Archive for Maggio 2013

NUOVE ISTRUZIONI INPS LIQUIDAZIONE INDENNITA’ CO. CO. CO . CESSATI NEL 2012

28/05/2013

 INPS – Messaggio 22 maggio 2013, n. 8355

Liquidazione indennità ai collaboratori coordinati e continuativi – procedura pagamenti vari. Chiarimenti.

Aspetti normativi

A seguito della pubblicazione della circolare INPS 14 marzo 2013, n. 38 (avente ad oggetto l’indennità ai collaboratori coordinati e continuativi a progetto come riformata dalla legge 28 giugno 2012, n. 92) e nelle more della implementazione della procedura informatizzata per l’istruttoria e la liquidazione delle domande, si forniscono le seguenti indicazioni amministrative e procedurali per l’effettuazione dei pagamenti.

E’ opportuno premettere che tali istruzioni riguardano tutte le domande, anche già pervenute, il cui anno di riferimento è il 2013, secondo le indicazioni e definizioni fornite con la predetta circolare n.38.

Per procedere alla liquidazione della prestazione in oggetto, occorre preliminarmente istruire la domanda e verificare la presenza dei requisiti previsti dall’art. 2, comma 51, della legge n. 92 del 2012 che, si rammenta, devono essere soddisfatti “in via congiunta”.

E’ necessario quindi che il lavoratore:

– abbia operato in regime di monocommittenza nell’anno precedente (2012);

– abbia conseguito un reddito lordo complessivo soggetto a imposizione fiscale non superiore al limite di 20.000 euro nell’anno precedente (2012);

– abbia accreditata almeno una mensilità presso la Gestione separata nell’anno di riferimento (2013);

– abbia dichiarato l’assenza di contratto di lavoro per un periodo ininterrotto di almeno due mesi nell’anno 2012;

– abbia almeno tre mensilità accreditate presso la Gestione separata nell’anno precedente (2012).

Laddove a seguito dell’istruttoria risulti che il lavoratore non possieda i requisiti di accesso alla prestazione, sarà cura dell’operatore di Sede predisporre la lettera di reiezione secondo le consuete modalità, finché la procedura non renderà automatica la generazione della predetta lettera.

Istruzioni procedurali

1. Presentazione della domanda

La presentazione delle domande, oltre che con le consuete modalità, può essere effettuata in via telematica tramite WEB per utenti in possesso di PIN dispositivo (circolare INPS 5 marzo 2011 n. 50)- Mod. CoCoPro 2013 COD. SR135.

La procedura di invio telematico attivata da parte di utenti in possesso di PIN non dispositivo segnalerà, in fase di conferma dell’acquisizione, la necessità di richiedere l’attivazione di un PIN dispositivo affinché la trattazione dell’istanza inviata possa essere completata.

Il servizio è disponibile tra i servizi On Line dedicati al Cittadino; in particolare, una volta effettuato l’accesso, il cittadino dovrà selezionare le voci “Invio Domande di prestazioni a Sostegno del reddito” – “Indennità Una Tantum Co.Co.Pro.”.

All’interno del servizio, sono disponibili le seguenti funzionalità:

– Informazioni: Pagina riportante l’informativa sulle domande (Cosa è, A chi spetta, Cosa spetta, etc.. e Chi può effettuare la domanda on-line).

– Acquisizione domanda: Funzione di Acquisizione dei dati della domanda.

– Consultazione domande: Funzione di visualizzazione delle domande inoltrate all’Istituto mediante diversi canali.

L’attività di compilazione della domanda è facilitata mediante l’impostazione automatica di alcune informazioni già note all’Istituto, quali, ad esempio, i dati anagrafici. Altri dati devono essere, invece, inseriti direttamente dal cittadino richiedente al fine di fornire tutti gli elementi necessari per poter procedere alla definizione della domanda da parte della Sede.

L’iter di compilazione delle domande è descritto in modo dettagliato nei manuali accessibili dalla Home Page del servizio.

Una volta completata e confermata l’acquisizione, la domanda viene protocollata e il sistema produce in modo automatico la ricevuta di presentazione della stessa, contenente le informazioni inserite nel modulo della domanda. Tale documento è scaricabile e stampabile dal richiedente.

Si precisa che il richiedente ha la possibilità di acquisire la domanda in modo parziale, in tempi diversi, e di inviarla all’INPS solo al momento della conferma finale; fino a detta conferma, difatti, la domanda è considerata ‘in bozzà. Si fa presente che ogni bozza sarà mantenuta dal sistema per 3 giorni.

2. Domande respinte o giacenti

Dal monitoraggio è emerso che, in attesa delle disposizioni di cui alla circolare n. 38 del 2013 sopracitata, sono pervenute delle domande di prestazione per l’anno di riferimento 2013, anche attraverso l’utilizzo di una modulistica non conforme. In tali casi, le Sedi interessate dovranno procedere a riesaminare le predette domande secondo le indicazioni fornite nel presente messaggio e a liquidare la prestazione in presenza dei nuovi requisiti di legge.

3. Calcolo della prestazione

Per gli anni 2013, 2014 e 2015, l’importo della prestazione è pari al 7% del minimale annuo di reddito di cui all’art. 1, comma 3, legge 2 agosto 1990, n. 233, moltiplicato per il minor numero tra le mensilità accreditate l’anno precedente e quelle non coperte da contribuzione.

Per il 2013 il minimale annuo di reddito di cui all’art. 1, comma 3, legge 2 agosto 1990, n. 233, secondo quanto comunicato con la circolare INPS 12 febbraio 2013, n. 27, è pari ad euro 15.357,00.

A mero titolo esemplificativo l’importo da corrispondere, nel caso di 8 mensilità accreditate l’anno precedente e 4 non coperte da contribuzione, sarà pari ad euro 4.299,96 da liquidare con 4 rate da 1.000,00 euro ed una da 299,96.

4. Regime fiscale della prestazione

L’indennità in oggetto, è soggetta a tassazione corrente, ai sensi dell’ art. 11 del DPR n. 917/1986 (TUIR).

5. Istruttoria e pagamento

In attesa del rilascio della procedura di gestione, la Sede che riceve la domanda effettuerà l’istruttoria manualmente verificando la sussistenza dei requisiti.

Una volta completata l’istruttoria e accertata la presenza dei requisiti, la liquidazione della prestazione dovrà essere effettuata mediante la procedura “Pagamenti vari” eseguendo le seguenti operazioni:

– creare una collezione di pagamenti denominata “CO.CO.PRO.xx” ( dove xx = 00 per la sede e 01, 02, ……. per le agenzie) che sarà automaticamente inizializzata con i seguenti elementi:

– causale: “IND. COCOPRO 2013″

– integrare il campo della causale con il rateo che si sta pagando (per esempio: rata 1 di 3, rata 2 di 3 e rata 3 di 3)

– campi “nomi/conti” impostati con le sigle:

– GAU30168, GPA27009, TR.SIND, INDENAC, IRPEFAC

– accedere ai pannelli di acquisizione del pagamento (Opz 5/1) per acquisire o prelevare i dati anagrafici (cognome, nome e data di nascita).

I dati prelevati precompilano il pannello del pagamento anche con i dati dell’indirizzo che può essere modificato dall’operatore;

– acquisire l’importo dell’indennità erogata, che non può essere maggiore di 1000,00 euro, nel campo “Importo”;

– indicare nel campo “Pagamento” la modalità di pagamento scelta;

– inserire nella sezione “nomi/conti”:

–  nei campi GAU30168 e INDENAC l’importo dell’indennità lorda;

– nei campi GPA27009 e IRPEFAC l’importo della trattenuta fiscale;

– nel campo TR.SIND l’importo dell’eventuale trattenuta sindacale.

– Eseguire la quadratura della collezione (Opz. 5/2) e la successiva elaborazione per produrre il file telematico e l’IP6bis da trasmettere all’ufficio ragioneria di sede.

Al fine di un corretta esecuzione del monitoraggio previsto dalla legge 28 giugno 2012, n. 92, si raccomanda il rispetto delle suddette istruzioni e delle definizioni indicate.

In relazione all’importo da liquidare, la disposizione di cui all’articolo 2 comma 53 della legge n. 92 del 2012 prevede che la prestazione sia liquidata in un’unica soluzione se pari o inferiore a 1.000,00 euro ovvero in importi mensili pari o inferiori a 1.000,00 euro se l’importo della prestazione è superiore a 1.000,00 euro. Al fine di evitare il superamento del 120° giorno dalla presentazione della domanda – che determina il riconoscimento degli interessi legali (messaggio n. 1418 del 17 gennaio 2008) – è data facoltà ai Direttori di Sede di autorizzare, per le istanze ad oggi giacenti, i pagamenti delle mensilità arretrate con cadenze anche più ravvicinate rispetto alla mensilizzazione normativamente prevista, ma non in unica soluzione.

Istruzioni contabili

Si rimanda alle istruzioni già fornite con la circolare n. 38/2013.

Riferimenti

Per eventuali problemi di carattere tecnico si segnalano i seguenti referenti:

– Lari G. (DR Emilia Romagna – 051256359)

– Checcherini C. (DCSIT – 0659057247)

Per quesiti di carattere normativo-amministrativo:

– De Simoni S. (DCPSR – 0659055262)

– Ruzzi A. (DCPSR – 0659054883)

– Tomasello G. (DCPSR – 0659055414)

Per quesiti di carattere contabile e fiscale:

– Liquori S. (DCBSF – 0659057461)

– Cacciamani R. (DCBSF – 0659057815)

ISTITUITI CODICI TRIBUTI VERSAMENTO TARES

28/05/2013

Con la sottostante Risoluzione  27 maggio 2013, n. 37/E , l’Agenzia delle Entrate rende nota l’istituzione dei    codici per il  versamento  mediante F24 , del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, della tariffa e della maggiorazione – articolo 14 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 e successive modificazioni .

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L’articolo 14 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 e successive modificazioni, prevede, al comma 1, che “A decorrere dal 1° gennaio 2013 è istituito in tutti i comuni del territorio nazionale il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, a copertura dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento, svolto in regime di privativa pubblica ai sensi della vigente normativa ambientale, e dei costi relativi ai servizi indivisibili dei comuni”.

Il successivo comma 29 stabilisce che “I comuni che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico possono, con regolamento, prevedere l’applicazione di una tariffa avente natura corrispettiva, in luogo del tributo”.

Il comma 35 del medesimo articolo dispone che “(…). Il versamento del tributo, della tariffa di cui al comma 29 nonché della maggiorazione di cui al comma 13 è effettuato, in deroga all’articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, secondo le disposizioni di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, nonché, tramite apposito bollettino di conto corrente postale (…).

Per consentire il versamento, tramite modello F24, del tributo (TARES), della tariffa di cui al comma 29 nonché della maggiorazione di cui al comma 13 dell’articolo 14 del decretolegge 6 dicembre 2011, n. 201, si istituiscono i seguenti codici tributo:

– “3944” denominato “TARES – tributo comunale sui rifiuti e sui servizi – art. 14, d.l. n. 201/2011 e succ. modif.”

– “3950” denominato “TARIFFA – art. 14, c. 29, d.l. n. 201/2011 e succ. modif.”

– “3955” denominato “MAGGIORAZIONE – art. 14, c. 13, d.l. n. 201/2011 e succ. modif.”

Tali codici possono essere utilizzati anche per il versamento dei tributi dovuti a seguito dell’attività di controllo.

Per consentire ai contribuenti di effettuare il versamento delle sanzioni e degli interessi dovuti a seguito dell’attività di controllo, si istituiscono inoltre i seguenti codici tributo:

– “3945” denominato “TARES – tributo comunale sui rifiuti e sui servizi – art. 14, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – INTERESSI”

– “3946” denominato “TARES – tributo comunale sui rifiuti e sui servizi — art. 14, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – SANZIONI”

– “3951” denominato “TARIFFA – art. 14, c. 29, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – INTERESSI”

– “3952” denominato “TARIFFA – art. 14, c. 29, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – SANZIONI”

– “3956” denominato “MAGGIORAZIONE – art. 14, c. 13, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – INTERESSI”

· “3957” denominato “MAGGIORAZIONE – art. 14, c. 13, d.l. n. 201/2011 e succ. modif. – SANZIONI”

In sede di compilazione del modello F24 i suddetti codici tributo sono esposti nella “SEZIONE IMU E ALTRI TRIBUTI LOCALI” in corrispondenza delle somme indicate esclusivamente nella colonna “importi a debito versati”.

In particolare:

– nello spazio “codice ente/codice comune”, indicare il codice catastale del Comune nel cui territorio sono situati gli immobili, reperibile nella tabella pubblicata sul sito internet http://www.agenziaentrate.gov.it;

– nello spazio “Ravv.”, barrare se il pagamento si riferisce al ravvedimento;

– nello spazio “numero immobili”, indicare il numero degli immobili (massimo 3 cifre);

– nello spazio “rateazione/mese rif”, indicare il numero della rata nel formato “NNRR” dove “NN” rappresenta il numero della rata in pagamento e “RR” indica il numero complessivo delle rate. Si precisa che, in caso di pagamento in un’unica soluzione, il suddetto campo è valorizzato con “0101”;

– nello spazio “anno di riferimento”, indicare l’anno d’imposta cui si riferisce il pagamento. Nel caso in cui sia barrato lo spazio “Ravv.” indicare l’anno in cui l’imposta avrebbe dovuto essere versata.

AGGIORNAMENTO 2013 INDENNITA’ LAVORATORI AUTONOMI VOLONTARI SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO

28/05/2013

Si pubblica di seguito il  DECRETO MINISTERIALE 17 maggio 2013 relativo all’aggiornamento per l’anno 2013 dell’indennità spettante ai lavoratori autonomi volontari del soccorso alpino e speleologico

 Art. 1

La retribuzione media mensile spettante ai lavoratori dipendenti del settore industria, per il 2013, è pari a Euro 2.003,60.

Art. 2

Ai fini della liquidazione delle indennità spettanti ai lavoratori autonomi di cui alle premesse, la retribuzione giornaliera va calcolata dividendo la retribuzione mensile prevista dall’art. 1 per 22 oppure per 26, qualora la specifica attività di lavoro autonomo dell’interessato venga svolta rispettivamente in 5 o 6 giorni per settimana.

Il presente decreto è pubblicato sul sito istituzionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali http://www.lavoro.gov.it

SENTENZA CASSAZIONE SU LICENZIAMENTO COLLETTIVO E TARDIVITA’ RECESSO

28/05/2013

Sull’argomento dei cui al titolo ,si riporta la sottostante sentenza della Cassazione 27 maggio 2013, n. 13112,che tratta  di  licenziamento collettivo  , tardività del recesso   ascrivibile al datore – e di impedimento dell’iscrizione alle liste di mobilità  necerssaria per co0nseguire l’indennita’  prevista dall’art.7 della legge n.223/91

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Svolgimento del processo

La sentenza della Corte d’appello di Lecce, della quale L. R. chiede, con due motivi, la cassazione, ha respinto la domanda principale da lui proposta al fine di ottenere la dichiarazione del suo diritto nei confronti dell’INPS e della Regione Puglia all’iscrizione nelle liste di mobilità e a percepire l’indennità di mobilità, a seguito del suo licenziamento del 31 maggio 2002 da parte della datrice di lavoro R. s.r.l., avvenuto nel quadro del licenziamento di tutto il personale della società, ancorché, per il R., oltre il 120° giorno successivo alla conclusione, in data 27 dicembre 2001, della relativa procedura di mobilità, in ragione del suo temporaneo trattenimento in servizio, quale ragioniere contabile, per il disbrigo delle ultime pratiche burocratiche.

La Corte territoriale, pur dando atto dell’incontestata unitarietà logica, cronologica e aziendale tra il licenziamento del ricorrente e la procedura di mobilità per la cessazione dell’attività, ha ritenuto l’infondatezza della domanda del R., per il superamento del suddetto termine di 120 giorni e la mancata previsione, nell’accordo collettivo che aveva concluso la procedura, della protrazione di esso fino alla data del suo licenziamento (condizione che sarebbe necessaria, secondo quanto stabilito dall’art. 8 quarto comma del D.L. n. 148/1993, convertito il L. n. 236/1993, per ottenere il collocamento in mobilità), rilevando che comunque lo stesso lavoratore avrebbe potuto, ai sensi dell’art. 4, primo comma del D.L. n. 148/1993, presentare, nell’inerzia del datore di lavoro, tempestiva domanda di mobilità, cosa che egli aveva fatto solo tardivamente rispetto al termine di sessanta giorni ivi stabilito.

L’INPS ha depositato una procura speciale in calce al ricorso notificato. Né la Regione né il fallimento [nel frattempo intervenuto, del] calzaturificio R. s.r.l., originariamente destinatario di una domanda subordinata di risarcimento danni (in ordine alla quale la Corte aveva dichiarato, con sentenza parziale, la propria incompetenza funzionale),si sono costituiti in questa sede.

Il ricorrente ha depositato una memoria a norma dell’art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

1 – Col primo motivo di ricorso, L. R. denuncia la violazione del primo comma dell’art. 24 della L. n. 223 del 1991, come interpretato dall’art. 8, quarto comma del D.L. n. 148/1993, convertito in L. n. 236/1993 nonché il vizio di motivazione della sentenza impugnata.

In proposito, il ricorrente sostiene che l’interpretazione letterale della norma indicata, così come effettuata dalla Corte territoriale, tradirebbe la ratio sostanziale della stessa, alla stregua della quale andrebbe riconosciuto al ricorrente il diritto azionato, essendo pacifico che egli era stato dipendente della società dal febbraio 2000 al 31 maggio 2002 (nonostante la sua regolarizzazione fosse avvenuta solo tardivamente), che era in possesso dei requisiti di legge per ottenere l’indennità di mobilità (essendo stato, per di più, contraddittoriamente, iscritto, ancorché con ritardo, nelle relative liste, ma senza ottenere il trattamento economico relativo), che il licenziamento in data diversa da quella degli altri dipendenti era dipeso dal necessario disbrigo delle ultime pratiche e che il ritardo della datrice di lavoro nel segnalare la sua situazione traeva origine da irregolarità ad essa imputabili.

2 – Col secondo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 4, primo comma del D.L. n. 148/1993 e il vizio di motivazione, per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto che egli, nella situazione di mancata attivazione da parte della società, avrebbe comunque potuto presentare la domanda di iscrizione nelle liste di mobilità nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione del licenziamento, mentre sarebbe rimasto inattivo fino al 13 settembre 2002, quando, ormai tardivamente, aveva proposto tale domanda di iscrizione.

In proposito, il ricorrente lamenta che la Corte d’appello non avrebbe tenuto in alcun conto la sua deduzione di essere venuto a conoscenza dell’avvenuta regolarizzazione della sua posizione previdenziale solo nel settembre 2002 e di essersi pertanto potuto attivare solo successivamente a tale conoscenza.

3. Il ricorso, i cui due motivi vanno esaminati congiuntamente, è fondato.

L’art. 24 della legge n. 223 del 1991 stabilisce che le disposizioni relative alla mobilità “si applicano alle imprese che occupino più di quindici dipendenti e che, in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro” (ma anche in caso di cessazione dell’attività) “intendano effettuare almeno cinque licenziamenti, nell’arco di centoventi giorni, in ciascuna unità produttiva o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia. Tali disposizioni si applicano per tutti i licenziamenti che, nello stesso arco di tempo e nello stesso ambito, siano comunque riconducibili alla medesima riduzione o trasformazione”.

La disciplina applicabile per la mobilità è poi prevista dall’art. 4 della medesima legge e si articola in una iniziale comunicazione del datore di lavoro alle OO.SS. e all’ufficio del lavoro ivi indicato, in un possibile confronto col sindacato e si conclude con un accordo o con l’inutile decorso del termine per raggiungerlo, cui segue, per quanto qui interessa, la messa in mobilità dei lavoratori, l’iscrizione degli stessi nelle liste di mobilità e l’erogazione dell’indennità di mobilità a coloro che risultano in possesso dei requisiti prescritti.

In tale quadro di riferimento e in considerazione della possibilità che taluni licenziamenti, pur attinenti all’unitario processo di mobilità, debbano essere intimati oltre il termine di 120 giorni stabilito dalla legge, per le necessità della procedura stessa (la decisione di cessare ogni attività o la dismissione di determinati settori operativi può infatti rendere necessario mantenere temporaneamente in servizio alcuni dipendenti per il disbrigo di alcune incombenze destinate a esaurirsi in breve), con possibile danno per i lavoratori trattenuti temporaneamente in servizio, sul piano dell’acquisizione delle provvidenze previste in caso di mobilità, l’art. 8, quarto comma del D.L. n. 148 del 1993, convertito nella legge n. 236 del medesimo anno stabilì che “la disposizione di cui all’art. 24, comma 1, ultimo periodo della legge 23 luglio 1991 n. 223 si interpreta nel senso che la facoltà di collocare in mobilità i lavoratori di cui all’art. 4, comma 9° della medesima legge deve essere esercitata per tutti i lavoratori oggetto della procedura di mobilità entro centoventi giorni dalla conclusione della procedura medesima, salvo diversa indicazione nell’accordo sindacale di cui al medesimo articolo 4, comma 9”.

Un altro profilo di criticità della normativa descritta, individuato dalla dottrina e dalla giurisprudenza di merito, era rappresentato dalla possibilità per il lavoratore di perdere i benefici della mobilità anche a causa di un comportamento omissivo del datore di lavoro, il quale avesse violato le regole relative, omettendo pertanto di richiedere l’iscrizione dei lavoratori licenziati nelle liste di mobilità.

La questione costituì oggetto di un rinvio della legge n. 223/1991 alla Corte costituzionale in occasione di un giudizio in cui il lavoratore lamentava che il datore di lavoro, avendo licenziato oralmente tutti i dipendenti dell’azienda, senza attivare pertanto la procedura di mobilità, aveva compromesso il suo diritto alle provvidenze di cui agli artt. 6 e 7 della legge n. 223.

Al riguardo, la Corte Costituzionale intervenne con la sentenza n. 6 del 21 gennaio 1999, per dissipare, attraverso una interpretazione adeguatrice delle norme di legge censurate, i dubbi di costituzionalità espressi dal giudice remittente, con l’affermare che il lavoratore pregiudicato dal comportamento omissivo del datore di lavoro ha la possibilità di evitare il relativo danno, attivandosi, ai sensi dell’art. 4, primo comma del citato D.L. 20 maggio 1993 n. 148 (disposizione espressiva di un ampliamento della tutela dei lavoratori), col chiedere personalmente, entro sessanta giorni dal licenziamento, l’iscrizione nelle liste di mobilità alla sezione circoscrizionale per l’impiego. Secondo la Corte costituzionale, resterebbe poi a carico dell’ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione l’ulteriore controllo circa l’esistenza degli eventuali presupposti oggettivi e soggettivi necessari per la corresponsione dell’indennità di mobilità.

Nella logica garantista in cui si muove la pronuncia citata della Corte costituzionale, deve ritenersi che questa facoltà del lavoratore licenziato di chiedere l’iscrizione nelle liste di mobilità, estesa a tutti i casi di licenziamento collettivo per i quali è stata attivata o doveva essere attivata la procedura di cui all’art. 4 della legge n. 223 del 1991 (cfr. Cass. 19 agosto 2003 n. 12143), non sia impedita, in caso di licenziamento caduto oltre il 120° giorno successivo alla conclusione della procedura, dalla mancata previsione di tale slittamento, ai sensi dell’art. 8, quarto comma del citato D.L. n. 148 del 1993, nell’accordo collettivo conclusivo, ove ciò sia imputabile a fatto del datore di lavoro.

Le ragioni che sostengono tale interpretazione della disciplina in esame sono infatti le stesse che, nell’occasione ricordata, furono dalla Corte costituzionale addotte nel patrocinare l’interpretazione adeguatrice riferita e sono riassumibili nella ratio propria della disciplina medesima, di impedire che eventuali inadempimenti del datore di lavoro nella materia (addirittura fino all’estremo della mancata attivazione della mobilità) si risolvano, soprattutto nel caso di cessazione dell’attività, a svantaggio dei dipendenti licenziati.

Devesi infine ribadire che questa possibilità attribuita al lavoratore dall’art. 4, primo comma del D.L. n. 148 del 1993 non può ritenersi limitata in maniera assoluta dalla previsione del suo esercizio entro il termine di sessanta giorni dal licenziamento, in ordine al quale questa Corte ha già avuto modo di precisare che trattasi di un termine ordinatorio (cfr., in motivazione, la citata Cass. n. 12143/2003) e pertanto suscettibile di essere prorogato in presenza di adeguate giustificazioni (cfr. Cass. 17 novembre 2010 n. 23227).

Nel caso in esame, è stato accertato in giudizio che la datrice di lavoro del R., la Calzaturificio R. s.r.l., aveva attivato per tutti i dipendenti (n. 110) la procedura di mobilità di cui all’art. 4 della legge n. 223 del 1991, che questa si era conclusa con l’accordo sindacale del 27 dicembre 2001, cui era immediatamente seguita la messa in mobilità dei dipendenti» ad eccezione del ricorrente, licenziato solo in data 31 maggio 2002.

Non è peraltro contestato in giudizio ed è stato accertato inoppugnabilmente dai giudici di merito che anche quest’ultimo licenziamento era riconducibile alla decisione del datore di lavoro di cessare l’attività e che la sua protrazione nel tempo oltre i 120 giorni dalla conclusione della procedura di cui all’art. 4 della legge n. 223 del 1991 fu dovuta alla necessità del disbrigo da parte del R. delle ultime pratiche burocratiche (il ricorrente aveva infatti la qualifica di ragioniere contabile).

Altrettanto pacifica in giudizio è la ragione per cui tale protrazione del licenziamento del R. non figura dell’accordo collettivo conclusivo della procedura, consistente nella mancata tempestiva regolarizzazione della sua posizione lavorativa, solo successivamente, nel giugno 2002, effettuata dall’impresa relativamente al periodo dal febbraio 2000 al 31 maggio 2002 e quindi costituente fatto imputabile a quest’ultima.

Tali inadempienze del datore di lavoro non possono pertanto ridondare a scapito del dipendente, in termini di perdita delle provvidenze previste per il licenziamento in questione, ove ne ricorrano le altre condizioni.

Infine, secondo quanto in precedenza argomentato, non può costituire ostacolo all’accesso al trattamento rivendicato il fatto che il ricorrente abbia proposto domanda di iscrizione alle liste solo nel settembre 2002, oltre il termine di sessanta giorni dal licenziamento, ove tale ritardo venga dallo stesso giustificato dalla ricorrenza di gravi motivi.

In base alle considerazioni svolte e nei limiti delle stesse, il ricorso è fondato e va accolto con la conseguente cassazione della sentenza impugnata, con rinvio, anche per il regolamento delle spese di questo giudizio di cassazione, ad altro giudice che dovrà altresì accertare la giustificatezza o non del ritardo con cui il ricorrente ha chiesto alla Commissione regionale il riconoscimento delle provvidenze stabilite per la mobilità.

In osservanza di quanto previsto dal primo comma dell’art. 384 c.p.c., la Corte enuncia infine i seguenti principi di diritto:

1 – “In materia di licenziamento per cessazione dell’attività ai sensi dell’art. 24 della legge n. 223 del 1991, l’eventuale licenziamento di un dipendente oltre il termine di 120 giorni dalla conclusione della procedura di mobilità, previsto dal primo comma dell’articolo suddetto, come interpretato dall’art. 8, quarto comma del D.L. n. 148/1993, convertito nella L. n. 236/1993, non impedisce al dipendente l’esercizio della facoltà, attribuitagli dall’art. 4, primo comma del medesimo D.L. n. 148/1993, di chiedere direttamente all’ufficio del lavoro competente l’iscrizione nelle liste di mobilità nel caso in cui la protrazione del licenziamento oltre il termine non sia prevista nell’accordo collettivo conclusivo della procedura per fatto imputabile al datore di lavoro.”

2 – “In materia di licenziamento per cessazione dell’attività ai sensi dell’art. 24 della legge n. 223 del 1991, il termine di sessanta giorni dal licenziamento, che l’art. 4, primo comma del D.L. n. 148/1993, convertito nella L. n. 236/1993 stabilisce per l’esercizio da parte del dipendente licenziato del potere di chiedere l’iscrizione nelle liste di mobilità, ha carattere ordinatorio e può pertanto essere prorogato anche dopo la scadenza dello stesso, in presenza di adeguate giustificazioni del ritardo.”

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per il regolamento delle spese di questo giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Bari.

CONFERMATA SCADENZA COMUNICAZIONE PEC ORDINI E PROFESSIONISTI

27/05/2013

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La Posta Elettronica Certificata (PEC) è un sistema di posta elettronica che certifica l’invio e la ricezione fornendo al mittente una ricevuta che costituisce prova legale dell’avvenuta spedizione del messaggio e dell’eventuale allegata documentazione.
E’ necessario che sia mittente che destinatario abbiano una casella di posta elettronica certificata presso un gestore autorizzato, come previsto dal DPR del Consiglio dei Ministri del 28 gennaio 2005.
Il tal modo questo sistema di comunicazione può sostituire la tradizionale Raccomandata Postale con ricevuta di ritorno.

Dal 29 novembre 2008 è obbligatorio indicare l’indirizzo di PEC (Posta Elettronica Certificata) nella domanda di iscrizione al Registro delle Imprese delle nuove società (art. 16, comma 6 del Decreto-Legge 29 novembre 2008, n. 185 -Decreto anti-crisi- pubblicato in GU n. 280 del 29/11/2008).

Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, e pertanto entro il 29 novembre 2011, tutte le imprese, già costituite in forma societaria alla medesima data di entrata in vigore, hanno dovuto  comunicare   al registro delle imprese l’indirizzo di posta elettronica certificata. Le istanze di iscrizione dell’indirizzo di posta elettronica certificata nel registro delle imprese e le sue successive eventuali variazioni sono esenti dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria purchè presentate entro il termine suindicato.

In riferimento a quanto precedede ilMinisteo dell Sviluppo con   Circolare 3 novembre 2011, n. 3645/C, il   ha tra l’altro chiarito che i consorzi con attività esterna di cui all’art. 2612 e seguenti del Codice Civile, non sono obbligati a comunicare al Registro delle Imprese un indirizzo valido di posta elettronica certificata (Pec), diversamente dalle società consortili di cui all’art. 2615-ter Codice Civile.

Inoltre ha sottolineato che   la mancata comunicazione nel termine    le sanzioni applicabili sono quelle previste dall’art. 2630 Codice Civile, ovvero da un minimo di 206 ad un massimo di 2.065 euro.

Infine è stato stabilito chentro il prossimo 8 giugno gli ordini e collegi professionali dovranno inviare all’indirizzo PEC aggiornamento@cert.inipec.gov.it tutti gli indirizzi PEC dei professionisti iscritti.

Il 19 giugno sarà lanciato il portale telematico per accedere (senza necessità di autenticazione) all’elenco pubblico di indirizzi PEC, a partire da quelli iscritti ai registri delle imprese delle camere di commercio e quelli in possesso degli ordini e collegi professionali.

Per agevolare il trasferimento dei dati in formato aperto (open data) in modalità telematica, è stato redatto un documento tecnico che descrive:

  • formato e struttura del tracciato dati per invio/aggiornamento indirizzi PEC
  • modalità iniziale di invio e aggiornamento dati per l’indice INI-PEC

Infocamere ha attivato un servizio di assistenza, già a partire da questa fase di primo caricamento, dedicato agli Ordini e ai collegi professionali,  che possono:

CASSAZIONE: ORDINANZA INAMMISSIBILITA’ RICORSO AVVERSO PROVVEDIMENTO LICENZIAMENTO PER MOTIVO OGGETTO

27/05/2013

Si richiama l’attenzione sulla sottostante Ordinanza 23 maggio 2013, n. 12810 con cui la Corte di Cassazione ha pronuciato l’inammissibilita’ del ricorso avverso  la decisione  del giudice di merito  circa l’illegittimita’ del licenziamento di un dipendente per motivo oggettivo ,costituito dalla dismissione dell’attività di vendita diretta dei prodotti vita ,malgrasdo l’offerta di un  nuovo lavoro autonomo ,rifiutato  dal dipendente ,in quanto  il nuovo lavoro non corrisponde all’ ‘obbligo  di   repechage del predetto in  mansioni  equivalenti  o  anche inferiori .

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Atteso che è stata depositata relazione del seguente contenuto:

“1. Con sentenza del 14.9.2010 la Corte di Appello di Roma, confermando sul punto la sentenza impugnata, ha ritenuto l’illegittimità del licenziamento intimato dalla Fondiaria Sai spa a N.G. per giustificato motivo oggettivo consistente nella dismissione dell’attività di vendita diretta dei prodotti vita con la conseguente soppressione della struttura dei “consulenti vita”. A tali conclusioni la Corte territoriale è pervenuta ritenendo che la società avesse dimostrato l’effettività delle ragioni che avevano determinato il venir meno del posto di lavoro occupato dal lavoratore, ma che non avesse fornito la prova della impossibilità del cd. Repechage, con riferimento a mansioni equivalenti o anche a mansioni inferiori, ove queste fossero state accettate dal lavoratore;

2. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la Fondiaria Sai Spa affidandosi ad un unico motivo di ricorso cui resiste con controricorso N.G..

3. Con l’unico motivo si denuncia l’esistenza del vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore per giustificato motivo oggettivo, per non avere considerato che la società, trovandosi nell’impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni equivalenti a quelle svolte in qualità di “consulente vita”, aveva dovuto necessariamente prospettare al N.G. la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori allo scopo di salvaguardare il suo posto di lavoro ed evitargli il licenziamento;

4. Il ricorso va qualificato come inammissibile o manifestamente infondato per l’assorbente rilievo che la ricorrente si limita a censurare la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che le proposte formulate dalla società in ordine alla possibilità di una diversa collocazione del dipendente, anche come collaboratore autonomo, non fossero adeguate al livello professionale raggiunto dal N.G., sostenendo che le offerte rivolte al lavoratore fossero le uniche proponibili al fine di evitare il licenziamento – seppure aventi ad oggetto mansioni di contenuto inferiore rispetto all’attività precedentemente svolta – senza tuttavia dimostrare la veridicità di tale assunto, ovvero anzitutto l’impossibilità di offrire al lavoratore una posizione lavorativa equivalente a quella di cui era stata disposta la soppressione;

5. E’ certo, infatti, che a tale scopo non è sufficiente limitarsi ad affermare che “è evidente … che le offerte rivolte al lavoratore siano state le uniche (peraltro varie) proponibili a quest’ultimo, al fine di evitare il licenziamento, anche se di contenuto inferiore all’attività precedentemente esercitata dallo stesso”, poiché l’impossibilità di impiegare il dipendente nell1 organizzazione aziendale e l’insussistenza di una posizione di lavoro analoga a quella soppressa, alla quale avrebbe potuto essere assegnato il lavoratore per l’espletamento di mansioni equivalenti a quelle svolte, è proprio quello che deve dimostrare il datore di lavoro ai fini della prova della sussistenza del giustificato motivo oggettivo (cfr. da ultimo, in una fattispecie analoga, Cass. n. 6625/2011). E tutto ciò a prescindere dalla pur di per sé assorbente considerazione che, secondo quanto costantemente affermato da questa Corte, la valutazione del giudice circa l’assolvimento, da parte del datore di lavoro, del suddetto onere probatorio è incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione adeguata e immune da vizi (cfr. explurimis Cass. n. 10916/2004); con l’ulteriore precisazione che, come pure è stato più volte ribadito, il controllo sulla motivazione non può risolversi in una duplicazione del giudizio di merito e che alla cassazione della sentenza impugnata si può giungere non per un semplice dissenso dalle conclusioni del giudice di merito, ma solo in caso di motivazione contraddittoria o talmente lacunosa da risultare sostanzialmente incomprensibile o equivoca. Il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciatole con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., ricorre, dunque, soltanto quando nel ragionamento del giudice di merito sta riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione, mentre tale vizio non si configura allorché il giudice di merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore e un significato diversi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (cfr, explurimis Cass. n. 10657/2010, Cass. n. 9908/2010, Cass. n. 27162/2009, Cass. n. 16499/2009, Cass. n. 13157/2009, Cass., n. 6694/2009, Cass. n, 42/2009, Cass. n. 17477/2007, Cass. n. 15489/2007, Cass. n, 7065/2007, Cass. n. 1754/2007, Cass. n. 14972/2006, Cass. n. 17145/2006, Cass. n. 12362/2006, Cass. n. 24589/2005, Cass. n. 16087/2003, Cass. n. 7058/2003, Cass. n. 5434/2003, Cass. n. 13045/97, Cass. n. 3205/95);

5. Che ove si condividano i testé formulati rilievi, il ricorso può essere trattalo in camera di consiglio, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis codice procedura civile, e dichiarato inammissibile o manifestamente infondato”;

Letta la memoria depositata dalla ricorrente;

Sentiti i difensori delle parti;

Atteso che il Collegio condivide e fa proprie le considerazioni svolte nella relazione che precede, rilevando altresì che le argomentazioni svolte dalla ricorrente nella memoria depositata in atti non appaiono idonee a scalfire le dette considerazioni ed a portare all’accoglimento del ricorso; Nel caso di specie, è, infatti, decisivo il rilievo che, per quanto riguarda l’impossibilità del “cd. repechage”, la società si è limitata, sostanzialmente, a dedurre semplicemente di essersi trovata “nell’impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni equivalenti a quelle svolte in qualità di “consulente vita”” (pag. 11 del ricorso per cassazione), non avendo ravvisato neppure “l’opportunità di affidare al lavoratore un mandato agenziale e quindi mansioni equivalenti” (pag. 12 del ricorso per cassazione), cosi come invece avvenuto per altri dipendenti; deduzioni queste che, anche a voler prescindere dalla genericità della prima affermazione (rimasta comunque priva di effettivi riscontri), non possono considerarsi sufficienti a far ritenere assolto l’onere probatorio gravante sul datore di lavoro circa l’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore licenziato in mansioni analoghe, posto che, secondo principi già affermati da questa Corte anche in fattispecie analoghe a quella in esame, “l’onere del datore di lavoro di provare l’impossibilità di ricollocare il lavoratore da licenziare in mansioni analoghe a quelle proprie della posizione lavorativa occupata, per quanto debba essere inteso con l’elasticità delineata dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 777 del 2003), non può essere considerato assolto con la prova di aver proposto al dipendente un’attività di natura non subordinala, ma autonoma, esterna all’azienda e priva di qualsiasi garanzia reale in termini di flusso di lavoro e di reddito, come quella di sub-agente, specialmente se agli altri dipendenti siano state offerte ben più valide alternative” (Cass. n. 6625/2011, citata anche nella relazione);

Che, pertanto, poiché la decisione impugnata è conforme al diritto, essendo comunque pervenuta ad una esatta soluzione del problema giuridico sottoposta al suo esame (art 384, ultimo comma, c.p.c.), il ricorso non può trovare accoglimento e va dunque rigettato, ai sensi degli artt. 375 e 360 bis, n. 1, c.p.c., con condanna della ricorrente alla rifusione delle spese, nella misura indicata in dispositivo, secondo il criterio della soccombenza;

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in € 40,00 per esborsi e €. 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge

Lavoro – Dismissione dell’attività di vendita diretta dei prodotti vita – Nuovo lavoro autonomo – Rifiuto del dipendente – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Atteso che è stata depositata relazione del seguente contenuto:

“1. Con sentenza del 14.9.2010 la Corte di Appello di Roma, confermando sul punto la sentenza impugnata, ha ritenuto l’illegittimità del licenziamento intimato dalla Fondiaria Sai spa a N.G. per giustificato motivo oggettivo consistente nella dismissione dell’attività di vendita diretta dei prodotti vita con la conseguente soppressione della struttura dei “consulenti vita”. A tali conclusioni la Corte territoriale è pervenuta ritenendo che la società avesse dimostrato l’effettività delle ragioni che avevano determinato il venir meno del posto di lavoro occupato dal lavoratore, ma che non avesse fornito la prova della impossibilità del cd. Repechage, con riferimento a mansioni equivalenti o anche a mansioni inferiori, ove queste fossero state accettate dal lavoratore;

2. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la Fondiaria Sai Spa affidandosi ad un unico motivo di ricorso cui resiste con controricorso N.G..

3. Con l’unico motivo si denuncia l’esistenza del vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore per giustificato motivo oggettivo, per non avere considerato che la società, trovandosi nell’impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni equivalenti a quelle svolte in qualità di “consulente vita”, aveva dovuto necessariamente prospettare al N.G. la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori allo scopo di salvaguardare il suo posto di lavoro ed evitargli il licenziamento;

4. Il ricorso va qualificato come inammissibile o manifestamente infondato per l’assorbente rilievo che la ricorrente si limita a censurare la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che le proposte formulate dalla società in ordine alla possibilità di una diversa collocazione del dipendente, anche come collaboratore autonomo, non fossero adeguate al livello professionale raggiunto dal N.G., sostenendo che le offerte rivolte al lavoratore fossero le uniche proponibili al fine di evitare il licenziamento – seppure aventi ad oggetto mansioni di contenuto inferiore rispetto all’attività precedentemente svolta – senza tuttavia dimostrare la veridicità di tale assunto, ovvero anzitutto l’impossibilità di offrire al lavoratore una posizione lavorativa equivalente a quella di cui era stata disposta la soppressione;

5. E’ certo, infatti, che a tale scopo non è sufficiente limitarsi ad affermare che “è evidente … che le offerte rivolte al lavoratore siano state le uniche (peraltro varie) proponibili a quest’ultimo, al fine di evitare il licenziamento, anche se di contenuto inferiore all’attività precedentemente esercitata dallo stesso”, poiché l’impossibilità di impiegare il dipendente nell1 organizzazione aziendale e l’insussistenza di una posizione di lavoro analoga a quella soppressa, alla quale avrebbe potuto essere assegnato il lavoratore per l’espletamento di mansioni equivalenti a quelle svolte, è proprio quello che deve dimostrare il datore di lavoro ai fini della prova della sussistenza del giustificato motivo oggettivo (cfr. da ultimo, in una fattispecie analoga, Cass. n. 6625/2011). E tutto ciò a prescindere dalla pur di per sé assorbente considerazione che, secondo quanto costantemente affermato da questa Corte, la valutazione del giudice circa l’assolvimento, da parte del datore di lavoro, del suddetto onere probatorio è incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione adeguata e immune da vizi (cfr. explurimis Cass. n. 10916/2004); con l’ulteriore precisazione che, come pure è stato più volte ribadito, il controllo sulla motivazione non può risolversi in una duplicazione del giudizio di merito e che alla cassazione della sentenza impugnata si può giungere non per un semplice dissenso dalle conclusioni del giudice di merito, ma solo in caso di motivazione contraddittoria o talmente lacunosa da risultare sostanzialmente incomprensibile o equivoca. Il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciatole con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., ricorre, dunque, soltanto quando nel ragionamento del giudice di merito sta riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione, mentre tale vizio non si configura allorché il giudice di merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore e un significato diversi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (cfr, explurimis Cass. n. 10657/2010, Cass. n. 9908/2010, Cass. n. 27162/2009, Cass. n. 16499/2009, Cass. n. 13157/2009, Cass., n. 6694/2009, Cass. n, 42/2009, Cass. n. 17477/2007, Cass. n. 15489/2007, Cass. n, 7065/2007, Cass. n. 1754/2007, Cass. n. 14972/2006, Cass. n. 17145/2006, Cass. n. 12362/2006, Cass. n. 24589/2005, Cass. n. 16087/2003, Cass. n. 7058/2003, Cass. n. 5434/2003, Cass. n. 13045/97, Cass. n. 3205/95);

5. Che ove si condividano i testé formulati rilievi, il ricorso può essere trattalo in camera di consiglio, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis codice procedura civile, e dichiarato inammissibile o manifestamente infondato”;

Letta la memoria depositata dalla ricorrente;

Sentiti i difensori delle parti;

Atteso che il Collegio condivide e fa proprie le considerazioni svolte nella relazione che precede, rilevando altresì che le argomentazioni svolte dalla ricorrente nella memoria depositata in atti non appaiono idonee a scalfire le dette considerazioni ed a portare all’accoglimento del ricorso; Nel caso di specie, è, infatti, decisivo il rilievo che, per quanto riguarda l’impossibilità del “cd. repechage”, la società si è limitata, sostanzialmente, a dedurre semplicemente di essersi trovata “nell’impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni equivalenti a quelle svolte in qualità di “consulente vita”” (pag. 11 del ricorso per cassazione), non avendo ravvisato neppure “l’opportunità di affidare al lavoratore un mandato agenziale e quindi mansioni equivalenti” (pag. 12 del ricorso per cassazione), cosi come invece avvenuto per altri dipendenti; deduzioni queste che, anche a voler prescindere dalla genericità della prima affermazione (rimasta comunque priva di effettivi riscontri), non possono considerarsi sufficienti a far ritenere assolto l’onere probatorio gravante sul datore di lavoro circa l’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore licenziato in mansioni analoghe, posto che, secondo principi già affermati da questa Corte anche in fattispecie analoghe a quella in esame, “l’onere del datore di lavoro di provare l’impossibilità di ricollocare il lavoratore da licenziare in mansioni analoghe a quelle proprie della posizione lavorativa occupata, per quanto debba essere inteso con l’elasticità delineata dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 777 del 2003), non può essere considerato assolto con la prova di aver proposto al dipendente un’attività di natura non subordinala, ma autonoma, esterna all’azienda e priva di qualsiasi garanzia reale in termini di flusso di lavoro e di reddito, come quella di sub-agente, specialmente se agli altri dipendenti siano state offerte ben più valide alternative” (Cass. n. 6625/2011, citata anche nella relazione);

Che, pertanto, poiché la decisione impugnata è conforme al diritto, essendo comunque pervenuta ad una esatta soluzione del problema giuridico sottoposta al suo esame (art 384, ultimo comma, c.p.c.), il ricorso non può trovare accoglimento e va dunque rigettato, ai sensi degli artt. 375 e 360 bis, n. 1, c.p.c., con condanna della ricorrente alla rifusione delle spese, nella misura indicata in dispositivo, secondo il criterio della soccombenza;

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in € 40,00 per esborsi e €. 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge

CIRCOLARE MEF PER CHIARIMENTI MODIFICHE DISCIPLINA IMU E QUESITI PAGAMENTO DETTA IMPOSTA 2013

27/05/2013

Gli argomenti  di cui al titolo  trovano trattazione nella sottoriportata circolare del MEF n.2/DF/2013, che in  particolare fa riferimento alle modifiche apportata alla disciplina dell’IMU dal decreto n.35/13 ,in corso di conversione in legge ed alle conseguenti incertezza determinatesi negli utenti e nmelle strutture  addette alla riscossione.

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Pervengono numerosi quesiti in ordine al pagamento della prima rata dell’imposta municipale propria (IMU), di cui all’art. 13 del D. L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.

L’incertezza è determinata dalla circostanza che, in corso di conversione del D. L. 8 aprile 2013, n. 35, è stato presentato un emendamento all’art. 10, comma 4, lett. b), il quale prevede che la prima rata dell’IMU è versata sulla base delle aliquote e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente.

Al riguardo, si deve premettere che l’art. 13, comma 13-bis, del D. L. n. 201 del 2011, come modificato dall’art. 10, comma 4, lett. b), del D. L. n. 35 del 2013, attualmente vigente, stabilisce che i contribuenti devono effettuare il versamento della prima rata dell’IMU entro il 17 giugno (poiché il 16 cade di domenica), tenendo conto delle deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione nonché dei regolamenti pubblicati nel sito http://www.finanze.it alla data del 16 maggio di ciascun anno di imposta (NOTA 1).

Tuttavia, si deve sottolineare che l’art. 13, comma 13-bis, appena citato, è oggetto di un importante intervento normativo contenuto nel testo dell’art. 10, comma 4, lett. b), dell’A.C. 676, approvato il 15 maggio 2013 e trasmesso al Senato per il relativo esame (A.S. n. 662), concernente la conversione del D. L. n. 35 del 2013. Il testo riformulato della disposizione in commento prevede che “il versamento della prima rata di cui al comma 3 dell’articolo 9 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, è eseguito sulla base dell’aliquota e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente.”

Vale la pena di ricordare che l’art. 9, comma 3, del D. Lgs. n. 23 del 2011 stabilisce che “i soggetti passivi effettuano il versamento dell’imposta dovuta al comune per l’anno in corso in due rate di pari importo, scadenti la prima il 16 giugno e la seconda il 16 dicembre. Resta in ogni caso nella facoltà del contribuente provvedere al versamento dell’imposta complessivamente dovuta in unica soluzione annuale, da corrispondere entro il 16 giugno”.

Si deve, inoltre, aggiungere che l’art. 1 del D. L. 21 maggio 2013, n. 54 stabilisce, nelle more di una complessiva riforma della disciplina dell’imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare, la sospensione del pagamento della prima rata dell’IMU dovuta per:

– l’abitazione principale e relative pertinenze. Sono escluse dalla sospensione le abitazioni di tipo signorile, classificate nella categoria catastale A/1, le ville, classificate nella categoria catastale A/8, i castelli o i palazzi di pregio storico o artistico, classificati nella categoria catastale A/9;

– le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari, nonché per gli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli IACP, istituiti in attuazione dell’art. 93 del D. P. R. 24 luglio 1977, n. 616;

– i terreni agricoli e i fabbricati rurali di cui all’art. 13, commi 4, 5 e 8, del D. L. n. 201 del 2011.

L’art. 2 del D. L. n. 54 del 2013 precisa che la riforma di cui all’art. 1 dovrà essere attuata nel rispetto degli obiettivi programmatici primari indicati nel Documento di economia e finanza 2013, come risultante dalle relative risoluzioni parlamentari e, in ogni caso, in coerenza con gli impegni assunti dall’Italia in ambito europeo. In caso di mancata adozione della riforma entro la data del 31 agosto 2013, continua ad applicarsi la disciplina vigente e il termine di versamento della prima rata dell’IMU degli immobili di cui al medesimo art. 1 è fissato al 16 settembre 2013.

Alla luce della ricostruzione appena effettuata si passano ad analizzare i vari quesiti pervenuti.

1. VERSAMENTO DELLA PRIMA RATA SULLA BASE DELLE ALIQUOTE E DELLA DETRAZIONE DEL 2012, PRIMA DELLA CONVERSIONE IN LEGGE DEL D. L. N. 35 DEL 2013.

E’ stato chiesto se, per evitare disagi organizzativi, legati ai tempi di conversione del D. L. n. 35 del 2013, sia possibile dare attuazione anticipata all’emendamento in questione.

A questo proposito, si deve considerare la circostanza che la conversione del D. L. n. 35 del 2013 deve avvenire entro il 7 giugno 2013 e cioè a ridosso della scadenza del pagamento della prima rata dell’IMU, determinando evidenti difficoltà dal punto di vista organizzativo, soprattutto per i Centri di assistenza fiscale (CAF) che gestiscono un numero elevatissimo di versamenti IMU.

Alla luce di quanto, innanzi, evidenziato, ferma restando, in ogni caso, la potestà di accertamento del tributo da parte dei comuni, si ritiene che nell’ipotesi in cui i contribuenti effettuino il versamento della prima rata dell’IMU tenendo conto delle disposizioni contenute nell’emendamento in questione, ancor prima della conversione in legge del D. L. n. 35 del 2013, possa trovare applicazione la disposizione di cui all’art. 10, comma 3, della legge 27 luglio 2000, n. 212, in base alla quale “le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria”.

Ovviamente, i contribuenti possono, prima della citata conversione, procedere, comunque, al pagamento della prossima rata di giugno sulla base delle deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione nonché dei regolamenti pubblicati nel sito http://www.finanze.it alla data del 16 maggio 2013, come attualmente disposto dalla lett. b), comma 4, dell’art. 10 del D. L. n. 35 del 2013.

Tali premesse di carattere generale conducono alle seguenti precisazioni.

1.1. MUTAMENTO DEI REQUISITI SOGGETTIVI E OGGETTIVI DELL’IMU

Come già precisato, l’emendamento prevede che il pagamento della prima rata dell’IMU avvenga sulla base delle aliquote e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente.

Si deve evidenziare che l’emendamento in questione ha come finalità quella di semplificare al contribuente la determinazione dell’imposta, poiché alla scadenza prevista per il versamento della prima rata potrebbero non essere ancora note le aliquote e le detrazioni deliberate dal comune per l’anno in corso. Pertanto, con la proposta emendativa il contribuente non è costretto a consultare il sito istituzionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze due volte nell’arco delle stesso anno, come attualmente previsto dall’art. 10, comma 4, lett. b), del D. L. n. 35 del 2013.

L’applicazione concreta della disposizione in esame comporta, in via generale, che, ai fini della prima rata dell’IMU, la locuzione “anno precedente” vale esclusivamente per le aliquote e per le detrazioni applicabili ma non anche per gli altri elementi relativi al tributo, quali, ad esempio, il presupposto impositivo e la base imponibile, per i quali si deve tenere conto della disciplina vigente nell’anno di riferimento.

Pertanto, alla luce di tali considerazioni, la prima rata dell’IMU potrebbe non coincidere esattamente con la metà dell’imposta dovuta per l’anno precedente, poiché non sempre è riscontrabile un’identità di situazioni rispetto all’anno antecedente.

A tale riguardo, si può, ad esempio, prospettare il caso in cui, nel 2013, l’immobile viene destinato ad abitazione principale diversamente dall’anno precedente. In tale evenienza, il versamento della prima rata dell’IMU è sospeso. Viceversa, nel caso in cui l’immobile, nel 2013, non è più adibito ad abitazione principale, lo stesso sarà soggetto ad imposizione e, conseguentemente, la prima rata dell’IMU dovrà essere calcolata applicando l’aliquota prevista per tale fattispecie per l’anno 2012.

Analogamente, nel caso in cui il contribuente possiede un’area fabbricabile che, nel 2013, diventa terreno agricolo, il versamento della prima rata dell’IMU è sospeso. Viceversa, nel caso in cui il terreno agricolo, nel 2013, diventa area edificabile, lo stesso sarà soggetto ad imposizione e, conseguentemente, la prima rata dell’IMU dovrà essere calcolata applicando l’aliquota prevista per tale fattispecie per l’anno 2012.

Ulteriori ipotesi possono verificarsi quando il contribuente abbia acquistato l’immobile nel corso dell’anno precedente, per cui il possesso non si è protratto per dodici mesi.

Si supponga, ad esempio, che:

– il contribuente abbia acquistato un immobile, non destinato ad abitazione principale, il 1° ottobre 2012. In tal caso, il soggetto passivo, entro il 17 giugno 2013, dovrà calcolare l’IMU dovuta per l’anno 2013 sulla base dell’aliquota dei dodici mesi dell’anno precedente, indipendentemente cioè dalla circostanza che nell’anno 2012 abbia avuto il possesso dell’immobile per soli tre mesi;

– il contribuente, al momento del pagamento della prima rata non ha avuto il possesso dell’immobile per sei mensilità, avendolo venduto il 28 marzo 2013, possedendolo, dunque, nell’anno 2013 per soli tre mesi. Questa circostanza è determinante per affermare che sarebbe in aperto contrasto con le norme che disciplinano il presupposto impositivo del tributo imporre al soggetto passivo IMU di calcolare l’imposta sulla base dell’aliquota dei dodici mesi dell’anno precedente. Se così fosse, infatti, si addosserebbe a quest’ultimo l’onere di anticipare una somma superiore a quella realmente dovuta per l’anno in corso – in violazione del disposto dell’art. 9, comma 2, del D. Lgs. n. 23 del 2011, il quale stabilisce che l’imposta è dovuta per anni solari, proporzionalmente alla quota e ai mesi dell’anno nei quali si è protratto il possesso – costringendolo, poi, a presentare istanza di rimborso per l’ammontare del tributo versato in eccedenza.

Alla luce di queste precisazioni si può, quindi, concludere che in tal caso l’interessato, entro il 17 giugno 2013, dovrà versare l’IMU dovuta per l’anno 2013, commisurandola ai tre dodicesimi dell’importo calcolato sulla base dell’aliquota dei dodici mesi dell’anno precedente.

1.2. IMMOBILI CLASSIFICATI NEL GRUPPO CATASTALE D.

L’art. 13, comma 4, lett. d), del D. L. n. 201 del 2011, prevede che, a decorrere dal 1° gennaio 2013, il moltiplicatore applicabile per determinare la base imponibile dei fabbricati classificati nella categoria catastale D/5 è elevato a 65.

A decorrere dalla stessa data, l’art. 1, comma 380, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità per l’anno 2013) ha introdotto significative novità alla disciplina degli immobili classificati nel gruppo catastale D (NOTA 2), poiché:

– la lett. f) ha riservato allo Stato il gettito dell’IMU, derivante dagli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D, calcolato ad aliquota standard dello 0,76 per cento, prevista dal comma 6, primo periodo, dell’art. 13 del D. L. n. 201 del 2011;

– la lett. g) ha stabilito che i comuni possono aumentare sino a 0,3 punti percentuali l’aliquota standard dello 0,76 per cento, prevista dal comma 6, primo periodo, dell’art. 13 del D. L. n. 201 del 2011, per gli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D.

Pertanto, essendo mutata, in via generale, la disciplina sostanziale della fattispecie in questione, si ritiene che il calcolo per il versamento della prima rata deve essere effettuato tenendo conto, innanzitutto, del moltiplicatore elevato a 65 per i fabbricati classificati nella categoria catastale D/5.

Si deve, inoltre, precisare che, in coerenza con le citate esigenze di semplificazione, e, in considerazione della formulazione dell’emendamento in via di approvazione, i contribuenti applicano in ogni caso l’aliquota vigente nei dodici mesi dell’anno precedente per la fattispecie in questione, anche nel caso in cui detta aliquota risulti inferiore a quella standard stabilita dal citato art. 1, comma 380, lett. f), della legge n. 228 del 2012.

Ovviamente, in sede di versamento della seconda rata dell’IMU, i contribuenti dovranno applicare l’aliquota dello 0,76% o quella eventualmente elevata dai comuni per l’anno 2013, in virtù della lett. g) del citato comma 380.

Si fa, altresì, presente che, con risoluzione n. 33/E del 21 maggio 2013, l’Agenzia delle Entrate ha istituito i nuovi codici tributo per il versamento dell’IMU relativa a tale tipologia di fabbricati.

2. IMMOBILI ASSIMILATI ALLE ABITAZIONI PRINCIPALI

E’ stato chiesto, inoltre, di chiarire se il provvedimento recante la sospensione del pagamento della prima rata dell’IMU sull’abitazione principale e relative pertinenze riguardi anche i casi in cui i comuni abbiano “assimilato all’abitazione principale i fabbricati degli anziani ricoverati nelle case di riposo e dei residenti all’estero”.

Al riguardo, si fa presente che l’art. 13, comma 10, del D. L. n. 201 del 2011, attribuisce ai comuni la facoltà di considerare, con regolamento, “direttamente adibita ad abitazione principale l’unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata, nonché l’unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata”.

Pertanto, considerata la finalità del legislatore di assicurare, comunque, un regime di favore per l’abitazione principale e relative pertinenze, si deve concludere che, sia nel caso in cui detta assimilazione venga disposta per l’anno 2013, sia in quello in cui la stessa è stata effettuata nel 2012 e non è stata modificata nel 2013, l’assimilazione in questione determina l’applicazione delle agevolazioni previste per l’abitazione principale e relative pertinenze, compresa, quindi, la sospensione del pagamento della prima rata dell’IMU.

3. IMMOBILE ASSEGNATO ALL’EX CONIUGE

E’ stato chiesto se ricadono nella sospensione della prima rata dell’IMU due unità immobiliari destinate ad abitazione principale, la prima dall’ex coniuge assegnatario e la seconda dall’altro coniuge non assegnatario.

Si ricorda, a questo proposito, che il comma 12-quinquies dell’art. 4 del D. L. 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, stabilisce che, ai soli fini dell’applicazione dell’IMU, “l’assegnazione della casa coniugale al coniuge, disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione” (NOTA 3).

Tale assetto normativo comporta che le agevolazioni inerenti l’abitazione principale e relative pertinenze sono riconosciute al coniuge assegnatario della ex casa coniugale, in quanto titolare del diritto di abitazione di cui all’art. 4, comma 12-quinquies del D. L. n 16 del 2012, per il quale, quindi, è sospeso il versamento della prima rata dell’IMU.

Ovviamente, la sospensione opera anche a favore del coniuge non assegnatario relativamente all’immobile dallo stesso adibito ad abitazione principale.

Note:

(1) A questo proposito si richiamano i chiarimenti già illustrati nella Circolare n. 1/DF del 29 aprile 2013.

(2) Si veda la risoluzione n. 5/DF del 28 marzo 2013.

(3) Si vedano la Circolare n. 3/DF del 18 maggio 2012 (paragrafo 6.1, pag. 16 e segg.) e la Risoluzione n. 5/DF del 28 marzo 2013, paragrafo 3.

GARANTE DATI PERSONALI VIETA E SANZIONA TELEMARKETIN SELVAGGIO E TELECAMERE OCCULTE IN AZIENDA

27/05/2013

Quanto riportato nel titolo trova riscontro  dal Provvedimento del Garante dei dati personali del 24 masggio 2013,che di seguito si riporta.

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Marketing selvaggio: 800mila euro di sanzioni a tre società

I dati di decine di milioni di persone trattati illecitamente

Il Garante della privacy ha emesso tre ordinanze ingiunzione per obbligare due importanti società di servizi informatici, specializzate nel settore delle banche dati (doc web nn. 2428316 e 2438949), e un operatore Tlc (doc web n. 2368171) al pagamento di sanzioni, pari a 800.000 euro, per aver violato provvedimenti prescrittivi già adottati nel loro confronti.

Questa ulteriore azione di contrasto del telemarketing selvaggio e delle offerte promozionali indesiderate si è resa necessaria a causa delle numerose proteste che continuavano a pervenire all’Autorità in relazione a società già sottoposte a puntuali prescrizioni sul corretto utilizzo dei dati per finalità di marketing nel 2008.

Nel corso di un’apposita attività ispettiva svolta dal Garante è emerso che, nonostante le prescrizioni imposte a suo tempo dalla stessa Autorità, le due imprese specializzate nella creazione di banche dati, avevano realizzato e venduto archivi elettronici con i dati (numeri telefonici, e-mail, indirizzi…) di decine di milioni di persone, sfruttando in particolare le informazioni contenute, ad esempio, negli elenchi telefonici distribuiti prima del 2005 e nelle liste elettorali. Tali dati erano stati raccolti e utilizzati illecitamente, senza aver informato gli interessati e senza che questi avessero fornito uno specifico consenso ad attività di marketing o alla cessione delle loro informazioni personali ad altre società. Le due società dovranno pagare, rispettivamente, una sanzione di 100.000 euro e una sanzione di 400.000 euro.

Per quanto riguarda invece l’operatore telefonico, dagli accertamenti è emerso che nonostante fosse a conoscenza dell’origine irregolare dei dati, li aveva comunque acquistati e utilizzati per contattare gli utenti e promuovere i propri prodotti e servizi tramite call center. Per tale attività, contraria alle prescrizioni del Garante su banche dati e marketing telefonico, dovrà pagare 300.000 euro. La società ha impugnato l’ordinanza.

Ulteriori ordinanze ingiunzione, oltre a quelle già definite nell’ultimo anno, saranno presto adottate nei confronti di altre società, sottoposte a ispezioni, che hanno disatteso i provvedimenti del Garante, in particolare quelli relativi al telemarketing e all’utilizzo delle banche dati.

Stop alle telecamere occulte sul posto di lavoro

Stop alle telecamere occulte sul posto di lavoro. Il Garante per la privacy ha vietato alla società editrice di un quotidiano del sud il trattamento dei dati personali effettuato attraverso apparati di ripresa installati in modo occulto presso la propria sede.

Dagli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza su mandato del Garante, è emerso che quindici delle diciannove telecamere di cui è composto l’impianto di videosorveglianza erano state nascoste in rilevatori di fumo o in lampade di allarme, all’insaputa dei lavoratori, ai quali non era stata fornita alcuna informativa sulla presenza dell’impianto, né individualizzata, né semplificata (ad es. cartelli visibili, collocati prima del raggio di azione delle telecamere). Le uniche informazioni, peraltro insufficienti, erano scritte su un cartello di piccole dimensioni (15×15 cm), affisso a tre metri di altezza nell’ingresso del luogo di lavoro.

Nel disporre il divieto (doc. web n. 2439178), il Garante ha ritenuto che la società abbia operato un illecito trattamento di dati personali, avendo agito in violazione del diritto alla riservatezza e della dignità dei lavoratori, nonché delle norme che ne vietano il controllo a distanza. L’impianto, infatti, oltre a violare le norme del Codice privacy, era stato attivato senza rispettare quanto previsto dallo Statuto dei lavoratori (accordo con i sindacati o autorizzazione al Ministero del lavoro).

A seguito dell’intervento del Garante, la società non potrà più utilizzare i dati raccolti e dovrà limitarsi alla loro conservazione per consentire un’eventuale attività di accertamento da parte delle autorità competenti.

Il Garante, inoltre, avendo rilevato anche irregolarità nella raccolta dei dati personali degli abbonati alla testata giornalistica, ha prescritto alla società di riformulare la modulistica cartacea e quella online, inserendo tutte le informazioni sull’uso dei dati necessarie per renderla conforme alla normativa.

A PROPOSITO DI LAVORO ACCESSORIO OCCASIONALE

27/05/2013

Riguardo  all’istituto del  lavoro accessorio occasionale   , così come  disciplinato    dall’art.72 e segg.del decreto legislativo n.276/03 e s.m.i.,tra cui quelle apportate dalla legge n.92/12,  si ritiene confacente richiamare l’atttenzione sulla scadenza del 31 maggio  2013.

Infatti  a  detta data  si fanno risalire due importanti scadenze ,relative rispettivamente ai voucher e all’impiego dei giovani studenti .

Per quanto concerne i buoni lavoro si  precisa che scade alla suddetta data la fase transitoria rigurdante l’utilizzazione di quelli acquistati entro il 17 luglio 2012 ,giorno di entrata in vigore della riforma Fornero.

Per l’impiego dei giovani studenti ,che ,stando alla previsione della circolare Inps n.49/2013, non confermate dal Ministero del Lsvoro,   dal primo giugno dovrebbe iniziare a decorrere il periodo delle vacanze  estive ,nel corso delle quali appunto risulta possibile l’impiego nel lavoro accessorio degli studenti

Infine ,si sottolinea che dal primo giugno  2013 cambia anche il limite economico  del compenso massimo percepibile dal singolo prestatore di lavoro accessorio su base annua, a prescindere  dal numero dei committenti ,mentre con i buoni accquistati entro il 17 luglio 2012 il  citato limite economico si considerava  riportandosi alla  alla totalita’ dei commitenti

PROVVEDIMENTI CIGS AZIENDE ABRUZZO

27/05/2013

Si riporta l’elenco delle aziende operanti in Abruzzo, per cui ,nel periodo dal 16 al 23 maggio 2013 ,isulta autorizzato l’intervento della cigs con provvedimento del Ministero del Lavoro.

 

Denominazione Azienda :    CANALI

con sede in :   SOVICO

Prov :    MB

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

Unità di :    GISSI

Prov :    CH

Settore:    Confezione in serie di abbigliamento esterno, escluso l’abbigliamento in pelle e pelliccia

Decreto del  16/05/2013 n.  73229

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   14/01/2013   al   13/01/2014

Denominazione Azienda :    GIRSUD

con sede in :   GISSI

Prov :    CH

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

Unità di :    GISSI

Prov :    CH

Settore:    FABBRICAZIONE DI PARTI ED ACCESSORI PER AUTOVEICOLI (ESCLUSI QUELLI IN LEGNO) E PER I MOTORI DI AUTOVEICOLI E MOTOCICLI

Decreto del  17/05/2013 n.  73275

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   01/01/2013   al   31/12/2013

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Denominazione Azienda :    IPER ORIO

con sede in :   MILANO

Prov :    MI

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

Unità di :    CITTA’ SANT’ANGELO

Prov :    PE

Settore:    Ipermercati

Decreto del  21/05/2013 n.  73320

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   01/01/2013   al   31/12/2013

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Denominazione Azienda :    LEGATORIA D’ANCONA GABRIELE SRL

con sede in :   CEPAGATTI

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    CEPAGATTI

Settore:    Legatoria, rilegatura di libri e di altro materiale stampato

Decreto del  16/05/2013 n.  73185

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   06/08/2012   al   05/08/2013

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   21/01/2013   al   05/08/2013

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Denominazione Azienda :    SAMP

con sede in :   BENTIVOGLIO

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    ORTONA

Settore:    Fabbricazione, installazione, riparazione e manutenzione di macchine utensili per la lavorazione dei metalli ed accessori, escluse le parti intercambiabili

Decreto del  22/05/2013 n.  73332

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   12/12/2012   al   11/12/2013

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Denominazione Azienda :    SANGRO MENSE SRL c/o SEVEL

con sede in :   MOZZAGROGNA

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    ATESSA

Settore:    MENSE

Decreto del  16/05/2013 n.  73220

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   29/10/2012   al   03/11/2012

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Denominazione Azienda :    SOCCAM SRL

con sede in :   CITTA’ SANT’ANGELO

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    CITTA’ SANT’ANGELO

Settore:    Profilatura mediante formatura o piegatura a freddo del ferro e dell’acciaio

Decreto del  16/05/2013 n.  73205

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   06/08/2012   al   05/08/2013

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Denominazione Azienda :    società meridionale inerti smi

con sede in :   VASTO

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    PAGLIETA

Settore:    Estrazione di ghiaia e sabbia

Decreto del  17/05/2013 n.  73266

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   18/12/2012   al   11/08/2013

Con autorizzazione al pagamento diretto

Denominazione Azienda :    SORGENTE SANTA CROCE SPA

con sede in :   CANISTRO

Prov :    AQ

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    CANISTRO

Prov :    AQ

Settore:    Produzione di acque minerali e di bibite analcoliche

Decreto del  21/05/2013 n.  73299

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   31/12/2012   al   raggiungimento dei 36 mesi nel quinquennio

Con autorizzazione al pagamento diretto

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f

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Denominazione Azienda :    TOMAIFICIO TARABORRELLI

con sede in :   GUARDIAGRELE

Prov :    CH

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    GUARDIAGRELE

Prov :    CH

Settore:    Fabbricazione di parti e accessori per calzature non in gomma

Decreto del  21/05/2013 n.  73283

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   21/01/2013   al   20/01/2014

Con autorizzazione al pagamento diretto

 

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Denominazione Azienda :    VASTO LEGNO

con sede in :   VASTO

Prov :    CH

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

Unità di :    VASTO

Prov :    CH

Settore:    INDUSTRIA DEL LEGNO E DEI PRODOTTI IN LEGNO ED IN SUGHERO, ESCLUSI I MOBILI

Decreto del  22/05/2013 n.  73368

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   01/02/2013   al   31/01/2014

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