RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO TRA CONIUGI O FAMILIARI

Non di rado ,in  occasione di accessi ispettivi o di controlli mirati (provocati dal godimento di prestazioni assistenziali, quali disoccupazione, maternità ecc…) accade che l’INPS ,riportandosi in modo particolare alla propria cicolare  dell’8 agosto 1989, n.179,disconosca i rapporti di lavoro subordinati instaurati con dipendenti parenti entro il terzo grado (padre-figlio, nonno-nipote, fra fratelli, zio-nipote) e affini entro il secondo grado (genero-suocera, cognati) del datore di lavoro,.
Infsatti l’istituto  ritiene che in   concreto  i rapporti lavorativi fra parenti e affini possono consistere in:

a) un rapporto di lavoro subordinato con versamento contributivo all’assicurazione generale obbligatoria (per dipendenti);

b)un rapporto di collaborazione nell’ambito dell’impresa familiare con iscrizione del coadiuvante alla gestione speciale artigiani o commercianti;

c)un rapporto di collaborazione familiare privo di contribuzione all’Inps poiché non sussistenti i requisiti di attività abituale e prevalente in capo al collaboratore.

Di seguito si esamina la posizione dell’Inps in relazione allambito di svolgimento  delle prestazioni lavoratrive  .

1) RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO SVOLTO NELL’IMPRESA

Secondo l’art.2094 del Codice Civile e’ prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore.

Per stabilire, nella singola fattispecie, se il rapporto tra datore di lavoro e familiare realizzi lo schema legislativo delineato dal citato art. 2094 del codice civile, soccorre la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, relativa proprio ai rapporti di lavoro tra strettissimi parenti ed affini sia conviventi che non CONVIVENTI.

A titolo esemplificativo si riportano alcuni pronunciamenti della Suprema Corte:

– nel caso di prestazioni lavorative rese fra persone conviventi legate da vincolo di parentela o di affinità le prestazioni stesse si presumono gratuite e non ricollegabili ad un rapporto di lavoro. Tale presunzione può essere vinta dalla dimostrazione, incombente alla parte che sostiene l’esistenza di un rapporto di lavoro, dei requisiti della subordinazione e dell’onerosità delle rispettive prestazioni, ma deve trattarsi di prova precisa e rigorosa non evincibile dalla sola circostanza che le attività in questione anziché svolgersi nello stretto ambito della vita familiare e comune, attengano all’esercizio di un’impresa, qualora questa sia gestita ed organizzata con criteri prevalentemente familiari, di per se’ soli non compatibili con l’entità economica dell’impresa e con le sue empiriche variabili strutturali ed organizzative.” (Cass. Sentenza n.1880/20.3.1980);

la presunzione di gratuita’ delle prestazioni lavorative rese fra persone legate da vincoli di parentela – per il superamento della quale e’ necessaria la prova precisa e rigorosa dell’onerosità delle prestazioni stesse – sussiste anche nel caso di attività lavorativa eseguita nell’ambito di un’impresa, qualora questa sia gestita ed organizzata, strutturalmente ed economicamente, con criteri prevalentemente familiari, e non quando l’impresa abbia notevoli dimensioni e per quanto condotta da familiari sia amministrata con criteri rigidamente imprenditoriali.” (Cass. Sentenza n. 2660/28.4.1984);

nel caso in cui i soggetti del rapporto di lavoro siano conviventi le relazioni di affetti familiari di parentela e di interessi tra essi esistenti giustifica la presunzione di gratuita’, mentre, nell’ipotesi di soggetti non conviventi sotto lo stesso tetto, ma appartenenti a nuclei familiari distinti ed autonomi, tale presunzione cede il passo a quello di normale onerosità del rapporto superabile con la dimostrata sussistenza di sicuri elementi contrari.” (Cass. Sentenza n.3287/19.5.1986).

I criteri ricavabili dalle riportate pronunce giurisprudenziali trovano principale applicazione nei rapporti instaurati nell’ambito delle imprese individuali, delle società di persone e delle attività non rientranti nel concetto di impresa (ad esempio, studi professionali). Minore applicazione possono avere nei confronti delle società di capitali, salve particolari situazioni da valutare di volta in volta, in quanto la figura del datore di lavoro si identifica nella società e non nella persona degli amministratori.

Non sono applicabili alle imprese familiari, nelle quali non e’ ravvisabile il requisito della subordinazione.

2) IMPRESA FAMILIARE

L’art. 230 bis del codice civile, introdotto dall’art. 89 della legge 19.5.1975, n. 151 ha delineato la figura dell’impresa familiare, intendendo quella nella quale collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado. La norma in questione stabilisce, al di fuori dello schema del rapporto di lavoro subordinato o societario, che il familiare che presta in modo continuativo la sua attivita’ di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualita’ del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa stessa. I familiari partecipanti all’impresa che non hanno la piena capacita’ di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.

Il lavoro della donna e’ considerato equivalente a quello dell’uomo. La prestazione di attività del coniuge, parente od affine nell’ambito dell’impresa familiare, non sussistendo i requisiti del lavoro dipendente, non può essere assoggettata tutela stabilita dalla vigente legislazione a favore dei lavoratori autonomi, per le imprese artigiane o commerciali soggette ai rispettivi regimi assicurativi.

3) LAVORO PRESTATO NELL’AMBITO DI IMPRESE SOGGETTE ALL’OBBLIGO ASSICURATIVO NELLE GESTIONI SPECIALI DEI LAVORATORI AUTONOMI

ARTIGIANI

Sono iscritti all’apposita gestione speciale dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed I Superstiti:

– i titolari ed i contitolari delle imprese artigiane che lavorano professionalmente nell’impresa;

    • i familiari coadiuvanti, cioè il coniuge ed i parenti del titolare o del contitolare, che lavorano abitualmente e prevalentemente nell’impresa artigiana.

 

    • Sono considerati familiari coadiuvanti:

 

– IL Coniuge;

– i figli legittimi o legittimati, adottivi ed affiliati;

– i figli naturali legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati; i figli nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge e i minori regolarmente affidati;

– i nipoti in linea retta;

– i fratelli e le sorelle;

– gli ascendenti e gli equiparati ai genitori (gli adottanti, gli affilianti, il patrigno e la matrigna).

I familiari sopraindicati non sono iscritti all’assicurazione per gli artigiani quando, per le modalità di svolgimento dell’opera, devono essere considerati lavoratori dipendenti o apprendisti e, come tali, iscritti nell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti.

Poiché per essere iscritti all’apposita gestione speciale e’ necessario svolgere un lavoro presso una impresa artigiana, si indicano di seguito le caratteristiche che distinguono tali IMPRESE.

Sono artigiane le imprese che hanno le seguenti Caratteristiche:

– producono beni o prestano servizi di natura artistica od usuale: per lavorazioni usuali si intendono le lavorazioni considerate tradizionalmente artigiane (falegname, sarto, idraulico, fabbro, ecc.);

– sono organizzate ed operano con il lavoro professionale, anche manuale, del titolare e, eventualmente, con quello dei suoi familiari (la semplice direzione tecnica e amministrativa dell’azienda, l’acquisto delle merci, la tenuta dei rapporti con le banche, non costituiscono partecipazione diretta al lavoro tale da dare diritto al riconoscimento della qualifica artigiana);

– il titolare ha la piena responsabilità dell’azienda e assume tutti gli oneri ed i rischi inerenti alla direzione e alla GESTIONE;

– non hanno un numero di dipendenti superiore a quello previsto dalla norma di legge in relazione al tipo di attività e alle modalità di svolgimento dell’opera (lavorazione in serie o non in serie).

Le imprese costituite in forma di società in nome collettivo e le imprese cooperative possono essere considerate artigiane solo se la maggioranza dei soci partecipa personalmente al lavoro nell’impresa e il lavoro ha funzione preminente sul capitale (uno, in caso di società tra due soli soci).

 

COMMERCIANTI

Sono iscritti all’apposita gestione speciale dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti gli esercenti attività commerciali e turistiche e gli ausiliari del commercio (rientrano nella categoria degli ausiliari del commercio gli agenti e rappresentanti di commercio iscritti nell’apposito ruolo istituito con legge 12.3.1968, n. 316; gli agenti aerei, gli agenti marittimi; gli agenti delle librerie e di stazione; i mediatori iscritti negli appositi ruoli delle camere di commercio; i propagandisti e i procacciatori di affari; i commissionari di commercio; i titolari di istituti di informazione, ecc.) che:

– siano titolari o gestori in proprio di imprese organizzate prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la FAMIGLIA;

    • abbiano la piena responsabilità dell’impresa ed assumano tutti gli oneri e i rischi relativi alla sua gestione

 

                 0- partecipino personalmente al lavoro aziendale e con carattere di abitualità e prevalenza;

 

– siano autorizzati, a norma di legge, all’esercizio Dell’Attività

Sono inoltre iscritti all’assicurazione obbligatoria i familiari coadiutori degli esercenti attività commerciali e turistiche e degli ausiliari del commercio a condizione che partecipino al lavoro aziendale con carattere di abitualità e PREVALENZA.

Per i familiari coadiutori si intendono:

– IL Coniuge;

– i figli legittimi o legittimati, adottivi ed affiliati;

– i figli naturali legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati; i figli nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge e i minori regolarmente affidati;

– i nipoti in linea retta;

– i fratelli e le sorelle;

– gli ascendenti e gli equiparati ai genitori (gli adottanti, gli affilianti, il patrigno e la matrigna)  

Se i predetti familiari sono preposti a punti di vendita sono iscritti all’assicurazione obbligatoria anche quando il titolare dell’azienda non ha i requisiti per l’iscrizione (ad es. perché non svolge in modo prevalente attività Commerciale).

Nel caso in cui l’attività commerciale sia svolta in forma di società, sono iscrivibili all’assicurazione, purché in possesso dei requisiti sopra specificati:

– i soci di società in nome collettivo e i loro familiari Coadiutori;

– i soci di società di fatto e i soci accomandatari di società in accomandita semplice; i soci accomandanti delle società in accomandita semplice che siano familiari coadiutori degli Accomandatari.

In nessun caso possono invece essere iscritti i soci e gli amministratori delle società a responsabilità limitata, delle società per azioni e delle società in accomandita per azioni  

Sulla base di quanto precede, possono essere formulate le seguenti conclusioni

1) RAPPORTO DI LAVORO PRESTATO NELL’AMBITO DI IMPRESE INDIVIDUALI, SOCIETA’ DI PERSONE E STUDI PROFESSIONALI

Nei casi in cui i soggetti del rapporto denunciato da imprese individuali o studi professionali siano coniugi, parenti entro il 3ø grado ed affini entro il 2ø grado conviventi del datore di lavoro, il rapporto si presume gratuito e quindi escluso dall’obbligo assicurativo, senza necessita’ di accertamenti da parte dell’Istituto, se le parti non forniscono prove “rigorose”, cioè non soltanto formali, ma convincenti nel loro complesso, dell’onerosità del rapporto stesso e della sua natura subordinata.

Qualora non sussista convivenza ne’ comunione di interessi, il rapporto si presume oneroso e quindi, soggetto all’obbligo assicurativo, alla stregua dei rapporti fra estranei, salva la facoltà dell’Istituto di procedere ad accertamenti.

Nei casi di vincoli di coniugio, parentela entro il 3ø grado o di affinità entro il 2ø grado e di convivenza tra il lavoratore dipendente ed uno dei soci di società di fatto o di persone, l’elemento della subordinazione non può essere escluso nei confronti degli altri soci. Occorre, pertanto, conoscere l’apporto di capitali dei vari soci per stabilire se il socio legato al lavoratore dai predetti vincoli familiari, risulti socio di maggioranza ovvero amministratore unico della Società.

In caso affermativo il rapporto di lavoro ancorché intercorso con la società, può ritenersi prestato a titolo gratuito e, quindi, non assicurabile.

Per i familiari assicurati come dipendenti da parte di aziende soggette all’obbligo assicurativo nelle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, e’ opportuno procedere – caso per caso – alla verifica della situazione di fatto, non potendosi in via di principio, escludere l’esistenza delle condizioni per la convalida di un rapporto di lavoro Subordinato.

(Utile elemento di valutazione può essere, ad esempio, l’iscrizione di familiare in concomitanza con periodi di astensione obbligatoria per maternità; il rapporto tra contribuzione versata e conguagli passivi per l’Istituto, ECC.).

Qualora non sussistano i requisiti per la convalida del rapporto subordinato, ma risultino le condizioni per l’assoggettabilità all’assicurazione nelle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, le Sedi dovranno segnalare la situazione alle competenti Commissioni per gli ulteriori Adempimenti.

2) DIPENDENTI DA SOCIETA’ DI CAPITALI

Per i lavoratori legati da vincoli di coniugio, parentela o affinità con soci amministratori ovvero soci di maggioranza di società di capitali, in via generale il rapporto di lavoro può essere convalidato in quanto il rapporto stesso intercorre con le società e non con i singoli soci.

E’ peraltro necessario verificare il concreto assetto della società al fine di accertare se nel caso di specie sussistano le condizioni per il riconoscimento di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato (ad esempio se vi siano due soli soci, entrambi parenti conviventi o se il parente convivente del lavoratore sia titolare di tutti i poteri sociali o abbia la maggioranza delle azioni o delle quote sociali, il rapporto, ancorché intercorso con la società, non e’ convalidabile).

 

Come detto sopra ,gli indirizzi amministrativi  dell’Inps  circa i rapporti  di lavoro fra familiari  a volte non hanno trovato riscontro nelle decisioni della giurisprudenza ,soprattutto di legittimita .

Quando il rapporto di lavoro si intreccia con la relazione con il coniuge o con il partner, i dissapori tra le parti possono dar luogo a   sorprese,come dimostrano alcune    sentenze della Cassazione ed in particolare
que lla n. 1833/2009, che accoglie il ricorso della ex partner di un imprenditore, la quale, finito il rapporto personale, aveva rivendicato il trattamento economico di dipendente per il periodo in cui aveva collaborato nell’impresa.  . Quando lei, finito il rapporto, rivendica che l’attività prestata nel corso degli anni in realtà configurava un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, lui si oppone, sostenendo che il lavoro della compagna era stato reso a titolo gratuito, per spirito di solidarietà familiare, come normalmente avviene fra coniugi e coppie che vivono “more uxorio”: la conclusione è che l’uomo non si sente debitore di alcuna somma.
Il caso richiamato, che accade con frequenza, pone all’attenzione il conflitto tra la presunzione di gratuità del lavoro svolto nel contesto familiare e la presunzione di onerosità del lavoro svolto alle dipendenze del datore di lavoro. Occorre osservare che è vero che la presunzione di gratuità del lavoro coniugale è stato esteso anche alla convivenza “more uxorio”(ad esempio Cassazione 5215/2000), ma in questo secondo caso è richiesto che il datore di lavoro che invoca la gratuità del rapporto dimostri che la suddetta convivenza sia analoga a quella legittima non solo sul piano spirituale della solidarietà personale, ma anche sul versante economico. La gratuità presuppone la convivenza e nella vicenda narrata il giudice di merito ha escluso questa condizione non tanto perché la relazione era stata più volte interrotta, quanto piuttosto «per il difetto di condivisione di un tenore di vita comune in relazione ai redditi dell’attività commerciale, risultando effettuate solo alcune elargizioni (uso gratuito di un appartamento, pagamento di qualche debito)». Ed è stata questa la ragione che ha fatto cadere la presunzione di gratuità del rapporto invocata dal ricorrente.
Si deve inoltre segnalare che la gratuità del lavoro nel contesto familiare si riferisce non soltanto alla prestazione del coniuge – e, per interpretazione estensiva, alla convivenza di fatto – ma si allarga a tutti i parenti e affini conviventi. Per altro verso, l’oggetto del lavoro familiare non è confinato al lavoro domestico ma si estende a qualsiasi attività che faccia capo al coniuge o familiare in favore del quale la prestazione lavorativa viene resa. Infatti il lavoro prestato in favore del coniuge professionista o imprenditore individuale si presume gratuito, così come il lavoro prestato dal familiare in favore di un socio di una società di persone che abbia il controllo della società (socio di maggioranza o amministratore unico). Tuttavia, se il coniuge che beneficia della prestazione lavorativa è socio di una società di capitali allora cade la presunzione di gratuità della prestazione, in quanto resa a favore di un soggetto – la società – diverso dal coniuge o dal familiare

 

 

Per stabilire, nel concreto, se il rapporto tra datore di lavoro e familiare realizzi lo schema legislativo delineato dall’art. 2094 cod. civ., dovrà essere accertata, caso per caso, l’esistenza dei requisiti della subordinazione e della onerosità delle rispettive prestazioni, al fine di superare la presunzione, sia pure relativa, di gratuità delle prestazioni lavorative rese fra persone conviventi legate da vincolo di parentela o affinità.

La prova in parola non potrà essere rappresentata da elementi generici, ma dovrà essere precisa e rigorosa.

Appare utile ricordare che la presunzione di gratuità opera limitatamente all’ipotesi di convivenza tra i soggetti del rapporto di lavoro, in quanto in tal caso effettivamente le relazioni di affetti familiari, di parentela, di interessi, giustificano la presunzione di gratuità; al contrario, nelle ipotesi di soggetti non conviventi sotto lo stesso tetto, ma appartenenti a nuclei distinti ed autonomi, la presunzione di gratuità cede il passo a quella di normale onerosità del rapporto, superabile solo con precise prove in senso contrario.

In merito al vincolo coniugale occorre precisare che, per giurisprudenza consolidata, il legame generato dalla convivenza “more uxorio”, fondato sulla comunanza spirituale ed economica tra i soggetti, è equiparato al legame matrimoniale, così che può aversi lavoro gratuito non solo tra marito e moglie, ma anche tra due partner che di fatto convivono.

La presunzione di gratuità può trovare applicazione per i rapporti instaurati nell’ambito delle imprese individuali, delle società di persone, o qualora si tratti di attività non rientranti nel concetto di impresa (ad es. studi professionali).

Diversa considerazione è riservata alla prestazione del familiare nei confronti di società di capitali, salve particolari situazioni da valutare di volta in volta, in quanto la figura del datore di lavoro si identifica nella società e non nella persona degli amministratori.

La Corte di Cassazione, in due recentissime sentenze (19 aprile 2013, n. 9599 e 13 giugno 2013, n. 14804)

Nela prima ,si legge quanto segue:

“Con il quinto motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’art. 360 n. 3 c.p.c. per falsa applicazione di norme di diritto ed erronea interpretazione delle risultanze processuali, contesta l’accertamento della subordinazione nel periodo 1990/96 in considerazione del vincolo di parentela intercorrente tra le parti. Anche questo motivo è privo dì fondamento, giacché il Giudice a quo, con valutazione di merito incensurabile in questa sede, ha escluso che l’impegno lavorativo “in nero” potesse essere assistito dalla presunzione dì gratuità per il periodo 1990/1996 in quanto l’appellato, il cui grado di parentela con il legale rappresentante della società non era stato specificato, non risultava con questi convivente; tanto più che tale presunzione era stata già vinta alla stregua della difesa assunta dall’appellante sin nella memoria ex art. 416 c.p.c, nella quale, ed anche successivamente, non era stata mai negata la corresponsione mensile dal 1990 al 1995 dì cifre fisse, incrementate con importo costante (all’epoca £ 100.000) per ciascuno degli anni dal 1991 al 1995,”

Nella seconda ,relativa alla controversia tra due sorelle non conviventi e’ previsto quanto segue:

“Nella fattispecie in esame non si ravvisano nella motivazione della sentenza impugnata carenze, insufficienze, contraddizioni logiche né tanto meno si riscontra l’omesso esame di elementi che avrebbero potuto condurre a una diversa decisione in ordine alla natura subordinata del rapporto, avendo la Corte territoriale dato sufficientemente conto di tale statuizione.

Ed infatti, ha ritenuto provate le mansioni di segretaria svolte dalla lavoratrice, valorizzando le dichiarazioni dei testi che avevano riferito che la medesima organizzava gli appuntamenti, ordinava le pratiche, redigeva e spediva la corrispondenza, disbrigava le commissioni all’esterno, utilizzava il computer, riceveva i pagamenti, era stabilmente posizionata dietro una scrivania munita di telefono e computer.

Ha ritenuto che la presenza della lavoratrice nello studio della sorella avesse una cadenza quotidiana e che il rapporto fosse connotato dalla subordinazione, osservando a tale ultimo riguardo che, da un lato, lo stesso contenuto delle prestazioni svolte dalla ricorrente postulano precedenti disposizioni ovvero precise direttive da parte di chi in uno studio legale si avvale di una segretaria; dall’altro che le deposizioni testimoniali avevano confermato il potere direttivo ed organizzativo del datore di lavoro. Inoltre taluni elementi riferiti dai testi (richiesta di spiegazioni in ordine alle assenze, rimostranze, etc.) erano chiaramente indicative della natura subordinata del rapporto.

Era poi da escludere, ad avviso della Corte di merito, la pretesa gratuità delle prestazioni svolte dalla lavoratrice in ragione del legame familiare che univa le due sorelle.

Da un lato esse non erano conviventi, dall’altro il rapporto era sorto, come riferito dal padre D.C., per consentire alla figlia Natascia di introdursi nel mondo del lavoro, previa corresponsione di una retribuzione. Ricorreva dunque non già la presunzione di gratuità della prestazione, ma quella di onerosità della stessa.

Trattasi di una motivazione congrua, coerente e immune da vizi, che si sottrae alle critiche che le vengono mosse, le quali sostanzialmente tendono a contrapporre alla valutazione dei fatti e delle prove operata dal giudice di merito una diversa valutazione favorevole alla ricorrente principale.”

Si  conclude affermando chel’accertamento dell’esistenza del vincolo della subordinazione non è sempre di evidenza immediata. La giurisprudenza, dunque, ha individuato una serie di elementi a cui può essere fatto ricorso in via sussidiaria, se in concreto l’esistenza del vincolo risulta dubbia. Per accertare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato può essere fatto tra l’altro ricorso ai seguenti elementi: – oggetto della prestazione, che nel caso del lavoro subordinato è dato dalle energie lavorative applicate secondo le direttive, la vigilanza e il controllo del datore; nel caso del lavoro autonomo, invece, dal risultato dell’attività organizzata dal prestatore; – inserimento della persona del lavoratore nell’organizzazione aziendale; – valutazione dell’incidenza soggettiva del rischio attinente all’attività lavorativa che incombe in misura più evidente e completa sul lavoratore autonomo, mentre ricade sul datore di lavoro nell’ipotesi di lavoro subordinato; organizzazione del lavoro a cura oppure no del destinatario della prestazione lavorativa (la sussistenza della prima circostanza depone nel senso dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato); – la dichiarazione di volontà in merito alla natura giuridica del rapporto di lavoro (nomen iuris) espressa dalle parti; – la continuità della prestazione lavorativa; – la predeterminazione della retribuzione e le sue modalità di erogazione. Le prestazioni lavorative rese tra persone conviventi legate da vincoli di parentela o affinità si presumono gratuite e non ricollegabili a un rapporto di lavoro, a meno che la parte che sostiene il contrario non provi in modo rigoroso l’esistenza di un rapporto contraddistinto dall’onerosità delle prestazioni stesse (Cass., 18284/2003 e 620/1989)

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