L.LODI:ACCESSO PENSIONE ANTICIPATA

Si riporta di seguito l’articolo di cui al titolo ,in cui l’autore,gia valente ed operoso dirigente dell’Inps ,approfondisce  gli aspetti riguardanti”  la c.d.’opzione donna”

——————————————ù

 

 

 Un po’ di storia

 Nell’ordinamento pensionistico italiano era prevista da illo tempore una differenziazione dei requisiti anagrafici minimi per conseguire il pensionamento di vecchiaia in rapporto al sesso degli assicurati.

Una simile dicotomia, non solo non si registrava nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea ed in altri Stati a noi vicini culturalmente ed economicamente, ma era ed è tuttora contraria ad ogni principio demografico (nella Repubblica d’Irlanda, anzi, le donne erano penalizzate in tal senso, visto che avrebbero potuto accedere ai suddetti trattamenti tre anni dopo rispetto agli uomini).

E’ infatti noto che il gentil sesso ha una aspettativa di vita media di durata maggiore di quella degli uomini (7-9 anni di più), per cui, almeno sotto questo aspetto, dovrebbe essere consentita una possibilità di accesso ai trattamenti di vecchiaia con requisiti di età più severi rispetto agli uomini.

Tale previsione normativa, come del resto tutte le vicende che hanno interessato gli istituti previdenziali, non ha mancato di essere sottoposta a critiche finalizzate alla sua abolizione o, comunque, ad un suo rimaneggiamento: a tal fine era stata sottoposta al vaglio del giudizio di costituzionalità.

Un primo intervento del Giudice delle leggi risale all’anno 1969 (sentenza n. 123 dell’11 luglio dello stesso anno).

La questione verteva sul diritto di recesso “ad nutum” da parte del datore di lavoro (in qual caso una esattoria) dal rapporto di lavoro subordinato al momento del conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia, che era appunto stabilito, per le donne, in una età anagrafica più bassa rispetto agli uomini.

In quell’occasione la Corte Costituzionale osservò che, in relazione all’obiettiva diversità dei sessi, sarebbe stato contrario al principio di uguaglianza sancito dalla Carta un trattamento non differenziato, anche considerato che “il fatto di poter utilizzare le prestazioni della donna fino a 55 anni piuttosto che fino a 60, tenendo conto della costituzione, della capacità, della resistenza a particolari lavori faticosi, del rendimento e di altri fattori che si comprendono col termine attitudine, comporta una valutazione tecnica, normalmente consentita al legislatore.”

Ma la stessa Corte fece di più: ricollegò infatti la distinzione anche all’essenziale funzione familiare della donna, che avrebbe dato potere al legislatore di “limitare nel tempo il periodo in cui la donna venga distratta dalle cure familiari e di conseguenza che giunta ad una certa età, essa torni ad accudire esclusivamente alla famiglia, con l’apporto anche di quella pensione che le spetta.”

Da quel lontano 1969 la situazione socio-economica è successivamente cambiata, tanto da indurre la Corte Costituzionale a ritornare più volte sull’argomento.

Richiamando l’attenzione sul fatto che la precedente statuizione era fondata (la circostanza è stata appena posta in rilievo) sull’esistenza di maggiori effetti usuranti per la donna, a parità di durata dell’attività lavorativa, e sull’impossibilità di garantire la sua funzione familiare senza fare ricorso anche al pensionamento per vecchiaia, anticipato rispetto agli uomini, la Consulta ha rilevato come, da un lato, lo sviluppo tecnologico abbia reso meno usurante l’attività lavorativa e che, dall’altro lato, l’evoluzione normativa della tutela della maternità abbia reso maggiormente possibile la compatibilità tra funzione familiare della donna e l’attività lavorativa: l’inevitabile conseguenza fu che vennero meno i suddetti presupposti e che non fosse più giustificato il diverso trattamento della donna rispetto all’uomo.

L’adeguamento dei giudizi della Corte Costituzionale alle appena citate condizioni ha indotto il legislatore ad avviare un processo di unificazione delle età anagrafiche tra i due sessi per l’accesso ai trattamenti per vecchiaia, processo che avrà temine a partire dal 1° gennaio 2018 allorchè tutte le lavoratrici iscritte all’Assicurazione generale obbligatoria (A. G. O.) ed alle forme previdenziali sostitutive ed integrativa della medesima, o che ne comporti l’esclusione o l’esonero (subordinate od autonome che siano), potranno accedere alle prestazioni di cui si discorre alla medesima età anagrafica minima stabilita per i lavoratori (66 anni e 7 mesi).

 

 

Un caso particolare delle pensioni di anzianità (ora pensioni anticipate): la c. d. “Opzione donna”

 

 

Un andamento diametralmente opposto si è rilevato per le pensioni di anzianità (introdotte nel sistema previdenziale del nostro Paese, con alterne vicende, a partire dall’anno 1965), i cui requisiti anagrafici per l’accesso, laddove sono stati previsti, non hanno avuto alcun condizionamento derivante dal sesso degli assicurati, per cui le donne non sono state evidentemente avvantaggiate, con ciò disattendendo alle motivazioni addotte a suo tempo dalla Corte Costituzionale, prima cioè del cambio di rotta della stessa Consulta.

In tale contesto è tuttavia intervenuto l’art. 1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243, che ha introdotto, sia pure in via temporanea, una nuova possibilità di accesso alla ex pensione di anzianità (ora pensione anticipata) a favore degli assicurati di sesso femminile (c. d. “Opzione donna”).

Recita infatti il suddetto comma che “In via sperimentale, fino al 31 dicembre 2015, è confermata la possibilità di conseguire il diritto all’accesso al trattamento pensionistico di anzianità, in presenza di un’anzianità contributiva pari o superiore a trentacinque anni e di un’età pari o superiore a 57 anni per le lavoratrici dipendenti e a 58 anni per le lavoratrici autonome, nei confronti delle lavoratrici che optano per una liquidazione del trattamento medesimo secondo le regole di calcolo del sistema contributivo previste dal decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 180. Entro il 31 dicembre 2015 il Governo verifica i risultati della predetta sperimentazione, al fine di una sua eventuale prosecuzione.”                               Premesso che la norma, a mente del precedente comma 6 della stessa legge, si applica alle iscritte all’Assicurazione generale obbligatoria ed alle forme esclusive e sostitutive della medesima (con esclusione delle forme pensionistiche istituite a favore dei liberi professionisti di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509, e 10 febbraio 1996, n. 10), allo scopo di comprenderne appieno il contenuto occorre tenere presente che alla data della sua entrata in vigore (mese di ottobre 2004) il requisito anagrafico previsto per l’accesso ai trattamenti per anzianità era già stabilito in 57 anni per le lavoratrici dipendenti ed in 58 anni per quelle autonome.

Dal momento che, a mente della stessa legge, a partire dal 1° gennaio 2008 l’età anagrafica è stata elevata a 60 anni per le lavoratrici dipendenti ed a 61 per quelle autonome, il campo di operatività della norma non avrebbe avuto efficacia immediata, bensì differita al 1° gennaio 2008 e si sarebbe protratto fino al 31 dicembre 2015: di qui, appunto, la locuzione “è confermata” utilizzata dal legislatore dell’anno 2004.                     Con tale disciplina è stata dunque consentito alle lavoratrici di ottenere la pensione di anzianità con un’età anagrafica più favorevole, e quindi con una decorrenza anticipata di alcuni mesi (che a volte possono essere anche di un numero considerevole), rispetto a quella prevista per gli assicurati di sesso maschile.

La contropartita di tutto ciò è che dette lavoratrici rinuncino a farsi liquidare la pensione (od una quota parte di essa) nel sistema retributivo ed optino per il calcolo interamente con il metodo contributivo, metodo, quest’ultimo, che risulta nella quasi totalità dei casi meno vantaggioso rispetto al primo (si parla di un gap tra i due sistemi di calcolo, espresso in termini percentuali, che oscilla intorno al 25-35 per cento, ed a volte anche oltre).

A tal fine sembra il caso di rammentare che il calcolo della pensione con il metodo retributivo è appannaggio di coloro che possano far valere almeno 18 anni di contribuzione che si collochino temporalmente antecedentemente al 1° gennaio 1996, fermo restando che i periodi contributivi successivi al 31 dicembre 2011 daranno luogo, in ogni caso, al calcolo della pensione con il sistema contributivo, così come previsto dalla c. d. “Riforma Monti/Fornero” (art. 24, comma 2, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214), la quale ha esteso tale metodo di calcolo, mediante il sistema del “pro rata temporis”, alla generalità delle forme pensionistiche obbligatorie.

La pensione sarà invece calcolata con il sistema misto (vale a dire in parte con il metodo retributivo ed in parte con quello contributivo) nei confronti dei soggetti che possano far valere meno di 18 anni di contribuzione alla data del 31 dicembre 1995: ricorrendo tale evenienza, i periodi che si pongono temporalmente prima dell’appena citata data saranno calcolati con il sistema retributivo, laddove invece i periodi successivi saranno tutti (compresi cioè quelli relativi al periodo 1° gennaio 1996-31 dicembre 2011) conteggiati con il sistema contributivo: anche in questo caso, infatti, i periodi contributivi successivi al 31 dicembre 2011 daranno luogo al calcolo della pensione con il sistema contributivo.

Corre infine l’obbligo di segnalare che l’”opzione donna” non può essere esercitata dai soggetti il cui primo accredito contributivo si collochi temporalmente dopo il 31 dicembre 1995 per il semplice fatto che nei loro confronti il calcolo della pensione dovrà necessariamente essere effettuato con il metodo contributivo.

 

Le vicende successive

 

 

Per espressa previsione della stessa legge n. 243, alle lavoratrici in questione si applicano il c. d. “regime delle finestre” (successivamente modificato dal decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122), come pure le disposizioni in materia di “adeguamento alla speranza di vita”.

Le cose sono andate avanti in tal modo, senza intoppi, per alcuni anni: anzi l’opzione donna ha mantenuto, a titolo di eccezione, il regime delle decorrenze anche dopo l’entrata in vigore della più sopra citata “Riforma Monti/Fornero”, che come ormai tutti gli addetti ai lavori ormai sanno, le aveva abolite.

L’art. 24, comma 14, dell’appena citata norma, in chiave derogatoria, recita infatti che “Le disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi ai soggetti che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2011, ai soggetti di cui all’articolo 1, comma 9 della legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni e integrazioni [l’opzione donna, n. d. a.], …   omissis …”.

Lo stesso discorso vale per gli incrementi collegati alla speranza di vita.

Tuttavia, con l’approssimarsi della scadenza del regime sperimentale di cui si discorre (come già detto, il 31 dicembre 2015), si pose il problema di stabilire se la data ultima per il riconoscimento dell’agevolazione dovesse essere riferita a quella di maturazione dei requisiti anagrafico-contributivi ovvero se tale prerogativa avesse dovuto fare riferimento alla data di effettiva decorrenza della prestazione (ossia considerando anche il differimento dovuto sia all’apertura delle finestre, sia allo spostamento in avanti della decorrenza conseguente all’applicazione dell’incremento della speranza di vita: poteva infatti accadere che per taluni soggetti, pur potendo far valere i requisiti anagrafico-contributivi entro il 31 dicembre 2015, la decorrenza effettiva della pensione, per effetto appunto dell’applicazione dei due appena citati elementi, si collocasse in data successiva.

Al riguardo vale la pena di rammentare che l’INPS ha sempre assunto un atteggiamento penalizzante, sostenendo cioè che fosse rilevante (e secondo chi scrive, non senza fondamento) non già la data di maturazione dei requisiti anagrafico-contributivi minimi per il diritto alla pensione, bensì quella di effettiva decorrenza della medesima.

In pratica, sulla base dell’interpretazione resa dall’INPS, i requisiti anagrafico-contributivi avrebbero dovuti essere raggiunti:

– per le lavoratrici autonome, entro il mese di maggio 2014;                                              – per le dipendenti del comparto privato, entro il mese di novembre 2014;                                 – per le dipendenti del pubblico impiego, entro il 30 dicembre 2014. Ciò in quanto, a differenza di quanto avviene nel settore privato, la decorrenza delle pensioni non si colloca dal primo giorno del mese successivo alla data di maturazione del diritto, bensì dal primo giorno successivo alla data di maturazione del diritto medesimo (la prestazione può cioè avere decorrenza all’interno del mese).

 

 

La situazione attuale

 

 

L’interpretazione restrittiva fornita dal sopra citato Istituto previdenziale ha provocato una serie di proteste da parte degli addetti ai lavori, tanto che è dovuto intervenire il legislatore con una apposita norma inserita nella “Legge di stabilità per l’anno 2016” (la n. 208 del 28 dicembre 2015), laddove, all’art.1, comma 281, primo periodo, si recita testualmente che “Al fine di portare a conclusione  la  sperimentazione  di  cui all’articolo 1, comma 9, della legge  23  agosto  2004,  n.  243,  la facoltà prevista al predetto articolo 1, comma 9 [l’opzione donna, n. d. a.],  è  estesa  anche alle lavoratrici  che  hanno  maturato  i  requisiti  previsti  dalla predetta disposizione, adeguati agli  incrementi  della  speranza  di vita ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge  30  luglio  2010,  n. 122, e successive modificazioni, entro il 31 dicembre 2015  ancorchè la decorrenza del trattamento pensionistico  sia  successiva  a  tale data, fermi restando il regime  delle  decorrenze  e  il  sistema  di calcolo delle prestazioni applicati al pensionamento di anzianità di cui  alla  predetta  sperimentazione.” A dimostrazione della legittimità dell’interpretazione fornita dall’INPS, il secondo e terzo periodo della stessa norma, non solo ne ha previsto la copertura finanziaria, ma ha anche affidato allo stesso Ente il compito di monitorare l’operazione con riferimento al numero delle lavoratrici optanti ed ai conseguenti oneri previdenziali: sulla base dei dati “a consuntivo” che ne risulteranno, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, dovrà riferire al Parlamento della Repubblica circa l’attuazione della sperimentazione con particolare riguardo agli scostamenti degli oneri sostenuti rispetto alla previsione di spesa.          L’ultimo periodo del comma in commento stabilisce infine che “Qualora dall’attività di monitoraggio di cui al precedente periodo risulti un onere previdenziale inferiore rispetto alle previsioni di spesa di cui al primo periodo del presente comma, anche avuto riguardo alla proiezione negli anni successivi, con successivo provvedimento legislativo verrà disposto l’impiego delle risorse non utilizzate per interventi con finalità analoghe a quelle  di  cui  al  presente comma, ivi compresa la prosecuzione della medesima sperimentazione.”La norma lascia dunque aperto uno spiraglio circa la prosecuzione del regime sperimentale anche per gli anni successivi al 2015, sia pure condizionatamente alla realizzazione di risparmi sugli stanziamenti predisposti.  Considerazioni conclusive  La possibilità di consentire, anche per il futuro, l’opzione donna si manifesta come una circostanza importante in quanto una ricerca di fonte INPS ha evidenziato una progressione geometrica del numero delle assicurate che hanno optato per il regime sperimentale: si parte infatti da 1.377 adesioni per l’anno 2011, a 5.646 per l’anno 2012, a 8.846 per l’anno 2013, a 11.527 per l’anno 2014 ed infine a 20.780 per l’appena decorso anno 2015.Nella relazione tecnica alla “Legge di stabilità per l’anno 2016” è stato inoltre stimato che nel triennio 2016-2018 le opzioni per il regime sperimentale dovrebbe superare le 30.000 unità, il che confermerebbe che, in buona sostanza, la propensione del gentil sesso ad accedere il prima possibile al pensionamento per occuparsi delle necessità della vita familiare, costituisce una esigenza tuttora sentita.A ciò sembrerebbe di poter aggiunge che anche l’altro pilastro su cui era fondato la presa di posizione del Giudice costituzionale dell’anno 1969, vale a dire il maggior logorio psico-fisico e sensoriale a cui è sottoposto la capacità lavorativa della donna, è tuttora attuale: se infatti è vero, come in effetti lo è, che la vita media della popolazione italiana in questi ultimi decenni è aumentata, non è detto (o per lo meno non è stato ancora dimostrato) che a ciò corrisponda un correlativo spostamento temporale in avanti dell’efficienza lavorativa della popolazione attiva. Si può invece legittimamente ritenere che la capacità in questione debba inesorabilmente diminuire fine a scendere al di sotto della soglia che contraddistingue l’inidoneità lavorativa, come pure che, comunque, l’attività sia esercitata in modo usurante, e tutto questo nonostante l’influenza positiva arrecata dalle innovazioni tecnologiche.    Francavilla al Mare (CH), lì 14 gennaio 2016

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: