ORIENTAMENTO CASSAZIONE CIRCA TRASFORMAZIONE RAPPORTO COLLABORAZIONE IN LAVORO SUBORDINATO

 Allo scopo di   conoscere    l’attuale orientamento  dalla Corte di Cassazione in ordine a controversie giudiziarie attivate   da richieste di lavoratori,utilizzati con prolungati  rapporti di collaborazione ,tese ad ottenere  la trasformazione degli stessi in quelli di lavoro subordinato ,si ritiene confacente esporre brevemente il contenuto di tre sentenze in materia .

Il primo caso  , definito in senso  negativo dalla sentenza n.17833 del 30 agosto 2011, ha come protagonista  un  ricorrente che    richiedeva il riconoscimento del lavoro dipendente in relazione alle prestazioni rese da collabratore per  trent’anni a 24 ore settimnali e  compenso fisso.

I giudici  hanno ritenuto di negare l’esistenza della subordinazione sia  per il fatto che a volte il collaboratore aveva negato l’appuntamento ad alcuni clienti della strutura in cui operava come logopedista ,sia   perche’  non aveva l’obbligo di  partecipare alle riunioni mensili in cui si impartivano ordini e direttive in ordine allo svolgimento dell’attività terapeutica .

Inoltre è stato rilevato il fatto che l’attività della logopedista venisse svolta in orari predeterminati dalla società “non era indice di subordinazione, ma derivava dalla necessità di coordinamento con le esigenze della società medesima e degli allievi e pazienti”; ed infatti, “la fissazione degli orari avveniva anche sulla base delle esigenze della ricorrente, come dimostrato dal fatto che non lavorava nelle giornate di mercoledì e di lunedì in cui era impegnata in attività professionale autonoma svolta presso altro studio professionale

Infine  è stato  sottolineato da un lato  che le ferie del ricorrente coincidevano con i giorni di chiusura della strutura sanitaria di   serrvizio , dall’altro che la predeterminazione di 24 ore settimanali di prestazione non determinavano l’esistenza del lavoro dipendente,in quato detta predeterminazione discendeva dall’esigenza di coordinamentocon le necesita’ della societa’ e dei pazienti,noche di quelle dello stesso logopedista ,che non lavorava in due giorni dell asettimana in cuiera impegnao in  un’ altra attivita’ professionale svolta in un diverso studio professionale.

Il secondo caso, inerente la questione   considerata  , è quello su cui la Corte di Cassazione si è pronunciata  con la sentenza n.4271 del 18 aprile 2011, stabilendo che nelle mansioni di disegnatore progettista non si configura il rapporto di lavoro dipendente, se manca l’elemento della subordinazione dato dall’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo ,organizzativo e disciplinare del datore di lavoro.Infatti nella decisione si legge in particolare  quanto segue:

“Il ricorso, pur valutato nella sua duplice articolazione, è infondato.
Invero, dalla lettura della impugnata sentenza emerge con chiarezza l’iter logico della motivazione
che, in aderenza ai principi della giurisprudenza di legittimità, ha correttamente valutato sia la volontà delle parti (sul cui accertamento non deve prescindersi”: Cass. 23 luglio 2004, n. 13884) sia la concreta successiva evoluzione del rapporto accertata sulla base delle risultanze probatorie
di volta n volta richiamate nel corpo della motivazione. Al riguardo, basandosi sulle circostanze pacifiche e comprovate dall’istruttoria, la sentenza ha accertato che il “contratto di lavoro autonomo”:
a) si era tra le parti snodato “nel tempo con le medesime caratteristiche” (circostanza comprovata all’esito dei successivi specifici accertamenti della sentenza della Corte di Lecce e dalle deposizioni testimoniali);
b) “senza mai assurgere nel concreto alla figura del rapporto di lavoro subordinato”.
In particolare, è risultato che l’A., al di là di talune affermazioni equivocamente interpretabili fatte da alcuni testi, per sua stessa ammissione convenne di svolgere un’attività lavorativa autonoma assimilabile al contratto di collaborazione continuativa, nell’espletamento della quale non fu sottoposto né a rigidi vincoli di orario (essendo ovvio che l’opera dovesse essere svolta in coordinamento con l’azienda negli orari di apertura di questa) né a direttive (se non quelle rivolte all’ottenimento dell’opus richiestogli dall’azienda: il tale progetto con tali finalità e potere disciplinare del datore di lavoro (non potendosi i riferiti screzi, privi di sanzione, essere considerati -come ritenuto dal Giudice a quo- espressione di potere disciplinare ma solo del potere di supervisione), ma svolse in tutta autonomia la tipica attività di disegnatore progettista di carpenteria, retribuito secondo il monte ore previsto per l’esecuzione dei progetti via via affidatigli e con tariffe orarie desunte dalle tabelle professionali: il tutto con compensi estremamente variabili nel corso degli anni e solo “con controllo finale dell’elaborato”. Le emergenze probatorie confluiscono quindi nella descrizione dell’attività svolta dall’A. quale opera prestata in autonomia al di fuori di direttive e controlli che non fossero quelli dedotti col contratto.
Detta situazione di fatto -così come accertata -, ove il rapporto tra le parti è articolato non già sulla mera messa a disposizione di energie lavorative etero dirette bensì sulla fornitura all’azienda committente di svariate e connesse operazioni funzionali all’approntamento dei progetti, in contestualità con l’azione di una equipe tecnica coordinata, non lascia dubbi sulla sussistenza di un contratto di lavoro autonomo teso al conseguimento di quel risultato.
In definitiva, non ravvisandosi gli elementi fondamentali del rapporto di lavoro subordinato, ma al contrario essendo emersa l’effettiva esecuzione degli accordi inter partes circa l’espletamento del convenuto rapporto di lavoro autonomo (e nel primo e nei successivi anni del rapporto stesso), correttamente, l’impugnata sentenza ha confermato la sentenza di primo grado”.

Il terzo caso che si richiama,in cui pero’ la Cassazione ha  deciso  in maniera opposta   ale sentenze sopra esposte ,è stato definito dalla sentenza n.4271 del 22.2.2011in merito ad una fattispecie  di pratica professionale “fittizia” ,che la compente Corte d’Appello aveva stabilito non essere “  pratica professionale e nemmeno apprendistato, ma lavoro dipendente” ,evidenziando in concreto “la sussistenza delle principali ed esclusive caratteristiche della subordinazione e, in particolare, della sottoposizione al potere organizzativo e gerarchico del dominus”.

In effetti, “dalla documentazione prodotta non emergeva alcun elemento idoneo a suffragare che l’attività svolta fosse di pratica professionale“.

Da ultimo, elemento significativo, era pure emerso “il mancato rilascio del certificato di attestazione della pratica al fine dell’iscrizione nel relativo registro

La Cassazione, sezione Lavoro ,ha  confermato la decisione dei Giudici d’appello, condannando definitivamente il consulente del lavoro ad inquadrare il “praticante” nel IV livello del CCNL studi professionali.

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