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CASSAZIONE:FATTISPECIE LICENZIAMENTO LEGITTIMO PER GIUSTA CAUSA

26/11/2014

Si richiama l’attenzione sulla sottostante sentenza con cui la Suprema Corte ha riconosciuto legittimo il licenziammento disposta dal dastorev dim lavoro  nei confronti del lavoratore che aveva scagliato una scrivania  contro  un collega  .

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Sentenza 25 novembre 2014, n. 25015

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Bologna, riformando la sentenza del Tribunale di quella stessa sede, rigettava la domanda di V.U. proposta nei confronti della società S.E.C. d’impugnativa del licenziamento intimatogli dalla predetta società per giusta causa.

A fondamento del decisum la Corte del merito, per quello che interessa in questa sede, riteneva, quanto al primo addebito – consistente nella contestazione di aver scaraventato contro il collega F. una scrivania ubicata nel magazzino e nel rifiuto di assisterlo dopo averlo colpito con il tavolo – che il fatto era stato ammesso dal V. sia pure limitatamente al solo lancio del tavolo essendo,invece, confermato nella sua integrità dal F.

Tale fatto, secondo la Corte territoriale, era dotato d’intrinseca gravità comportamentale che deponeva sfavorevolmente in merito alla correttezza e regolarità del rapporto di lavoro. D’altro canto, sottolineava la predetta Corte la condotta tenuta dal V. era stata tale da determinare una indubbia prospettazione quanto meno eventuale di aggressione alla persona.

Relativamente all’altro addebito, concernente l’allontanamento dal posto di lavoro senza alcuna giustificazione quando gli era stato demandato il controllo su personale esterno, rimarcava la Corte territoriale, che tale comportamento confermava ulteriormente la mancanza della volontà del lavoratore di ottemperare alla disciplina aziendale.

Avverso questa sentenza il V. ricorre in cassazione sulla base di tre censure.

Resiste la società intimata che, in via preliminare, deduce l’inammissibilità del ricorso per violazione del termine di cui all’art. 327 cpc.

La società deposita, altresì, memoria illustrativa.

Motivi della decisione

Pregiudizialmente va disattesa la questione d’inammissibilità, sollevata da parte resistente, del ricorso per cassazione in quanto notificato oltre il termine di cui all’art. 327 cpc atteso che dal timbro apposto a tergo della richiesta di notifica, di cui al ricorso per cassazione, emerge che l’atto è stato consegnato in data 2 agosto 2013 all’Ufficiale giudiziario per la notifica e, quindi, entro il termine previsto dalla richiamata norma di rito e tanto tenuto conto che la sentenza impugnata risulta depositata in data 21 agosto 2012 (Cfr. Cass.30 maggio 2013, n. 13640 secondo cui laddove non venga esibita la ricevuta di cui all’art. 109 del d.P.R. 15 dicembre 1959, n. 1229, la prova della tempestiva consegna all’ufficiale giudiziario dell’atto da notificare può essere ricavata dal timbro, ancorché privo di sottoscrizione, da questi apposto su tale atto, recante il numero cronologico, la data e la specifica delle spese, salvo che sia in contestazione la conformità al vero di quanto – da esso desumibile, atteso che le risultanze del registro cronologico, che egli deve tenere ai sensi dell’art. 116, primo comma, n. 1, del d.P.R. citato, fanno fede fino a querela di falso).

Infatti a seguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 477 del 2002 e n. 28 del 2004, la notificazione di un atto del processo civile si perfeziona, nei confronti del notificante, al momento del compimento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario (Cfr. per tutte Cass. 11 gennaio 2007 n. 390 e Cass. 30 maggio 2013 n. 13640 cit.)

Con il primo motivo del ricorso, deducendosi violazione dell’art. 246 cpc in relazione all’art. 5 della L. n. 604 del 1966 e all’art. 2119, 1°comma, 1° periodo cc e all’art. 7 della L. n. 300 del 1970, si sostiene che erroneamente la Corte territoriale non ha tenuto conto dell’incapacità a testimoniare del lavoratore F. avendo questi un interesse a partecipare al giudizio.

La censura è inammissibile.

Secondo giurisprudenza consolidata di questa Suprema Corte qualora una determinata questione giuridica non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. 2 aprile 2004 n. 6542, Cass.21 febbraio 2006 n.3664 e Cass. 28 luglio 2008 n. 20518).

Nella specie la questione di cui al motivo di censura in esame non risulta trattata in alcun modo nella sentenza impugnata ed il ricorrente, in violazione del richiamato principio di autosufficienza del ricorso, non ha indicato in quale atto del giudizio precedente ha dedotto la questione.

Conseguentemente il motivo in discussione è inammissibile.

Né può sottacersi che questa Corte ha sancito il principio secondo il quale l’interesse che determina l’incapacità a testimoniare ai sensi dell’art. 246 cpc è solo quello giuridico, che comporta una legittimazione litisconsortile o principale ovvero secondaria ad intervenire in un giudizio già proposto da altri controinteressati. Tale interesse, pertanto, non si identifica con l’interesse di mero fatto che un testimone (come, nella causa relativa alla legittimità del licenziamento, la persona aggredita dal lavoratore licenziato) può avere a che la controversia sia decisa in un certo modo ( Cass. 5 gennaio 1994 n.32 e Cass. 3 ottobre 2007 n. 20731).

Con la seconda critica, denunciandosi violazione dell’art. 32 lett. B) CCNL Autotrasporti e Logistica del 2000 in relazione all’art. 7 della L. n. 300 del 1970 e dell’art. 39 Cost , si sortine che la Corte di Appello non ha preso in considerazioni, le declaratorie contrattuali che prevedono per i fatti contestati una sanzione non espulsiva.

La censura è inammissibile. Valgono in proposito le osservazioni già svolte in occasione dell’esame del precedente motivo atteso che parte ricorrente pur allegando di aver proposto la questione di cui trattasi sin dal giudizio di primo grado non ha indicato in quale atto ed in quali termini ha prospettato la stessa.

Con l’ultima censura, prospettandosi violazione dell’art. 2119 cc in relazione all’art. 7 della l. n. 300 del 1970, si sostiene che la Corte del merito ha erroneamente valutato l’elemento soggettivo ed in particolare si critica la sentenza impugnata per non aver la Corte del merito valutato le circostanze in cui è stata commessa la mancanza.

Il motivo è infondato.

La Corte territoriale, invero, ha valutato l’elemento soggettivo, sottolineando la ridotta capacità di autocontrollo nell’ambiente lavorativo e soprattutto l’intenzionalità del comportamento.

Per il resto si tratta di un accertamento di fatto che in quanto non investito da specifica censura ex art. 360 n.5 cpc si sottrae al sindacato di questa Corte.

Il ricorso in conclusione va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115 del 2002 introdotto dall’art. 1, comma 17, della L. n. 228 del 2012.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese giudiziali liquidate in E. 100,00 per esborsi ed E. 3000,00 per competenze oltre accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115 del 2002 introdotto dall’art. 1, comma 17, della L. n.228 del 2012 si dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

CORTE GIUSTIZIA EUROPEA:ILLEGITTIMO CONTRATTO A TERMINE SCUOLE OLTRE 36 MESI

26/11/2014

La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione. Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”, è quanto scrive la Corte di giustizia europea nella sua sentenza odierna.

La sentenza della Corte Ue  C-22/2013pdf_icon del 26 novembre 2014, risponde al quesito posto (con rinvio pregiudiziale) dalla Corte costituzionale e dal Tribunale di Napoli “se la normativa italiana sia conforme all’accordo quadro dell’Ue sul lavoro a tempo determinato e, in particolare, se quest’ultimo consenta il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, senza la previsione di tempi certi per l’espletamento dei concorsi ed escludendo qualsiasi risarcimento del danno subito a causa di un siffatto rinnovo”. La questione trova la sua origine nelle cause presentate da un gruppo di lavoratori precari assunti in istituti pubblici come docenti e collaboratori amministrativi in base a contratti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione. Questi hanno lavorato durante periodi differenti, fermo restando che non sono mai state impiegate per meno di 45 mesi su un periodo di 5 anni. Sostenendo l’illegittimità di tali contratti, detti lavoratori hanno chiesto giudizialmente la riqualificazione dei loro contratti in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la loro immissione in ruolo, il pagamento degli stipendi corrispondenti ai periodi di interruzione tra i contratti nonché il risarcimento del danno subito.

Secondo i giudici di Lussemburgo la normativa italiana non prevede alcuna misura diretta a prevenire il ricorso abusivo ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato. La Corte Ue evidenzia come “l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato non ammette una normativa che, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali dirette all’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, autorizzi il rinnovo di contratti a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti e di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento delle procedure concorsuali ed escludendo il risarcimento del danno subito per tale rinnovo“. Inoltre la legge italiana “non prevede criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo risponda ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine”. E “non contempla neanche altre misure dirette a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo a tali contratti”. Trattandosi di un rinvio pregiudiziale, e cioè di quel meccanismo che consente ai giudici degli Stati membri di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione, la Corte non risolve la controversia nazionale. Spetta infatti al giudice del Paese Ue risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte europea.

Di seguito il  testo del contestato art10, comma 4 bis, del Decreto Legislativo n. 368/2001, (introdotto con il D.L. n. 70/2011)

“Stante quanto stabilito dalle disposizioni di cui all’articolo 40, comma 1, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, all’articolo 4, comma 14-bis, della legge 3 maggio 1999, n. 124, e all’articolo 6, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono altresì esclusi dall’applicazione del presente decreto i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze del personale docente ed ATA, considerata la necessità di garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo anche in caso di assenza temporanea del personale docente ed ATA con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed anche determinato. In ogni caso non si applica l’articolo 5, comma 4-bis, del presente decreto.”

SESTA SALVAGUARDIA ESODATI PRECEDENZA PRESTATORI ASSISTENZA FAMILIARI DISABILI

26/11/2014

Con nota prot. n. 16171 del 25 novembre 2014, il Ministero del Lavoro, nel fornire istruzioni ai propri Uffici periferici inerenti la sesta salvaguardia, ha chiarito che i soggetti di cui all’art. 2, comma 1, lettera d) della Legge n. 147/2014 (lavoratori fruitori di congedi o permessi per disabili), già interessati dalla IV salvaguardia in qualità di lavoratori di cui all’art. 11-bis del D.L. n. 102/2013, e rimasti esclusi, pur in presenza dei prescritti requisiti, dalla IV salvaguardia medesima per incapienza del contingente di 2.500 unità all’uopo stabilito, non dovranno presentare una nuova istanza nell’ambito della procedura della salvaguardia attualmente in fase di espletamento.

A tal proposito, continua la nota, sarà utilizzato il contingente previsto nell’ambito della VI procedura di salvaguardia per la categoria dei suddetti soggetti rimasti esclusi dalla IV procedura di salvaguardia, ormai chiusa al 28 marzo 2014, per esaurimento della platea ammissibile, a condizione, però, che le istanze precedentemente presentate non siano state a suo tempo respinte dall’Istituto.

Ciò consente di ritenere possibile l’utilizzo della dotazione numerica di 1.800 unità previste dalla cosiddetta “sesta salvaguardia” in via prioritaria a favore dei soggetti, aventi i requisiti di legge, esclusi dalla “quarta salvaguardia” per incapienza della dotazione numerica.

SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA LICENZIAMENTO DISCIPLINARE

25/11/2014

Si richiama l’attenzione sulla sottostante decisione della Suprema Corte riguardante  il caso di  un licenziamento  disciplinare    causato da gravi fatti addebitati ed accertati in sede penale .

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Sentenza 24 novembre 2014, n. 24948

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Ancona, con sentenza depositata il 7 febbraio 2011, confermava la sentenza n. 5739 del Tribunale di Ascoli Piceno con cui venne respinta la domanda proposta da G.T. collaboratore scolastico, avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento adottato dall’amministrazione scolastica dopo la conclusione del procedimento penale instaurato a carico del dipendente, con sentenza irrevocabile di condanna per il reato previsto e punito dall’art. 609 bis c.p., secondo cui “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.

Per la cassazione propone ricorso il T., affidato ad unico motivo. Resiste il Ministero con controricorso, mentre l’Ufficio scolastico regionale per le Marche è rimasto intimato.

Motivi della decisione

1. – Il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione e falsa applicazione dell’art. 1 L. n. 604\66, in combinato disposto con l’art. 2119 c.c. (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.) laddove il giudice di seconde cure, confermando la decisione di primo grado, limitandosi a rilevare la gravità della mancanza attribuita al dipendente, non tenne conto delle conseguenze che, nel caso concreto al vaglio della Giustizia, aveva avuto il comportamento tenuto dal datore di lavoro dalla data della contestazione disciplinare sino al licenziamento (assenza di sospensione cautelare, adibizione provvisoria a diverse mansioni, per poi essere riassegnate a quelle precedenti).

Il motivo, così come proposto, è infondato, non risultando contestati i gravi fatti addebitati ed accertati in sede penale (riportati nella sentenza di primo grado: atti di libidine nei confronti di una alunna, costretta all’interno di un bagno della scuola). Il ricorrente non chiarisce peraltro, in contrasto col principio dell’autosufficienza, i tempi della vicenda (data della contestazione, data della sentenza penale di condanna, etc.), essendo nella facoltà (ma non nell’obbligo, nel regime antecedente il d.lgs n. 1509) del datore quella di sospendere o meno il dipendente (nella specie peraltro nelle more adibito ad altre mansioni), per poi procedere al provvedimento disciplinare una volta intervenuta sentenza penale definitiva di condanna (nella specie non è sottoposta alla Corte alcuna questione di decadenza).

Il ricorso deve pertanto rigettarsi.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in €.4.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito ed accessori di legge.

MLPS ASSEGNA COMUNI RISORSE STABILIZZAIONE LSU

25/11/2014

Si segnala che  ilMinistero del Lavoro  ha trasmesso all’Ufficio Centrale del Bilancio (MEF – DRGS), gli ordini di pagamento di oltre 1milione e 300 mila euro per  contributo della  stabilizzazione di lavoratori socialmente utili (ex art. 1, comma 1156, lett.f), Legge n. 296/2006 e ss. mm. e ii.) emessi a favore dei 48 Comuni indicati nell’Elenco n.13.

CONFRONTO DISCIPLINA ASSUNZIONI LEGGE STABILITA’2015 E LEGGE 407/90

25/11/2014

Come è noto ,la legge di stabilita 2015 ,in corso di esameb presso ghli organi del parlamento prevede all’sart.12 per le assunzioni che saranno effettuate a tempo indeterminato nell’anno 2015 l’esenzione triennale dasi contributi inps ,

Nel contempo la medesima legge dispone pero’ l’abrogazione dell’art.8 comma 9 della legge n.407/90 relstiva all’esenzione al 50% ovvero per intero dei contributi previdenziali in cvaso di assunzioni di lavoratori disoccupsti o cassintegrati dsa almeno 24 mesi.

Di seguito il raffronto tra la due normative di cui al titolo.

Entita’ sgravio

-legge 407/90 :  100%  sud     e  50%  artigiani ed altri territori

-legge stabilita’ 2015 : 100% ma con obbligo  Inail

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.Durata sgravio

-legge407/90 :                                         3 anni

-legge stabilita’ 2015  :                             3  anni

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  Tempo applicazione 

-legge 407/90                   : Illimitata

-legge stabilita’ 2015        : Soltanto 2015

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Import0 spettante 

-legge 407/90                  : non determinatto

-legge stabilita’ 2015       : masimo euro 8.060 annui

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Requisito lavotore

-legge 407/90             : disoccupato da almeno 24 mesi

-legge stabilita’ 2015  :disoccupato da 6 mesi dopo rapporto a t.i.

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Ripetibilita’ sgravi

per  medesimo  lavoratore

-legge 407/90                      :  si

-legge stabilita’ 2015           :  no

MEF:FAQ SU DICHIARAZIONE IMU-TASI- ENC ANNI 2012/13

24/11/2014

  Comunicato 21 novembre 2014

 Domanda

1) Un ente non commerciale che svolge solo attività istituzionale, proprietario di immobile dal 1999 (per il quale quindi non sono intervenute variazioni nel corso degli anni 2012-2013), è tenuto a presentare la dichiarazione per comunicare l’esenzione dall’IMU e dalla TASI, oppure no?

2) In generale devono presentare tale dichiarazione solo i proprietari di immobili oppure anche gli enti non commerciali che si trovano in affitto nei locali?

Risposta

Con riferimento al primo quesito, si fa presente che gli enti non commerciali che svolgono attività meritevoli ai sensi dell’art. 7, comma 1, lett. i), del D. Lgs. n. 504 del 1992, sono obbligati a presentare la dichiarazione IMU/TASI ENC anche nel caso in cui non sono intervenute variazioni nel corso degli anni.

Per quanto riguarda, invece, il secondo quesito, si precisa che per la TASI, il termine di presentazione della dichiarazione è fissato al 30 giugno 2015 mentre il termine in scadenza al 1° dicembre 2014, riguarda esclusivamente l’IMU, poiché l’obbligo dichiarativo concerne le annualità 2012 e 2013 come stabilito dal comma 719 dell’art. 1 della legge n. 147 del 2013, il quale dispone che “Ai fini dell’imposta municipale propria di cui all’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, nonché all’articolo 91-bis del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, gli enti non commerciali presentano la dichiarazione esclusivamente in via telematica, secondo le modalità approvate con apposito decreto del Ministero dell’economia e delle finanze. Con le stesse modalità ed entro lo stesso termine previsto per la dichiarazione per l’anno 2013 deve essere presentata anche la dichiarazione per l’anno 2012”.

Vale la pena di sottolineare che il comma 688 dell’art. 1 della citata legge n. 147 del 2013 prevede, tra l’altro, che “La TASI dovuta dall’occupante, nel caso di mancato invio della delibera entro il predetto termine del 10 settembre 2014 ovvero nel caso di mancata determinazione della percentuale di cui al comma 681, è pari al 10 per cento dell’ammontare complessivo del tributo, determinato con riferimento alle condizioni del titolare del diritto reale”.

Domanda

Si chiede come va compilata la dichiarazione Imu/Tasi Enc nel seguente caso: Parrocchia che possiede immobili nel comune A e nel comune B. Nel comune A la parrocchia possiede immobili totalmente imponibili (locati) ed un immobile esente/parzialmente imponibile. Nel Comune B la parrocchia possiede solo immobili totalmente imponibili (locati). Quante dichiarazioni vanno presentate? Solo quella al Comune A od anche quella al Comune B con il solo quadro A?

Risposta

Occorre effettuare più dichiarazioni in ciascun comune.

Si sottolinea che, come illustrato nelle istruzioni allegate al modello ministeriale a pag. 3, la dichiarazione IMU TASI ENC deve essere presentata esclusivamente per gli immobili degli enti non commerciali che si trovano nelle condizioni per poter beneficiare dell’esenzione di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), del d.lgs. n. 504 del 1992.

Nel caso prospettato, invece, nel comune A la parrocchia possiede anche immobili locati che quindi non rientrano nella fattispecie di agevolazione prevista dalla norma in esame. Pertanto, in detto comune l’ente è tenuto a presentare la dichiarazione su modello cartaceo, ove, ovviamente, ne ricorrano i presupposti, mentre per quello esente/parzialmente imponibile deve presentare la dichiarazione telematica.

Nel comune B, invece, la parrocchia avrebbe dovuto presentare solo la dichiarazione cartacea, ove, ovviamente, ne ricorrano i presupposti.

Domanda

Dovrei trasmettere entro il 30.11.2014 la dichiarazione IMU TASI per un ente ecclesiastico, ho scaricato il modulo di controllo entrate ma non riesco a trovare il software per la compilazione.

L’ Agenzia delle entrate, da me interpellata a questo proposito, ha riferito che non è stato da predisposto alcun software di compilazione.

Risposta

In effetti, per le dichiarazioni relative alle annualità 2012 e 2013, non è stato predisposto da parte di questo Dipartimento il software di compilazione ma solo quello di controllo.

Domanda

Ai soli fini del requisito soggettivo, si chiede se un Associazione Onlus possa aver diritto all’esenzione del pagamento dell’IMU e della TASI qualora rispetti quanto previsto dall’art. 7, comma 1, lettera i), del D.Lgs. n. 504 del 1992.

Il dubbio sorge dalla lettura delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione IMU/TASI ENC a pagina 7 dove viene riportato ” Vale la pena di ricordare che nell’ambito del requisito soggettivo di cui all’art. 7, comma 1, lett. i) del D. Lgs. n. 504 del 1992, non rientrano tutte le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) di cui al D.Lgs. 4 dicembre 1997, n. 460…..” e da alcune interpretazioni restrittive di diversi comuni. Alcuni di essi infatti ritengono che le ONLUS possano essere esenti da IMU e TASI solo in presenza di una delibera comunale.

Riteniamo, invece, che un ente non commerciale, quale è la nostra associazione Onlus, possa applicare (fermo restando i requisiti di non commercialità) l’esenzione IMU e TASI se rispetta quanto previsto dall’art. 7, comma 1, lettera i) del D.Lgs. n. 504 del 1992, a prescindere che abbia o meno la qualifica di ONLUS.

Risposta

Ai fini dell’applicazione dell’esenzione di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), del D. Lgs. n. 504 del 1992, anche le ONLUS devono rispettare il requisito soggettivo stabilito dalla norma in parola e, pertanto, devono rientrare nei soggetti di cui all’art. 73, comma 1, lett. c), del TUIR. Per beneficiare dell’esenzione in questione non occorre, quindi, che il comune approvi una particolare disposizione regolamentare ai sensi dell’art. 21 del D. Lgs. n. 460 del 1998. Quest’ultima disposizione – in base alla quale i comuni possono “deliberare nei confronti delle ONLUS la riduzione o l’esenzione dal pagamento dei tributi di loro pertinenza e dai connessi adempimenti” – ha, infatti, una finalità diversa dall’esenzione di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), e può essere utilizzata dall’ente impositore laddove ritenga di dover concedere una particolare agevolazione alle ONLUS, anche indipendentemente dal rispetto dei requisiti e dei criteri previsti dalla legge per l’applicazione dell’esenzione di cui al citato art. 7, comma 1, lett. i).

Domanda

Per quanto riguarda il “codice 580” relativo alle specifiche tecniche la procedura di controllo richiede sempre l’indicazione di “acquisto” oppure “vendita”, in questo caso si si sta segnalando la variazione intervenuta nella rendita catastale; pertanto non è né un acquisto né una vendita, si deve desumere che le variazioni catastali non dobbiamo comunicarle (?)” –

Risposta

Ai sensi dell’art. 13, comma 4, del D. L n. 201 del 2011 occorre tenere conto dell’ammontare delle rendite risultanti in catasto, vigenti al 1° gennaio dell’anno di imposizione. Pertanto, non si pone il problema della variazione della rendita catastale in corso di anno. Si deve fare, inoltre, presente che i campi da 14 a 16 e anche quelli relativi a “Agenzia delle entrate di” e “Estremi del titolo” devono essere compilati solo nel caso in cui le variazioni dipendono da acquisto o da cessione dell’immobile.

Domanda

Per quanto riguarda il codice 259 delle specifiche tecniche, la procedura di controllo richiede sempre l’indicazione della “classe”, in questo caso la classe della u.i. non esiste. Dobbiamo comunque inserire “0”? La procedura … però non compila la casella, dovremmo inserirlo a mano(?)”

Risposta

Il relativo campo va impostato con una sequenza di 9.

Domanda

Non è chiara l’esposizione degli importi, in riferimento al campo 12 del quadro A e quadro B ed ai campi e, f, j e k della sezione ‘ATTIVITA’ DIDATTICA’ e campo e) della sezione ‘ALTRE ATTIVITA” del quadro B, oltre a tutti i valori del quadro C. In questi campi, almeno sul modello, non sono stati rappresentati i valori in unità di euro, come giustamente fatto nei campi del quadro D, a nostro avviso rispettando le disposizioni dell’IMU e della TASI in cui viene indicato che l’arrotondamento all’unità di Euro deve essere fatto in sede di versamento dell’imposta; abbiamo sempre interpretato che tutti i calcoli intermedi precedenti il versamento sono da effettuarsi sempre con i decimali. Vedendo il modello e non trovando gli zeri prestampati non ci siamo posti il problema di arrotondare gli importi, in quanto uniforme alla normativa. Ora sul telematico devono essere riportati all’unità di euro, che potrebbe creare differenze fra quanto versato e quanto esposto sul modello; ci saremmo aspettati a questo punto che anche sul modello i suddetti campi recassero i decimali prestampati (,00 €) . Si chiede quale sia l’orientamento definitivo nell’ottica che modello e specifiche telematiche siano coerenti ed allineate, in modo da avere una linea di comportamento aderente. Cordiali saluti.

Risposta

Nelle specifiche tecniche pubblicate (cfr. § 2.5.2) si fa espresso riferimento all’arrotondamento all’unità di tutti gli importi della dichiarazione (a meno dei campi costi e corrispettivi medi).

Tale scelta è stata effettuata:

· per i campi “valore degli immobili” dei quadri A e B, in accordo a quanto già previsto per gli stessi campi nei modd. di dichiarazione dei redditi;

· per i campi del quadro C (determinazione dell’IMU e della TASI), in analogia a quanto già avviene per campi similari sempre nei modd. di dichiarazione dei redditi;

· per i restanti campi importo del quadro B (sezione “Attività didattica” e “Altre attività”), per uniformità nell’ambito della dichiarazione.

Tanto premesso si fa presente che, eventualmente, debbano essere espressi in centesimi di Euro solo quest’ultimi (campi importo del quadro B): ciò non comporta una modifica del software (in quanto le dimensioni già previste di detti campi consentono l’inserimento dei decimali) ma ha semplicemente reso necessaria la pubblicazione della versione 2 delle Specifiche Tecniche del 29 settembre 2014, rinvenibile sul sito internet del Dipartimento.

CASSAZIONE: COMPETENZA GIUDICE ORDINARIO IMPUGNAZIONE LICENZIAMENTO SOCIO LAVORATORE COOPERATIVA

24/11/2014

La questione di cui al titolo risulta definita dalla Suprema Corte con la sottostante Ordinanza ,cui si rinvia.

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Ordinanza 21 novembre 2014, n. 24917

Socio-lavoratore della cooperativa – Esclusione dalla compagine – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Competenza del giudice del lavoro

Ragioni di fatto e di diritto

1.1. Con ricorso per regolamento necessario di competenza ex art. 42 c.p.c., D.F. e F.T. hanno impugnato l’ordinanza del 26 febbraio 2013 con cui il Tribunale di Verona ha dichiarato la propria incompetenza indicando la competenza della sezione specializzata in materia di impresa del distretto della Corte di appello di Venezia, nel procedimento proposto ex art. 1, comma 48, della legge n. 92/2012 (c.d. legge Fornero).

1.2. L e ricorrenti, ex socie-lavoratrici della soc. coop. C. arl; hanno esposto di essere state escluse dalla compagine sociale per asserita violazione degli obblighi statutari e di essere state licenziate per giustificato motivo oggettivo. La cessazione dei due rapporti, associativo e lavorativo, era avvenuta per differenti e autonomi motivi, i quali, ancorché fatti valere con un unico ricorso, erano da riferire a due distinte domande giudiziali, rispettivamente finalizzate alla riammissione nella compagine sociale e alla reintegrazione nel posto di lavoro. Si verteva in un’ipotesi di connessione tra cause, da ritenere regolata dall’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ., con conseguente devoluzione alla cognizione del giudice del lavoro, in forza della prevalenza del rito speciale di cui all’art. 409 cod. proc. civ.. Tale ricostruzione non era stata condivisa dal Giudice del lavoro di Verona, il quale aveva ritenuto il carattere pregiudiziale dell’accertamento avente ad oggetto l’estinzione del rapporto societario e l’estensione della competenza delle sezioni specializzate in materia di impresa di cui alla legge n. 27/2012 ad ogni ipotesi di connessione rispetto a tale oggetto.

1.3. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 5, comma 2, della legge n. 142/2001, violazione ed errata interpretazione dell’art. 40 cod. proc. civ., nonché travisamento dei fatti di causa, per non avere il Tribunale di Verona debitamente considerato che, ove fosse annullata la delibera di esclusione, il rapporto di lavoro delle due socie-lavoratrici non verrebbe automaticamente ricostituito, operando l’autonoma causa di risoluzione, rappresentata dal licenziamento per (presunto) giustificato motivo oggettivo; pertanto, l’opposizione alla delibera di esclusione proposta ex art. 2533 cod. civ. non costituisce causa pregiudiziale rispetto all’accertamento della illegittimità del licenziamento,

1.4. Con il secondo motivo si denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 1, comma 3, e dell’art. 5, comma 2, della legge n. 142/2001; violazione ed errata applicazione dell’art. 40 cod. proc. civ. e dell’art. 2, comma 3, del d.l. n. 1/2012, conv. in L. n. 27/2012. La previsione di automatica estinzione del rapporto di lavoro con il recesso o l’esclusione del socio, deliberati nel rispetto delle disposizioni normative che li regolano (art. 5 L. n. 30/2003), non esclude la configurabilità di un concorrente licenziamento intimato per ragioni autonome, non afferenti alla prestazione mutualistica. Il rapporto mutualistico e quello lavorativo non coincidono, poiché le prestazioni riconducibili al primo si identificano in una serie di attività proprie dei soci lavoratori, quali il concorso alla gestione della società e la partecipazione alla formazione degli organi sociali; la definizione della struttura di direzione e conduzione dell’impresa; la formazione del capitale sociale e la partecipazione al rischio di impresa. Nel caso di specie, la controversia verte sulla lesione di diritti afferenti al rapporto associativo e lavorativo, ma per ragioni distinte. In caso di concorso di domande connesse opera il principio fissato dall’art. 40, comma 3, cod. proc. civ., che fa salva l’applicazione del rito speciale quando una delle cause rientri tra quelle indicate negli artt. 409 e 442 cod. proc. civ..

1.5. Con il terzo motivo si denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 2, comma 3, d.l. n. 1/2012, conv. in L. n. 27/2012, illegittimità costituzionale dell’art.2, comma 3, d.l. n. 1/2012, conv. in l. n. 27/2012, in relazione agli artt. 3, 24 e 35 Cost.; violazione del principio di concentrazione del processo. L’ordinanza impugnata non ha debitamente considerato che il d.l. n. 1/12, pur attribuendo al Tribunale delle imprese la competenza per le cause connesse a quelle “societarie”, non ha intaccato il principio di prevalenza del rito speciale del lavoro previsto dal comma 3 dell’art. 40 cod. proc. civ. rispetto al rito ordinario. In assenza di una esplicita deroga a tale principio, si deve ritenere che – in una lettura costituzionalmente orientata della norma – l’art. 2, comma 3, d.l. n. 1/12 faccia riferimento a tutte le cause ed i procedimenti che presentano ragioni di connessione, ad eccezione di quelli sottoposti al rito speciale del lavoro. Né potrebbe ipotizzarsi la distinta tutela dei diritti dinanzi a giudici diversi, in ragione di una distinta competenza funzionale – soluzione pure ipotizzata nell’ordinanza impugnata -, stante il principio di concentrazione e di ragionevole durata del giusto processo di cui agli artt. 24 e 111 Cost..

2. Il Procuratore Generale, nel parere espresso nel presente giudizio, ha osservato che la legge 24 marzo 2012, n. 27, nell’attribuire al Tribunale delle Imprese la competenza per le cause connesse a quelle societarie, non ha previsto una esplicita deroga al principio della prevalenza della competenza del Giudice del lavoro ai sensi dell’art. 40, comma 3, cod. proc. civ. In mancanza di una espressa previsione in tal senso, si impone una lettura costituzionalmente orientata della nuova disciplina normativa, sotto il profilo della necessità di riequilibrare la posizione di disparità sostanziale delle parti dei rapporto giuridico, ai sensi dell’art. 3, comma 2, della Costituzione; dunque, la regola generale di cui all’art. 40, comma 3, cod. proc. civ. rimane tale anche alla stregua della legge n. 27 del 2012. Ha quindi concluso perché sia dichiarata la competenza del giudice del lavoro del Tribunale di Verona.

3. Il ricorso merita accoglimento.

4.1 Preliminarmente, va osservato che la questione di competenza è stata sollevata in un giudizio introdotto ai sensi dell’art. 1, comma 48, legge n. 92/2012 (c.d. legge Fornero), avendo le lavoratrici adito il Giudice del lavoro di Verona per impugnare il licenziamento loro intimato dalla soc. C. e chiedere la reintegra nel posto di lavoro. Con la recente ordinanza n. 17443 del 31 luglio 2014, le Sezioni Unite della Corte hanno affermato l’ammissibilità del regolamento di competenza in relazione ad una ordinanza emessa nel procedimento ai sensi dei commi 48 e segg. dell’art. 1 della legge n. 92/2012.

4.2. Va altresì premesso che la determinazione del giudice competente dev’essere compiuta con riferimento al petitum ed alla causa petenti dedotti dall’attore, mentre le controdeduzioni del convenuto rilevano soltanto quando rendono evidente che la prospettazione dell’attore costituisce mero artificio verbale, tendente a portare la causa davanti a un giudice diverso da quello naturale. Spetta poi al giudice del merito, una volta radicata la causa, pronunziarsi sul fondamento delle domande ed eccezioni, senza essere vincolato dalle qualificazioni  giuridiche sostenute dalle parti (Cass. n. 1046 del 1981, 1698 del 1982; cfr. pure, Cass. n. 8189 del 2012, n, 9028 del 2014). Non si ravvisano nella fattispecie in esame profili che facciano apparire pretestuosa o artificiosa la prospettazione tesa a radicare la competenza delle cause connesse dinanzi al giudice del lavoro.

5.1 Secondo i fatti prospettati a fondamento del ricorso, le due socielavoratrici svolgevano attività alle dipendenze della soc. coop. C. con sede in Caselle di Sommacampagna (Verona) in qualità di operaie, con mansioni, la D.F. di grafico addetto all’impaginazione dei prodotti editoriali per l’intero gruppo G. e, la F.T. di grafico addetto all’impaginazione e di unico operatore aziendale addetto alla funzione di “caduta macchina”. Nel 2012, al fine di fronteggiare la crisi di liquidità aziendale, il Presidente propose all’assemblea dei soci alcune azioni di risanamento, tra cui la sottoscrizione di un prestito bancari) di Euro 150.000,00 garantito personalmente dai soci attraverso un contratto di fideiussione pro- quota; l’assemblea approvò il piano di risanamento a maggioranza, mentre tre socie (D.F., F.T. e C.) manifestarono il proprio dissenso limitatamente alla richiesta di prestare la garanzia personale per la richiesta di prestito bancario; seguirono contestazioni, richieste di chiarimento ed altre vicissitudini concernenti la posizione dei soci e le conseguenze del rifiuto sul rapporto sociale.

5.2. Con delibera del 25.7.2012 il C.d.A. della C. s.c.a.r.l., preso atto della indisponibilità delle socie e F.T. di prestare la suddetta garanzia fideiussoria, deliberò l’esclusione dalla compagine sociale per il “venir meno dello spirito di cooperazione mutualistica” e la contestuale risoluzione del rapporto di lavoro dipendente per giustificato motivo oggettivo.

5.3. Con nota del 1.8.2012 il Presidente della cooperativa comunicò alla D.F. e alla F.T. quanto segue:

“…a seguito del suo reiterato rifiuto di adeguarsi alle decisioni adottate dall’assemblea dei soci del 28 marzo 2012, ritenute pretestuose e infondate le motivazioni da Lei addotte a giustificazione del rifiuto in parola e, quindi, prendendo atto che è venuto meno, da parte Sua, lo spirito di cooperatone mutualistica, il CdA riunitosi in data 25.7.u.s. ha deliberato la Sua esclusione dalla compagine sociale demandando al Presidente di procedere alla relativa annotazione sul libro dei soci.

Si comunica che la annotatone in parola viene effettuata in data odierna e che, conseguentemente, viene meno anche il suo rapporto di lavoro dipendente.

Le si comunica altresì che, detto ultimo rapporto si risolve anche per un motivo a sé stante, considerato che il predetto C.d.A. – avendo, tra l’altro, ricordato che la praticata condivisione di uno spirito mutualistico è stata l’unica leva che ha impedito, sino ad oggi, di esternalizzare le lavorazioni relative alla caduta macchina (imposition) e, quindi, di procedere, anche per tale guisa, ad una riduzione dei costi e al contenimento delle perdite – ha deciso la soppressione del Suo posto di lavoro e, quindi, considerata l’impossibilità di reimpiegarLa in mansioni fungibili che, anche professionalmente inferiori, possano essere utilmente ricevute, la presente vale anche, in via estremamente subordinata, quale comunicatone della risolutone del Suo rapporto di lavoro per giustificato motivo oggettivo”.

6. Alla stregua dei fatti allegati e ai soli fini della decisione sulla competenza, l’estinzione del rapporto di lavoro risulta sorretto da due autonome ragioni, l’una costituita dall’esclusione deliberata dall’assemblea dei soci sulla base di un fatto riferibile al rapporto mutualistico, l’altra costituita da ragioni organizzative relative all’attività imprenditoriale svolta dalla cooperativa. Le due impugnative integrano un’ipotesi di cumulo di domande connesse: l’opposizione alla delibera assembleare di esclusione dalla cooperativa e l’impugnazione del licenziamento.

7.1. La legge 3.4.2001 n. 142, stabiliva, all’art. 1, comma 3, primo periodo: “Il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo un ulteriore e distinto rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali”; all’art. 5, secondo comma: “Le controversie relative ai rapporti di lavoro in qualsiasi forma di cui al comma 3 dell’articolo 1 rientrano nella competenza funzionale del giudice del lavoro; per il procedimento, si applicano le disposizioni di cui agli articoli 409 e seguenti del codice di procedura civile, in caso di controversie sui rapporti di lavoro tra i soci lavoratori e le cooperative, si applicano le procedure di conciliazione e arbitrato irrituale previste dai decreti legislativi 31 marzo 1998, n, 80, e successive modificazioni, e 29 ottobre 1998, n. 387. Restano di competenza del giudice civile ordinario le controversie tra soci e cooperative inerenti al rapporto associativo”.

7.2. La legge 14.2.2003 n. 30, all’art. 9, – come è noto – ha apportato le seguenti modifiche: “Art. 9. (Modifiche alla legge 3 aprile 2001, n. 142) 1. Alla legge 3 aprile 2001, n. 142, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 1, comma 3, primo periodo, le parole: “e distinto” sono soppresse; (…) d) all’articolo 5, il comma 2 è sostituito dal seguente: “2. Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile. Le controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica sono di competenza del tribunale ordinario”.

7.3. La previsione di cui all’art. 5, comma 2, L. n. 142/2001, come modificato dalla legge n. 30/2003, che sancisce la immediata estinzione del rapporto di lavoro con il recesso o l’esclusione del socio, ha evidenziato la “dipendenza” del rapporto di lavoro da quello associativo, ma limitatamente al caso in cui la cooperativa disponga, sulla base di previsioni statutarie o codicistiche, l’esclusione del socio e il provvedimento estingua ipso iure anche il rapporto di lavoro. Sul fronte processuale, a seguito della modifica del 2003, solo le controversie tra socio e cooperativa relative alla “prestazione mutualistica” sono di competenza del tribunale ordinario.

7.4. Già con la sentenza n. 850 del 2005 questa Corte aveva seguito un’interpretazione restrittiva della regola che indica la competenza del tribunale ordinario in caso di connessione, affermando che, nell’ipotesi in cui si controverta sulla cessazione del rapporto associativo e del rapporto lavorativo, la competenza non è quella del tribunale ordinario, ma (in applicazione del principio fissato dall’art. 40, comma terzo, cod. proc. civ.) quella del tribunale in composizione monocratica come giudice del lavoro, con l’applicabilità del relativo rito. Rispetto a tale regola costituisce eccezione la previsione di cui al testo novellato dell’art. 5 della legge n. 142 del 2001, secondo cui sono di competenza del Tribunale ordinario le controversie tra socio e cooperativa relative alla “prestazione mutualistica”, da intendersi in senso rigido e con impossibilità di estensione alle controversie riguardanti i diritti sostanziali e previdenziali del lavoratore.

8. Quanto alle vicende sul rito, va segnalato che l’art. 1, comma 1, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell’articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366), aveva stabilito che “Si osservano !e disposizioni del presente decreto legislativo in tutte le controversie, incluse quelle connesse a norma degli articoli 31, 32, 33, 34, 35 e 36 del codice di procedura civile, relative a: a) rapporti societari, ivi compresi quelli concernenti le società di fatto, l’accertamento, la costituzione, la modificazione o l’estinzione di un rapporto societario, le azioni di responsabilità da chiunque promosse contro gli organi amministrativi e di controllo, i liquidatori e i direttori generali delle società, delle mutue assicuratrici e delle società cooperative”. Come è noto, tale norma è stata oggetto della sentenza n. 71/2008 della Corte Cost., che ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale limitatamente alle parole: <<incluse quelle connesse a norma degli articoli 31, 32, 33, 34, 35 e 36 del codice di procedura civile>> per eccesso di delega, in quanto la norma finiva per interferire sulla connessione, alterando il criterio di cui all’art. 40 cod. proc. civ., mentre la legge di delega non autorizzava il Governo ad intervenire in tema di connessione tra procedimenti aventi oggetti diversi. Occorre pure aggiungere che l’art. 54 della legge n. 69/09 ha disposto l’abrogazione del rito speciale.

9. Il d.lgs. 27 giugno 2003, n. 168, art. 1, come sostituito dall’art. 2 del dl 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, nella L. 24 marzo 2012, n. 27 – vigente al momento dell’instaurazione del presente giudizio – ha istituito le “sezioni specializzate in materia di impresa” e, con riguardo al diritto delle società, ha stabilito che il tribunale è competente – tra le altre- per le società cooperative. Specificamente, al decreto legislativo 27 giugno 2003, n. 168, sono state apportate le seguenti modificazioni: all’art. 3, comma 2, lett. a) è stata prevista la competenza del tribunale delle imprese,”per le cause e i procedimenti: a) relativi a rapporti societari ivi compresi quelli concernenti l’accertamento, la costituzione, la modificazione o l’estinzione di un rapporto societario,….”; al comma 3, è stato stabilito che “le sezioni specializzate sono altresì competenti per le cause e i procedimenti che presentano ragioni di connessione con quelli di cui ai commi 1 e 2”.

10.1. Quanto al significato e sulla portata applicativa della locuzione “ragioni di connessione” con riferimento al cumulo dì cause vertenti sul rapporto mutualistico e lavorativo del socio di cooperativa, l’interpretazione costituzionalmente orientata (artt. 3, 24 e 35 Cost.) della nuova disciplina porta ad escludere che la vis attrattiva della competenza del c.d. tribunale delle imprese operi quando una delle cause rientri tra quelle indicate negli artt. 409 e 442 cod. proc. civ., operando in tali ipotesi la regola generale dell’ordinamento, desumibile dal terzo comma dell’art. 40 cod. proc. civ.. Al riguardo va osservato quanto segue.

10.2. L’art. 1, comma 3, della legge n. 142/2001, a seguito delle modifiche apportate dalla legge n. 30/2003, pur sopprimendo l’aggettivo “distinto”, ha mantenuto l’aggettivo “ulteriore”, con chiara indicazione ermeneutica, significativa della coesistenza, in capo al socio lavoratore, di una pluralità delle cause contrattuali e connessa coesistenza di una pluralità di tutele. In tal senso, si era espressa questa Corte, con la sentenza n. 14741 del 5 luglio 2011, secondo cui “il legislatore del 2003, pur evidenziando la necessità di un più stretto collegamento genetico e funzionale del rapporto di scambio mutualistico con quello associativo, ha confermato il tratto essenziale della riforma, e cioè la sicura coesistenza, nella cooperazione di lavoro, di una pluralità di rapporti contrattuali e la conseguente irriducibilità del lavoro cooperativo ad una dimensione puramente societaria, con la connessa coesistenza di una pluralità di tutele, coerenti con la pluralità di cause contrattuali che descrivono, solo nel loro insieme, la posizione giuridica del socio lavoratore”.

10.3. L’art. 5, comma 2, della legge 3 aprile 2001, n. 142, laddove prevede, nella prima parte, che il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con le norme codicistiche, evidenzia un rapporto di consequenzialità fra l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, nel senso che l’automatismo ivi previsto esclude la necessità di un ulteriore, autonomo atto di licenziamento; allo stesso modo, ove venga rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro, indipendentemente dall”applicabilità delle tutele previste per il licenziamento, queste ultime tuttavia non sono per ciò escluse. Infatti, ove la delibera di esclusione riguardi il concorrente rapporto di lavoro, il giudice, nello scrutinare la sussistenza dei relativi presupposti di legittimità, dovrà comunque valutare, “attraverso un adeguato bilanciamento degli interessi, tanto l’interesse sociale ad un corretto svolgimento del rapporto associativo quanto la tutela e la promozione del lavoro in cui essenzialmente si rispecchia la funzione sociale di questa forma di mutualità” (Cass. sent. 14741 del 2011, cit.).

10.4. Sul fronte processuale, l’art. 5, comma 2, della legge 142/2001, come sostituito dall’art. 9 della legge 14 febbraio 2003, n. 30, ha contemplato la competenza del giudice ordinario limitatamente alle “controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica”. I soci della cooperativa sono, difatti, portatori di uno specifico interesse a che l’attività d’impresa sia orientata al soddisfacimento delle loro richieste di prestazioni (mutualistiche) ed alle condizioni più favorevoli consentite dalle esigenze di economicità nella condotta dell’impresa sociale; tale interesse è realizzabile dal socio azionando i mezzi di tutela predisposti dal diritto societario, qualora la gestione dell’impresa sociale non sia improntata al rispetto dello scopo mutualistico o abbia leso diritti del socio. Dall’altro lato, l’art. 2533 cod. civ. regola l’ambito di applicabilità dell’esclusione del socio, includendo – tra le diverse ipotesi – le gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico. L’ambito della competenza del giudice ordinario è, pertanto, circoscritto alle controversie aventi un oggetto riconducibile nell’alveo della prestazione mutualistica.

10.5. Nell’ipotesi di connessione tra cause aventi ad oggetto il rapporto mutualistico e quello lavorativo, opera l’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ., che fa salva l’applicazione del rito speciale quando una di esse rientri tra quelle di cui agli artt. 409 e 442 cod. proc. civ.. Tale regola è dettata in funzione di dare preminenza ad interessi di rilevanza costituzionale e ciò spiega la prevalenza del rito speciale del lavoro su quello ordinario, allorché la connessione riguardi una controversia rientrante tra quelle previste dall’art. 409 cod. proc. civ..

10.6. Trattasi di principi che valgono anche nel nuovo contesto normativo segnato dalla legge n. 27/12, poiché il principio della vis attrattiva del rito del lavoro costituisce una regola a cui deve riconoscersi carattere generale e preminente per gli interessi di rilevanza costituzionale che la norma processuale è preordinata a garantire. In conformità a tale principio, deve provvedersi all’interpretazione della locuzione “ragioni di connessione” di cui al decreto legislativo 27 giugno 2003, n. 168, art. 3, terzo comma, nei senso che il regime della connessione, ove riferibile al cumulo di cause relative al rapporto mutualistico e al rapporto lavorativo, comporta il radicamento della competenza per le cause connesse dinanzi al giudice del lavoro.

10.7. In mancanza di una espressa deroga al principio generale della prevalenza della competenza del giudice del lavoro di cui all’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ. e comunque in una lettura costituzionalmente orientata della nuova disciplina normativa, deve ritenersi che la nuova norma abbia introdotto ipotesi speciali di modificazione della competenza per ragioni di connessione, determinando un’attrazione a favore delle sezioni specializzate anche di cause che, se non fossero connesse a quelle di loro competenza, non sarebbero a loro attribuite, ma con il limite rappresentato dalla connessione con le cause demandate alla cognizione del giudice del lavoro, poiché in tale ipotesi torna a prevalere la speciale competenza per connessione di cui al terzo comma, seconda parte, dell’art. 40 cod. proc. civ..

11. Nel caso in esame, secondo la prospettazione dei fatti di causa, risulta che il rapporto ili lavoro è stato dichiarato risolto non solo quale effetto automatico della delibera di esclusione delle socie per motivi afferenti alla prestazione mutualistica, ma “anche per un morivo a sé stante”, costituito dalla decisione aziendale di “esternalizzare le lavorazioni relative alla caduta macchina (imposition) e, quindi, di procedere, anche per tale guisa, ad una riduzione dei costi e al contenimento delle perdite”, con conseguente soppressione dei posti di lavoro già occupati dalle ricorrenti e affermata impossibilità di repechage. Due sono le concorrenti cause di risoluzione del rapporto delle socie-lavoratrici: una è l’automatica estinzione del rapporto di lavoro quale effetto della delibera di esclusione per motivi riguardanti la violazione degli obblighi statutari, l’altra è costituita da ragioni economiche riguardanti l’attività di impresa e la ravvisata opportunità aziendale di esternalizzare le funzioni in cui erano impiegate le lavoratrici. L’impugnativa della delibera e del concorrente atto di licenziamento configura un’ipotesi di connessione di cause, che determina la sussistenza della competenza del Giudice del lavoro a norma dell’art. 40, terzo comma, seconda parte, cod. proc. civ.

12. In accoglimento del ricorso, deve essere dichiarata la competenza del Giudice del lavoro del Tribunale di Verona.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e dichiara la competenza del Tribunale di Verona, in funzione di giudice del lavoro.

Ai sensi dell’alt 13 comma 1-quarer del d.P.R. n.115 dei 2002, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.

INAIL:DENUNCIA INFORTUNIO ON LINE

24/11/2014

La procedura telematica  INAIL per la denuncia/comunicazione di infortunio è un adempimento da espletare online ,cui  è tenuto il datore di lavoro a tutela dei suoi dipendenti (e assimilati tali) soggetti ad obbligo assicurativo, in caso di prognosi superiore ai tre giorni (escluso quello dell’evento), indipendentemente dal sussistere o meno dei requisiti per l’indennizzo. Il modello è il 4 bis Prest.

Obblighi

  • Il lavoratore è obbligato a dare immediata notizia al datore di lavoro di qualsiasi infortunio gli accada: diversamente il datore l’azienda non può inviare la denuncia e il dipendente perde il diritto all’indennità per tutti i giorni di ritardo.
  • Il datore di lavoro è esente dall’invio del certificato medico (l’INAIL può richiederlo in un secondo momento) ma deve inoltrare la denuncia entro 2 giorni dalla ricezione del certificato alla sede competente INAIL in cui l’infortunato ha il  domicilio. Diversamente, incorre in sanzioni per denuncia mancata, tardiva, inesatta o incompleta

 

Casi particolari

  • Per il settore Artigianato la denuncia va presentata dal titolare o da uno dei titolari dell’impresa. Se l’infortunio riguarda il titolare, l’obbligo è assolto con invio del certificato medico da parte di un altro titolare o del medico curante, ferma restando la necessità di inoltrare la denuncia/comunicazione per le finalità assicurative.
  • Per il settore Agricoltura provvede il lavoratore autonomo, sia per sé sia per gli appartenenti al nucleo familiare costituenti la forza lavoro.

Non sono previste sanzioni per gli autonomi di Artigianato e Agricoltura (solo la perdita dell’indennizzo fino all’inoltro, eventualmente tardivo, della denuncia).

Servizi online

L’obbligo telematico riguarda i lavoratori dei settori Industria, Artigianato, Servizi e delle Pubbliche Amministrazioni titolari di rapporto assicurativo con l’INAIL; lavoratori dipendenti delle Amministrazioni statali e studenti delle scuole pubbliche, destinatari della speciale forma di tutela contro gli infortuni e le malattie professionali in Gestione per Conto dello Stato. Il servizio online, invece, non è ancora disponibile per lavoratori del settore Agricoltura, addetti ai servizi domestici e familiari e di riassetto e pulizia locali, lavoratori occasionali di tipo accessorio del settore Agricoltura e datori di lavoro privati cittadini

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scarica il Mod. 4 Bis Prest

PROVVEDIMENTI CIGS AZIENDE ABRUZZO

24/11/2014

Di seguito, si riporta l’elenco delle aziende operanti in Abruzzo per cui ,nel periodo dal 16 al 23 novembre 2014,risulta emanato dal MLPS il provvedimento per l’intervento della cigs.

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Denominazione azienda: BONTEMPI S.p.A. in Liquidazione e in Concordato Preventivo

Con sede in: MARTINSICURO Prov: TE

Causale di Intervento: Concordato preventivo

Unità di: POTENZA PICENA Prov: MC

Settore: Fabbricazione di giocattoli, compresi i tricicli e gli strumenti musicali giocattolo

Unità di: MARTINSICURO Prov: TE

Settore: Fabbricazione di giocattoli, compresi i tricicli e gli strumenti musicali giocattolo

Decreto del: 18/11/2014 N. 86027

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal: 25/06/2014 al 24/06/2015

Pagamento diretto INPS: Si

 

 

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Denominazione azienda: EUROTECHNO SOC.COOP. A MUTUALITA’ PREVALENTE

Con sede in: COLONNELLA Prov: TE

Causale di Intervento: Crisi aziendale

Unità di: COLONNELLA Prov: TE

Settore: Fabbricazione di porte, finestre e loro telai, imposte, scale e cancelli metallici

Decreto del: 17/11/2014 N. 85983

Approvazione del programma C.I.G.S. dal: 31/03/2014 al 30/03/2015

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal: 31/03/2014 al 30/03/2015

Pagamento diretto INPS: Si

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Denominazione azienda: GRUPPO QUARTIGLIA Sas di Alessandro Quartiglia & C.

Con sede in: ROSETO DEGLI ABRUZZI Prov: TE

Causale di Intervento: Crisi aziendale

Unità di: GIULIANOVA Prov: TE

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Unità di: ROSETO DEGLI ABRUZZI Prov: TE

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Unità di: ROSETO DEGLI ABRUZZI Prov: TE

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Unità di: ROSETO DEGLI ABRUZZI Prov: TE

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Unità di: PESCARA Prov: PE

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Unità di: SAN SALVO Prov: CH

Settore: Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari n.c.a.

Decreto del: 17/11/2014 N. 85984

Approvazione del programma C.I.G.S. dal: 05/05/2014 al 04/05/2015

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal: 05/05/2014 al 04/05/2015

Pagamento diretto INPS: Si

 

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Denominazione azienda: SITEF SERVICE

Con sede in: CASTELLALTO Prov: TE

Causale di Intervento: Contratti di solidarieta

Unità di: ROSETO DEGLI ABRUZZI Prov: TE

Settore: FABBRICAZIONE DI PARTI ED ACCESSORI PER AUTOVEICOLI (ESCLUSI QUELLI IN LEGNO) E PER I MOTORI DI AUTOVEICOLI E MOTOCICLI

Decreto del: 21/11/2014 N. 86106

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal: 16/04/2014 al 15/04/2015

Pagamento diretto INPS: No