SENTENZA CASSAZIONE RICORSO GIORNALISTA IN COCOCO

La sentenza di cui al titolo nasce dalla contestazone di un giornalista  pern il mancato riconoscimento di un compenso adeguato alla posizione lav0orstri9va rivestita ed alla qualita’ delle prestazioni rese.

Nella decisione della Suprema Corte ,che ha ritenuto infondata la pretesa del giornalista,respingendo il ricorso,si legge quanto segue:

Va aggiunto che la circostanza per la quale le tabelle elaborate dal Consiglio dell’ordine non erano vincolanti non impediva alla Corte di merito, nell’ambito del potere di determinazione giudiziale del compenso ai sensi dell’art. 2233 cod, civ., comma 1, di ritenerle indicative in considerazione del fatto che le stesse fornivano elementi utili ai fini della individuazione dei minimi inderogabili a garanzia dell’attività svolta dal lavoratore.

Si è, infatti, affermato (Cass. Sez. 2 n. 5111 del 22/5/1998) che “l’art. 2233 cod. civ., nello stabilire che la liquidazione del compenso spettante al professionista, in difetto di espressa pattuizione tra le parti, debba essere eseguita a termini di tariffa e, quando questa manchi (o non sia vincolante: cosiddetta tariffa obbligatoria, direttamente integrativa del contratto), essere determinata “ope iudicis”, secondo un criterio discrezionale, previo parere obbligatorio (anche se non vincolante) della competente associazione professionale, impone al giudice l’obbligo della richiesta, e della conseguente acquisizione, del detto parere, dal quale egli può, poi, legittimamente discostarsi a condizione di fornire adeguata motivazione e di non ricorrere al criterio dell’equità.” (conf. a Cass. Sez. 2 n. 9514 del 30/10/1996).

Si è, altresì, statuito (Cass. Sez. 2 n. 7510 del 31/3/2014) che “per le prestazioni giornalistiche non esistono tariffe professionali, agli effetti dell’art. 2233 cod. civ., ma solo una tabella dei “compensi minimi”, varata di anno in anno, ai sensi della legge 3 febbraio 1963, n. 69, la quale, in assenza di specifiche disposizioni legislative che attribuiscano all’ordine dei giornalisti il potere di fissare compensi minimi inderogabili, ha carattere indicativo e non vincolante.”

Orbene, la Corte territoriale ha mostrato di attenersi sia ai principi fissati nella sentenza rescindente che a quelli di legittimità sopra richiamati nel momento in cui ha proceduto a far eseguire la consulenza tecnica d’ufficio per la determinazione giudiziale del compenso oggetto di causa, spiegando, all’esito della stessa, che non sussistevano elementi che giustificavano l’applicazione dì compensi in misura inferiore a quelli determinati dal perito d’ufficio, il quale aveva tenuto conto di quelli minimi elaborati nella tabella del Consiglio dell’ordine. Ciò in quanto questi ultimi rappresentavano un criterio orientativo della valutazione giudiziale in ragione del fatto che al di sotto di tali valori la remunerazione era incongrua e considerato, altresì, che dalle deposizioni testimoniali non emergeva una qualità scadente della prestazione resa, eventualità, questa, che appariva improbabile, visto che il rapporto si era protratto per ben sette anni. Inoltre, la Corte ha aggiunto che nemmeno si era avuta la prova che il compenso così riconosciuto fosse estraneo alla realtà di mercato e che, comunque, l’applicazione dello stesso nella misura minima era giustificata sia dalla minore competenza del pubblicista rispetto al professionista, sia dalla qualità non sempre perfetta del servizio reso dal N.

Sotto quest’ultimo aspetto si rivela, pertanto, infondata anche la doglianza attraverso la quale si è dedotta la mancata considerazione sia della natura che della qualità delle prestazioni rese dal N. ai fini della determinazione del compenso.

In definitiva, nella sentenza impugnata non è dato ravvisare la sussistenza dei lamentati vizi di violazione di legge, né di quello della motivazione, atteso che la Corte di merito ha esercitato correttamente il proprio potere di determinazione giudiziale dei compenso di cui trattasi alla luce della previsione di cui all’art. 2233 c.c. e di quanto stabilito nella sentenza rescindente, provvedendo, nel contempo, ad illustrare adeguatamente le ragioni del proprio convincimento in maniera tale da sfuggire ai rilievi di legittimità.

Ne consegue che il ricorso va rigettato.


CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 01 giugno 2016, n. 11412

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