SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA LICENZIAMENTO DISCIPLINARE SENZA PREAVVISO

La vicenda di cui si e’ occupata la Corte Suprema,rigettando il  ricorso,risulta originata  dalla  lettera di contestazione di addebito ad un’ausiliaria socio sanitaria  da parte della Azienda  Ospedaliera ,nella quale la si metteva a conoscenza del fatto che il Dirigente Professioni Sanitarie Area Infermieristica ed Ostetrica, a seguito del certificato medico presentato il 26.3.2011, redatto dal dott A. P., aveva “provveduto a richiedere conferma ai medico estensore circa l’avvenuta correzione manuale della prognosi da due a tre giorni”.

Le si comunicava che il dott P., con nota del 11.4.2011 aveva dichiarato che il certificato recava correzioni non apportate dal medico personalmente al momento della compilazione. Nella nota si aggiungeva che “il comportamento da lei tenuto non è osservante delle disposizioni vigenti in materia di corretta giustificazione dell’assenza dal servizio, in quanto è stata prodotta una certificazione che attesta falsamente lo stato di malattia”.

Le giustificazioni fornite dalla dipendente non venivano accettate dalla Azienda Ospedaliera  infliggeva alla  lavoratrice  la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso

L’impugnazione del provvedimento prima al Tribunale e poi alla Corte di Appello non ha trovato accoglimento ed analogo esito ha avuto il gravame in Cassazione ,considerato che, anche dal punto di vista soggettivo, il comportamento risultava grave in base alla congrua motivazione dalla sentenza impugnata  da parte della Corte territoriale ,che  ha logicamente valutato la gravità del fatto e la sua idoneità a minare la fiducia del datore di lavoro in ordine ai futuri adempimenti della dipendente, escludendo inoltre, con adeguata motivazione, che la presenza di uno stato ansioso depressivo, di cui la ricorrente soffriva da molti anni e specie in assenza di qualsivoglia prova circa la commissione del falso in un momento di acuzie della malattia, potesse escludere l’incapacità di intendere e di volere al momento della commissione dell’illecito.

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 26 gennaio 2016, n. 1351

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