RISPOSTE INTERPELLI MINISTERO LAVORO

Con le note del 27.6.2011 ,la DGAI del Ministero del Lavoro ,in relazione alla previsione dell’art .9 del dec.leg.vo n.124/04,ha fornito risposta a quattro  interpelli ,aventi per oggetto questioni  inerenti il lavoro e la legislazione sociale,il cui contenuto si espone di seguito .

INTERPELLO N. 26/2011

 Alla Confindustria   ,in ordine alla disciplina dei riposi settimanali di cui all’art. 9 del D.Lgs. n.
66/2003  ,che in   particolare ha chiesto  se, ai sensi della disposizione normativa citata, sia possibile
fruire del riposo settimanale “in un giorno diverso dalla domenica”, ogni qualvolta specifiche
esigenze dell’azienda di carattere tecnico – organizzativo e produttivo richiedano la predisposizione
di uno o più turni di lavoro da espletarsi anche in tale giornata ,risulta fornita la seguente risposta
 
 In  virtù del disposto di cui all’art. 1, comma 2, lett. f del Decretoleg.co n.66/03  ogni singolo lavoratore è chiamato a svolgere la propria attività “ad ore differenti su un periodo determinato di giorni o settimane”, consentendo al datore di lavoro di utilizzare gli impianti produttivi, anche senza soluzione di continuità, nel rispetto dei limiti previsti dalla legge e dallacontrattazione collettiva ,mentre l’art. 9, comma 1, del D.Lgs. n. 66/2003, sancisce il diritto del
lavoratore a fruire di un periodo di riposo “ogni sette giorni (…) di almeno ventiquattro ore
consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero
di cui all’art. 7”.
 
 La norma di cui sopra, alla luce di una interpretazione letterale e sistematica, consente
dunque alle imprese che adottano modelli tecnico-organizzativi di turnazione di svolgere attività
lavorativa nel giorno della domenica a prescindere dal settore produttivo di appartenenza.
Laddove, infatti, il Legislatore ha voluto attribuire autonoma rilevanza al settore produttivo
nonché alle specifiche caratteristiche dell’attività interessata, ai fini della possibile derogabilità al
principio del riposo domenicale, ne ha disposto un’apposita elencazione contenuta nel medesimo
comma 3 nonché mediante il meccanismo di individuazione di cui al Decreto interministeriale
richiamato dall’ art. 9, comma 5.
In linea con le argomentazioni sopra sostenute  si ritiene pertanto,che nell’ipotesi in cui l’azienda adotti un modello di lavoro a turni, finalizzato ad assicurare la continuità della produzione, sia possibile per il personale coinvolto nel sistema di turnazione (compreso il personale addetto allo svolgimento di lavori preparatori, complementari o la cui
presenza è obbligatoria per legge) fruire del riposo settimanale in un giorno diverso dalla domenica
a prescindere dal tipo di lavorazione effettuata. Resta evidentemente fermo l’obbligo di rispettare il
comma 1 del citato art. 9, secondo il quale il riposo settimanale va comunque goduto ogni sette
giorni, va cumulato con le ore di riposo giornaliero e può essere calcolato “come media in un
periodo non superiore a 14 giorni”.

INTERPELLO N . 27/2011
 Alla  CONFITARMA  ,che ha avanzato istanza di interpello
per conoscere il parere  minisgteriale    in merito all’interpretazione dell’art. 6, comma
1 del D.L. n. 457/1997 (conv. da L. n. 30/1998), che prevede un totale sgravio contributivo a favore
delle imprese armatrici per il relativo personale in quanto imbarcato su navi iscritte nel Registro
internazionale ed  in particolare se i beneficiari dello sgravio contributivo totale siano le sole imprese
armatrici, ovvero anche il medesimo personale imbarcato sui relativi mezzi navali ,la DGAI ha risposto come segue.
 La questione trae origine dalla dizione letterale della norma che dispone che a decorrere dal
1° gennaio 1998 “le imprese armatrici, per il personale avente i requisiti di cui all’art. 119 del
codice della navigazione ed imbarcato su navi iscritte nel Registro internazionale (…), nonché lo
stesso personale suindicato sono esonerati dal versamento dei contributi previdenziali ed
assistenziali dovuti per legge”.
 Al fine di fugare ogni dubbio ed in risposta al quesito avanzato è necessario richiamare
l’intervento del Legislatore il quale – attraverso un’interpretazione autentica della disposizione in
esame – all’art. 1, comma 1 della L. n. 472/1999 ha precisato che la norma di cui al D.L. n.
 457/1997 “si intende nel senso che (…) i benefici derivanti dall’esonero del versamento dei
contributi previdenziali ed assistenziali sono concessi alle imprese armatrici e comprendono sia gli
oneri previdenziali ed assistenziali direttamente a carico dell’impresa, sia la parte che le stesse
imprese versano per conto del lavoratore dipendente”.
Ne consegue che i soggetti beneficiari dello sgravio contributivo totale sono soltanto le
imprese armatrici. 

INTERPELLO N. 28/2011

 Alla Confindustria ,che ha richiesto  chiarimenti in ordine all’ipotesi del distacco del lavoratore
straniero in Italia per lo svolgimento di prestazioni qualificate, di cui all’art. 27, lett. g), del  Decretolegvo n.286/98,  è stata fornita la seguente 

 Preliminarmente, va ricordato che, ai sensi dell’art. 3 del D.Lgs. n. 286/1998, l’ingresso in
Italia di cittadini extracomunitari per motivi di lavoro subordinato o autonomo è consentito, in linea
generale, nel rispetto di quote aventi ad oggetto il numero complessivo di lavoratori stranieri, non
ancora in possesso di permesso di soggiorno, da ammettere nel territorio italiano ,precisando che le suddette quote, nonché il conseguente numero di visti di ingresso e dei permessi di soggiorno per lavoro, vengono fissati con cadenza annuale mediante Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In tale quadro regolatorio s’inserisce la disposizione normativa di cui all’art. 27 del D.Lgs. n.
286, la quale individua alcune ipotesi in cui è consentito procedere, al di fuori delle menzionate
quote di flusso, al rilascio delle autorizzazioni, dei visti di ingresso e dei permessi di soggiorno in
casi particolari e nei confronti di determinate categorie di lavoratori stranieri.
 Tra le ipotesi di cui sopra, l’articolo citato, alla lett. g)
annovera la categoria dei “lavoratori alle dipendenze di organizzazioni o imprese operanti nel
territorio italiano, che siano stati ammessi temporaneamente, a domanda del datore di lavoro, per
adempiere funzioni o compiti specifici, per un periodo limitato o determinato, tenuti a lasciare
l’Italia quando tali compiti o funzioni siano terminati”.
Dalla lettura della disposizione menzionata non si evince alcun riferimento esplicito alla
necessaria stipulazione di un contratto di appalto tra il datore di lavoro/eventuale impresa
distaccante e l’azienda distaccataria, essendo previsto, invece, quale requisito indispensabile ai
fini dell’ingresso al lavoro, l’espletamento di compiti e prestazioni lavorative specifiche di
natura subordinata nell’ambito di un arco temporale determinato.
Peraltro, laddove la stipulazione del contratto di appalto costituisce presupposto necessario
per la concessione dell’autorizzazione, il Legislatore lo ha disposto in modo espresso, come avviene
nell’ipotesi di cui all’art. 27, lett. i), del citato Decreto.
Ai fini della soluzione del quesito avanzato, si ritiene opportuno richiamare, altresì, la
disciplina delineata in materia di distacco transnazionale dal D.Lgs. n. 72 del 2000, relativa alle
prestazioni di servizi in ambito comunitario ma applicabile anche nei confronti delle imprese
stabilite in uno Stato non membro rientranti in una delle situazioni ivi previste (art. 1, D.Lgs. n.
72/2000).
In particolare, la normativa contempla le ipotesi di mobilità temporanea di lavoratori
realizzate attraverso diverse formule organizzative: da parte di un’azienda straniera presso una
propria filiale situata in Italia o presso una azienda italiana appartenente al medesimo gruppo di
impresa (collegamento societario, unico gruppo internazionale-multinazionale, joint-venture)
ovvero nell’ambito di un contratto commerciale (appalto di opera e servizi, trasporto, ecc.)
stipulato con un committente avente sede legale o operativa sul territorio italiano (cfr. risposta
ad interpello n. 33/2010).
In linea con le argomentazioni svolte,  è possibile dunque
affermare che il datore di lavoro distaccante non sia tenuto a stipulare un contratto di appalto con
  l’impresa distaccataria e, conseguentemente, ad allegare lo stesso a corredo dell’istanza per la
concessione dell’autorizzazione all’ingresso di cui all’art.27, lett. g), D.Lgs. n. 286/1998.
Ai fini di tale richiesta, si ritiene comunque indispensabile la presentazione di idonea
documentazione attestante sia il rapporto contrattuale di natura commerciale intercorrente tra il
distaccante e il distaccatario, sia il limite temporale di svolgimento dell’attività lavorativa
specializzata, nonché il rispetto di tutte le condizioni previste dalla contrattazione collettiva e dalla
legislazione italiana.
Con riferimento alle ulteriori problematiche sollevate,  si rinvia a
quanto previsto dall’art. 40, comma 11, D.P.R. 31 agosto del 1999, come modificato dal D.P.R. n.
334/2004, ai sensi del quale nelle fattispecie in esame il nulla osta al lavoro può essere richiesto:
– “solo da organizzazione o impresa, italiana o straniera, operante nel territorio italiano,
con proprie sedi, rappresentanze o filiali”;
– “e può riguardare soltanto prestazioni qualificate di lavoro subordinato, intendendo
per tali quelli riferite all’esecuzione di opere o servizi particolari per i quali occorre
esperienza specifica nel contesto complessivo dell’opera o del servizio stesso, per un
numero limitato di lavoratori”.
In definitiva, la formulazione generica della normativa permette di considerare i diplomi di
qualifica professionale, di perfezionamento aziendale ovvero da abilitazione ad una specifica
prestazione lavorativa, indicati dall’interpellante, titoli adeguati ad una efficace qualificazione del
lavoratore, a condizione che la specializzazione raggiunta da quest’ultimo sia coerente con
l’esecuzione di opere o servizi particolari che lo stesso è tenuto a svolgere.

INTERPELLO N. 29/2011

 Allo  SNATER, Sindacato Nazionale Autonomo Telecomunicazioni e Radiotelevisioni,  che ha
 richiest0   di  conoscere il parere   in merito alla compatibilità tra l’adozione in un determinato settore aziendale dello
strumento dei contratti di solidarietà difensivi, introdotti a seguito di una iniziale procedura di
mobilità ex L. n. 223/1991 e la stipulazione di contratti di appalto per le attività inerenti lo stesso
settore nonché con l’eventuale incremento di tali appalti ,la DGAI ha risposto  quanto segue
, disciplinati dall’art. 5, commi 5 e 8, della L. n. 236/1993.
 Il  contratto di solidarietà costituisce uno strumento finalizzato ad evitare in tutto o in parte la riduzione o la  dichiarazione di esubero di personale, oggi consentito, ai sensi dell’art. 7 ter , comma 9 lett. d) della L. n. 33/2009,
anche alle aziende con meno di quindici dipendenti, al fine di evitare licenziamenti plurimi
individuali per giustificato motivo oggettivo.
 
La normativa in materia  stabilisce che, sulla base di un iniziale avvio della procedura di mobilità, entro 7 giorni dalla
data di ricevimento della comunicazione di cui al comma 2 del medesimo articolo, le
rappresentanze sindacali aziendali, nonché le rispettive associazioni possono richiedere un esame
congiunto tra le parti allo scopo di esaminare le cause che hanno contribuito a determinare
l’eccedenza di personale e la possibilità di utilizzazione diversa di tale personale o di una sua
parte, nell’ambito della stessa impresa, “anche mediante la sottoscrizione di contratti di solidarietà
e forme flessibili di gestione del tempo di lavoro”.
In base a quanto sopra, pertanto, a questo Ministero è demandato principalmente il compito di
verificare se, al momento dell’apertura della procedura di mobilità, in sede di sottoscrizione
dell’accordo sindacale siano state adeguatamente considerate le cause che hanno determinato
l’esubero, fra le quali possono rientrare verosimilmente forme di esternalizzazione – quali l’appalto
– che, comunque, costituiscono espressione del principio della libera organizzazione del lavoro da
parte dell’impresa.
Ciò premesso, si ritiene che le valutazioni richieste dall’interpellante siano demandate dal
Legislatore alle parti firmatarie dell’accordo sindacale che, in tale sede, potranno dunque
verificare i presupposti per l’attivazione della procedura finalizzata all’erogazione del contributo di
solidarietà.

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