SENTENZA CASSAZIONE ESONERO CONTRIBUTO INGRESSO MOBILITA’ AZIENDE IN CONCORDATO

Si richiama l’attenzione sulla sottostante sentenza con cui la Cassazione si e’ pronunciata   sull’ esonero del contributo d’ingresso all’ indennita’ di mobilita’  per le aziende in concordata preventivo di cui all’art.3 legge n.223/91

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Sentenza 16 giugno 2014, n. 13625

Svolgimento del processo

A. s.r.l. in data 1.12.1999 chiedeva al Tribunale di Vigevano di essere ammessa al concordato preventivo con cessione di beni ai creditori e contestualmente avviava la procedura di mobilità ex L. 223 del 1991. Con decreto del 9.3.2000, il Tribunale di ammetteva la società alla procedura per concordato preventivo e nominava il commissario giudiziale; in data 3.4.2001 omologava poi il concordato con cessione dei beni, nominando il liquidatore giudiziale.

In data 3.10.2003 veniva notificato alla società verbale di accertamento dell’Inps nel quale veniva contestato il mancato versamento della tassa d’ingresso alla mobilità per 44 dipendenti, a motivo del fatto che l’esonero di cui alla L. 223 del 1991 art. 3; Comma 3, non era applicabile perché all’epoca della richiesta della procedura di mobilità non era stato ancora nominato il commissario giudiziale, né tantomeno omologato il concordato preventivo. In data 24 marzo 2005 veniva poi notificata dal concessionario per la riscossione cartella di pagamento per € 319.571,96 per contributi e somme aggiuntive.

L’opposizione proposta da A. s.r.l. veniva respinta dal Tribunale di Pavia, ma la decisione veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Milano, che con la sentenza n. 804 del 2008 rideterminava l’ammontare dei contributi richiesti, escludendo le rate con scadenza successiva al 9.3.2000 (data del decreto di ammissione al concordato e nomina del commissario giudiziale). Riteneva la Corte che da tale momento la società fosse formalmente nelle condizioni di poter essere esonerata dal contributo di mobilità, sussistendo sia il requisito della cessazione dell’attività, sia la nomina del commissario giudiziale; osservava poi che la domanda di esonero, già precedentemente presentata dal liquidatore sociale, era stata fatta propria sia dal liquidatore giudiziale che dal commissario giudiziale, che avevano chiesto al Giudice delegato l’autorizzazione ad opporsi all’accertamento ispettivo.

Per la cassazione di tale sentenza l’Inps ha proposto ricorso, cui ha resistito A. s.r.l. in liquidazione, che ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.; E.E. s.p.a. è rimasta intimata.

Motivi della decisione

1. Sintesi dei motivi di ricorso.

Il ricorso è affidato a tre motivi, compendiati nei quesiti di diritto previsti dall’articolo 366 bis c.p.c. operante ratione temporis in relazione alla data di pubblicazione della sentenza d’appello (30 giugno 2008).

1.1. Come primo motivo il ricorrente deduce “Nullità della sentenza e violazione dell’art. 112 c.p.c.” e sostiene che la Corte di merito, riducendo l’ammontare dei contributi, avrebbe deciso su una domanda non proposta o comunque sulla base di elementi di fatto e circostanze mai allegate.

1.2. Come secondo motivo lamenta “Omessa o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio”. Addebita alla Corte di avere erroneamente ritenuto che,chiedendo al giudice delegato l’autorizzazione ad agire in giudizio, gli organi della procedura concorsuale avrebbero fatto propria la domanda avente ad oggetto il beneficio contributivo presentata alcuni anni prima dal liquidatore, facendo retroagire la successiva diversa condotta agli effetti di un adempimento mai posto in essere al momento in cui è stato autorizzato il concordato preventivo e nominato il commissario giudiziale.

1.3. Come terzo motivo lamenta “Violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della L. n. 223 del 1991”, addebitando alla Corte d’Appello di non avere considerato che il beneficio dell’esonero dal pagamento del contributo di ingresso alla mobilità spetta solo nell’ipotesi in cui la messa in mobilità sia disposta dal commissario giudiziale o dal liquidatore giudiziale, organi della procedura concorsuale e non, come nel caso, dal liquidatore della società.

2. Esame dei motivi di ricorso.

Il ricorso è fondato.

2.1. L’art. 5 comma 4 della L. 223 del 1991 (abrogato con effetto dal 1° gennaio 2017 dall’ art. 2, comma 71, lettera a) della L. 92/2012) prevede che “per ciascun lavoratore posto in mobilità l’impresa è tenuta a versare alla gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali, di cui all’articolo 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, in trenta rate mensili, una somma pari a sei volte il trattamento mensile iniziale di mobilità spettante al lavoratore. Tale somma è ridotta alla metà quando la dichiarazione di eccedenza del personale di cui all’articolo 4, comma 9, abbia formato oggetto di accordo sindacale”.

L’art. 3 della stessa legge, intitolato “Intervento straordinario di integrazione salariale e procedure concorsuali” (abrogato a decorrere dal 1° gennaio 2016 dall’ art. 2, comma 70, L. 28 giugno 2012, n. 92 , come sostituito dall’ art. 46-bis, comma 1, lett. h), D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134) al comma 3 dispone poi che : “Quando non sia possibile la continuazione dell’attività, anche tramite cessione dell’azienda o di sue parti, o quando i livelli occupazionali possono essere salvaguardati solo parzialmente, il curatore, il liquidatore o il commissario hanno facoltà di collocare in mobilità ai sensi dell’articolo 4 ovvero dell’articolo 24 i lavoratori eccedenti. In tali casi il termine di cui all’articolo 4, comma 6, è ridotto a trenta giorni. Il contributo a carico dell’impresa previsto dall’articolo 5, comma 4, non è dovuto”.

La norma, al fine di tutelare interessi socialmente rilevanti, attribuisce tanto al commissario giudiziale quanto al liquidatore, a seconda che la necessità sorga prima o dopo l’omologazione, un eccezionale potere di gestione dell’impresa, ovvero il potere di valutare in prospettiva la possibilità di continuare (anche tramite la cessione dell’azienda) l’attività imprenditoriale e, in caso negativo, di decidere di collocare in mobilità il personale dipendente, con esonero in entrambi i casi dell’obbligo di pagare il relativo contributo (così Cass. S.U. n. 3597/2003).

2.2. La questione posta dal terzo motivo di ricorso – che appare logicamente preliminare alle altre – è stata esaminata e risolta in senso favorevole alla tesi dell’Inps da questa Corte con la sentenza n. 19422 del 18/12/2003, che, in relazione ad una fattispecie sovrapponibile a quella oggi in esame, dopo avere premesso che la procedura di concordato preventivo inizia con l’emissione del decreto del Tribunale, che la dichiara aperta e nomina il giudice delegato e il commissario giudiziale, e non già con il deposito del ricorso per l’ammissione alla procedura – ha affermato che deve escludersi che il beneficio dell’esonero dal pagamento del contributo di mobilità, previsto dall’art. 3, comma terzo, della legge 23 luglio 1991, n. 223, spetti nel caso in cui l’atto con il quale viene avviata la procedura per il licenziamento collettivo del personale – che costituisce l’atto richiesto per la collocazione in mobilità “gratuita” per le imprese in concordato preventivo con cessione dei beni soggette alla disciplina dell’intervento straordinario di integrazione salariale – sia stato adottato non dal commissario giudiziale, successivamente al decreto di ammissione dell’impresa alla procedura concorsuale, ma dallo stesso imprenditore ancora prima di questo momento, contestualmente al deposito della istanza di ammissione al concordato preventivo.

La soluzione, cui occorre dare continuità, è fondata sulla considerazione che la ratio della disposizione di cui al comma 3 dell’articolo 3 della L. 223/1991, come ricostruita nella decisione sopra citata delle Sezioni unite di questa Corte (n. 3597/2003), è quella dell’ esigenza, avvertita dal legislatore, di subordinare il collocamento in mobilità;e il beneficio dell’ esenzione dall’onere economico del versamento del contributo) ad una preliminare verifica delle condizioni di ammissione alla procedura da parte del tribunale o almeno dell’organo deputato alla funzione – secondo una definizione dottrinaria – di “consulenza nel controllo”. E ciò in quanto la mera richiesta di autorizzazione al concordato preventivo non implica affatto un accertamento dello stato di insolvenza, venendo questo esclusivamente dichiarato dal debitore interessato. Del resto, la ripetuta indicazione nella disposizione dei soggetti legittimati ad avviare gratuitamente la procedura di mobilità, e cioè del curatore, del liquidatore e del commissario, e non anche dell’imprenditore per il caso del concordato – nonostante lo stesso anche dopo l’ammissione alla procedura, conservi l’amministrazione del proprio patrimonio e dell’ azienda – è, con tutta evidenza, significativa in tale ultimo senso.

2.3. Quanto alle questioni poste con i primi due motivi, si deve osservare che il beneficio in questione ha carattere unitario e non può essere frammentato in relazione al periodo anteriore e successivo alla nomina del commissario giudiziale, come ha fatto il giudice di merito: la disposizione sopra riportata prevede infatti la quantificazione di un importo complessivo (pari a sei volte il trattamento mensile iniziale di mobilità spettante al lavoratore) che viene ripartito in trenta rate mensili, e non di un importo che matura progressivamente nel tempo.

Inoltre, la collocazione in mobilità dei lavoratori è frutto di una procedura la cui fase di avvio è stata frutto di una valutazione e decisione dell’imprenditore e non degli organi della procedura concorsuale come previsto dalla norma.

2.4. Dalla natura unitaria del contributo e dei presupposti per il relativo esonero discende altresì che questo non possa neppure derivare da un comportamento successivo degli organi del concordato, considerato che la procedura di mobilità una volta attivata non richiede una loro conferma o ratifica e che essi devono prendere atto al momento dell’istanza di ammissione al concordato della situazione (aziendale e debitoria) quale si è determinata per effetto del già avvenuto avvio da parte del liquidatore sociale della procedura di mobilità.

2.5. Neppure può ritenersi che l’autorizzazione da parte degli organi della procedura ad agire in giudizio per ottenere l’esonero dal contributo configuri una ratifica dell’avvio della mobilità, considerato che pare piuttosto finalizzata a ridurre i costi della mobilità già attivata per decisione altrui.

3. Conclusioni.

Il ricorso dell’Inps dev’essere conclusivamente accolto.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, con il rigetto dell’opposizione proposta da A. S.p.A.

La novità della questione giuridica affrontata in relazione alla peculiarità della soluzione adottata dalla Corte di merito, determina la compensazione tra le parti delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione proposta da A. s.r.l. Compensa tra le parti le spese dell’intero processo.

 

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