SENTENZA CASSAZIONE RIGUARDANTE RISARCIMENTO DANNO DISABILE PER MANCATO UTILIZZO BUONI PASTO

Si richiama l’attenzione sulla sotto segnata sentenza con cui la Corte Suprenma ha definito il ricorso concernente la questione accennata nel titolo.

La sentenza  impugnata   respinge l’appello di C.D.S. avverso la sentenza n. 2882/2006 del Tribunale di Salerno, di rigetto della domanda del D.S. volta ad ottenere l’accertamento dell’inadempimento della convenuta Agenzia delle Entrate derivante dalla avvenuta corresponsione nel periodo 1 ottobre 2003-23 settembre 2004 di buoni pasto per il ricorrente non spendibili né all’interno dell’esercizio commerciale presente nell’azienda né in strutture limitrofe, con la condanna dell’Amministrazione stessa al risarcimento del danno.

La Corte di appello di Salerno precisa che  l’appello è infondato .

Con l’unico motivo di ricorso si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione delle seguenti disposizioni (indicate specificamente nel corpo del motivo): 1) artt. 4, 5 dell’Accordo sindacale sottoscritto il 30 aprile 1996 – poi integrato dall’accordo sindacale del 12 dicembre 1996 -di attuazione per il personale del “Comparto Ministeri” dell’art. 2, comma 11, della legge 28 dicembre 1995, n. 550, che aveva previsto la corresponsione dei buoni pasto al personale civile dei Ministeri; 2) art. 19 (orario di lavoro) del CCNL 6 maggio 1995 Comparto Ministeri; 3) artt. 98 e 99 del CCNL relativo al personale del Comparto delle Agenzie fiscali per il quadriennio normativo 2002 – 2005 e biennio economico 2002 – 2003; 4) ogni altra norma di principio in materia di interpretazione delle disposizioni collettive di diritto comune e dei contratti in genere; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio

Dopo il rilievo secondo cui la datrice di lavoro, Agenzia delle Entrate, non ha mai contestato la sussistenza in capo al ricorrente delle condizioni contrattualmente previste per l’attribuzione dei buoni pasto, si sottolinea che – come ha rilevato anche la Corte d’appello, senza però dare seguito a tale rilievo – fin dal primo grado del giudizio la pretesa azionata è stata quella relativa ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali subiti a causa della avvenuta erogazione, da parte della Amministrazione datrice di lavoro, di buoni pasto che per il D.S. non erano in concreto fruibili.

Il ricorrente, infatti, ha sempre precisato dì essere stato costretto a restituire i buoni pasto ricevuti perché non venivano accettati né dalla mensa interna né da alcun esercizio commerciale sito nelle immediate vicinanze dell’Ufficio o comunque raggiungibile da parte dell’interessato – che essendo una persona non vedente (svolgente mansioni di centralinista) – ha oggettive difficoltà di deambulazione, che ne limitano la capacità di spostamento.

La Corte salernitana non ha esaminato tale censura, limitandosi a ribadire che i buoni pasto non hanno natura retributiva, ma hanno carattere assistenziale e che, come risulta anche dall’art. 99, comma 4, del CCNL da applicare nella specie, i buoni pasto non possono essere liquidati per equivalente, come integrazioni retributive in denaro, non rientrando nel sinallagma contrattuale del rapporto di lavoro.

Il ricorso è da accogliere, per le ragioni e nei limiti di seguito esposti.

2.1. E’ jus receptum che il giudice di merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali le domande medesime risultino contenute, dovendo, per converso, aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, eventualmente prendendo in considerazione domande non espresse che possono ritenersi implicitamente formulate se in rapporto di connessione con il petitum e la causa pretendi, senza altri limiti che quello di rispettare il principio della corrispondenza della pronuncia alla richiesta e di non sostituire d’ufficio una diversa azione a quella formalmente proposta (Cass. 7 gennaio 2016, n. 118; Cass. 8 marzo 2012, n. 3632; Cass. 14 novembre 2011, n. 23794; Cass. 17 settembre 2007, n. 19331; Cass. 10 febbraio 2010, n. 3012; Cass. 2 dicembre 2004, n. 22665; Cass. 2 febbraio 1996, n. 900, Cass. 22 giugno 1995, n. 7080).

È, altresì, pacifico che, in sede di legittimità, occorre tenere distinta l’ipotesi in cui venga lamentato l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione data alla domanda stessa, ritenendosi in essa compresi, o esclusi, alcuni aspetti della controversia in base ad una considerazione non condivisa dalla parte: mentre nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale, nell’altro caso, invece, poiché l’interpretazione della domanda e l’individuazione della sua ampiezza e del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, alla Corte è devoluto soltanto il compito di effettuare il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Cass. 6 maggio 2015, n. 9011; Cass. 2 novembre 2005, n. 21208; Cass. 27 luglio 2010, n. 17547; Cass. 26 aprile 2001, n. 6066; Cass. 9 giugno 2003, n. 9202; Cass. 20 agosto 2003, n. 12255; Cass. 22 gennaio 2004, n. 1079; Cass. 14 marzo 2006, n. 5491; Cass. 26 giugno 2007, n. 14751; Cass. 30 giugno 1986, n. 6367).

 Nella specie, ricorre tale seconda fattispecie in quanto, come si è detto, il ricorrente sostiene che la Corte d’appello non ha valutato la pretesa azionata nella suo reale contenuto.

Ebbene, dalla lettura complessiva della sentenza impugnata, emerge con chiarezza la fondatezza di tale censura, in quanto il ragionamento della Corte di merito relativo alla interpretazione della domanda proposta e all’individuazione della sua ampiezza e del suo contenuto appare contraddittorio e risulta basato su una incompleta lettura del ricorso introduttivo del giudizio, riprodotto nel presente ricorso per cassazione.

Tale erronea prospettazione vizia tutta la sentenza impugnata, non essendosi in essa , tenuto conto del contenuto sostanziale della domanda giudiziale proposta in relazione alle finalità che il ricorrente, fin dal ricorso introduttivo del giudizio, ha manifestato di voler i perseguire

La sentenza impugnata la quale – muovendo da una incompleta ed erronea valutazione del contenuto della domanda giudiziale proposta dall’attuale ricorrente – non ha tenuto conto dei suddetti principi, deve essere, pertanto, cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Salerno, in diversa composizione, che si atterrà, nell’ulteriore esame del merito della controversia, a tutti i principi su affermati e, quindi, anche al seguente:

L’attribuzione dei buoni pasto, secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte, rappresenta una agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, offrendogli – laddove non sia previsto un servizio mensa – la fruizione del pasto – i cui costi del lavoro pubblico contrattualizzato vengono assunti dall’Amministrazione di appartenenza – al fine di garantire allo stesso il benessere fisico necessario per la proseguire l’attività lavorativa, il cui orario giornaliero corrisponda a quello contrattualmente previsto per la fruizione del beneficio. La garanzia del benessere fisico del lavoratore comporta di per sé la tutela della salute del lavoratore stesso e a maggior ragione della sua disabilità, tanto più in considerazione del carattere sostanzialmente assistenziale della relativa prestazione. Pertanto, l’Amministrazione datrice di lavoro è tenuta a prendere in considerazione le esigenze dei dipendenti la cui situazione di disabilita possa impedire la concreta fruibilità dei buoni pasto corrisposti dalla Amministrazione stessa. Ne consegue che, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata agli artt. 3 e 32 Cost. e rispettosa dei principi affermati nella sentenza della Corte di giustizia UE del 4 luglio 2013, causa C 312/11 – e nelle coeve sentenze HK Danmark, 11 aprile 2013, C-335/11 e C-337/11; Z., 18 marzo 2014, C-363/12 – l’art. 4 dell’Accordo di concessione dei buoni pasto – Comparto Ministeri del 30 aprile 1996 – e la contrattazione di settore che lo copia nonché la normativa connessa – devono essere interpretati nel senso che le Amministrazioni datrici di lavoro devono fornire ai lavoratori disabili, che ne sono beneficiari in base alla contrattazione di settore, dei buoni pasto che risultino, per i destinatari, materialmente fruibili in relazione alla loro condizione di disabilità, potendo essere, in caso, contrario tenute, se ritualmente richieste, a risarcire i conseguenti danni.


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