SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA RAPPORTO LAVORO DI CONSULENZA

Si richiama l’attenzione sulla sottiostante sentenza in cui  ,in ordine ad un rapporto di consulenza ,risulta affrontata la questione se  il predetto  costituisce  rappporto di lavoro autonomo ovvero subordinato .

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Sentenza 23 aprile 2014, n. 9196

Lavoro autonomo e lavoro subordinato – Contratto di consulenza – Ispezione – Vincolo di subordinazione – Omesso versamento dei contributi – Negozio in frode alla legge

Svolgimento del processo

Con sentenza del 6/11/2007 la Corte d’appello di Milano, in riforma della sentenza del Tribunale di Como, ha rigettato l’opposizione avverso la cartella esattoriale notificata a cura dell’INPS alla soc D. a rl.

La Corte ha precisato che il credito dell’Istituto traeva origine dal verbale degli ispettori dell’istituto del 4/6/04, i quali avevano affermato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra la società e F. C. addetto alle mansioni di gestore e coordinatore del supermercato gestito dalla D., sebbene risultasse stipulato tra la stessa D. e la soc L. di cui F. C. era socio, un contratto di consulenza.

La Corte ha rilevato che dalle dichiarazioni rese da F. C. agli ispettori risultavano specificate le mansioni svolte che consentivano di affermare lo stabile inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale e il vincolo di subordinazione, l’indispensabilità del suo lavoro e la sua infungibilità con gli altri soci della soc L., il suo ruolo di vertice nell’organizzazione aziendale della D. e la sovraordinazione rispetto al restante personale; la continuità e omogeneità del compenso, l’assenza di rischio.

La Corte ha osservato che comunque non sarebbe stato configurabile un contratto d’opera in quanto questo presupponeva un rapporto con una persona fisica e rileva che il contratto era stato stipulato in frode alla legge per non pagare i contributi.

Avverso la sentenza ricorre la soc D. formulando quattro motivi. La soc L. è rimasta intimata. L’Inps ha conferito delega in calce al ricorso notificato.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 2700 c.c. e 116 c.p.c. Censura la sentenza per aver riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato fondando la decisione sul verbale dell’ispettorato nel quale tuttavia si indicava solo l’attività svolta dal F. C. senza nessun riferimento all’assoggettamento al potere direttivo della D. Con il secondo motivo denuncia vizio di motivazione Censura la sentenza per avere desunto dalla mera descrizione del contenuto delle prestazioni tratto dal verbale dell’ispettorato lo stabile inserimento del F.C. nella organizzazione della D. il vincolo di subordinazione. l’indispensabilità e infungibilità della prestazione, la continuità del compenso, l’assenza di rischio tutte affermazioni meramente apodittiche.

Osserva che la Corte non aveva motivato le ragioni per cui aveva respinto la prova per testi dalla quale potevano desumersi circostanze idonee ad escludere la subordinazione, né aveva consideralo le dichiarazioni dello stesso F. C.

Con il terzo motivo la società denuncia vizio di motivazione in quella parte in cui la Corte trae il convincimento della natura subordinata del rapporti) anche dalla asserita nullità del contratto di consulenza con la L. per violazione di norme imperative e negozio in frode alla legge.

Con il quarto motivo denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c. per non aver la Corte esaminato le richieste subordinate con le quali aveva lamentato l’erroneità delle somme richieste calcolale sul compenso trimestralmente corrisposto dalla D. alla soc L. che era quasi il doppio di quello corrisposto mensilmente dalla sne F. Osserva che la contribuzione avrebbe dovuto essere calcolata in base alla retribuzione stabilità dal CCNL.

I primi tre motivi sono infondati.

Giova premettere sul punto del l’accertamento della controversa natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra le parti che ai fini, della qualificazione di tale rapporto come autonomo o subordinatole sindacabile nel giudizio di cassazione, essenzialmente la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto mentre la valutazione delle risultanze processuali in base alle quali il giudice di merito ha ricondotto il rapporto controverso all’uno o all’altro istituto contrattuale implica un accertamento ed un apprezzamento di fatto che come tali non possono essere censurati in sede di legittimità se sostenuti da motivazione ed argomenti esaurienti ed immuni da vizi logici e giuridici (cfr tra le tante Cass n. 22765/2013).

In relazione alla fattispecie in esame deve rilevarsi che dalla descrizione delle mansioni contenuta nella sentenza emerge che in sostanza il F. C. dirigeva il supermercato D.E. gestito dalla soc D. La Corte d’appello ha evidenziato, infatti, sulla base degli elementi tratti dal verbale ispettivo, che il lavoratore svolgeva mansioni di controllo del funzionamento generale del punto di vendita D.E. di organizzazione del personale, di controllo della trasmissione degli ordini delle merci, di coordinamento dei capireparto di promovimento di riunioni annuali al line di stabilire gli obiettivi, il personale, i costi ed i ricavi. La Corte ha, altresì, sottolineato che pur non avendo un orario di lavoro il F.C. era di fatto sempre presente presso il supermercato con conseguente stabile inserimento nell’organizzazione aziendale.

La dichiarazione resa dal F.C.”non ho superiori”, può ben essere intesa, come ritenuto dal giudice di merito, come volta ad affermare l’esercizio di funzioni dirigenziali e non soltanto come mancato assoggettamento al potere direttivo della D. come affermato da quest‘ultima.

Ciò premesso deve rilevarsi che non appaiono fondate le censure formulate dalla ricorrente secondo cui nessuna prova era emersa circa il vincolo di subordinazione del F.C. non avendo la Corte territoriale neppure spiegato da dove avesse desunto l’esistenza della subordinazione.

A riguardo, va affermato che nel caso di esercizio di funzioni riconducibili a quelle dirigenziali e di svolgimento di attività prettamente intellettuale la subordinazione non si manifesta in fatti o atti particolarmente appariscenti ben potendosi concretare in semplici direttive di massima. Per aversi subordinazione non è necessario, cioè, che il potere direttivo del datore di lavoro si esplichi mediante ordini continui, dettagliati e strettamente vincolanti, né che risulti continua, stringente ed appariscente la vigilanza sull’attività svolta dal lavoratore, ma l’assoggettamento può realizzarsi anche rispetto ad una direttiva dettata dall’imprenditore in via programmatica o soltanto impressa nella struttura aziendale, assumendo, invece, particolare rilevanza l’inserimento continuativo ed organico di tali prestazioni nell’organizzazione dell’impresa (cfr. Cass. n 18414/2013, 22785/2013, 7517/2012, n. 6983/2004).

La ricorrente lamenta, inoltre, che la Corte non ha ritenuto di ammettere la prova testimoniale dalla quale avrebbero potuto desumersi elementi che consentivano di escludere la subordinazione e che cioè il F. C. non aveva orario, non era inserito in turni di lavoro, non era tenuto a giustificare assenze o malattie, lavorava anche per altri e circa 10/20 volte aveva mandato un sostituto quando era si era assentato.

Le circostanze oggetto di prova non sono decisive e tali da porre in dubbio le affermazioni del F. C. e sulla base delle quali il giudice ha accertato l’esercizio da parte del lavoratore di poteri sostanzialmente dirigenziali, né consentono di escludere la subordinazione.

Deve rilevarsi, infatti, che non sono dirimenti gli eventuali margini, più o meno ampi, di autonomia e di discrezionalità dei quali il dipendente goda, quali quelli individuati nella specie, aventi carattere sussidiario e funzione meramente indiziaria senza assumere valore decisivo ai fini della prospettata qualificazione del rapporto tutte le volte che non ne sia agevole l’apprezzamento diretto a causa di peculiarità delle mansioni, assumendo, invece, valore determinante la continua dedizione funzionale della energia lavorativa del F.C. al risultato produttivo perseguito dall’imprenditore che ne imponeva la presenza giornaliera presso il punto vendita e l’inserimento stabile nell’organizzazione dello stesso.

Le censure della ricorrente, di cui ai primi due motivi, non sono idonee, pertanto, ad invalidare la decisione impugnata considerato, inoltre, che il verbale ispettivo può anche costituire la sola fonte do prova liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, quando il suo specifico contenuto, con riferimento alle circostanze di fatto che il verbalizzante attesti di aver accertato, ovvero il concorso di altri elementi rende superfluo l’espletamento di altri mezzi istruttori (Cass. n. 3525/2005; n. 15073/2008).

Quanto al vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ., deve rilevarsi che detto vizio sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte. La citata norma non conferisce, infatti, alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Quanto al terzo motivo del ricorso è sufficiente rilevare che l’affermazione della Corte secondo cui il contratto di consulenza sarebbe nullo per contrasto con norme imperative ovvero per illiceità della causa e dei motivi e dunque anche sotto tale profilo dovrebbe concludersi per la natura subordinata del rapporto di lavoro, costituisce un argomento aggiuntivo restando ben chiaro che la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato è tratto da ben altri elementi.

Il quarto motivo deve invece, trovare accoglimento. La Corte territoriale ha infatti, omesso di motivare, incorrendo nella violazione dell’art. 112 c.p.c., circa il motivo dell’appello incidentale proposto dalla società D. con il quale veniva eccepito in subordine, che le somme pretese dall’INPS erano, comunque, errate avendo l’Istituto fatto riferimento al compenso trimestralmente versato da D. alla soc L., somme che secondo la ricorrente, erano molto maggiori a quanto mensilmente erogato dalla snc L. a F.C.

Il mancato esame di detto motivo, riproposto in appello come emerge dalla memoria con appello incidentale depositata nel presente giudizio nel rispetto dell’art. 369 c.p.c. impone la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Milano in diversa composi/ione anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il quarto motivo del ricorso e rigetta gli altri; cassa la sentenza impugnala in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione anche per le spese del presente

 

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