CASSAZIONE:VALIDA ED EFFICACE RINUNCIA LAVORATORE PROSEGUIRE RAPPORTO CON CESSIONARIO AZIENDA

Si segnala le sottoriportata sentenza con cui la Cassazione  in una fattispecie  di trasferimento d’azienda ha respinto il   ricorso  di un  lavoratore,che ha impugnato    il verbale di conciliazione sottoscritto  in presenza della  Commissione di conciliazione provinciale di rinuncia a proseguire il rapporto di lavoro con il cessionario .

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Sentenza 26 maggio 2014, n. 11723

Svolgimento del processo

Con sentenza del 8.2.2007, la Corte di appello di Venezia respingeva il gravame proposto da V. F. avverso la decisione del Tribunale di Belluno che aveva rigettato il ricorso del predetto inteso all’accertamento della nullità od annullabilità, ai sensi degli artt. 1418 e 2113 c. c., dell’accordo trilatero intervenuto tra esso ricorrente, venditore ed acquirente della Casa di Cura V. B., in quanto dispositivo di diritti futuri derivanti dal rapporto di lavoro, laddove disponeva in ordine alla sua qualifica, mansioni e trattamento economico, all’accertamento della nullità della rinuncia a diritti derivanti dal rapporto di lavoro per difetto del potere rappresentativo in capo al procuratore, all’annullabilità, ai sensi dell’art. 2113 c. c., della rinuncia a tali diritti posta in essere dal rappresentante ed al riconoscimento del diritto al mantenimento del precedente trattamento economico e normativo discendente dalla qualifica dirigenziale secondo il c.c.n.I. di riferimento. Esponeva che, in data 8.8.2000, il V. aveva sottoscritto un contratto preliminare di compravendita della società a responsabilità limitata in favore della u.I.s.s. n. 2 di Feltre, contratto condizionato sospensivamente alla rinuncia da parte del titolare al trattamento economico e normativo, discendente dalla qualifica dirigenziale secondo il c.c.n.I. commercio, connesso all’applicazione dell’art. 2112 c. c.. Osservava che era incontroverso che l’appellante, già socio ed amministratore della società in dissesto, casa di cura V. B. s.r.l., e dirigente nell’ambito della stessa, aveva assunto l’impegno a rinunciare all’inquadramento dirigenziale rivestito ed alla retribuzione percepita alle dipendenze della società, prestando, inoltre, personale garanzia in ordine alle obbligazioni discendenti dal predetto negozio. Il personale della società aveva dichiarato di accettare l’applicazione del contratto anche con riferimento alla retribuzione applicata dall’ULSS n. 2 Feltre ed il V. si era impegnato ad accettare, con accordo sindacale, di essere inquadrato con qualifica e retribuzione di impiegato D.S. (collaboratore amministrativo professionale esperto), facendosi garante per ogni sopravvenienza passiva, situazione negativa, minusvalenza, perdita o danno riferito o riferibile alla data della compravendita dell’azienda. Rilevava ancora la Corte di Venezia che non era stata negata dall’appellante la piena efficacia e validità della “procura generale” conferita alla moglie del V., J. Del P., in data 11.9.2002 e non era stata mai chiesta la nullità della conciliazione sindacale sottoscritta da quest’ultima in data 24.9.2002 alla presenza dei rappresentanti sindacali, atto con il quale veniva accettato dal V. il passaggio del rapporto di lavoro alla ULSS n. 2 con l’inquadramento e la retribuzione precisati, mentre tutti i dipendenti avevano sottoscritto verbale di conciliazione nei sensi precisati. Non poteva essere, pertanto, posto in dubbio che la procura generale, atteso il suo contenuto e l’epoca del suo conferimento, legittimasse pienamente il rappresentante a porre in essere atti negoziali con efficacia diretta ed immediata nella sfera del rappresentato e che ogni altra doglianza relativa alla violazione dell’art. 2112 c. c. ed alla errata applicazione dell’art. 2113 c.c. non poteva ritenersi fondata, trattandosi di conciliazione avvenuta in sede sindacale, validamente stipulata e sottoscritta anche dai soggetti designati dalle organizzazioni sindacali. Peraltro, la rinuncia al diritto di conservare la qualifica e la retribuzione non era affetta da nullità, dato che il diritto oggetto della stessa era determinato ed attuale, oltre che perfetto e già acquisito e che della sua disponibilità il rinunciante aveva consapevolezza.

Per la cassazione di tale decisione ricorre il V., affidando l’impugnazione a cinque motivi, illustrati nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Resiste, con controricorso, la U.L.S.S. di Feltre n. 2, che propone ricorso incidentale condizionato, affidato a cinque motivi, cui resiste, con controricorso, il V.. Analogo controricorso è depositato da Del P. J., le cui tesi difensive sono illustrate ulteriormente in memoria.

Motivi della decisione

Va, preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Con il primo motivo del ricorso principale, il ricorrente lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a punto fondamentale della controversia in violazione dell’art. 420 – 421 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 5, c.p.c., rilevando che, nel caso di preliminare di cessione d’azienda, costituisce rinuncia ad un diritto futuro la rinuncia del lavoratore alla conservazione del posto ed alla qualifica intervenuta in “via preventiva”, prima dell’effettiva cessione, nei confronti dell’azienda promittente cessionaria. Assume che il diritto è insorto solo nel momento della successiva stipulazione del contratto individuale di lavoro alle dipendenze della P.A., non potendo conoscersi prima di tale momento se quest’ultima si sarebbe adeguata alla direttiva europea 77/178/CEE del 14.2.1977, come modificata dalla 98/50 del 29.6.1998. Osserva che non era il contratto preliminare a legittimare la rinuncia, atteso che la mancanza di assistenza sindacale ab initio ne dimostrava l’illegittimità e che tale situazione permaneva anche all’atto della transazione-conciliazione, essendo il diritto sorto solo successivamente alla stipulazione del contratto di lavoro con l’ULSS. Evidenzia che l’art. 31 d. Igs. 165/2001 prevede il passaggio di dipendente da una pubblica amministrazione ad un’altra o a soggetto privato, ma non il passaggio del dipendente dal privato alle dipendenze della p.a., che, ai sensi dei tale norma, è possibile applicare solo in via derivata l’art. 2112 c. c. e che la direttiva europea è applicabile immediatamente da parte della P.A. per obbligo di adeguamento alla normativa europea. Assume che, in mancanza di adempimento in tal senso da parte della P. A., solo in sede giudiziale il dipendente poteva ottenere sentenza costitutiva di adeguamento, onde il diritto doveva considerarsi futuro e non disponibile, in quando non esisteva nel “bagaglio del lavoratore” alcun diritto al lavoro ed alla qualifica prima del contratto di lavoro alle dipendenze della P. A.

Con il secondo motivo, il V. lamenta la mancata applicazione degli artt. 1418 c. c, dell’art 97 Cost., dell’art. 31 d. Igs. 165/2001, dell’art. 3 della direttiva europea 77/178/CEE del 14.2.1977, come modificata dalla direttiva europea 98/50, in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., sostenendo che la Corte territoriale ha erroneamente ritenuto esistente il diritto nei confronti della U.L.S.S., atteso che la costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della P. A. è rimessa ad un atto formale della stessa e che quindi il diritto alla conservazione del posto ed alla qualifica è sorto solo successivamente all’atto di transazione conciliazione. Aggiunge che la P. A. era obbligata a non applicare la normativa interna contrastante con un direttiva self executing e che, in ogni caso, il lavoratore ha rinunciato ad un diritto futuro eventuale che si è concretizzato con la stipulazione del contratto individuale di lavoro con la P.A., accettando, in violazione di detta normativa, di subire l’imposizione derivante dalla clausola sospensiva condizionante il contratto di trasferimento dell’azienda ed esprimendo atto di rinuncia radicalmente nullo in quanto dispositivo di diritti futuri. Ritiene che l’art. 31 d. Igs. vada disapplicato perché non più compatibile con la normativa europea e che, in forza della radicale nullità dell’atto di disposizione, debba ritenersi, senza necessità di impugnazione, che non sia possibile che un dirigente nel trasferimento di azienda venga inquadrato come impiegato. Chiede affermarsi il principio in forza del quale, nella fattispecie di trasferimento d’azienda da soggetto privato a p. a. per cui è causa, la rinuncia al diritto alla qualifica effettuata in sede sindacale è nulla ex art. 1418 c. c., in quanto riferita a diritto futuro, essendo sorto tale diritto solo successivamente alla stipulazione del contratto individuale di lavoro alle dipendenze della P. A., sostenendo che, in mancanza di specifica previsione della normativa dello Stato italiano, la p.a. è obbligata ad adeguarsi alla direttiva europea, di modo che il diritto del lavoratore al mantenimento del posto di lavoro ed alla qualifica non sorge e non sussiste finché non vi sia l’adeguamento da parte della p.a. a detto obbligo.

Con il terzo motivo, il ricorrente si duole della violazione dell’ art. 2112 , primo comma, c. c., dell’errata applicazione dell’ art. 2113 c. c., ultimo comma, c. c., della violazione della direttiva 77/178 CEE del 14.2.1977, come modificata dalla direttiva 98/50 del 29.6.1998, e della mancata disapplicazione della normativa italiana in contrasto con la direttiva europea, in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., assumendo che l’art. 2112 c.c. è norma inderogabile di ordine pubblico, dovendo disapplicarsi l’art. 2113, ultimo comma, c. c., in quanto in contrasto con l’art. 3 della direttiva 77/178 CEE come successivamente modificata.

Con il quarto motivo, ascrive alla pronunzia impugnata falsa ed erronea applicazione della normativa del codice civile, stante la mancata declaratoria di nullità della rinuncia per difetto di rappresentanza e/o l’annullabilità della rinuncia a seguito di impugnativa, ex art. 2113 c.c., per mancanza dei poteri nel combinato disposto fra il primo ed ultimo comma dell’art. 2113 c. c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., sostenendo che, poiché si trattava di diritti non disponibili neanche dal lavoratore, gli stessi non potevano essere ricompresi nei poteri conferiti con procura generale. Secondo il ricorrente, il procuratore generale non aveva il potere di rinunciare ai diritti personali ed indisponibili del lavoratore tutelati dalla legge ex art. 2113, primo comma, c. c., perché la deroga prevista nell’ultimo comma opera solo se ed in quanto vi sia l’assistenza dell’associazione sindacale al lavoratore, in quanto soltanto quest’ultimo in quella sede può valutare la personalissima disposizione di un diritto, non essendo quest’ultimo disponibile da parte del titolare prima ed al di fuori della sede della conciliazione, ex artt. 2113 c.c. e 412 c.p.c..

Con il quinto motivo, lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in violazione dell’art. 420/421 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., evidenziando ancora la carenza di potere del procuratore rispetto alla rinuncia del lavoratore al diritto di ottenere la qualifica dirigenziale presso l’ULSS.

Il ricorso è infondato.

Con riguardo ai primi due motivi di impugnazione, che possono trattarsi congiuntamente per l’evidente connessione delle questioni che ne costituiscono l’oggetto, sia pure nella differente articolazione della prospettazione di un vizio motivazionale e di un vizio di violazione di legge, deve rilevarsi come la Corte di Venezia ha argomentato il rigetto del gravame del V. ritenendo correttamente che il diritto oggetto della rinuncia era determinato ed attuale essendo inerente alla posizione lavorativa avuta dal lavoratore, cioè al suo “bagaglio”, il quale contiene dall’origine del rapporto una serie di diritti tutti”attuali”, della cui titolarità il predetto è cosciente e sa di poterne disporre e che l’atto di rinuncia e transazione, stipulato dal V. con la società datrice di lavoro nelle forme della “conciliazione in sede sindacale” non era quindi affetto da nullità, essendo lo stesso validamente stipulato, oltre che in relazione ad un diritto determinato ed attuale nelle forme previste dall’art. 411, 3° comma, c.p.c., con la sottoscrizione anche dei soggetti designati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle associazioni delle categorie imprenditoriali avanti la Commissione Provinciale di Conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Belluno. In relazione al primo profilo, ossia a quello dell’attualità di un diritto validamente rinunciabile, deve rilevarsi che la decisione è coerente con l’orientamento espresso da questa Corte secondo il quale non è affetto da nullità l’atto, stipulato dal lavoratore con la società datrice di lavoro nelle forme della conciliazione in sede sindacale (anche in assenza di una già prospettatasi vertenza tra le parti), con cui il medesimo, in relazione alla prevista e prossima cessione, da parte della società datrice di lavoro, della sua azienda ad una altra (specificata) società, rinunci al diritto, garantito dall’art. 2112 cod. civ., di passare alle dipendenze dell’impresa cessionaria, dato che il diritto oggetto della rinuncia in questione deve ritenersi determinato ed attuale (cfr. Cass. 18 agosto 2000 n. 10963). E ciò anche in relazione al passaggio da un privato ad una P. A., non essendovi ragione per ritenere che il diritto non potesse divenire attuale fino all’atto della stipulazione del contratto individuale con la P.A., nel momento in cui concretamente quest’ultima si fosse adeguata alla direttiva europea 77/178/CEE del 14.2.1977, come modificata dalla successiva 98/50 del 29.6.1998. Né si pone, come pure dedotto nel secondo motivo di impugnazione, un contrasto della normativa interna (art. 31 d. Igs. 165/2001) con la normativa europea, poiché, proprio per la ragione che l’articolo indicato contempla il trasferimento o conferimento di attività svolte da pubbliche amministrazioni, enti pubblici o loro aziende o strutture ad altri soggetti, pubblici o privati, e non anche il passaggio da privati a p. a., deve ritenersi che sia direttamente applicabile a tali ipotesi la normativa europea, che prevede che i diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al cessionario (v. art. 3 Direttiva 98/50 del Consiglio che modifica la direttiva 77/187CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti). Il quesito di diritto per come formulato all’esito della parte argomentativa è, poi, del tutto inammissibile, in quanto con lo stesso si chiede affermarsi il principio della natura non attuale del diritto rinunciato in caso di trasferimento di azienda da soggetto privato a P. A., senza indicare in che termini la Corte del merito abbia in concreto errato nell’applicazione di un principio di diritto rispetto ad una diversa applicazione della regola iuris valida per la generalità delle ipotesi, atteso che il quesito deve essere posto in termini tali da costituire una sintesi logicogiuridica della questione, così da consentire al giudice di legittimità di enunciare una “regula iuris” suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata. Ne consegue che è inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea ad assumere rilevanza ai fini della decisione del motivo ed a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (cfr., tra le altre, Cass. 25.3.2009 n. 7197, Cass. 23.9.2012 n. 21672). Peraltro, deve considerarsi, in aggiunta alle considerazioni che precedono, che, in ambito pubblicistico, la qualifica dirigenziale è regolata diversamente che in ambito privatistico e che i criteri di accesso alla stessa sono differentemente disciplinati, per cui la rinuncia sarebbe addirittura ultronea, non ponendosi alcun problema di disapplicazione di normativa interna, che non disciplina i termini del passaggio in senso difforme da quanto stabilito dalla direttiva europea.

Contrariamente a quanto assunto nel terzo motivo, è prevista la rinunciabilità del diritto proprio in conseguenza della sua acquisizione nel patrimonio del lavoratore, anche in forza della regola generale del mantenimento dei diritti pregressi in sede di trasferimento d’azienda ex art. 2112 c. c., con rilevanza degli obblighi assunti dal cedente nei confronti del cessionario. La rinunciabilità consegue, pertanto, alla natura determinata ed attuale del diritto oggetto di disposizione e, per quanto sopra detto, l’atto dispositivo è tanto più valido ed efficace in quanto posto in essere alla presenza e con l’assistenza dei rappresentanti sindacali (cfr., tra le tante, da ultimo, Cass. 23/10/2013 n. 24024).

Il quarto motivo verte sulla contestazione della valutazione operata dal giudice del gravame in ordine alla sussistenza, in capo al rappresentante, dei poteri di rinunciare a ritti personali ed indisponibili del rappresentato, ed in ordine alla necessità che la deroga dell’art. 2113 c.c. operi solo quando l’assistenza dell’associazione sindacale sia indirizzata al lavoratore personalmente. A prescindere dalla considerazione che correttamente è stato ritenuto che la procura generale, per il suo contenuto e per l’epoca del suo conferimento legittimava pienamente il rappresentate a porre in essere atti negoziali, anche ai sensi dell’art. 2113 c. c., con efficacia diretta ed immediata nella sfera del rappresentato, non rientrando gli atti posti in essere tra quelli esclusi per legge, deve rilevarsi che, come afferma la Corte del merito, mai era stata negata dall’appellante la piena efficacia e validità della “procura generale” dal medesimo conferita alla moglie Dal P. J. in data 11.9.2002 e mai era stata chiesta la nullità della conciliazione sindacale sottoscritta dalla procuratrice, della quale si dava atto in sede di stipula del contratto definitivo di compravendita stipulata dalla detta procuratrice in rappresentanza del coniuge. Sicché deve considerarsi nuova e come tale inammissibile, per il divieto di introduzione di questioni non trattate in sede di merito, la prospettata erronea valutazione dei poteri spettanti al procuratore generale e la mancata valutazione della inidonea assistenza prestata in sede conciliativa allo stesso dai rappresentanti sindacali, laddove, peraltro, in modo ugualmente inammissibile, il quesito di diritto attiene, in maniera inconferente, alla diversa questione, non sviluppata nell’ambito della esposizione del motivo di impugnazione, della nullità della procura generale per assenza della previsione del potere di rinuncia ai diritti del prestatore di lavoro rappresentato.

Il quinto motivo per la sua genericità è ugualmente inammissibile, atteso che con lo stesso si ribadisce, sotto il profilo del vizio motivazionale, la questione della mancanza di potere di rinuncia, da parte della procuratrice generale, al diritto del V. ad ottenere la qualifica dirigenziale presso la ULSS di Feltre e si reitera l’assunto della mancata assistenza sindacale al lavoratore ai sensi dell’art. 2113 ultimo comma c. c., che, per quanto già detto, non è prospettabile ex novo in sede di legittimità.

I motivi del ricorso incidentale, per il loro carattere condizionato (attenendo alla derivazione di nullità del contratto individuale in conseguenza dell’eventuale declaratoria di nullità della conciliazione, agli effetti della stipulazione di negozi da parte del falsus procurator ed alla ratifica per fatti concludenti, alla garanzia fideiussoria prestata dal V. nei confronti della USSL), rimangono assorbiti per effetto della reiezione dell’impugnazione principale.

Nei sensi precisati deve pervenirsi, dunque, al rigetto del ricorso principale ed alla declaratoria di assorbimento dei motivi di quello incidentalmente proposto dalla ULSS.

Alla soccombenza del ricorrente consegue che a carico di quest’ultimo vanno poste le spese del presente giudizio, liquidate nella misura di cui in dispositivo. Sussistono valide ragioni per compensare invece le spese con la Dal P., atteso che nessuna domanda era stata dal ricorrente avanzata specificamente nei confronti della stessa.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale, e condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate, in favore dell’ULSS n. 2 di Feltre, in euro 100,00 per esborsi ed in euro 3500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge. Compensa le spese nei confronti di Dal P. J..

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