso sarebbe risultata del tutto pleonastica), relativamente agli altri iscritti (come appena detto, i ministri di culto acattolico) non è raro che sia loro consentito di sposarsi, per cui sarebbe stato opportuno tenere conto della circostanza.

Con riferimento invece ai professionisti iscritti ai fondi di previdenza di categoria, vale la pena di osservare che dette forme assicurative, ancorchè abbiano la caratteristica della cogenza, non rientrano (o per lo meno non rientrano ancora) nell’alveo delle assicurazioni sociali vere e proprie, quali si qualificano appunto l’A. G. O. ed i fondi esclusivi e sostitutivi della medesima.

Il processo di avvicinamento (o di assimilazione che dir si voglia) verso le suddette assicurazioni sociali, ancorchè iniziato da tempo, è infatti ancora ben lungi dall’essere stato completato: considerato tuttavia che i fondi in questione mutuano (la circostanza è stata già segnalata in precedenza) dall’Assicurazione generale obbligatoria medesima molti elementi che la caratterizzano, risulta che, al momento in cui si scrive, alcuni di essi abbiano già adeguato i propri statuti alla nuova situazione.

 

 

Le ulteriori motivazioni addotte nella sentenza n. 174

 

Nel ritenere fondata la questione di incostituzionalità, al punto 3. 1. e 3. 2. della sentenza in commento, la Corte adita rammenta che “L’ordinamento configura la pensione di reversibilità come «una forma di tutela previdenziale ed uno strumento necessario per il perseguimento dell’interesse della collettività alla liberazione di ogni cittadino dal bisogno ed alla garanzia di quelle minime condizioni economiche e sociali che consentono l’effettivo godimento dei diritti civili e politici (art. 3, secondo comma, della Costituzione) con una riserva, costituzionalmente riconosciuta, a favore del lavoratore, di un trattamento preferenziale (art. 38, secondo comma, della Costituzione) rispetto alla generalità dei cittadini (art. 38, primo comma, della Costituzione)» (sentenza n. 286 del 1987, punto 3.2. del Considerato in diritto).

In virtù di tale connotazione previdenziale, il trattamento di reversibilità si colloca nell’alveo degli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, della Carta fondamentale, che prescrivono l’adeguatezza della pensione quale retribuzione differita e l’idoneità della stessa a garantire un’esistenza libera e dignitosa.

Nella pensione di reversibilità erogata al coniuge superstite, la finalità previdenziale si raccorda a un peculiare fondamento solidaristico.

Tale prestazione, difatti, mira a tutelare la continuità del sostentamento (sentenza n. 777 del 1988, punto 2. del Considerato in diritto) e a prevenire lo stato di bisogno che può derivare dalla morte del coniuge (sentenze n. 18 del 1998, punto 5. del Considerato in diritto, e n. 926 del 1988, punto 2. del Considerato in diritto).

Il perdurare del vincolo di solidarietà coniugale, che proietta la sua forza cogente anche nel tempo successivo alla morte, assume queste precise caratteristiche, avallate da plurimi princìpi costituzionali (sentenze n. 419 del 1999, punto 2.1. del Considerato in diritto, e n. 70 del 1999, punto 3. del Considerato in diritto).”

Ed ancora che “Quest’ultimo [il legislatore, n. d. a.], vincolato a garantire un’adeguata tutela previdenziale, per un verso non deve interferire con le determinazioni dei singoli che, anche in età avanzata, ricercano una piena realizzazione della propria sfera affettiva e, per altro verso, è chiamato a realizzare un equilibrato contemperamento di molteplici fattori rilevanti, allo scopo di garantire l’assetto del sistema previdenziale globalmente inteso.”

Oltre alla motivazione accennata nel primo paragrafo del presente lavoro, se ne rinvengono altre non meno importanti, la prima delle quali concerne la presunzione, insita nella norma censurata, che “i matrimoni contratti da chi abbia più di 70 anni con una persona di 20 anni più giovane traggano origine dall’intento di frodare le ragioni dell’erario, quando non vi siano figli minori, studenti o inabili.” (v. il punto 4. 2 della sentenza in commento).

Si tratta pertanto, continua la Corte, di “una presunzione di frode alla legge, connotata in termini assoluti, che preclude ogni prova contraria”. Ed ancora che “si enfatizza la patologia del fenomeno, partendo dal presupposto di una genesi immancabilmente fraudolenta del matrimonio tardivo.”

Al successivo punto 4. 3 è stato inoltre chiarito che “Nell’attribuire rilievo all’età del coniuge titolare di trattamento pensionistico diretto al momento del matrimonio e alla differenza di età tra i coniugi, la disposizione in esame introduce una regolamentazione irragionevole, incoerente con il fondamento solidaristico della pensione di reversibilità, che ne determina la finalità previdenziale, presidiata dagli artt. 36 e 38 Cost. e ancorata dal legislatore a presupposti rigorosi. Una tale irragionevolezza diviene ancora più marcata, se si tiene conto dell’ormai riscontrato allungamento dell’aspettativa di vita.

La disposizione opera a danno del solo coniuge superstite più giovane e si applica esclusivamente nell’ipotesi di una considerevole differenza di età tra i coniugi. Si conferisce, in tal modo, rilievo a restrizioni «a mero fondamento naturalistico» (sentenza n. 587 del 1988, punto 2. del Considerato in diritto), che la giurisprudenza di questa Corte ha già ritenuto estranee «all’essenza e ai fini del vincolo coniugale», con peculiare riguardo all’età avanzata del contraente e alla durata del matrimonio (sentenza n. 110 del 1999, punto 2. del Considerato in diritto).

L’esclusione dell’operatività delle norme che, in presenza di figli, limitano l’erogazione della pensione di reversibilità, non attenua i profili di contrasto con i princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza. Difatti, essa non è valsa a fugare i dubbi di legittimità costituzionale in altri casi già scrutinati da questa Corte, con riguardo alla disciplina delle pensioni erogate alle vedove di guerra (sentenze n. 162 del 1994 e n. 450 del 1991), che condizionava il diritto alla durata annuale del matrimonio o alla presenza di prole, ancorché postuma.”

Il Supremo Consesso afferma poi come subordinare i diritti del coniuge superstite (ovviamente in termini quantitativi della prestazione) alla presenza di figli minori, studenti o inabili, costituisca una autentica lesione di un diritto (un “vulnus”, per utilizzare la terminologia adottata dalla Corte) in relazione alla primaria finalità di protezione del coniuge medesimo, anche perché la disciplina delle pensioni ai superstiti a favore dei figli predispone una tutela autonoma la cui interazione con la normativa indirizzata ai coniugi è limitata ai soli effetti previsti dall’art. 1, comma 41, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (riduzione percentuale dell’ammontare del trattamento ai superstiti nell’ipotesi di concorso di più beneficiari e di cumulo dei redditi).

Infine la Corte rileva che la relazione tra la durata del matrimonio e l’ammontare della pensione ai superstiti introdotta all’art. 18, comma 5, del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, non si correla ad una previsione generale ed astratta eventualmente incentrata su un requisito minimo di convivenza, valido per tutte le ipotesi, bensì che riguarda i soli casi in cui il matrimonio sia stato contratto da chi ha già compiuto 70 anni di età e la differenza di età tra i coniugi travalichi i venti anni: la circostanza risulta pertanto palesemente in contrasto con l’art. 3, della Carta fondamentale, laddove si recita appunto che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di censo, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica  rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscano il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Sempre a proposito della durata, nella sentenza viene evidenziato che “Non può essere invocata, in chiave comparativa, la disciplina dell’attribuzione della pensione di reversibilità ai coniugi divorziati (art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, recante «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio» e successive modificazioni).

In tale fattispecie, la durata non rileva in senso assoluto e astratto, ma come ragionevole criterio per suddividere la pensione di reversibilità tra il coniuge divorziato, titolare del diritto all’assegno divorzile a carico del coniuge scomparso, e altri coniugi superstiti. La durata del matrimonio, infatti, non si riverbera sull’ammontare della pensione di reversibilità, complessivamente attribuito, ma viene in rilievo soltanto nella ripartizione dell’intero tra una pluralità di aventi diritto.”

Gli effetti che saranno prodotti dalla sentenza n. 194

 

 

Le sentenze della Corte Costituzionale, ancorchè abrogative di norme giuridiche vigenti, dispiegano i loro effetti non solo nei confronti di eventi futuri (nel caso in esame relativamente ai decessi intervenuti in data successiva alla loro pubblicazione), bensì si estendono anche alle situazioni pregresse (sempre per restare in tema, alle pensioni riconosciute a favore del coniuge superstite in misura ridotta (o, come caso limite addirittura negate).                                                                                                                                      Nel primo caso (ripetesi, in ipotesi di riconoscimento parziale della prestazione pensionistica), l’argomento è stato trattato con la circolare n. 95 del 31 luglio 2014, con la quale l’INPS ha fornito le norme di prassi relative all’applicazione dell’art. 38, comma 1, lettera d), numero 1), del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.

Per comprendere appieno il contenuto dell’art. 38, occorre rifarsi all’47, comma 2, del D. P. R. 30 aprile 1970, n. 639, nel testo sostituito dall’articolo 4, comma 1, del decreto legge 19 settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 novembre 1992, n. 438, il quale stabilisce testualmente che “Per le controversie in materia di trattamenti pensionistici [da intendersi per tali le domande rivolte al riconoscimento del diritto alla pensione e non accolte neanche in sede di ricorso amministrativo, n. d. a.] l’azione giudiziaria può essere  proposta, a pena di decadenza, entro il termine di tre anni dalla data di comunicazione della decisione del ricorso pronunziata dai competenti Organi dell’Istituto o dalla data di scadenza del  termine stabilito per la pronunzia della predetta decisione, ovvero dalla data di scadenza dei termini prescritti per l’esaurimento del procedimento amministrativo, computati a decorrere dalla data di presentazione della richiesta di prestazione”.

Ebbene, l’art. 38 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ha esteso il regime decadenziale stabilito per le domande di pensione anche alle richieste di prestazioni riconosciute solo in parte (cc. dd. “ricostituzioni” delle medesime.

Recita infatti il suddetto articolo, al primo comma, lettera d), sub 1), che “al decreto del Presidente della Repubblica 30 aprile 1970, n. 639, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modifiche:                                                                    1) all’articolo 47 è aggiunto, in fine, il seguente comma: “Le decadenze previste dai commi che precedono si applicano anche alle azioni giudiziarie aventi ad oggetto l’adempimento di prestazioni riconosciute solo in parte o il pagamento di accessori del credito. In tal caso il termine di decadenza decorre dal riconoscimento parziale della prestazione ovvero dal pagamento della sorte.”.”

Detto per la cronaca, lo stesso articolo (anche tale circostanza è nota) era stato sottoposto al vaglio della Consulta, che ne ha dichiarato la parziale incostituzionalità nella parte in cui prevedeva che le disposizioni di cui al comma 1, lettera d), si applicavano ai giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata di entrata in vigore del citato decreto (6 luglio 2011).                                                                                                                                           Al punto 2 dell’appena citata circolare, è stato tuttavia chiarito che la novella non avrebbe dovuto essere applicata nel caso in cui, dopo l’avvenuta notifica del provvedimento di prima liquidazione, con il quale è stato riconosciuto al pensionato quanto spettante sulla base degli elementi noti, si verifichino fatti sopravvenuti che hanno reso parziale il pagamento della prestazione, intendendosi per tali altresì l’emanazione di nuove disposizioni di legge (cc. dd. “sopravvenienze”): dal momento che le sentenze della Corte Costituzionali abrogano, come appena rammentato, norme del diritto positivo, è di tutta evidenza che anche le suddette pronunce non rientrano nel campo di applicazione del sopra menzionato art. 38.

In particolare, sempre al punto 2 della circolare n. 95, l’INPS ha precisato che “La domanda finalizzata ad ottenere un adeguamento dell’importo di pensione alla mutata disciplina legislativa o una ricostituzione del trattamento pensionistico per una delle vicende sopra illustrate può essere presentata senza limiti di tempo e il riconoscimento dei ratei arretrati soggiace al limite della prescrizione quinquennale (cfr. messaggio n. 220/2013).”                                                                                                                                             Ne consegue (o, per lo meno, così sembrerebbe di poter legittimamente assumere in attesa della diramazione di apposite norme di prassi) che le vedove interessate alla sentenza del Giudice delle leggi n. 174 del 14 luglio 2016 otterranno, mediante presentazione di apposita domanda, gli arretrati di pensione relativamente alla differenza tra l’intera aliquota di competenza del coniuge superstite e l’ammontare della suddetta quota della prestazione a suo tempo riconosciuta in misura ridotta.

Considerata la coincidenza della durata del lasso temporale di cinque anni relativo alla data di entrata in vigore dell’art. 18, comma 5, del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, e quella della pubblicazione della sentenza in commento con il termine prescrizionale, anch’esso quinquennale, previsto per il riconoscimento degli arretrati, qualora la richiesta dovesse essere presentata tempestivamente, anche le pensioni liquidate con decorrenza 1° agosto 2011 non perderebbero alcuna rata di arretrato.

Il secondo caso (le domande integralmente respinte), si verifica, come confermato anche punto 4. 3. della sentenza della Corte Costituzionale di cui si discorre, allorchè la durata del matrimonio sia inferiore all’anno: ricorrendo tale evenienza, infatti, per effetto del meccanismo di riduzione previsto dal più volte citato art. 38, l’importo del trattamento previdenziale di competenza del coniuge superstite si azzera, risolvendosi in pratica in una esclusione pura e semplice del diritto.

Atteso che la prestazione è stata oggetto di reiezione, ciò avrà la non indifferente conseguenza di far rientrare la fattispecie nell’ipotesi prevista dall’articolo 47, comma 2, del D. P. R. 30 aprile 1970, n. 639, nel testo sostituito dall’articolo 4, comma 1, del decreto legge 19 settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 novembre 1992, n. 438.Infatti, se il meccanismo della prescrizione implica la mancata presentazione della domanda di pensione o di quella di variazione della medesima, la decadenza postula invece che:                                                                                                           – la domanda di pensione sia già stata presentata;                                                          – sia intervenuto il provvedimento di reiezione da parte dell’Istituto previdenziale;                      – il richiedente non si sia attivato nell’intentare l’azione giudiziaria entro un determinato periodo di tempo stabilito dalla legge (attualmente di tre anni).

Dal momento che, come in precedenza evidenziato, l’azione giudiziaria può essere proposta, a pena di decadenza, entro il termine di tre anni dalle diverse date in cui si dipana il complesso iter amministrativo, sembra il caso di parafrasare integralmente un tratto del punto 2 della circolare dell’INPS n. 165 del 15 luglio 1993), laddove l’Istituto di previdenza esplicita in modo semplice e razionale l’intera questione.

“La natura decadenziale del termine comporta per l’interessato l’onere di proporre l’azione giudiziaria nel termine perentorio prescritto dalla legge, trascorso il quale l’impugnazione diventa inammissibile; a norma dell’art. 2966 del codice civile, infatti, la decadenza è impedita soltanto dalla proposizione dell’azione giudiziaria, non trovando per la stessa applicazione le norme relative all’interruzione ed alla sospensione del termine. Il termine per la proposizione dell’azione giudiziaria decorre alternativamente:                                      – dal giorno successivo alla data di comunicazione della decisione del ricorso pronunziata dai competenti organi dell’Istituto;                                                                                           – dal giorno successivo alla data di scadenza del termine stabilito per la pronunzia della predetta decisione, cioè dal novantunesimo giorno successivo alla data di presentazione del ricorso (art. 46, comma 6, della legge 9 marzo 1989, n. 88);                                      – dal giorno successivo alla data di scadenza dei termini prescritti per l’esaurimento del procedimento amministrativo, computati a decorrere dalla data di presentazione della richiesta di prestazione, cioè dal trecentunesimo giorno successivo alla data della richiesta medesima. Il predetto termine è determinato sommando al termine di 120 giorni previsto dall’art. 7 della legge 11 agosto 1973, n. 533, per la formazione del silenzio rifiuto, il termine di 90 giorni per il ricorso al comitato provinciale e il termine di 90 giorni per la decisione del ricorso, previsti dall’art. 46, commi 5 e 6, della legge 9 marzo 1989, n. 88.

Relativamente a tale ultima fattispecie va considerato che l’art. 7 della legge 11 agosto 1973, n. 533, il quale dispone che “in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, la richiesta all’Istituto assicuratore si intende respinta, a tutti gli effetti di legge, quando siano trascorsi 120 giorni dalla data di presentazione senza che l’Istituto si sia pronunciato” è norma dettata a tutela del lavoratore, nell’intendimento di accelerare la prima fase del procedimento amministrativo mediante la qualificazione del silenzio come reiezione della richiesta.

L’inutile decorso del termine segna solo il momento a partire dal quale l’interessato può proporre ricorso, senza peraltro che l’amministrazione perda la potestà di pronunciarsi con decisione tardiva.

Non si può non tener conto, inoltre, della circostanza secondo cui la legge 7 agosto 1990, n. 241, pur non abrogando la disciplina relativa al silenzio rifiuto, conferma l’obbligo della pubblica amministrazione di concludere il procedimento con l’adozione di un provvedimento espresso.

Pertanto, fermo restando che la decisione sulla richiesta di prestazione qualora intervenga prima del 120° giorno, preclude la formazione del silenzio-rifiuto, la decisione sulla richiesta di prestazione, intervenuta successivamente al 120° giorno fa venir meno il presupposto del silenzio-rifiuto.

Di conseguenza, in tale ipotesi, assume rilievo ai fini del decorso del termine di decadenza la data di comunicazione del provvedimento adottato sulla richiesta di prestazione.

Qualora, pertanto, il provvedimento in ordine alla richiesta di prestazione venga adottato in data anteriore o successiva rispettivamente alla scadenza del termine di 120 giorni o di 300 giorni, il termine per proporre l’azione giudiziaria decorre dal 181° giorno successivo a quello di comunicazione del provvedimento.

In caso di presentazione del ricorso avverso la decisione sulla richiesta di prestazione, il termine per la proposizione dell’azione giudiziaria decorre dal giorno successivo alla data di comunicazione della decisione del ricorso ovvero dal 91° giorno successivo alla data di presentazione del ricorso, sempreché tali date si collochino entro il 180° giorno dalla data di comunicazione della decisione sulla richiesta medesima.

Il termine per la proposizione dell’azione giudiziaria non può comunque decorrere da data successiva al 180° giorno dalla data di comunicazione della decisione sulla richiesta di prestazione. Il ricorso amministrativo presentato o comunque pervenuto oltre il termine previsto per la proposizione dell’azione giudiziaria è inammissibile.

In tale contesto il termine di 300 giorni dalla presentazione della domanda deve ritenersi operante esclusivamente negli sporadici casi in cui non venga adottato il provvedimento in ordine alla richiesta di prestazione. Tale situazione, peraltro, non può che rivestire nell’ambito della normativa vigente carattere di eccezionalità.”

La parafrasi della circolare appena citata si è resa opportuna in quanto si può legittimamente assumere che, in considerazione del breve periodo intercorso dall’entrata in vigore del più volte citato art. 18, comma 5 (6 luglio 2011) e la data di pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 174, che ne ha dichiarato l’incostituzionalità (14 luglio 2016), molte posizioni pensionistiche potrebbero essere ancora considerate pendenti, per cui si renderà necessario analizzare, caso per caso, se i termini di legge siano stati o meno superati.

 

 

Francavilla al Mare (CH), 21 luglio 2016

 

 

 

 

 

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