Archive for marzo 2014

INPS :CIRCOLARE SALARI MEDI CONVENZIONALI INDENNITA’ PER MALATTIA ,MATERNITA’ E TBC

27/03/2014

Si segnala la circolare  sottostante  ,che fissa per il 2014 i salari convenzioni per  le presta zioni economiche collegate a  malsattia,maternita’ e tbc

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INPS – Circolare 26 marzo 2014, n. 44 

CASSAZIONE :SANZIONI DISCIPLINARI ED AFFISSIONE CODICE DISCIPLINARE

27/03/2014

Dell’argomento di cui  al  titolo tratta la sottoriportata  sentenza della Cassazioone

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Sentenza 26 marzo 2014, n. 7108

Lavoro subordinato – Estinzione del rapporto – Licenziamento – Assenze ingiustificate – Onere della prova – Riparto

1. Con sentenza del 2.2.2011, la Corte d’appello di Napoli, accogliendo l’appello di C.M., ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimatogli dalla T. di M.N. in data 11.4.2003, ordinando la riassunzione del lavoratore o la corresponsione di un’indennità pari a quattro mensilità retributive; ha condannato il datore di lavoro al pagamento della somma di circa 28.954 mila euro, oltre accessori, a titolo di somme dovute per lavoro straordinario, per somme dovute alla Cassa edile (a titolo di ferie, tredicesima mensilità e festività) nonché per TFR.

2. In particolare, la corte territoriale ha affermato che il dipendente era stato licenziato non oralmente (come dallo stesso preteso) ma per atto scritto, all’esito di procedimento disciplinare, ed in ragione di assenze ingiustificate; ha ritenuto illegittimo il recesso in difetto di prova delle assenze contestate. Con riferimento alle differenze retributive domandate, la corte d’appello ha ritenuto provato dai testimoni l’espletamento di straordinario continuativo e ha determinato attraverso consulenza tecnica di ufficio le somme spettanti al lavoratore per i titoli richiesti.

3. Ricorre avverso tale sentenza il datore di lavoro, con due motivi. Resiste il lavoratore con controricorso, illustrato da memoria.

4. Con il primo motivo, il datore di lavoro deduce – rispettivamente ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ. – violazione e falsa applicazione dell’art. 6 l. 604/1966 ed omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo del giudizio, per non avere la sentenza considerato le assenze ingiustificate del lavoratore, oggetto di specifica contestazione disciplinare rispetto alla quale il lavoratore non aveva fornito alcuna giustificazione, trascurando altresì che il datore ha solo l’onere di provare l’assenza del lavoratore nella sua oggettività, spettando a quest’ultimo la prova della giustificazione dell’assenza.

5. Il ricorso è infondato, atteso che la sentenza impugnata ha correttamente ritenuto illegittimo il recesso in difetto di prova delle assenze oggetto di contestazione.

6. Ha precisato in tema questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 2988 del 07/02/2011) che il datore di lavoro, su cui a norma dell’art. 5 della legge n. 604 del 1966 grava l’onere della prova della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, può limitarsi, nel caso in cui la giusta causa sia costituita dalla assenza ingiustificata del lavoratore dal servizio, nella sua valenza di inadempimento sanzionabile sul piano disciplinare, a provare l’assenza nella sua oggettività, mentre grava sul lavoratore l’onere di provare gli elementi che possono giustificare l’assenza e in particolare la sua dipendenza da causa a lui non imputabile. Si è peraltro precisato (Sez. L, Sentenza n. 8720 del 09/04/2009) che solo la pacifica verificazione dell’assenza esonera il datore di lavoro all’onere della prova impostogli dall’art. 5 della citata legge (comportando, dall’altra parte, che il lavoratore inadempiente possa liberarsi della responsabilità provando la non imputabilità della mancata prestazione).

7. Nella specie, va evidenziato che non risultano dagli atti del giudizio elementi di prova che dimostrino le assenze asserite dal datore, intese nella loro materialità, essendo peraltro tali assenze contestate nel processo dal lavoratore.

8. Né può ritenersi sufficiente a dimostrare le assenze la mera indicazione delle stesse nell’atto di contestazione disciplinare, restando altresì irrilevante la mancata adduzione di giustificazioni da parte del lavoratore in sede disciplinare.

9. Ne deriva che, in relazione alle dette acquisizione probatorie, risulta corretta l’esclusione -operata dalla sentenza impugnata- della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento.

10. Con il secondo motivo di ricorso, il datore di lavoro deduce — rispettivamente ai sensi dell’art. 360 nn. 5 e 3 cod. proc. civ.- omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo del giudizio nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 36 Cost., 2099 cod.dv. e 420 e 421 cod.proc.civ., per avere la sentenza affermato la sussistenza di crediti retributivi del lavoratore, considerando come percepita una retribuzione inferiore rispetto a quella indicata dalle buste paga, negando l’efficacia solutoria dei pagamenti effettuati alla Cassa edile, ritenendo provato l’espletamento di lavoro straordinario nonostante l’assenza di prova rigorosa del relativo espletamento, trascurando l’avvenuta percezione di somme indicate specificamente dal datore.

11. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile. Il ricorrente non riporta, in violazione del principio di autosufficienza, la parte della relazione del consulente tecnico di ufficio che avrebbe considerato come percepite somme inferiori rispetto a quelle indicate nelle buste paga o nei documenti prodotti ritualmente, non trascrive né indica il contenuto specifico del documento della Cassa edile che attesterebbe la corresponsione di date somme, non trascrive specificamente le dichiarazioni testimoniali che asserisce non essere state correttamente valutate ai fini della determinazione dello straordinario, né censura motivatamente le prove testimoniali ritenute dalla sentenza idonee a dimostrare lo straordinario.

12. Si è già affermato in proposito da questa Corte (tra le tante, Sez. L, Sentenza n. 17308 del 30/08/2004; Sez. L, Sentenza n. 8388 del 12/06/2002) che, qualora con il ricorso per cassazione venga dedotta l’omessa od insufficiente motivazione della sentenza impugnata per l’asserita mancata valutazione di risultanze processuali (un documento, deposizioni testimoniali, dichiarazioni di pane, accertamenti del consulente tecnico) è necessario al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata che il ricorrente precisi – ove occorra mediante integrale trascrizione della medesima nel ricorso – la risultanza che egli assume decisiva e non valutata (o insufficientemente valutata), dato che in ragione dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il controllo deve essere consentito alla Corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non c possibile sopperire con indagini integrative. Per altro verso, si è pure affermato (Sez. 2, Sentenza n. 13845 del 13/06/2007) in tema di ricorso per cassazione per vizio di motivazione che la parte che addebita alla consulenza tecnica d’ufficio lacune di accertamento o errori di valutazione oppure si duole di erronei apprezzamenti contenuti in essa (o nella sentenza che l’ha recepita) ha l’onere di trascrivere integralmente nel ricorso per cassazione almeno i passaggi salienti e non condivisi e di riportare, poi, il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamento ed alle conclusioni del consulente d’ufficio. Le critiche mosse alla consulenza ed alla sentenza devono pertanto possedere un grado di specificità tale da consentire alla Corte di legittimità di apprezzarne la decisività direttamente in base al ricorso.

13. Il motivo è del resto inammissibile anche laddove chiede un riesame nel merito della controversia e non un mero controllo sotto il profilo logico giuridico del ragionamento svolto nella decisione impugnata, atteso che il vizio di motivazione deducibile con ricorso ex art. 360 n. 5 non può consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove compiuto dal giudice di merito rispetto a quello preteso dalla parte. Invero, il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità, cosicché risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la S.C. di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (v., ex plurimis, Cass., Sez. L, Sentenza n. 11789 del 07/06/2005). Per altro verso, la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. L, Sentenza n. 17097 del 21/07/2010; Sez. L, Sentenza n. 7201 del 15/04/2004; Sez. L, Sentenza n. 4391 del 26/02/2007).

14. Le spese seguono la soccombenza, con attribuzione all’Avv. R.C. antistatario.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che si liquidano in € 3.500,00, di cui € 100,00 per spese, oltre a accessori di legge con attribuzione all’Avv. R.C.

 

INPS : ON LINE ELENCHI LAVORATORI AGRICOLIU

27/03/2014

Il 31 marzo 2014 saranno pubblicati nella pagina Avvisi della sezione Avvisi e concorsi, ai sensi dell’art.38, comma 6, L.6 luglio 2011, n. 111, gli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli, relativi all’anno 2013
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Gli elenchi resteranno visualizzabili sino al 18 aprile 2014.

INPS:PUBBLICAZIONE ON LINE ELENCHI LAVORATORI AGRICOLI

27/03/2014
A partire dal 31 marzo, e per tutti i quindici giorni consecutivi, gli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli utili per l’anno 2013 saranno pubblicati con valore di notifica sul sito dell’Inps, http://www.inps.it, con accesso libero e senza utilizzo di PIN (vedi circ. n. 43 del 21 marzo 2012).
Entro i venti giorni successivi alla pubblicazione, gli elenchi saranno trasmessi ai competenti Centri per l’Impiego.
Per tutto il periodo di pubblicità sarà possibile accedere agli elenchi direttamente dalla home page del sito, dove è presente un apposito collegamento – “Pubblicazione elenchi lavoratori agricoli”- all’interno dello spazio “Avvisi e concorsi”.
La pubblicazione online avrà valore di notifica agli interessati a tutti gli effetti di legge. Gli elenchi saranno consultabili per singola Provincia e singolo Comune, e ognuno sarà accompagnato da un frontespizio riportante l’anno di validità, il numero dei lavoratori, i riferimenti normativi e procedurali a base delle iscrizioni, l’organo e i termini per gli eventuali ricorsi amministrativi.
Anche gli elenchi trimestrali delle variazioni, che saranno effettuate successivamente alla pubblicazione degli elenchi annuali 2013, saranno pubblicati esclusivamente sul sito dell’INPS con valore di notifica e, pertanto, gli interessati non riceveranno alcuna comunicazione riguardo alle variazioni effettuate. – See more at: http://www.irpinianews.it/Attualita/news/?news=135681#sthash.YrSISzHO.dpuf

CAMERA APPROVA DDL RIGUARDANTE USO SPECIFICO MODELLO PER D MISSIONI

27/03/2014

In prima lettura ,la Camera dei Deputati ,ha  approvato il   disegno di legge   relativo alla revisione delle modalita’ di risoluzione del rapporto di lavoro ad iniziativa dei dipendenti,non sara’ piu’ possibile utilizzare allo scopo un qualsiasi foglio   compilato   e sottoscritto   dai soggetti interessati ,ma occorrera’ fare uso esclusivamente   di uno specifico modulo,realizzato secpondo le direttive definite con  decreto del Ministero  del Lavoro ,di concerto con quello dell’semplificazione nella P.A.,che dovra essere emanto entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge, contenendo    un codice alfa numeri co progressivo  di identificazione ,la data di emissione ,nonche’ spazi da complilare a cura del firmatario.

Scopo della proposta legislativa e’ di combattere il fenomeno delle dimissioni in bianco,che gia’ in precedenza aveva  trovato  autorevoli fautori politici , che in meritpo ottenero una specifica norma in materia , però presto    abrogata , risultando   bollata  dalla nuova compagine governativa  come un’inutile  formalita’ .

 

CASSAZIONE: LICENZIAMENTO PER ASSENZE INGIUSTIFICATE ED ONERE PROVA

27/03/2014

Si richiama l’attenzione sulla sottostsante sentenza con cui la Corte di Cassazione ha affrontato e definito la questione di cui al titolo.

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-Sentenza 26 marzo 2014, n. 7108

1. Con sentenza del 2.2.2011, la Corte d’appello di Napoli, accogliendo l’appello di C.M., ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimatogli dalla T. di M.N. in data 11.4.2003, ordinando la riassunzione del lavoratore o la corresponsione di un’indennità pari a quattro mensilità retributive; ha condannato il datore di lavoro al pagamento della somma di circa 28.954 mila euro, oltre accessori, a titolo di somme dovute per lavoro straordinario, per somme dovute alla Cassa edile (a titolo di ferie, tredicesima mensilità e festività) nonché per TFR.

2. In particolare, la corte territoriale ha affermato che il dipendente era stato licenziato non oralmente (come dallo stesso preteso) ma per atto scritto, all’esito di procedimento disciplinare, ed in ragione di assenze ingiustificate; ha ritenuto illegittimo il recesso in difetto di prova delle assenze contestate. Con riferimento alle differenze retributive domandate, la corte d’appello ha ritenuto provato dai testimoni l’espletamento di straordinario continuativo e ha determinato attraverso consulenza tecnica di ufficio le somme spettanti al lavoratore per i titoli richiesti.

3. Ricorre avverso tale sentenza il datore di lavoro, con due motivi. Resiste il lavoratore con controricorso, illustrato da memoria.

4. Con il primo motivo, il datore di lavoro deduce – rispettivamente ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ. – violazione e falsa applicazione dell’art. 6 l. 604/1966 ed omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo del giudizio, per non avere la sentenza considerato le assenze ingiustificate del lavoratore, oggetto di specifica contestazione disciplinare rispetto alla quale il lavoratore non aveva fornito alcuna giustificazione, trascurando altresì che il datore ha solo l’onere di provare l’assenza del lavoratore nella sua oggettività, spettando a quest’ultimo la prova della giustificazione dell’assenza.

5. Il ricorso è infondato, atteso che la sentenza impugnata ha correttamente ritenuto illegittimo il recesso in difetto di prova delle assenze oggetto di contestazione.

6. Ha precisato in tema questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 2988 del 07/02/2011) che il datore di lavoro, su cui a norma dell’art. 5 della legge n. 604 del 1966 grava l’onere della prova della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, può limitarsi, nel caso in cui la giusta causa sia costituita dalla assenza ingiustificata del lavoratore dal servizio, nella sua valenza di inadempimento sanzionabile sul piano disciplinare, a provare l’assenza nella sua oggettività, mentre grava sul lavoratore l’onere di provare gli elementi che possono giustificare l’assenza e in particolare la sua dipendenza da causa a lui non imputabile. Si è peraltro precisato (Sez. L, Sentenza n. 8720 del 09/04/2009) che solo la pacifica verificazione dell’assenza esonera il datore di lavoro all’onere della prova impostogli dall’art. 5 della citata legge (comportando, dall’altra parte, che il lavoratore inadempiente possa liberarsi della responsabilità provando la non imputabilità della mancata prestazione).

7. Nella specie, va evidenziato che non risultano dagli atti del giudizio elementi di prova che dimostrino le assenze asserite dal datore, intese nella loro materialità, essendo peraltro tali assenze contestate nel processo dal lavoratore.

8. Né può ritenersi sufficiente a dimostrare le assenze la mera indicazione delle stesse nell’atto di contestazione disciplinare, restando altresì irrilevante la mancata adduzione di giustificazioni da parte del lavoratore in sede disciplinare.

9. Ne deriva che, in relazione alle dette acquisizione probatorie, risulta corretta l’esclusione -operata dalla sentenza impugnata- della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento.

10. Con il secondo motivo di ricorso, il datore di lavoro deduce — rispettivamente ai sensi dell’art. 360 nn. 5 e 3 cod. proc. civ.- omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo del giudizio nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 36 Cost., 2099 cod.dv. e 420 e 421 cod.proc.civ., per avere la sentenza affermato la sussistenza di crediti retributivi del lavoratore, considerando come percepita una retribuzione inferiore rispetto a quella indicata dalle buste paga, negando l’efficacia solutoria dei pagamenti effettuati alla Cassa edile, ritenendo provato l’espletamento di lavoro straordinario nonostante l’assenza di prova rigorosa del relativo espletamento, trascurando l’avvenuta percezione di somme indicate specificamente dal datore.

11. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile. Il ricorrente non riporta, in violazione del principio di autosufficienza, la parte della relazione del consulente tecnico di ufficio che avrebbe considerato come percepite somme inferiori rispetto a quelle indicate nelle buste paga o nei documenti prodotti ritualmente, non trascrive né indica il contenuto specifico del documento della Cassa edile che attesterebbe la corresponsione di date somme, non trascrive specificamente le dichiarazioni testimoniali che asserisce non essere state correttamente valutate ai fini della determinazione dello straordinario, né censura motivatamente le prove testimoniali ritenute dalla sentenza idonee a dimostrare lo straordinario.

12. Si è già affermato in proposito da questa Corte (tra le tante, Sez. L, Sentenza n. 17308 del 30/08/2004; Sez. L, Sentenza n. 8388 del 12/06/2002) che, qualora con il ricorso per cassazione venga dedotta l’omessa od insufficiente motivazione della sentenza impugnata per l’asserita mancata valutazione di risultanze processuali (un documento, deposizioni testimoniali, dichiarazioni di pane, accertamenti del consulente tecnico) è necessario al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata che il ricorrente precisi – ove occorra mediante integrale trascrizione della medesima nel ricorso – la risultanza che egli assume decisiva e non valutata (o insufficientemente valutata), dato che in ragione dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il controllo deve essere consentito alla Corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non c possibile sopperire con indagini integrative. Per altro verso, si è pure affermato (Sez. 2, Sentenza n. 13845 del 13/06/2007) in tema di ricorso per cassazione per vizio di motivazione che la parte che addebita alla consulenza tecnica d’ufficio lacune di accertamento o errori di valutazione oppure si duole di erronei apprezzamenti contenuti in essa (o nella sentenza che l’ha recepita) ha l’onere di trascrivere integralmente nel ricorso per cassazione almeno i passaggi salienti e non condivisi e di riportare, poi, il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamento ed alle conclusioni del consulente d’ufficio. Le critiche mosse alla consulenza ed alla sentenza devono pertanto possedere un grado di specificità tale da consentire alla Corte di legittimità di apprezzarne la decisività direttamente in base al ricorso.

13. Il motivo è del resto inammissibile anche laddove chiede un riesame nel merito della controversia e non un mero controllo sotto il profilo logico giuridico del ragionamento svolto nella decisione impugnata, atteso che il vizio di motivazione deducibile con ricorso ex art. 360 n. 5 non può consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove compiuto dal giudice di merito rispetto a quello preteso dalla parte. Invero, il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità, cosicché risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la S.C. di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (v., ex plurimis, Cass., Sez. L, Sentenza n. 11789 del 07/06/2005). Per altro verso, la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. L, Sentenza n. 17097 del 21/07/2010; Sez. L, Sentenza n. 7201 del 15/04/2004; Sez. L, Sentenza n. 4391 del 26/02/2007).

14. Le spese seguono la soccombenza, con attribuzione all’Avv. R.C. antistatario.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che si liquidano in € 3.500,00, di cui € 100,00 per spese, oltre a accessori di legge con attribuzione all’Avv. R.C.

 

 

 

 

 

INPS:ISTRUZIONI DETERMINAZIONE ONERE RICONGIUNZIONE PART TIME

26/03/2014

Si richiama l’attenzione sulla sottostante circolare dell’Inps riguardante la determinazione dell’onere di ricongiunzione dei periodi da valutare con il sistema contributivo nei casi di rapporto di lavoro part-time.

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INPS – Messaggio 24 marzo 2014, n. 3515

 .

A seguito al Msg. n.018493 del 14/11/2013 con il quale sono state fornite le prime istruzioni per la determinazione dell’onere di ricongiunzione dovuto in corrispondenza di periodi che verranno valutati nella quota di pensione calcolata secondo il sistema contributivo, sono pervenute da parte delle Strutture Periferiche richieste di chiarimenti su come debba essere calcolato il suddetto onere nelle ipotesi in cui i periodi oggetto di ricongiunzione si riferiscano a rapporti di lavoro part time.

Si precisa quindi che, qualora il periodo da ricongiungere sia immediatamente precedente la data della domanda di ricongiunzione e si riferisca ad un periodo di lavoro part-time, valorizzato con settimane utili per il diritto e settimane utili per la misura delle prestazioni pensionistiche, la retribuzione annua (cioè l’importo delle ultime 52 settimane assoggettate a contribuzione obbligatoria e ricondotta al valore medio settimanale), dovrà essere determinata facendo riferimento alle settimane utili per la misura della pensione.

La base di calcolo dell’onere percentuale andrà quindi individuata considerando la retribuzione delle 52 settimane utili alla misura della pensione, antecedenti la data della domanda, anche se relative a periodi contributivi provenienti da altro ordinamento pensionistico.

Per effettuare il calcolo dell’onere è perciò necessario applicare la seguente formula:

RMS x aliquota IVS x n. settimane ricongiunte

RMS = Retribuzione ultime 52 sett. utili per la misura della pensione

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52

Aliquota IVS = aliquota contributiva IVS in vigore alla data di presentazione della domanda nella gestione in cui viene richiesta la ricongiunzione

N. sett. Ricongiunte: dovrà essere utilizzato il n. delle settimane utili alla misura della pensione, che si intendono ricongiungere.

Dall’importo ottenuto deve essere detratto l’importo dei contributi comunicati dall’ordinamento pensionistico che trasferisce la contribuzione.

Alla somma residua deve essere poi applicata la riduzione del 50% (tranne nelle ipotesi disciplinate dalla legge n.45/1990 che non prevede la riduzione dell’onere al 50 per cento).

I periodi ricongiunti devono essere accreditati ed utilizzati mantenendo la stessa retribuzione e le medesime caratteristiche dell’ordinamento di provenienza, garantendo agli interessati una valutazione dei medesimi periodi ai fini pensionistici rispondente a quella che si sarebbe determinata presso la gestione previdenziale di origine.

Per quanto qui non indicato, si richiamano integralmente le istruzioni contenute nel citato messaggio n. 18493/2013.

 

 

 

 

 

RIDUZIONE PREMIO INAIL 2014 PER AZIENDE SICURE

26/03/2014

È del 14,17% lo sconto applicabile dalle aziende ai premi Inail nel 2014. La riduzione si applica a tutte le tipologie di premi, di ogni gestione, e si cumula con altri eventuali incentivi spettanti ad altro titolo. Lo stabilisce la determina del presidente Inail n. 67/2014, in attesa di adozione per decreto interministeriale (lavoro ed economia), che dà attuazione alla misura della legge di Stabilità 2014 (legge n. 147/2013) che farà risparmiare alle imprese 1 miliardo di euro.
Sconto unico. La riduzione si applica in sede di autoliquidazione e per l’attuazione è stato prorogato al 16 maggio il termine di quella 2013/2014. L’Inail ha fissato un’unica misura di sconto applicabile a tutte le tipologie di premio e per tutte le gestioni, rapportando le risorse disponibili all’ammontare di gettito dei premi per l’anno di riferimento. Per l’anno 2014, per il quale è disponibile 1 miliardo di euro, lo sconto è risultato pari al 14,17%. Nei prossimi anni l’Inail effettuerà nuove determinazioni avendo a disposizione 1,1 mld di euro per il 2015 e 1,2 mld di euro per il 2016.

CIRCOLARE DIPARTIMENTO F.P. RELATIVA ASSENZE PUBBLICI DIPENDENTI PER ACCERTAMENTI DIAGNOSTICI

26/03/2014

 

Con la sottostante circolare n. 2/2014 la Funzione Pubblica interpreta il comma 5 ter delll art. 55-septies del d.lgs. 165/2001, così come modificato dal d.l. 101/2013.  ,secondo cui :

“Nel caso in cui l’assenza per malattia abbia luogo per l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici il permesso è giustificato mediante la presentazione di attestazione, anche in ordine all’orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmessa da questi ultimi mediante posta elettronica.

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DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

 

Alle amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001

 

CIRCOLARE N. 2/2014

 

 

OGGETTO: decreto legge n. 101 del 31 agosto 2013, convertito in legge n. 125 del 30 ottobre 2013 – “Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni” – art. 4 comma 16 bis – assenze per visite, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici.

 

Con legge n. 125 del 30 ottobre 2013, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 255 del 30 ottobre 2013, è stato convertito in legge con modifiche il decreto legge n. 101 del 31 agosto 2013, recante “Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni“.

La legge di conversione, modificando il citato decreto-legge, introduce una disposizione in materia di assenze per malattia dei pubblici dipendenti al fine di contrastare il fenomeno dell’assenteismo nelle amministrazioni. In particolare, l’art. 4, comma 16 bis, del decreto, in vigore dal 31 ottobre 2013, ha novellato il comma 5 ter dell’art. 55 septies del d.lgs. n. 165 del 30 marzo 2001, sulle assenze per visite, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, mentre resta invariato il regime della giustificazione dell’assenza di cui al comma 1 del medesimo articolo.

Al fine di assicurare l’interpretazione omogenea della norma, considerato altresì che alcune amministrazioni hanno chiesto chiarimenti circa la sua portata, si ritiene necessario fornire i seguenti indirizzi applicativi.

Il citato art. 55 septies, comma 5 ter, del d.lgs. 165 del 2001, come novellato, prevede che “Nel caso in cui l’assenza per malattia abbia luogo per l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici il permesso è giustificato mediante la presentazione di attestazione, anche in ordine all’orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmesse da questi ultimi mediante posta elettronica.”.

 

A seguito dell’entrata in vigore della novella, per l’effettuazione di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici il dipendente deve fruire dei permessi per documentati motivi personali, secondo la disciplina dei CCNL, o di istituti contrattuali similari o alternativi (come i permessi brevi o la banca delle ore).     La giustificazione dell’assenza, ove ciò sia richiesto per la fruizione dell’istituto (es.: permessi per documentati motivi personali), avviene mediante attestazione redatta dal medico o dal personale amministrativo della struttura pubblica o privata che ha erogato la prestazione (attestazione di presenza).

L’attestazione di presenza è consegnata al dipendente per il successivo inoltro all’amministrazione di appartenenza oppure trasmessa direttamente a quest’ultima per via telematica a cura del medico o della struttura. Nel caso di trasmissione telematica, la mail dovrà contenere il file scansionato in formato PDF dell’attestazione.

Dall’attestazione debbono risultare la qualifica e la sottoscrizione del soggetto che la redige, l’indicazione del medico e/o della struttura presso cui si è svolta la visita o la prestazione, il giorno, l’orario di entrata e di uscita del dipendente dalla struttura sanitaria erogante la prestazione. Al riguardo, va chiarito che l’attestazione di presenza non è una certificazione di malattia e, pertanto, essa non deve recare l’indicazione della diagnosi. Inoltre, al fine di evitare la comunicazione impropria di dati personali, l’attestazione non deve indicare il tipo di prestazione somministrata.

Per il caso di concomitanza tra l’espletamento di visite specialistiche, l’effettuazione di terapie od esami diagnostici e la situazione di incapacità lavorativa, trovano applicazione le ordinarie regole sulla giustificazione dell’assenza per malattia; in questa ipotesi, il medico (individuato in base a quanto previsto dall’art. 55 septies, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001 e dalla circolare n. 7 del 2008, par.1) redige la relativa attestazione di malattia che viene comunicata all’amministrazione secondo le consuete modalità (circolari nn. 1 e 2 DFP/DDI/ del 2010) e, in caso di controllo medico legale, l’assenza dal domicilio dovrà essere giustificata mediante la produzione all’amministrazione, da parte del dipendente, dell’attestazione di presenza presso la struttura sanitaria (salva l’avvenuta trasmissione telematica ad opera del medico o della struttura stessa). Come di regola, il ricorso all’istituto dell’assenza per malattia comporta la conseguente applicazione della disciplina legale e contrattuale in ordine al trattamento giuridico ed economico.

Nel caso di dipendenti che, a causa delle patologie sofferte, debbono sottoporsi periodicamente, anche per lunghi periodi, a terapie comportanti incapacità al lavoro, a fini di semplificazione si ritiene che possa essere sufficiente anche un’unica certificazione (che, per queste ipotesi, potrà essere cartacea) del medico curante che attesti la necessità di trattamenti sanitari ricorrenti comportanti incapacità lavorativa, secondo cicli o un calendario stabilito dal medico. Gli interessati dovranno produrre tale certificazione all’amministrazione prima dell’inizio della terapia, fornendo il calendario previsto. A tale certificazione dovranno poi far seguito le singole attestazioni di presenza – redatte e trasmesse come sopra indicato – dalle quali risulti l’effettuazione delle terapie nelle singole giornate. In questi casi l’attestazione di presenza dovrà contenere anche l’indicazione che la prestazione è somministrata nell’ambito del ciclo o calendario di terapia prescritto dal medico curante.

Si rammenta infine che l’attestazione di presenza può anche essere documentata mediante dichiarazione sostitutiva di atto notorio (per un modello di dichiarazione si veda l’allegato) redatta ai sensi del combinato disposto degli artt. 47 e 38 del d.P.R. n. 445 del 2000.

Rimane fermo in tal caso che le amministrazioni dovranno richiedere dichiarazioni dettagliate e circostanziate; le stesse dovranno inoltre attivare i necessari controlli sul loro contenuto ai sensi dell’art. 71 del citato decreto, provvedendo alla segnalazione all’autorità giudiziaria penale e procedendo per l’accertamento della responsabilità disciplinare nel caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 d.P.R. n. 445 del 2000).

 

IL MINISTRO PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LA SEMPLIFICAZIONE

 

SENTENZA CASSAZIONE CIRCA MANCATA COGNIZIONE LICENZIAMENTO

25/03/2014

La questione di cui al titolo risulta definita dalla Corte di Cassazione con la sentenza sotto riportata .

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 24 marzo 2014, n. 6845

Lavoro – Licenziamento – Recesso in forma scritta – Presunzione di conoscenza – Secondo licenziamento autonomo rispetto al primo

1. Con sentenza del 18.5.2011, la Corte d’appello di Messina rigettava l’appello avverso la decisione del tribunale della stessa sede che aveva accolto la domanda di P.O. volta alla declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli in data 16.2.1999 dal suo datore di lavoro G. srl, con applicazione della tutela reale, ed alla condanna al risarcimento del danno.

2. Rileva la sentenza che l’impugnazione del licenziamento, effettuata in data 6.5.1999, doveva ritenersi tempestiva, in quanto -dalla corrispondenza intercorsa tra le parti successivamente alla lettera di recesso poteva desumersi che il lavoratore non aveva avuto cognizione di tale recesso, con conseguente inoperatività della presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 cod. civ.; ritiene la sentenza inoltre l’inefficacia del recesso per inosservanza delle disposizioni di cui all’art. 2 L. 108/1990 sulla forma scritta del recesso.

3. Avverso tale sentenza propone ricorso il datore di lavoro con unico motivo. Gli eredi del lavoratore resistono con controricorso e propongono ricorso incidentale condizionato, per tre motivi.

4. I ricorsi, principale ed incidentale, devono essere riuniti in quanto proposti contro la medesima sentenza.

5. Il datore di lavoro impugna la sentenza con unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ con il quale si deduce la violazione degli artt. 1335 cod. civ., 115 cod. proc. civ. e 6 L. 604/1966, nonché l’omessa insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza. Si rileva, in particolare, che il recesso è stato ritualmente comunicato al lavoratore con lettera raccomandata con avviso di ricevimento, regolarmente amata dalla moglie convivente del lavoratore, e che il lavoratore non ha impugnato il recesso nel termine di sessanta giorni.

6. Il motivo è fondato. Dagli atti risulta che il licenziamento del 16.2.99 è stato inviato all’indirizzo del lavoratore con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, regolarmente ritirata dalla moglie convivente del lavoratore il 24.2.99. Tanto basta a far scattare la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 cod. civ., presunzione che ammette solo prova contraria a contenuto vincolato, costituita dalla prova dell’impossibilità incolpevole di avere notizia dell’atto recettizio: non basta quindi la prova della mancata conoscenza, occorrendo quella ben diversa della impossibilità di averne notizia e della non ascrivibilità di tale situazione a colpevolezza del lavoratore. Nel caso, una simile prova contraria non è stata data, sicché l’atto di recesso si deve ritenere giunto a conoscenza del destinatario.

7. Problema diverso è quello del contenuto della lettera ricevuta dal lavoratore, essendo stato dal lavoratore sostenuto, a quanto consta soltanto in appello, di aver ricevuto una busta senza contenuto. In proposito, può ricordarsi (con Sez. L, Sentenza n. 12078 del 18/08/2003) che, nel caso in cui l’atto di costituzione in mora venga spedito in plico chiuso, spetta al destinatario l’onere di provare che tale plico è stato consegnato vuoto (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., aveva ritenuto che la lettera raccomandata era stata effettivamente ricevuta dal destinatario e che la stessa contenesse anche l’atto interruttivo della prescrizione, sulla base del rilievo che la raccomandata risultava ritirata dal destinatario e che questi non aveva mai contestato la mancanza dell’atto). Nel medesimo senso, si è osservato (Sez. L, Sentenza n. 4878 del 23/04/1992) che, poiché gli atti ricettizi in forma scritta, come la dichiarazione di licenziamento ex art. 2 legge 15 luglio 1966, n, 604, si considerano conosciuti dal destinatario, a norma dell’art. 1335 cod. civ., il termine perentorio fissato per l’impugnazione del licenziamento, ai sensi dell’art. 6 legge citata, decorre dal momento in cui la dichiarazione di licenziamento e pervenuta all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione, da parte del medesimo, che egli, senza sua colpa, fosse impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento (Nella specie la sentenza impugnata aveva disatteso, in mancanza di tale prova, l’assunto del lavoratore secondo cui presso la casa circondariale dove si trovava detenuto gli era stata recapita solo una busta vuota; la S.C., confermando tale decisione, ha rilevato che la prova della circostanza dedotta poteva essere agevolmente fornita in relazione alla disciplina di cui al d.P.R. n. 4319 del 1976, che, consentendo ai detenuti di ricevere corrispondenza epistolare e telegrafica, prevede anche la ispezione della corrispondenza in busta chiusa).

8. Con riferimento al caso di specie, a parte ogni considerazione sull’inverosimiglianza della circostanza relativa alla consegna di busta vuota, della quale non si fa cenno alcuno nella fitta corrispondenza extragiudiziale tra le parti successiva, va rilevato che la deduzione del ricorrente, formulata per la prima volta nella prima difesa utile successiva alla memoria di costituzione del datore di lavoro, è rimasta priva di riscontri probatori, non essendo stata ammessa sul punto la prova dal giudice di primo grado in ragione della sua tardività, con statuizione non appellata dal lavoratore.

9. Per quanto detto, il recesso è stato intimato ritualmente al lavoratore.

10. Il problema -sollevato dal ricorrente principale – della decadenza del lavoratore dall’impugnazione del licenziamento va esaminato unitamente al primo motivo di ricorso incidentale condizionato, con il quale gli eredi del lavoratore impugnano ai sensi dell’art. 360 n. 5 la sentenza della corte territoriale, deducendone la omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, con riferimento alla ritenuta inidoneità della lettera del 24.4.99 quale atto di impugnazione del licenziamento.

11. Va in proposito affermato che il licenziamento non è stato impugnato tempestivamente dal lavoratore, sicché, unitamente al rigetto del primo motivo del ricorso incidentale condizionato, la domanda del lavoratore va dichiarata inammissibile.

12. I ricorrenti incidentali richiamano in proposito solo la lettera del 20.4.99, ritenendo che la stessa costituisca valida impugnazione del recesso. In proposito, deve rilevarsi, come correttamente ritenuto già dalla corte territoriale che ha congruamente motivato sul punto, che non vi è in tale lettera alcun riferimento al recesso del 24.2.99, in quanto nella lettera, pur offrendo le proprie prestazioni, il lavoratore richiama solo un pregresso recesso dell’anno precedente.

13. Solo il 9.5.99, quindi oltre il termine di 60 giorni -previsto dalla legge a pena di decadenza- dal ricevimento della raccomandata del 24.2.99 risulta un’impugnazione specifica del recesso del 24.2.99 da parte del lavoratore.

14. Quanto al termine di decadenza, l’obiettivo spirare dello stesso rende irrilevante verificare le ragioni dell’inerzia del lavoratore e la verosimiglianza dell’assunto secondo cui esse riposano sull’erronea convinzione che il termine decorresse dalla cessazione effettiva del rapporto piuttosto che dalla comunicazione del recesso. In ogni caso, infatti, in ordine al decorso del termine in costanza di rapporto a seguito di preavviso di licenziamento, deve ricordarsi l’insegnamento di questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 7049 del 22/03/2007 e Sez. L, Sentenza n. 6751 del 26/07/1996) secondo il quale il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza ilei lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo, con la conseguenza che il termine di decadenza di sessanta giorni, ai sensi dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966, decorre dalla comunicazione del licenziamento e non già dalla data di effettiva cessazione del rapporto e che, correlativamente, la pendenza del rapporto al momento dell’impugnazione – la quale non esclude il futuro verificarsi dell’effetto estintivo – non preclude alla parte impugnante di domandare la reintegrazione nel posto di lavoro, ove ricorra una situazione di tutela c.d. “reale”, né al giudice di emettere una pronuncia in tal senso. Tale principio, per identità di ratio, può essere applicato anche all’ipotesi di differimento ex lege dell’efficacia del recesso, derivante dalla situazione di malattia del lavoratore, salvi ovviamente i profili attinenti alla derivante eseguibilità della reintegra e delle correlate pronunzie di contenuto patrimoniale. Si è anche ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 9934 del 11/10/1997) che, nel caso di licenziamento intimato a lavoratore in malattia, la decorrenza del termine decadenziale d’impugnazione previsto dall’art. 6 della legge n. 604 del 1966 non può essere differita alla cessazione della malattia neppure se questa sia tale da determinare una situazione d’incapacità psichica, attesa, ai sensi dell’art. 2954 cod. civ., l’inapplicabilità ai termini di decadenza (che operano con riguardo al fatto obbiettivo del decorso del tempo) delle norme in tema di prescrizione e, in particolare, di quelle (come l’art. 2941 n. 1 cod. civ. in tema di sospensione della prescrizione per le condizioni del titolare) che ne indicano, con carattere di tassatività, le cause di sospensione.

15. Per quanto detto, il primo motivo del ricorso incidentale deve essere rigettato, mentre va accolto il morivo del ricorso principale anche in riferimento alla questione di inammissibilità per intervenuta decadenza della impugnativa di licenziamento.

16. Con il secondo motivo del ricorso incidentale si deduce -in relazione all’art. 360 n. 3 cod.proc. civ.- violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., per aver la sentenza impugnata omesso di esaminare l’illegittimità del licenziamento per violazione delle garanzie procedurali dell’art. 7 stat. lav.. La questione rimane assorbita dalla declaratoria di inammissibilità dell’impugnativa del recesso.

17. Con il terzo motivo, i ricorrenti incidentali deducono la violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. per aver omesso di esaminare ritenendola assorbita- la questione della nullità del recesso, in quanto intimato nei confronti dei lavoratore reintegrato per effetto di precedente sentenza.

18. Il motivo è infondato. Nonostante la diversa soluzione astrattamente prospettabile con riferimento al caso – nella specie non ricorrente- del licenziamento illegittimo, efficace -anche con portata preclusiva di un nuovo recesso- per il solo tempo che precede il suo giudiziale annullamento (cfr. Sez. L, Sentenza n. 459 del 11/01/2011; Sez. L, 05/04/2001, n. 5092), la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che l’intimazione del licenziamento non preclude al datore di lavoro di irrogare altro recesso sulla base di ragioni diverse da quelle poste a fondamento del primo, non operando un principio di consumazione del potere unilaterale di recesso, fermo restando che il secondo licenziamento potrà avere rilevanza solo nel caso di inefficacia del primo.

19. Si è infatti affermato che, in tema di licenziamento in regime di tutela reale, ove il datore di lavoro abbia intimato al lavoratore un licenziamento individuale, è ammissibile una successiva comunicazione di recesso dal rapporto da parte del datore medesimo, purché il nuovo licenziamento si fondi su una ragione o motivo diverso e sopravvenuto (nel senso di non noto in precedenza al datore di lavoro) e la sua efficacia resti condizionata all’eventuale declaratoria di illegittimità del primo (Sez. L, Sentenza n. 106 del 04/01/2013). Nello stesso senso, anche Sez. L, Sentenza n. 1244 del 20/01/2011, secondo la quale il datore di lavoro, qualora abbia già intimato al lavoratore il licenziamento per una determinata causa o motivo, può legittimamente intimargli un secondo licenziamento, fondato su una diversa causa o motivo, restando quest’ultimo del tutto autonomo e distinto rispetto al primo; ne consegue che entrambi gli atti di recesso sono in sé astrattamente idonei a raggiungere lo scopo della risoluzione del rapporto, dovendosi ritenere il secondo licenziamento produttivo di effetti solo nel caso in cui venga riconosciuto invalido o inefficace il precedente (in linea con tale insegnamento anche Sez. L, 06/03/2008, n. 6055, e Sez. L, 14/09/2009, n. 19770).

20. Nel caso, il recesso del 16.2.99 è stato irrogato con riferimento all’assenza dal lavoro del 6.2.99, ritenuta arbitraria dal datore di lavoro, e quindi con riferimento a fatti diversi dal precedente recesso datoriale, ed è intervenuto solo dopo che tale pregresso licenziamento era stato già invalidato dal giudice a seguito di ricorso del lavoratore. Si tratta quindi di atto avente una specifica funzione economica e dunque efficace (ancorché in ipotesi annullabile), non precluso come tale, secondo quanto detto, al datore ili lavoro.

21. La sentenza impugnata deve essere cassata in accoglimento del primo motivo del ricorso principale. Non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa può essere decisa nel merito con declaratoria di inammissibilità dell’impugnativa del licenziamento in ragione dell’intervenuta decadenza.

22. Le spese e competenze di lite devono compensarsi integralmente tra le parti in considerazione della posizione giuridica ed economica delle stesse e dell’oggetto della controversia.

P.Q.M.

Rigetta il primo e terzo motivo del ricorso incidentale e dichiara assorbito il secondo motivo; accoglie il ricorso principale, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara inammissibile la domanda del lavoratore; spese dell’intero processo compensate.