PILLOLE DI…GIURISPRUDENZA

 Si richiama l’attenzione sulle seguenti  decisioni della Corte di Cassazione in materia di lavoro e legislazione sociale ,con riferimento ale questioni affrontate:

Sentenza 20 gennaio 2011, n. 1253

 Condotte datoriali, quali la richiesta di svolgimento di lavoro straordinario, l’assunzione di nuovi lavoratori o la devoluzione all’esterno dell’impresa di parte della produzione, successive al licenziamento collettivo, non sono suscettibili di incidere sulla validità del licenziamento stesso, una volta che la procedura di mobilità si sia svolta nel rispetto dei vari adempimenti previsti dagli5 della legge n. 223 del 1991, ove non risulti la necessità di colmare vuoti di organico originati ingiustificatamente dal processo di ristrutturazione, e ove non si sia in presenza di un ampliamento dell’attività economica dell’impresa, non giustificata sulla base delle ragioni che hanno portato alla riduzione del personale, sicché non sarebbe neppure sufficiente dedurre che vi è stata l’assunzione di nuovi lavoratori per escludere sic et simpliciter la legittimità del ricorso alla procedura di mobilità

Sentenza 11 febbraio 2011, n. 3383

Con tale sentenza la Corte territoriale dà per scontato che, dato il tipo di compiti affidati alla ricorrente, la subordinazione va misurata sulla base di parametri attenuati (cfr., da ultimo, Cass. 19 aprile 2010 n. 9251), ma sostanzialmente rileva che, proprio sulla base di tali indicatori, nel rapporto dedotto appare prevalente l’aspetto relativo al godimento del locale utilizzato come abitazione dalla A. di cui l’attività lavorativa di quest’ultima costituiva mero corrispettivo (cfr., per la distinzione dal lavoro subordinato compensato anche con il godimento di un alloggio Cass. 29 dicembre 1998 n. 12871).

La Corte esclude infatti che i compiti della Aggio attenessero alla custodia dell’impianto, avendo accertato, con valutazione di fatto delle risultanze istruttorie di sua esclusiva competenza – e che il ricorso tenta di contrastare attraverso una inammissibile rivisitazione dell’intero materiale istruttorio, per proporne in questa sede di legittimità una rivalutazione nell’ambito di un giudizio di merito -, che l’unico incarico riguardava la pulizia dei piccoli uffici situati presso l’impianto e l’apertura la mattina e la chiusura la sera (alle 19 e occasionalmente più tardi) dei cancelli dell’impianto. Per cui le considerazioni in diritto che la difesa della ricorrente ritiene di trarre dall’affidamento a questa di compiti di custodia appaiono non pertinenti rispetto alla realtà accertata in giudizio.

Ma anche per ciò che riguarda il preteso inserimento dell’opera della A. nella organizzazione aziendale (inserimento che, per essere significativo sul piano considerato, deve comunque avvenire mediante subordinazione), la descrizione dei modesti compiti una volta per tutte ad essa affidati (e con ampia libertà di orario quanto a quelli di pulizia) finisce per rendere evanescente nella motivazione della sentenza la stessa percepibilità di siffatto elemento, come di ogni altro riferibile al tipo di rapporto rivendicato.

Né d’altronde emergono dal ricorso indicazioni di fatti significativi trascurati o male interpretati dalla Corte territoriale e in grado di rimettere in discussione la decisione.

In conclusione appare quindi non censurabile la qualificazione operata dalla Corte territoriale di un rapporto in cui la prestazione lavorativa autonoma rappresenta il mero corrispettivo del godimento di un immobile, in corrispondenza della funzione propria assegnata dalle parti al rapporto medesimo

 Sentenza 21 febbraio 2011, n. 4149

Al riguardo è opportuno rammentare che, come questa Corte ha già avuto modo di precisare (Cass. sez. lav. n. 9141 del 13/5/2004), “nel rapporto di lavoro subordinato, il carattere vicario delle mansioni svolte preclude il diritto del sostituto all’inquadramento nella qualifica superiore del sostituito, e lo stesso diritto alla maggiore retribuzione per il periodo della sostituzione, sia quando la sostituzione non abbia riguardato mansioni proprie della qualifica rivendicata né comportato l’assunzione dell’autonomia e della responsabilità tipiche della qualifica stessa, sia quando le mansioni proprie della qualifica del sostituto comprendano compiti di sostituzione di dipendenti di grado più elevato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva rigettato la richiesta di riconoscimento della superiore qualifica di funzionario, proposta da dipendente del B. di N. avente la qualifica di vice capo ufficio, grado 9.0, che, in conformità all’ordinamento interno del B., aveva svolto i compiti previsti per gli impiegati di prima classe, grado 10.0) (in senso conforme v. anche Cass. sez. lav. n. 14738 del 30/12/1999).

 Sentenza n. 6806 del 24 marzo 2011

 In  merito alla deduzione della remunerazione dell’amministratore, il quale sia anche socio di una società in nome collettivo.l’Agenzia delle Entrate aveva notificato un accertamento per il recupero delle imposte indebitamente dedotte ad una snc di Ponte San Pietro, la quale lo aveva impugnato con successo davanti alla Commissione Tributaria Provinciale. La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia conferma il giudizio di primo grado, ma la Corte di Cassazione ribalta le sorti della vicenda e accoglie il ricorso dell’amministrazione finanziaria, alla luce della seguente considerazione: la deduzione dei costi per la remunerazione dell’amministratore, qualora siano maggiori di quelli dovuti in quanto socio, è ammessa solo se si dimostra che l’attività di socio è quella prevalente.

  Sentenza n. 6625/2011

 Risulta sancito che non può considerarsi assolto l’onere di “repechage” del dipendente licenziato se l’azienda propone un’attività di natura non subordinata esterna all’azienda, quale si configura il lavoro con contratto di sub-agenzia.  In particolare, nei confronti del dipendente assunto precedentemente con un contratto di lavoro dipendente, l’azienda non può considerare assolto l’onere di “repechage” offrendo un contratto di sub-agenzia (quindi lavoro autonomo ed esterno all’azienda), che non garantisce – sostiene la Corte – le stesse garanzie reali in termini di flusso di lavoro e di reddito, soprattutto quando l’azienda offre ad altri dipendenti un posto fisso. In questa situazione, quindi, il datore non può licenziare il lavoratore per giustificato motivo oggettivo motivando tale provvedimento con il “rifiuto di accettare qualsiasi ipotesi di ricollocazione tra quelle prospettate dall’azienda”.

  Sentenza n. 6298/2011

Risulta chiarito che, in presenza di trasformazione di un contratto di formazione e lavoro in contratto di lavoro a tempo indeterminato, ovvero in caso di assunzione a tempo indeterminato sulla base di chiamata diretta entro i dodici mesi dal momento della cessazione del contratto di formazione e lavoro, la disposizione di cui all’art. 3 del DL n. 726/1984 in base alla quale il periodo di formazione e lavoro va computato nell’anzianità di servizio, vale anche in materia economica.

Nello specifico la Suprema Corte ha sottolineato che il beneficio, di cui alla disposizione legislativa citata, va considerato valido anche in relazione alle disposizioni in materia economica contenute nei diversi CCNL, prime fra tutte quelle relative alla concessione di somme a titolo di anzianità.

  Sentenza n. 6633 del 23 marzo 2011

 Risulta stabilito l’inapplicabilità di quanto previsto dal Collegato Lavoro in tema di risarcimento del danno per licenziamento illegittimo, così come previsto dall’art. 32 della norma.

Nello specifico la Suprema Corte ha sottolineato che “(…) costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità, ed a prescindere dalla riferibilità pur a tale giudizio della disposizione dell’articolo 32 del Collegato, che estende retroattivamente i nuovi criteri di determinazione del danno, che la nuova disciplina del rapporto controverso sia pertinente alle censure formulate, tenuto conto della natura del giudizio di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi del ricorso (…)”.

 Sentenza n. 6500 del 22 marzo 2011

Risulta stabilito   che non può essere licenziato per giusta causa il lavoratore che si azzuffa con un collega davanti agli altri.

La decisione presa dalla Corte si basa sul fatto che il comportamento del lavoratore, contrario alle più comuni norme etiche e civili, pur essendo previsto tra le ipotesi di licenziamento per giusta causa dal contratto collettivo, può essere escluso da queste stesse ipotesi dal giudice se questo ravvisa che tale comportamento non ha fatto venir meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore, condizione necessaria per poter procedere a licenziamento per giusta causa

sentenza n. 6375 del 21 marzo 2011  Risulta respinto il ricorso  il ricorso di un un’azienda sottolineando che il lavoratore (in malattia per una distorsione alla caviglia) “si era adeguato alle prescrizioni del suo medico curante” e che “la ripresa di alcune attività della vita privata”, come fare la spesa, “non è evidentemente comparabile con un’attività lavorativa a tempo pieno”.
 
 Pertanto se   il medico consiglia al malato di uscire di casa, passeggiare e fare la spesa, il datore di lavoro non può considerare il dipendente guarito e licenziarlo per assenza ingiustificata e in malafede dal luogo del lavoro  
A favore del lavoratore hanno giocato, infatti, i rilievi strumentali che dimostravano l’infortunio, la documentazione mediche fornite (“provenienti anche dall’Inail, ente previdenziale pubblico”) e sulle terapie seguite che dimostrava la volontà di favorire la guarigione. E soprattutto la testimonianza del medico curante che aveva prescritto al malato di compiere movimento e, in particolare, di camminare.

 Sentenza  22 marzo 2011 n. 6498
 

 

Le riprese a circuito chiuso sono utilizzabili anche per accertare eventuali illeciti dei dipendenti. Il divieto di monitorare l’attività dei lavoratori attraverso impianti audiovisivi, infatti, non si applica qualora il controllo serva a tutelare il patrimonio aziendale.

 sentenza n.6908 del 20 marzo 2011
Le Fiamme gialle non possono, senza l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, fare accertamenti fiscali nei locali in cui il professionista ha la residenza. Anche se si tratta dello studio.

Sentenza n.6734 del 24 marzo 2011

  • Se l’azienda, e nella fattispecie una snc, non impugna il decreto ingiuntivo, lo stesso atto diventa definitivo nei confronti dei soci che non abbiano fatto opposizione. Inoltre, i soci stessi non potranno nemmeno rivendicare la prescrizione precedentemente maturata nel tentativo di evitare il versamento. Per i giudici della Cassazione, si legge nella sentenza, “il decreto ingiuntivo pronunciato nei confronti di una società in nome collettivo estende i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili e, pertanto, anche ciascuno di questi ha l’onere di proporvi opposizione, con la conseguenza che, in mancanza, il monitorio stesso diviene definitivo anche nei confronti del socio e questi non può opporre l’eventuale prescrizione maturatasi in precedenza….(il socio) ha l’onere di proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, verificandosi, in mancanza, anche nei suoi confronti l’effetto della definitività del monitorio stesso

 

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