SENTENZA TAR CALABRIA RELATIVA TFR DIPENDENTI PUBBLICI

 . Come noto l’art. 12, comma 10, del D.L. n. 78/2010 –convertito in L. n. 122/2010– prescrive che il computo dei trattamenti di fine servizio per i lavoratori alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento alle anzianità contributive maturate a decorrere dall’01.01.2011, avvenga secondo la disciplina di cui all’art. 2120 Cod. Civ., con l’applicazione di un’aliquota del 6,91% sull’intera retribuzione. Ciò implica la disapplicazione, a partire dall’01.01.2011, dell’attuale sistema di calcolo, previsto dal DPR 1032/1973 che stabilisce una contribuzione complessiva del 9,60% sull’80% della retribuzione, con rivalsa sul dipendente nella misura del 2,5%. Ora questa rivalsa non ha più ragione d’essere per due motivi sostanziali: 1- la nuova disposizione non ne fa più menzione, indicando nel 6,91% l’entità della contribuzione; 2- l’art. 2120 del Cod. Civ., che ora si deve applicare, pone a carico del datore di lavoro l’onere contributivo e non prevede alcun meccanismo di rivalsa sui dipendenti, lasciando all’autonomia contrattuale l’individuazione delle voci retributive da considerare quale base di calcolo.

 Ciò nonostant,e le amministrazioni hanno continuato ad operare le trattenute del 2,5%, senza tener conto delle novità introdotte, determinando una ulteriore, evidente disparità di trattamento con il settore privato ed una indebita trattenuta. Alla fine, per far valere i  propri  diritti ed una corretta interpretazione delle norme,  alcuni dipendenti assistiti da una O.S.  hanno provvediuto individualmente a diffidare le amministrazioni ed in seguito ad adire le vie legali.    

 . Il Tar della Calabria con sentenza n.564/2012 ha dato   torto alle pp.aa. coinvolte e quindi vanno restituite ai dipendenti pubblici le somme accantonate dallo scorso anno. Dal primo gennaio dello scorso anno lo Stato sta trattenendo illegittimamente il 2 per cento dello stipendio a circa due milioni di dipendenti pubblici.   ,  . Ora è prevedibile che la presidenza del Consiglio faccia le sue contromosse, non solo in sede giudiziaria ma anche legislativa; il pronunciamento della magistratura segna però un importante punto a favore dei lavoratori in una vicenda iniziata con la manovra economica approvata dal governo nell’estate del 2010. Quella legge (la 122) oltre a bloccare il rinnovo dei contratti e a congelare per tre anni le retribuzioni dei dipendenti pubblici, cambiava il meccanismo della liquidazione, trasformando la vecchia indennità di buonuscita in un trattamento di fine rapporto (Tfr) del tutto analogo a quello in vigore per i privati, secondo quanto previsto dal Codice civile. La differenza tra i due meccanismi è consistente. Per la buonuscita venivano accantonati contributi pari al 9,60 per cento sull’80 per cento della retribuzione; il 2,5 per cento (di fatto quindi il 2 sull’intero stipendio) era a carico del lavoratore. Con il Tfr invece l’accantonamento è del 6,91 sull’intera retribuzione, interamente a carico del datore di lavoro. L’abolizione della vecchia disciplina, in generale più vantaggiosa rispetto al Tfr, avrebbe dovuto comportare la cancellazione della trattenuta del 2,5 per cento, che i dipendenti vedono sul cedolino dello stipendio alla voce «Opera di previdenza». Invece le cose sono andate diversamente. Le varie amministrazioni, confortate anche da una circolare dell’Inpdap, hanno continuato a regolarsi come prima, trattenendo ogni mese quella somma (in media 35-40 euro) dallo stipendio di circa due milioni di dipendenti pubblici, che avranno però al momento di lasciare il servizio una liquidazione meno favorevole. Per di più -come precisato dalla stessa Inpdap- nonostante il passaggio al Tfr, che per i privati si calcola su tutto lo stipendio, la base retributiva per la liquidazione dei dipendenti pubblici resterà l’80 per cento del totale: è un ulteriore elemento di disparità. La novità non riguarda tutti gli statali: sono esclusi i lavoratori assunti dal 2001 in poi, che in base ad una riforma approvata all’epoca hanno già il Tfr e non la buonuscita. A loro la trattenuta non viene fatta, perché la retribuzione è stata ridotta in proporzione dal momento in cui sono stati assunti. Una situazione non ottimale ma comunque diversa da quella di chi -tutti gli altri dipendenti- si è visto cambiare le regole in corsa. Contro questo stato di cose qualcuno ha deciso di scegliere la via giudiziaria: in particolare si sono rivolti al TAR Calabria-Reggio Calabria, alcuni magistrati amministrativi. Nel loro ricorso hanno messo in discussione la costituzionalità del nuovo assetto (anche per la disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati) chiedendo in particolare che fosse riconosciuta l’illegittimità -dal primo gennaio 2011- della trattenuta e di conseguenza l’obbligo per le amministrazioni di restituire gli importi con gli interessi. Il tribunale ha emesso una sentenza non definitiva, riservandosi di rimettere alla Corte le questioni di costituzionalità, ma riconoscendo la fondatezza delle specifiche richieste. Ora però le cause si stanno moltiplicando e il governo dovrà porsi il problema di cosa fare, al di là della resistenza giudiziaria. È chiaro che la semplice rinuncia alla trattenuta avrebbe un costo difficilmente sostenibile per le finanze pubbliche, nell’ordine del miliardo di euro l’anno o anche di più. La soluzione potrebbe essere l’apertura di una trattativa. 

 

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