COMPETENZE ECONOMICHE COMPONENTI SEGGI ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2013

maggio 21, 2013

Si specificano di seguito le  spettanze di cui al titolo per l’elezioni   amministrative del  26 e 27  maggio corrente ,comprese le operazioni  di  ballottaggio.

1. – Competenza generale degli oneri

Per la competenza degli oneri, vige il principio generale che le spese di organizzazione e di attuazione delle elezioni provinciali, comunali e circoscrizionali sono a carico delle Amministrazioni interessate. Detto principio è sancito dall’articolo 17, secondo comma, della legge 23 aprile 1976, n. 136.

In caso di elezioni singole, le spese relative sono totalmente a carico delle Amministrazioni interessate. In caso di elezioni abbinate, le spese vengono ripartite tra gli enti interessati alle consultazioni.

Sono comunque a carico dello Stato:

- talune spese del procedimento elettorale (spedizione delle cartoline avviso agli elettori residenti all’estero, fornitura di manifesti recanti i nomi dei candidati e degli eletti, schede per la votazione, buste e stampati occorrenti per le operazioni degli uffici elettorali di sezioni – art. 17, comma 3, Legge n. 136/1976);

- gli oneri derivanti dall’art. 5 della legge 16 aprile 2002, n. 62 (adeguamento degli onorari dei componenti i seggi elettorali, limitatamente alla differenza tra i nuovi importi e quelli precedentemente in vigore; quota parte del rimborso spese ai Presidenti di seggio derivante dal prolungamento della giornata di votazione; eventuale acquisto di cabine elettorali).

2. – Spese delle amministrazioni interessate alle consultazioni

2.1 – Organizzazione tecnica ed attuazione delle elezioni comunali e circoscrizionali. Spese a carico delle rispettive amministrazioni.

A norma del citato articolo 17 della legge n. 136 del 1976, sono a carico dei comuni tutte le spese per l’organizzazione tecnica e l’attuazione delle elezioni dei rispettivi consigli, fatta eccezione di quelle contemplate nel precedente paragrafo.

Il periodo di effettuazione del lavoro straordinario elettorale decorre dalla data di affissione del manifesto di convocazione dei comizi (11 aprile 2013) e termina il trentesimo giorno successivo alla data delle consultazioni. In caso di secondo turno di votazione, il termine ultimo per l’effettuazione del lavoro straordinario scade il trentesimo giorno successivo al 9 giugno 2013 (data del ballottaggio).

Per quanto concerne gli onorari da liquidare ai componenti degli uffici elettorali di sezione gli importi da corrispondere sono quelli previsti dall’art. 1 della legge 13 marzo 1980, n. 70, così come sostituito dall’art. 3 della legge 16 aprile 2002, n. 62:

- Seggi ordinari

- Presidenti: € 150,00 (di cui € 30,00 a carico dello Stato – art. 5 legge 62/2002)

- Scrutatori e Segretari: € 120,00 (di cui € 24,00 a carico dello Stato – art. 5 legge 62/2002)

In caso di contemporaneo svolgimento delle elezioni circoscrizionali, gli onorari suindicati sono maggiorati, rispettivamente di € 37,00 e € 25,00. Si precisa che questi ultimi, non essendo stati rivalutati dalla cennata legge 62/2002, esulano dal rimborso statale.

- Seggi speciali (quale che sia il numero delle consultazioni)

- Presidenti: € 90,00 (di cui € 18,00 a carico dello Stato – art. 5 legge 62/2002)

- Scrutatori: € 61,00 (di cui € 12,00 a carico dello Stato – art. 5 legge 62/2002)

Detti importi sono confermati anche in caso di secondo turno di votazione (ballottaggio).

Si precisa che l’onorario :
a) essendo forfetario per la specifica funzione di ciascun componente di seggio, è dovuto per intero nel caso che sia stata interamente espletata la funzione stessa. Ove, invece, il componente sia stato sostituito nel corso delle operazioni, per qualsiasi motivo, l’onorario deve essere ripartito in proporzione alla durata della rispettiva partecipazione alle operazioni del seggio ;

b) retribuisce tutta l’opera prestata da ciascuno dei componenti dei seggi e, quindi, anche quella per l’eventuale recapito dei plichi relativi alle operazioni elettorali;

c) non è assoggettabile a ritenute od imposte e non concorre alla formazione della base imponibile ai fini fiscali (art. 9, comma secondo, Legge 21 marzo 1990 n. 53 e succ. m. e i.) .

3..TRATTAMENTO DI MISSIONE E RIMBORSO SPESE

La legge 13 marzo 1980, n. 70 ha stabilito che oltre all’onorario fisso compete il trattamento di missione, se dovuto, ai soli Presidenti dei seggi. Tale diritto si matura allorché essi debbono recarsi fuori dai Comuni di residenza nei quali, per effetto delle disposizioni di cui alla legge 24 dicembre 1954, n. 1228 ed al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223 si presuppone abbiano anche la dimora abituale.
Il trattamento di missione è stabilito dalla legge 18 dicembre 1973, n. 836 e successive modificazioni ed integrazioni
Ai sensi dell’art. 1, comma 213, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (legge finanziaria 2006), l’indennità di trasferta per le missioni nel territorio nazionale, l’indennità supplementare sul costo del biglietto ferroviario o di altri mezzi di trasporto terrestre o marittimo e l’indennità commisurata all’intera diaria di missione sono state  soppresse.
Rimangono, pertanto, rimborsabili le spese per il viaggio, l’albergo, i pasti, nonché l’attribuzione dei compensi chilometrici a titolo di rimborso spese (€ 0,106; € 0,16; 1/5 del prezzo della benzina per i percorsi effettuati con mezzi propri) nei casi previsti dalla legge.

· Spese per il pernottamento in albergo e per il vitto.

Ai Presidenti di seggio spetta il rimborso delle spese per il pernottamento in albergo a 4 stelle (1° categoria) nonché il rimborso per le spese di vitto (legge 18 dicembre 1973, n. 836 e successive modificazioni ed integrazioni).
I predetti rimborsi sono effettuati, entro i limiti massimi consentiti e ove ne ricorrano le condizioni, soltanto se riguardano spese documentate da fattura o da ricevuta fiscale rilasciata da esercizio commerciale abilitato all’attività alberghiera e/o di ristoro.
La spesa massima che può essere ammessa a rimborso ai sensi del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 febbraio 1995, è stabilita nelle seguenti misure:
· complessivi € 61,10 per due pasti giornalieri; detto importo compete nella misura ridotta del 50% per la consumazione di un solo pasto;
· prezzo di una camera singola in alberghi a 4 stelle (1a categoria).

· Spese di viaggio e compensi chilometrici.

Per il raggiungimento delle località sedi di seggio vengono rimborsate le spese di viaggio ferroviario effettivamente sostenute sulla base dei relativi biglietti che gli interessati devono produrre.
Può corrispondersi anche il rimborso dell’intera spesa occorsa per i viaggi effettuati con altri mezzi di trasporto di linea se l’uso di questi consenta un evidente, notevole risparmio di tempo, o se manchi un collegamento ferroviario con le località sedi di seggio elettorale.
Le spese inerenti il ritorno alle rispettive sedi di provenienza possono essere rimborsate nella stessa misura di quelle ammesse per i viaggi di raggiungimento delle località sedi di seggio elettorale, data la necessità che al pagamento delle competenze in parola sia provveduto appena ultimate le operazioni di scrutinio e per l’ovvia impossibilità di documentare le tabelle di missione con i regolari biglietti di viaggio per il rientro in sede.
Per i percorsi o per le frazioni di percorso non serviti da ferrovie o da altri mezzi di linea e per i quali non siano stati messi a disposizione dei Presidenti dei seggi appositi mezzi straordinari, compete a titolo di rimborso delle spese di viaggio, una indennità di € 0,106 per chilometro, o frazione di chilometro non inferiore a 500 metri.
Per i percorsi effettuati con mezzi propri, in relazione alla facoltà riconosciuta esplicitamente dall’art. 4 della legge 13 aprile 1980, n. 70, spetta una indennità chilometrica pari ad 1/5 del prezzo della benzina vigente al momento, nonché, ove ricorra il caso, il rimborso della eventuale spesa per il pedaggio autostradale.
Inoltre, non è estendibile ai Presidenti dei seggi, anche se dipendenti statali, la stipula e il rimborso di assicurazioni in proposito.
Non spetta alcun rimborso per eventuali spese di trasporto di bagaglio.
Il rimborso delle spese di viaggio e l’attribuzione dei compensi chilometrici a titolo rimborso spese (€ 0,106, € 0,16, 1/5 del prezzo della benzina) spettano anche ai segretari e scrutatori nei casi in cui le sedi elettorali si trovino sempre nel territorio comunale, ma in frazione site fuori dalla cinta urbana.

DISCIPLINA PERMESSI LAVORATORI COMPONENTI SEGGI ELEZIONI 2013

maggio 21, 2013

In vista delle ormai imminenti    elezioni   amministrative ,che si svogeranno in molti comuni della penisola  ,   si   ricorda  la disciplina  relativa ai  permessi spettanti ai lavoratori incaricati di svolgere funzioni elettorali.
INCOMBENZE COMPONENTI SEZIONI ELETTORALI

Le  incombenze dei componenti delle Sezioni elettorali( Presidente, scrutatori ed il segretario)   cominciano prima delle  operazioni di voto, posto che il segretario e  gli scrutatori sono tenuti a presentarsi per  l’insediamento del seggio e le  operazioni di preparazione alle ore  16  di sabato2 5 maggio   ,mentre  i Presidenti si devono recare presso le sedi dei seggi per controllare il corretto allestimento degli stessi e ricevere dai comuni il materiale necessario già  nelle ore antimeridiane della stessa  giornata di sabato .

PERMESSI AI LAVORATORI  IMPEGNATI NELLE  OPERAZIONI DELLE SEZIONI  ELETTORALI

Tutti coloro che saranno chiamati ad adempiere a funzioni presso gli uffici elettorali si assenteranno dal lavoro per tutto il periodo corrispondente alla durata delle relative operazioni, pertanto  i datori di lavoro e/0 i delegati degli stessi  si troveranno impegnati nella gestione delle assenze dei dipendenti impegnati nelle operazioni presso i seggi in conformita’ alle indicazioni seguenti.

Al lavoratore, con contratto a tempo indeterminato e determinato (anche temporaneo) sia nel pubblico che nel privato, chiamato a svolgere funzioni presso i seggi elettorali per le elezioni del Parlamento (nazionale ed europeo), per le elezioni comunali, provinciali e regionali ed in occasione delle consultazioni referendarie, ai sensi dell’art. 119 del T.U. n. 361/57, modificato dalla Legge n. 53/90, e dell’art. 1 della Legge 29.1.1992, n. 69, è riconosciuto il diritto di assentarsi per tutto il periodo corrispondente alla durata delle operazioni di voto e di scrutinio. L’assenza è considerata attività lavorativa a tutti gli effetti. Il beneficio spetta ai componenti del seggio elettorale (presidente, scrutatore, segretario), ai rappresentanti di lista, nonché in occasione del referendum popolare ai rappresentanti dei promotori del referendum. Analogo diritto spetta ai lavoratori impegnati a vario titolo nelle operazioni elettorali (vigilanza o altro).Infine  anche per i volontari del servizio civile nominati alla carica di presidente o segretario di seggio,scrutatore, nonché rappresentante di lista spettano tanti giorni di permesso pari alla durata delle operazioni elettorali,  come è  previsto dal Dpcm 04/02/2009 che disciplina  il  rapporto tra enti e volontari del Servizio Civile Nazionale

.Essendo l’attività prestata presso i seggi equiparata (2° comma art. 119 Legge 361/57) ad attività lavorativa, non è consentito richiedere prestazioni lavorative nei giorni coincidenti con le operazioni elettorali, anche se eventuali obblighi di servizio fossero collocati in orario diverso da quello di impegno ai seggi. I componenti del seggio elettorale o rappresentanti di lista o comunque impegnati in operazioni connesse, hanno diritto inoltre a recuperare le giornate non lavorative di impegno ai seggi con giorni di recupero da concordare con il datore di lavoro, in rapporto anche alle esigenze di servizio. Per quanto riguarda i riposi compensativi si ricorda l’orientamento della Corte Costituzionale, secondo cui il lavoratore ha diritto al recupero delle giornate festive (la domenica), o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta e cioè di intero orario settimanale prestato dal lunedì al venerdì), destinate alle operazioni elettorali, nel “periodo immediatamente successivo ad esse”. In altri termini, i lavoratori interessati avranno diritto a restare a casa retribuiti nei due giorni successivi alle operazioni elettorali (se il sabato è non lavorativo), o nel giorno successivo (se il sabato è lavorativo), salvo diverso accordo con il datore di lavoro, in forza della “voluta parificazione legislativa tra attività al seggio e prestazione lavorativa, rispetto al quale la garanzia del riposo è precetto costituzionale” (Corte Costituzionale n. 452 del 1991).La rinuncia al riposo deve comunque essere validamente accettata dal lavoratore.

In merito a quanto precede ,si osserva che:

- il diritto alla retribuzione compete per le singole giornate di partecipazione al seggio a prescindere dal numero di ore di impegno ( Cass.19 settembre 2001 n. 11830 ,compreso il tempo utilizzato per portare le schede di votazione ai centri di raccolta,trattandosi di compito espletato dal Presidente con due scrutatori;

-il riposo compensativo della domenica,destinato al recupero della giornata destinata al riposo settimanale,   va usufruito in un tempo il più possibile vicino alla conclusione delle operazioni elettorali ,mentre il sabato ,d’intesa con il datore di lavoro,potrà recuperarsi anche in tempi successivi-se le operazioni di scrutinio  si protraggono in modo significativo oltre le ore 24  ,il giorno successivo è da considerarsi permesso retribuito, trattandosi di giorno feriale necessario per realizzare le funzioni elettorali .

CALCOLO DELLE COMPETENZE Il calcolo delle competenze spettanti al lavoratore dipenderà dal regime di paga adottato per il rapporto di lavoro in corso fra le parti. Nel caso di retribuzione fissa mensile, non andranno detratte le giornate lavorative in cui è stato impegnato al seggio, mentre per le giornate non lavorative andranno calcolate tante quote di retribuzione giornaliera. Nel caso di lavoratore retribuito in relazione alle ore di lavoro prestato, occorrerà calcolare prima le competenze spettanti per le ore previste come lavorative, ma non prestate in quanto impegnato al seggio; per le giornate non lavorative, invece, il calcolo è uguale a quello visto in caso di paga fissa mensile. Naturalmente, nell’ipotesi   in cui il lavoratore avrà optato per il riposo compensativo per le giornate non lavorative, gli competerà la retribuzione corrispondente alle giornate lavorative (ovvero alla normale retribuzione mensile nel caso di paga fissa).

Infine si rappresenta che i lavoratori impegnati nelle operazioni elettorali per giustificare l’assenza dal lavoro devono presentare al proprio datore di lavoro la seguente documentazione :

-scrutatore : nomina del comune( ovvero in caso di  urgente sostituzione  del presidente del seggio),nonchè dichiarazione del presidente del seggio attestante la presenza al seggio con precisazione delle date e degli orari iniziali e finali;

-segretario : nomina e dichiarazione del presidente del seggio attestante la presenza al seggio con l’indicazione delle date e degli orari iniziali e finali;

- rappresentanti  liste candidati i :  attestazione del presidente del seggio circa l’esecuzione dell’incarico ricevuto  dai rappresentanti con l’indicazione degli orari e dei giorni di partecipazione alle operazioni elettorali relative al seggio di appartenenza.

La documentazione del Presidente di seggio viene vistata dal Vice – Presidente del seggio.

TRATTAMENTO PREVIDENZIALE E FISCALE I compensi corrisposti ai lavoratori per le giornate di partecipazione ai seggi non sono assoggettati   a contribuzione previdenziale   ne’ a prelievo fiscale.In ordine alle ritenute erariali, si fa presente che l’art. 9, comma 2, della legge 21 marzo 1990, n. 53, dispone che gli onorari dei componenti gli uffici elettorali di cui alla legge 13 marzo 1980, n. 70, costituiscono rimborso spese fisso forfetario non assoggettabile a ritenute o imposte (incluse quelle relative al bollo di quietanza) e non concorrono alla formazione della base imponibile ai fini fiscali

PERMESSO LAVORATORI PER RECARSI A VOTARE

Non è previsto alcun permesso specifico per recarsi a votare, fatto salvo quanto indicato nel paragrafo successivo. E’ comunque pacifico il diritto del lavoratore a chiedere – ed ottenere – permessi non retribuiti o ferie per raggiungere il proprio comune di residenza con i mezzi di trasporto ordinari (treno, aereo, nave). Solo il personale con rapporto a tempo indeterminato dei comparti pubblici può fruire, a tale scopo, dei permessi retribuiti previsti contrattualmente, se non ancora utilizzati.

PERMESSO RETRIBUITO DIPENDENTI PUBBLICI PER RECARSI A VOTARE NEL COMUNE DI RESIDENZA

La materia è disciplinata dalla circolare della ragioneria generale dello Stato Igop n. 23 del 10.3.1992. La concessione del permesso retribuito per recarsi a votare in comune diverso da quello della sede di servizio, ai sensi dell’ art. 118 del DPR 30.3.1957, n. 361, è previsto solo nell’ipotesi in cui il lavoratore risulti trasferito di sede nell’approssimarsi delle elezioni il quale, anche se abbia provveduto nel prescritto termine di 20 giorni a chiedere il trasferimento di residenza, non abbia ottenuto in tempo l’iscrizione nelle liste elettorali della nuova sede di servizio. Qualora ricorra la predetta circostanza al lavoratore va riconosciuto il permesso retribuito per l’esercizio del diritto di voto entro i limiti di tempo stabiliti dal Ministero del Tesoro con Decreto 5.3.1992 sotto indicati, comprensivi del tempo occorrente per il viaggio di andata e ritorno: • un giorno per le distanze da 350 a 700 chilometri; • due giorni per le distanze oltre i 700 chilometri o per spostamenti da e per le isole.

INFORMAZIONI PER VOTAZIONI AMMINISTRATIVE 2013

maggio 21, 2013

 Quando e come si vota, il corpo elettorale

Urne aperte domenica 26 maggio, dalle 8 alle 22, e lunedì 27 maggio, dalle 7 alle ore 15. Turno di ballottaggio per l’elezione dei sindaci, domenica 9 giugno, dalle 8 alle 22, e lunedì 10 giugno, dalle ore 7 alle ore 15

Domenica 26 maggio, dalle ore 8.00 alle ore 22.00, e lunedì 27 maggio, dalle ore 7 alle ore 15, nelle regioni a statuto ordinario e nella regione Sardegna si svolgeranno le elezioni del sindaco e del consiglio comunale di 564 comuni (di cui 2 capoluoghi di regione: Ancona e Roma, e 14 capoluoghi di provincia: Avellino, Barletta, Brescia, Iglesias, Imperia, Isernia, Lodi, Massa, Pisa, Siena, Sondrio, Treviso, Vicenza e Viterbo) nonché dei consigli circoscrizionali.

Le operazioni di scrutinio avranno inizio lunedì 27 maggio, subito dopo la chiusura della votazione e l’accertamento del numero dei votanti.

In caso di effettuazione del turno di ballottaggio per l’elezione dei sindaci, si voterà domenica 9 giugno, sempre dalle ore 8.00 alle ore 22.00, e lunedì 10 giugno, dalle ore 7.00 alle ore 15.00 mentre le operazioni di scrutinio avranno inizio nella stessa giornata di lunedì, al termine delle votazioni e dell’accertamento del numero dei votanti.

I risultati saranno consultabili nei siti http://www.interno.gov.it e http://elezioni.interno.it.

Domenica 26 maggio si svolgeranno anche le elezioni del sindaco e del consiglio comunale di Pergine Valsugana, in provincia di Trento, con eventuale turno di ballottaggio domenica 9 giugno. L’indizione e organizzazione delle elezioni comunali in Trentino-Alto Adige sono di competenza della regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol.

COME SI VOTA

ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO E DELLA SARDEGNA (SCHEDA AZZURRA)

La scheda reca i nomi e i cognomi dei candidati alla carica di sindaco, scritti entro un apposito rettangolo, al cui fianco sono riportati i contrassegni della lista o delle liste con cui il candidato è collegato.

L’elettore può votare:

  • per una delle liste, tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito anche al candidato sindaco collegato;
  • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, non scegliendo alcuna lista collegata; il voto così espresso si intende attribuito solo al candidato alla carica di sindaco;
  • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una delle liste collegate, tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista collegata;
  • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una lista non collegata, tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata (cd. “voto disgiunto”).

L’elettore potrà altresì manifestare non più di due voti di preferenza per candidati alla carica di consigliere comunale, scrivendo, nelle apposite righe stampate sotto ogni contrassegno di lista, i nominativi (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, data e luogo di nascita) dei candidati preferiti appartenenti alla lista prescelta, avendo però presente che, nel caso di espressione di due preferenze, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.

Per il ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato sindaco prescelto.

ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SINO A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO E DELLA SARDEGNA (SCHEDA AZZURRA)

La scheda reca i nomi e i cognomi dei candidati alla carica di sindaco, al cui fianco è riportato il contrassegno della lista con cui il candidato è collegato.

L’elettore può votare:

  • per una delle liste, tracciando un segno sul relativo contrassegno;
  • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo nominativo;
  • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo nominativo, e per la lista collegata, tracciando un segno anche sul relativo contrassegno.

In tutti i predetti casi, il voto si intenderà attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista collegata.

L’elettore può altresì esprimere un solo voto di preferenza, nei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, o non più di due voti di preferenza, nei comuni con popolazione compresa tra 5.000 e 15.000 abitanti, per candidati alla carica di consigliere comunale compresi nella lista collegata al candidato alla carica di sindaco prescelto, scrivendone solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e il nome e, ove occorra, data e luogo di nascita, nelle apposite righe stampate sotto il medesimo contrassegno, avendo però presente che, nel caso di espressione di due preferenze, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, a pena di annullamento della seconda preferenza.

CORPO ELETTORALE

I dati definitivi sul corpo elettorale, riferiti al 15° giorno antecedente la data delle votazioni, saranno acquisiti entro il 16 maggio 2013.

I dati sotto riportati, provvisori, sono aggiornati in base ai risultati della revisione straordinaria delle liste elettorali al 45° giorno antecedente la votazione.
Le elezioni in 564 comuni di regioni a statuto ordinario e della regione Sardegna interesseranno 6.895.701 elettori, di cui 3.305.273 maschi e 3.590.428 femmine.
Le sezioni elettorali complessive saranno 7.964.

L’elezione nel comune di Pergine Valsugana (Trento), in base ai dati dell’ultima revisione semestrale delle liste elettorali, interesserà 16.301 elettori, di cui 7.942 maschi e 8.359 femmine. Le sezioni elettorali sono 21.

TESSERA ELETTORALE

Il Ministero dell’Interno ricorda che gli elettori, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici elettorali di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire, oltre ad un documento di riconoscimento, la tessera elettorale personale a carattere permanente.
Chi avesse smarrito la propria tessera personale, potrà chiederne il duplicato agli uffici comunali che, a tal fine, saranno aperti da martedì 21 maggio a sabato 25 maggio, dalle ore 9.00 alle ore 19.00, e domenica 26 e lunedì 27 maggio, giorni della votazione, per tutta la durata delle operazioni di voto.
Gli elettori sono invitati a voler verificare sin d’ora se siano in possesso di tale documento e, in mancanza, a richiedere al più presto il rilascio del duplicato, evitando di concentrare tali richieste nei giorni di votazione.

DEROGHE LIMITE 36 MESI INTERVENTO CIGS NEL QUINQUENNIO

maggio 21, 2013

   L’argomento di cui  al titolo  fa riferimento   alla previsione dell’art.1 ,comma 9 ,della legge n.223/91 ,che dispone:

“9. Per ciascuna unità produttiva i trattamenti straordinari di integrazione salariale non possono avere una durata complessiva superiore a trentasei mesi nell’arco di un quinquennio, indipendentemente dalle cause per le quali sono stati concessi, ivi compresa quella prevista dall’articolo 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863. Si computano, a tal fine, anche i periodi di trattamento ordinario concessi per contrazioni o sospensioni dell’attività produttiva determinate da situazioni temporanee di mercato. Il predetto limite può essere superato, secondo condizioni e modalità determinate dal CIPI ai sensi del comma 6, per i casi previsti dall’articolo 3 della presente legge, dall’articolo 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863, dall’articolo 7 del decreto-legge 30 dicembre 1987, n. 536, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1988, n. 48, ovvero per i casi di proroga di cui al comma

 Al riguardo, preliminarmente ,si evidenzia che il quinquennio di cui parla la norma or ora  esposta , si calcola per limiti temporali fissi consecutivi, a partire dall’11 agosto 1990 (L. n. 223/91 art. 22 c.5).

Di conseguenza, il primo quinquennio è scaduto il 10 agosto 1995, il secondo il 10 agosto 2000, il terzo il 10 agosto 2005, il quarto il 10 agosto 2010, il quinto si concluderà il 10 agosto 2015 ed in tal senso si rinvia alla Nota del Min. Lav. N. 14/3779 del 30 marzo 2006.

L’esame dell’art.1,comma 9 ,sopra esposto evidenzia i seguenti aspetti:

a) il limite dei 36 mesi di integrazione salariale strordinaria  non concerne l’azienda nel suo complesso ,ma  ogni singola  unita’ produttiva  della medesima .Pertanto se l’azienda fosse  costituita  da piu’ unita’ produttive ,  potrebbe  accadere   che per qualcuna si raggiunga detto limite ,mentre per altre no,così che per le prime viene meno la possibilita  di utilizzare ulteriormente la cigs ,mentre  per le seconde persiste  detta possibilita;

b)  al raggiungimento di detto limite ,secondo la previsione normativa  sopra  riportata  ,concorrono tutti gli interventi della cigs indipendentemente dalle cause per le quali sono stati concessi, (  crisi aziendale,  riorganizzazione  ,ristrutturazione e  riconversione aziendale ,oltre che l’esistenza  una   procedura  concorsule prevista e dall’art.3 della legge n.223/91,che , però, merita una  specifica  successiva considerazione) ;

c) a determinare  tale limite  , concorrono  inoltre   sia  i periodi  di cigo  concessi   all’unita’ aziendale per contrazioni o sospensioni dell’attività produttiva   per  situazioni temporanee di mercato, nonche’ i periodi di cigs autorizzati ,a norma dell’art.1 della legge n.863/84 ,per i contratti di solidarieta’ difenzivi  e per la proroga degli  stessi .

Pertanto ,quanto riportato nella lettera c) comporta che ,ferma restando  la possibilita’ di ricorrere alla cigo  per   12  mesi  consecutivi  ovvero frazionati nel biennio ,come stabilito dall’art.6    della legge n.164/75,se l’impresa   , sommando  cigo e cigs ,compresa quella del contratto di solidarieta’ ,ha consumato ad esempoio complesivasmente 30 mesi di trattamento previdenziale ,   dispone  ancora  di  6 mesi  di cigs indipendente  dalle  cause  della richiesta.

 Si aggiunge ,tuttavia ,che   l’ultimo periodo dell’  art. 1, c. 9 ,L. 223/91 ha previsto     alcune  deroghe al limite dei 36 mesi di cigs nel quinquiennio , demandando  la determinazione delle condizioni e modalità per l’ammissione  delle medesime.al Cipi , cui  originariamente spettava  l’approvazione dei programmi d’intervento dell’integrazione salariale straordinaria

Infatti in proposito il CIPI ,cui originariamente spettava la competenza di approvare i programmi aziendali richiedenti l’intervento della cigs ,ha adottato la delibera 13 luglio 1993 (pubblicata sulla G.U. n. 216 del 14/09/93), con la quale sono stati fissati i criteri per la concessione delle deroghe nelle situazioni di seguito elencate:

  1)Procedure concorsuali ,ossia fattispecie in cui il trattamento di cigs risulta concesso ai sensi dell’art. 3 L. 223/91;·

2) Ristrutturazione, riorganizzazione e riconversione aziendale ,nel senso che la deroga riguarda le proroghedi cigs  oltre i 24 mesi, ove i programmi presentino una particolare complessità in ragione delle caratteristiche tecniche dei processi produttivi delle aziende;

3))Trasformazione dell’assetto proprietario  ,significando che la deroga si sostanzia nella neutralizzazione dei periodi di concessione antecedenti la trasformazione societaria ed in  merito si rinvia alla  Circ. INPS n. 103 dell’11.4.95 ;

4)Per i periodi durante i quali una azienda usufruisce dei contratti di solidarietà può essere richiesta una deroga al limite di cui all’art. 1 c. 9 L. 223/91 sulla base di quanto disposto dall’art. 7 del D.M. n. 31445 del 20.8.2002 e cioè quando il ricorso al CDS abbia la finalità di strumento alternativo alla procedura di mobilità  ,secondo la regolamentazione dell’art. 4 L. 223/91  .

Per quanto concerne  la deroga  al limite dei 36 mesi di cigs nel quinquennio successivamente è  intervenuto  il Decreto del Ministro del Lavoro n.46448 del 10 luglio 2009, che ha   disposto  semplificazioni per le modalità d’accesso al trattamento d’ integrazione salariale straordinaria  in favore di lavoratori dipendenti di aziende le quali abbiano sottoscritto contratti di solidarietà ,considferato che  ,merntre originariamente, la legge demandava al CIPI la determinazione delle” condizioni e delle modalità” per il superamento del detto limite dei 36 mesi, nelle sopra indicate ipotesi con l’art. 1 comma 21 e 24 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 e con il successivo DPR del 20 aprile1994, n. 373, le funzioni del detto Comitato interministeriale sono state devolute al  Ministero del Lavoro con la conseguente competenza dello stessoi  perl’individuazione delle condizioni e delle modalitàdi cui al richiamato art 1, comma 9 della legge n.223/91 ..

A conferma di quanto sopra riportato circa i contratti di solidarieta’  ,il Ministero Lavoro ha emanato la nota  n.1879 del 21.1.2010, il cui testo dsi espone di seguito.

“Oggetto:Articolo 1, comma 9 della legge 23 luglio 1991, n.223 e contratti di cui all’articolo 1 del decreto-logge 30ottobre 1984, n. 726, convertito con modificazioni dalla legge, 19 dicembre 1984, n. 863.

 In riscontro ai diversi quesiti pervenuti alla scrivente Direzione Generale in merito alla possibilitàdi stipulare contratti di cui all’articolo 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito con modificazioni dalla legge, 19 dicembre 1984, n. 863, da parte diimprese che abbiano nell’arco del quinquennio già fruito del limite massimo di 36 mesi di integrazione salariale, si osserva quanto segue.

L’articolo 1, comma 9 della legge 23 luglio 1991, n. 223 riporta testualmente “Per ciascuna unità produttiva i trattamenti straordinari di integrazione salariale non possono avere una durata complessiva superiore a trentasei mesi nell’arco di un quinquennio, indipendentemente dalle cause per le quali sono staticoncessi, ivi compresa quella prevista dall’art. 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito, conmodificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863

 Si computano, a tal fine, anche i periodi di trattamento ordinario concessi per contrazioni o sospensioni dell’attività produttiva determinate da situazioni temporane e di mercato

. Il predetto limite può essere superato,secondo condizioni e modalità determinate dai CIPI ai sensi del comma 6, per i casi previsti dall’art. 3 della presente legge, dall’art. 1 del decreto-legge30 ottobre1984, n. 726, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863, dall’art. 7 del decreto-legge 30 dicembre 1987, n. 536, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1988, n. 48, ovveroper i casi di proroga di cui al comma 3.”

Tale norma pone dunque il limite della durata massima dell’intervento di integrazione salariale fruibile dai lavoratori di una unità produttiva nell’arco di un quinquennio.

Nel computo dei 36 mesi indicati dalla norma vanno  considerati,pertanto , tutti i periodi in cui una unità produttiva abbia fruito di integrazione salariale,equiparandosi ai periodi di integrazione salarialestraordinaria, i periodi di integrazione salariale a seguito della stipula di un contratto di solidarietà e di integrazione salariale ordinaria concessa per contrazione o sospensione dell’attività produttiva determinateda situazioni temporanee di mercato.

Va sottolineato che questo limite non è tuttavia rigido prevedendo la legge stessa espressamente la possibilità di un suo superamento:

- nei casi di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale di particolare complessità di cui all’articolo 1, comma 3 della legge n. 223/1991 (per i quali appunto è prevista una durata massima di   48mesi);- nelle ipotesi in cui l’impresa sia ammessa a procedure concorsuali, di cui all’articolo 3 della legge n.223/91;

- nel caso di stipulazione di contratti di solidarietà di cui all’art. 1 del decreto-legge 30 ottobre1984, n.726, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863;

- nel caso di proroga dei sopra detti contratti disolidarietà di cui dall’art. 7 del decreto-legge 30dicembre 1987, n. 536, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1988, n. 48.

La ratio sottesa al citato articolo 1, comma 9 della legge 23 luglio 1991, n. 223 è chiara, si vuole impedire che operando rigidamente il tetto dei detti 36 mesi nel quinquennio, vengano preclusi validi piani e programmi volti al salvataggio dei livelli occupazionali.

In linea con quanto sopra esposto,  , con decrerto n.46488 /09 sono state disposte semplificazioni per le modalità d’accesso al trattamento di integrazione salariale in favore di lavoratori dipendenti di aziende le quali abbiano sottoscritto contratti di solidarietà.

Nel detto decreto, infatti, all’articolo 7, rubricato “deroga ai sensi dell’articolo 1 comma, 9 dellalegge 23luglio 1991, n. 223″ si chiarisce che qualora il ricorso al contratto di solidarietà abbia finalità di strumento alternativo alla procedura per la dichiarazione   di mobilità di cui all’articolo 4, della legge n. 223/91 il limite disposto all’articolo 1, comma 9 della medesima legge può essere superato.

Pertanto, per quanto sopra esposto e in conformità al dettato normativo e in particolare con il sopraesposto articolo 1, comma 9 della legge n. 223/91 si ribadisce che se una impresa che abbia già fruito dei 36mesi di integrazione salariale a qualunque titolo corrisposta nel quinquennio, faccia ricorso alla stipula di un contratto di solidarietà, ai sensi dell’articolo 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito conmodificazioni dalla legge, 19 dicembre 1984, n. 863, come strumento alternativo alla procedura di dichiarazione di mobilità, il predetto tetto massimo dei 36 mesi nel quinquennio possa essere superato

 Infine ,qualora il contratto di solidarietà raggiunga la durata massima prevista un nuovo contratto, per le medesime unità aziendali, può essere stipulato trascorsi dodici mesi al termine del precedente accordo”

 Si  conclude sottolineando che in definitiva  ,la nota ministeriale n.1879 del 21.1.2010   chiarisce  definitivamente che  affinche’   la cigs  dei   contratti di solidarieta’  disciplinati dalla legge n.863/84  venga consentita  in deroga al limite dei 36 mesi nel quinquennio ,risulta necessario che l’impresa ,prima del contratto di solidarieta’ da stipulare ,abbia gia’ usufruito dei 36 mesi d’integrazione salariale a qualunque titolo corrisposta nel quinquennio.

DAL PRIMO GIUGNO P.V. GENERALIZZATA PER AZIENDE PROCEDURA STANDARDIZZATA VALUTAZIONE RISCHI

maggio 20, 2013

Si ricorda che dall’1.6.2013 viene meno la possibilta’ prevista per aziende sino a 10 dipendenti di rendere l’autodicchioarazione relativa all’intervenuta valutazione dei rischi sui luoghi di lavoro.

Pertanto, da detta data anche le predette aziende devo provedere attraverso la procedura standardizzata dell valutazione di rischi stabilita dall’art.29,comma 5, del dec.legvo n.81 e smi .ed in merito si rinvia alla documentazione sottostante

  Procedure standardizzate per la valutazione dei rischi

  La Modulistica

SUSSISTE INCOMPATIBILITA’ ISCRIZIONE ALBO PROSSIONALE E RAPPORTO LAVORO PUBBLICO PART TIME

maggio 20, 2013

Quanto riportato nel titolo risulta stabilito nella sottostante sentenza della Cassazione 16 maggio 2013, n. 11833

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Svolgimento del processo

1 – Con ricorso depositato il 13-3-2007 presso la segreteria del COA di T. l’avvocato F. N. impugnava la delibera con la quale era stata disposta la sua cancellazione dall’albo degli avvocati per incompatibilità ex L. n. 339/2003; il ricorrente, dipendente a tempo parziale del Comune di T., in data 1-6-2002 era stato iscritto nell’albo degli avvocati di T. ex art. 1 comma 56 e seguenti della L. n. 662/1996; a seguito dell’entrata in vigore della L. 25-11-2003 n. 339, l’avvocato N. con nota del 27-11-2006 comunicava a quel Consiglio territoriale di optare per il mantenimento del rapporto di pubblico impiego a tempo ridotto e per il contemporaneo esercizio della professione forense; sennonché il COA di T. in data 20-2-2007 deliberava la sua cancellazione per incompatibilità ai sensi dell’art. 37 della L. n. 36/1934.

Il CNF con decisione del 12-5-2010 ha rigettato il ricorso.

Per la cassazione di tale decisione il N. ha proposto un ricorso affidato a sette motivi illustrato da due successive memorie; le parti intimate non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

2 – Con delibera del 13-2-2007 il COA di Nola attivava la procedura di cancellazione dall’albo professionale dell’avvocato M. F., quale dipendente della Agenzia delle Entrate – Ufficio di Nola, per incompatibilità “ex lege” n. 339/2003.

L’avvocato F. era stato iscritto all’albo degli Avvocati di Nola fin dal 1988 a seguito della trasformazione del suo rapporto di lavoro con il Ministero delle Finanze da full-time a part-time per lo svolgimento dell’attività di avvocato.

A seguito della suddetta delibera con la quale gli veniva richiesto di comunicare entro la data del 1-12-2007 la sussistenza o meno dei motivi di incompatibilità con l’iscrizione all’Albo degli Avvocati, il F. con nota del 1-8-2008 comunicava all’Ordine di essere rientrato in servizio il 4-3-2008 presso l’Agenzia delle Entrate – Ufficio di Nola nella posizione di dipendente part – time.

Il COA di Nola in data 15-9-2008, considerato che la L. n. 339/2003 aveva introdotto nell’ordinamento forense la norme che sanciscono l’incompatibilità tra l’esercizio della professione di avvocato con il rapporto di pubblico impiego a part – time, prevedendo l’obbligo a carico degli avvocati a part – time di optare entro trentasei mesi dall’entrata in vigore della legge ora menzionata per il mantenimento del rapporto di impiego ovvero per la libera professione, dandone comunicazione al Consiglio dell’Ordine presso il quale risultano iscritti, e preso atto della comunicazione inviata dal F. con la nota del 1-8-2008, deliberava la cancellazione di quest’ultimo dall’albo degli Avvocati.

Proposta impugnazione da parte del F. il CNF con decisione del 16-3-2010 ha rigettato il ricorso.

Per la cassazione di tale decisione il F. ha proposto un ricorso articolato in nove motivi; nessuna delle parti intimate ha svolto attività difensiva in questa sede.

3 – Con istanza depositata il 1-12-2006 presso la segreteria del COA di Benevento l’avvocato C. R., iscritto al predetto Ordine Professionale e quale dipendente pubblico in part – time ridotto (50% dell’orario ordinario) della Corte di Appello di Napoli, premesso di non essere soggetto alla disciplina della L. n. 339/2003 in quanto iscritto all’albo egli avvocati fin dal 15-3-2002, ovvero quasi due anni prima dell’entrata in vigore della menzionata legge, e quando era in vigore la L. n. 662/1996, la quale consentiva al dipendente pubblico in part – time di iscriversi ad un albo professionale, per mero tuziorismo, in relazione al disposto della L. n. 339/2003, comunicava all’Ordine Professionale la propria opzione di mantenimento del rapporto di lavoro pubblico in part – time ridotto (ovvero 50% dell’orario ordinario), anche dopo la scadenza del termine di trentasei mesi dall’entrata in vigore della legge suddetta.

Il COA di Benevento con delibera del 27-9-2007 dichiarava l’incompatibilità del R., non avendo questi desistito dal rapporto di pubblico impiego tuttora esistente, e ne disponeva la cancellazione dall’albo.

Proposta impugnazione da parte del R. il CNF con decisione del 2-10-2010 ha rigettato il ricorso.

Per la cassazione di tale decisione il R. ha proposto un ricorso articolato in nove motivi illustrato successivamente da una memoria; le parti intimate non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Con ordinanza del 5-7-2011 questa Corte ha riunito i predetti ricorsi.

Motivi della decisione

1 – Con il primo motivo il N., deducendo violazione degli artt. 56 R.D.L. n. 1578/1933 – 111 Cost. anche in relazione all’art. 132 n. 4 c.p.c. ed insufficiente motivazione, assume che il CNF si è limitato ad invocare l’art. 3 del R.D.L. n. 1578/1933 per giustificare il proprio convincimento senza offrire adeguate argomentazioni al riguardo; inoltre la decisione impugnata risulta viziata per non aver pronunciato su tutta la domanda, nulla essendo stato rilevato in ordine sia alla disparità di trattamento derivante dall’applicazione del citato art. 3, sia alla manifesta ingiustizia che consegue alla rigida applicazione della citata norma.

Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo violazione degli artt. 56 R.D.L. n. 1578/1933 – 111 sesto comma Cost. anche in relazione all’art, 132 n. 4 c.p.c. e vizio di motivazione, sostiene che la decisione del CNF si basa su di un richiamo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 390/2006, che peraltro aveva deciso soltanto nel senso della non fondatezza della questione di legittimità costituzionale del solo art. 1 della L. n. 339/2003, e quindi della legittimità della disposizione che vieta l’iscrizione per la prima volta all’albo forense di pubblici dipendenti in part – time, e non riguardava i limiti che incontra il legislatore attinenti al rispetto dell’affidamento ingenerato da leggi preesistenti nei confronti di chi, come il ricorrente, era già iscritto all’albo degli avvocati ai sensi della L n. 662/1996.

Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando violazione dell’art. 56 del R.D.L. n. 1578/1933 e degli artt. 3-35 primo comma e 41 della Costituzione nonché omessa motivazione, assume che il CNF non si è pronunciato su una serie di questioni di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della L. n. 339/2003 in relazione agli artt. 3-35 primo comma e 41 della Cost., ritenuti in contrasto con il principio di ragionevolezza, di tutela dell’affidamento e del diritto al lavoro.

Con il quarto motivo il N., deducendo violazione degli artt. 56 del R.D.L. n. 1578/1933 e 111 sesto comma della Costituzione anche in relazione all’art. 132 n. 4 c.p.c. ed insufficiente e contraddittoria motivazione, rileva che, contrariamente a quanto ritenuto dal CNF, l’esponente non aveva mai richiesto un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea in ordine a questioni di compatibilità della L. n. 339/2003 con il diritto comunitario, ma aveva soltanto chiesto la sua disapplicazione.

Con il quinto motivo il ricorrente denunciando violazione degli artt. 56 del R.D.L. n. 1578 e 111 sesto comma Cost. anche in relazione all’art. 132 n. 4 c.p.c. e vizio di motivazione, censura la decisione impugnata per aver disatteso la richiesta di disapplicazione della L. n. 339/2003 in quanto in contrasto con il diritto comunitario; chiede in via subordinata la rimessione della relativa questione alla Corte di Giustizia Europea in quanto la suddetta legge ha introdotto nell’ordinamento interno delle disposizioni che eliminano l’effetto utile della previgente regola più ampia sulla concorrenza tra avvocati.

Con il sesto motivo il N., deducendo violazione dell’art. 56 del R.D.L. n. 1578/1933 in relazione all’art. 113 c.p.c. e dell’art. 117 primo comma Cost., rileva che il disposto di tale ultima disposizione può dirsi non violato dalla L. n. 339/2003 solo se si addiviene all’interpretazione che salvaguarda i diritti quesiti degli iscritti agli albi degli avvocati previsti dall’art. 1 commi 56, 56 bis e 57 della legge n. 662/1996.

Con il settimo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 14 bis della L. 4-2-2005 n. 11 assumendo che, sulla base di detta disposizione, il C.N.F. non avrebbe dovuto fare applicazione della L. n. 339/2003, posto che la norma del citato art. 14 bis vieta che a carico dei cittadini italiani possano trovare applicazione norme il cui effetto risulti discriminatorio rispetto alla condizione ed al trattamento dei cittadini comunitari residenti o stabiliti nel territorio nazionale; la L n. 339/2003 realizzerebbe la cosiddetta “discriminazione ai contrario”, perché gli avvocati stabiliti o integrati in Italia non possono essere dipendenti pubblici, ma possono essere dipendenti di “corrispondenti istituzioni pubbliche nello Stato membro” ove hanno acquisito la qualifica professionale di avvocato; conseguentemente a questi ultimi sarebbe consentito l’esercizio della professione forense in Italia, che risulterebbe invece vietata ai dipendenti pubblici italiani.

2 – Con il primo motivo il F., deducendo violazione dell’art. 111 Cost. anche in relazione all’art. 132 n. 4 c.p.c. e vizio di motivazione, rileva che la decisione del CNF, limitandosi a riportare stralci della sentenza n. 390 del 2006 della Corte Costituzionale, non risponde ai punti del ricorso, dando una interpretazione errata della legge e della menzionata sentenza; secondo il ricorrente, infatti, detta sentenza si è pronunciata, nel merito, solo sulla legittimità dell’art. 1 della L. n. 339/2003, norma che prevede l’inapplicabilità delle disposizioni dell’art. 1 commi 56-56 “bis”e 57 della L. n. 662/1996 all’iscrizione agli albi degli avvocati; tale disposizione, cioè, prevede per il futuro l’impossibilità per i dipendenti pubblici a tempo parziale di svolgere contemporaneamente la professione di avvocato; la Corte Costituzionale, però, non ha affrontato nel merito, né nella citata sentenza né nell’ordinanza n. 91 del 2009, la questione relativa alle legittimità degli artt. 1 e 2 della legge n. 339/2006 ove interpretati nel senso che essi imporrebbero la cancellazione dall’albo anche nei confronti degli avvocati già iscritti, come il ricorrente, i quali hanno esercitato da tempo entrambe le attività.

Con il secondo motivo il F., denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 della L. n. 339/2003 e degli artt. 11-12-14 e 15 delle disposizioni sulla legge in generale, assume che l’interpretazione corretta delle suddette norme impone di ritenere che la legge del 2003 abbia voluto reintrodurre un limite all’iscrizione negli albi degli avvocati, ma che non abbia introdotto anche una sopravvenuta causa di incompatibilità; la decisione del CNF è quindi errata in quanto la cancellazione di esso ricorrente non poteva essere disposta.

Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 16 del R.D.L n. 1578/1933 in quanto la decisione impugnata non ha tenuto conto che il secondo periodo del terzo comma della disposizione ora richiamata prevede che “La cancellazione è sempre ordinata qualora la revisione accerti il difetto dei titoli e requisiti in base ai quali fu disposta l’iscrizione…”; pertanto l’introduzione legislativa di nuove cause di incompatibilità per l’esercizio della professione forense può operare solo come divieto di ulteriori iscrizioni agli albi di soggetti non in possesso dei nuovi requisiti di compatibilità che si inseriscono nell’ordinamento, ma non può pregiudicare quanti possano dimostrare la permanenza di tutte le condizioni in base alle quali furono iscritti all’albo.

Con il quarto motivo il ricorrente, deducendo violazione del principio di primazia ed efficacia del diritto comunitario, censura la decisione impugnata per non aver disapplicato la legge n. 339/2003, che si pone in contrasto con i principi comunitari di eguaglianza, certezza giuridica ed affidamento; in questa sede il F. chiede di sollevare questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea per accertare se la legge n. 339/2006 sia o meno compatibile con i suddetti principi.

Con il quinto motivo il ricorrente, denunciando violazione degli artt. 2-3-4-24-35-41-81-97-111 e 117 Cost., afferma che il CNF, ritenendo che la cancellazione dall’albo forense dell’esponente fosse prescritta dagli artt. 1 e 2 della legge n. 339/2006, avrebbe dovuto sollevare questione di legittimità costituzionale di tali disposizioni in quanto in contrasto con i menzionati articoli della Costituzione.

Con il sesto motivo il F., dopo aver ribadito che la normativa di cui agli artt. 1 e 2 della legge n. 339/2003 dovrebbe essere interpretata nell’unico senso conforme alla Costituzione, ossia quello di non ritenerla applicabile agli avvocati già iscritti all’albo in base alla normativa previgente, rileva che, ove si ritenga il contrario, sarebbe necessario sollevare questioni di legittimità costituzionale in quanto in contrasto con i principi di ragionevolezza, di tutela dell’affidamento, del diritto al lavoro, del buon andamento della P.A., della copertura finanziaria e della tutela della concorrenza.

Con il settimo motivo il ricorrente prospetta violazioni del diritto comunitario in riferimento agli artt. 10 ed 81 del Trattato suddetto relativi al principio della concorrenza; tale questione viene proposta sotto due diversi profili: 1) richiesta di disapplicazione della L. n. 339/2003 in quanto in contrasto con il diritto comunitario, con conseguente cassazione della decisione che di tale legge ha fatto applicazione; 2) rimessione della relativa questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea in riferimento ai menzionati articoli del Trattato.

Con l’ottavo motivo il F. deduce violazione dell’art. 14 bis della L. 4-2-2005 n. 11, assumendo che, sulla base di detta disposizione, il C.N.F. non avrebbe dovuto fare applicazione della L. 339/2003, posto che la norma del citato art. 14 bis vieta che a carico dei cittadini italiani possano trovare applicazione norme il cui effetto risulti discriminatorio rispetto alla condizione ed al trattamento dei cittadini comunitari residenti o stabiliti nel territorio nazionale; la L. n. 339/2003 realizzerebbe la cosiddetta discriminazione “al contrario”, perché gli avvocati stabiliti o integrati in Italia non possono essere dipendenti pubblici, ma possono essere dipendenti di “corrispondenti istituzioni pubbliche nello Stato membro” ove hanno acquisito la qualifica professionale di avvocato; conseguentemente a questi ultimi sarebbe consentito l’esercizio della professione forense in Italia, che risulterebbe invece vietata ai dipendenti pubblici italiani.

Con il nono motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 24 e 111 Cost. oltre che dell’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali deducendo che il CNF – che ha deciso il ricorso relativo alla cancellazione – non ha avuto, rispetto alla questione sottoposta al suo esame, la natura di giudice terzo ed imparziale, poiché si era in argomento già più volte pronunciato nella sua funzione di indirizzo e coordinamento dei vari Consigli dell’ordine territoriali sollecitando, da parte di questi, l’adozione dei provvedimenti di cancellazione; pertanto il CNF non ha quei requisiti di terzietà ed imparzialità che anche la Corte Costituzionale ha in più occasioni ribadito essere una qualità imprescindibile di qualsiasi organo giudicante.

3 – Con il primo motivo il R. denuncia violazione degli artt. 24 e 111 Cost. oltre che dell’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali deducendo che il CNF – che ha deciso il ricorso relativo alla cancellazione – non ha avuto, rispetto alla questione sottoposta al suo esame, la natura di giudice terzo ed imparziale, poiché si era in argomento già più volte pronunciato nella sua funzione di indirizzo e coordinamento dei vari Consigli dell’ordine territoriali sollecitando, da parte di questi, l’adozione dei provvedimenti di cancellazione; pertanto il CNF non ha quei requisiti di terzietà ed imparzialità che anche la Corte Costituzionale ha in più occasioni ribadito essere una qualità imprescindibile di qualsiasi organo giudicante.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 132 comma secondo n. 5 e comma terzo c.p.c. in quanto la sentenza impugnata non risulta essere stata sottoscritta dal Presidente e dall’estensore.

Con il terzo motivo il R. sostiene che il CNF non ha dato risposta al terzo motivo di ricorso con il quale si era dedotta la palese discriminazione nei confronti dell’esponente dal provvedimento di cancellazione dall’albo rispetto ad altri avvocati che esercitavano la funzione di parlamentare.

Con il quarto motivo il R., deducendo violazione degli artt. 111 Cost. e 132 n. 4 c.p.c. nonché omessa motivazione, assume di aver richiesto la disapplicazione della L. n. 339/2003 in quanto in contrasto con i principi di uguaglianza e proporzionalità che informano l’ordinamento comunitario, considerato che l’attività di avvocato rientra nell’ambito di applicazione del diritto di libera prestazione di servizi; ed invero, mentre l’incompatibilità nel caso di avvocati parlamentari non è applicabile, essa invece è applicabile nell’ipotesi di avvocati impiegati pubblici part-time, avendo così determinato la cancellazione dall’albo professionale del ricorrente.

Il ricorrente aggiunge che la disapplicazione della suddetta legge per contrasto con l’ordinamento comunitario si imponeva anche sotto il profilo della tutela dei diritti quesiti.

Con il quinto motivo il ricorrente rileva che la L. n. 339/2003, che ha reintrodotto il divieto per il dipendente pubblico part – time di esercitare la professione forense, si pone in contrasto con gli artt. 3 lettera g)-10-43-49-50-81 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità Europea in relazione ai principi dell’economia di mercato e della libera concorrenza.

Con il sesto motivo il R. deduce violazione dell’art. 14 bis della L 4-2-2005 n. 11, assumendo che, sulla base di detta disposizione, il CNF. non avrebbe dovuto fare applicazione della L. n. 339/2003, posto che la norma del citato art. 14 bis vieta che a carico dei cittadini italiani possano trovare applicazione norme il cui effetto risulti discriminatorio rispetto alla condizione ed al trattamento dei cittadini comunitari residenti o stabiliti nel territorio nazionale; la L. n. 339/2003 realizzerebbe la cosiddetta “discriminazione al contrario”, perché gli avvocati stabiliti o integrati in Italia non possono essere dipendenti pubblici, ma possono essere dipendenti di “corrispondenti istituzioni pubbliche nello Stato membro” ove hanno acquisito la qualifica professionale di avvocato; conseguentemente a questi ultimi sarebbe consentito l’esercizio della professione forense in Italia, che risulterebbe invece vietata ai dipendenti pubblici italiani.

Con il settimo motivo il ricorrente, deducendo violazione dell’art. Ili Cost. anche in relazione all’art. 132 n. 4 c.p.c. e vizio di motivazione, rileva che la decisione del CNF, limitandosi a riportare stralci della sentenza n. 390 del 2006 della Corte Costituzionale, non risponde ai punti del ricorso, dando una interpretazione errata della legge e della menzionata sentenza; secondo il ricorrente, infatti, detta sentenza si è pronunciata, nel merito, solo sulla legittimità dell’art. 1 della L. n. 339/2003, norma che prevede l’inapplicabilità delle disposizioni dell’art. 1 commi 56-56 “bis”e 57 della L. n. 662/1996 all’iscrizione agli albi degli avvocati; tale disposizione, cioè, prevede per il futuro l’impossibilità per i dipendenti pubblici a tempo parziale di svolgere contemporaneamente la professione di avvocato; la Corte Costituzionale, però, non ha affrontato nel merito, né nella citata sentenza né nell’ordinanza n. 91 del 2009, la questione relativa alle legittimità degli artt 1 e 2 della legge n. 339/2006 ove interpretati nel senso che essi imporrebbero la cancellazione anche nei confronti degli avvocati già iscritti, come il ricorrente, i quali hanno esercitato da tempo entrambe le attività.

Con l’ottavo motivo il ricorrente solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della L n. 339/2003 per contrasto con gli artt. 3-35 primo comma e 41 Cost. e con i principi della sicurezza giuridica e della tutela del legittimo affidamento.

Con il nono motivo il R. in via subordinata chiede, nel caso di mancato accoglimento della richiesta di disapplicazione dell’art. 2 della L. n. 339/2003, di rimettere gli atti alla Corte Costituzionale per violazione dell’art. 117 Cost.

Innanzitutto deve rilevarsi l’infondatezza dei seguenti motivi di ricorso che rivestono carattere preliminare in quanto eventualmente assorbenti rispetto agli altri motivi riguardando l’asserita nullità delle decisioni impugnate:

- mancata sottoscrizione della decisione impugnata da parte del Presidente e dell’estensore (secondo motivo del ricorso R.);

- violazione del principio di terzietà del CNF (nono motivo del ricorso F. e primo motivo del ricorso R.).

Con riferimento alla prima censura deve anzitutto rilevarsi che ai sensi dell’art. 44 del R.D. 22-1-1934 n. 37 sull’ordinamento della professione di avvocato e, con riferimento alle deliberazioni in materia disciplinare, degli artt. 51 e 64 dello stesso decreto, norme aventi carattere speciale rispetto alla disposizione dell’art. 132 ultimo comma c.p.c., le deliberazioni del CNF sono sempre sottoscritte dal solo Presidente e segretario, e non anche dal relatore, senza che ciò determini alcun contrasto con gli artt. 24 e 101 Cost. (Cass. S.U. 1-8-2012 n. 13797); orbene tale requisito nella fattispecie risulta regolarmente osservato, atteso che la copia conforme della decisione impugnata risulta essere stata sottoscritta da “Il Presidente f.f. f.to avv. C. V.”.

L’infondatezza della seconda censura deriva dal rilievo che il Consiglio Nazionale Forense, allorché pronuncia in materia disciplinare, è un giudice speciale istituito con D. LGS, 23-11-1944 n. 382, e tuttora legittimamente operante giusta la previsione della sesta disposizione transitoria della Costituzione; le norme che lo concernono, nel disciplinare rispettivamente la nomina dei componenti del Consiglio Nazionale ed il procedimento che davanti al medesimo si svolge, assicurano – per il metodo elettivo della prima e per la prescrizione, quanto al secondo, dell’osservanza delle comuni regole processuali e dell’intervento del P.M. – il corretto esercizio della funzione giurisdizionale affidata al suddetto organo in tale materia, con riguardo alla garanzia del diritto di difesa, all’indipendenza dei giudice ed all’imparzialità dei giudizi; infatti l’indipendenza del giudice consiste nella autonoma potestà decisionale, non condizionata da interferenze dirette ovvero indirette di qualsiasi provenienza.

Pertanto è manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni sul procedimento disciplinare innanzi al predetto Consiglio Nazionale Forense, non potendo incidere sulla legittimità di detta normativa neanche la circostanza che al Consiglio spettino anche funzioni amministrative in quanto, come evidenziato anche dalla Corte Costituzionale, non è la mera coesistenza delle due funzioni a menomare l’indipendenza del giudice, bensì il fatto che le funzioni amministrative siano affidate all’organo giurisdizionale in una posizione gerarchicamente sottordinata, essendo in tale ipotesi immanente il rischio che il potere dell’organo superiore indirettamente si estenda anche alle funzioni giurisdizionali (Corte Cost. sent. n. 284 del 1986; Cass. S.U. 3-5-2005 n. 9097).

Con riguardo poi a tutte le altre censure formulate dai ricorrenti occorre fare riferimento al tessuto normativo che interessa le questioni sollevate, muovendo dall’art. 1, commi 56-60 della legge 23-12-1996 n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica); in particolare il comma 56 stabilisce che “Le disposizioni di cui all’articolo 58, comma 1, dei decreto legislativo 3 febbraio 1993 n. 29 e successive modificazioni ed integrazioni, nonché le disposizioni di legge e di regolamento che vietano l’iscrizione in albi professionali non si applicano ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo parziale, con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno”.

Con la legge n. 339 del 2003 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato) il legislatore disciplina nuovamente la materia con una modifica di segno contrario rispetto a quella di cui alla sopra menzionata normativa; tale legge, che non riguarda la generalità delle professioni, ma soltanto specificatamente la professione di avvocato, prevede all’art. 1 che “le disposizioni di cui all’articolo 1, commi 56, 56 bis e 57, della legge n. 662 del 1996 non si applicano all’iscrizione agli albi degli avvocati, per i quali restano fermi i limiti e i divieti di cui al regio decreto – legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22-1-1934 n. 36, e successive modificazioni.”; il successivo art. 2 dispone che gli avvocati dipendenti pubblici a tempo parziale che hanno ottenuto l’iscrizione sulla base della richiamata normativa dei 1996 possono optare, nel termine di tre anni, tra il mantenimento del rapporto di pubblico impiego, che in questo caso ritorna ad essere a tempo pieno (secondo comma), ed il mantenimento dell’iscrizione all’albo degli avvocati con contestuale cessazione del rapporto di pubblico impiego (terzo comma); in questa seconda ipotesi il dipendente pubblico part – time conserva per cinque anni il diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno (quarto comma); inoltre l’art. 2 primo comma dispone che in caso di mancato esercizio dell’opzione tra libera professione e pubblico impiego entro il termine di trentasei mesi dall’entrata in vigore della legge stessa, i consigli degli ordini degli avvocati provvedono alla cancellazione d’ufficio dell’iscritto dal proprio albo.

A tal punto deve essere esaminato l’impatto su tale disciplina della normativa di cui al decreto legge 13-8-2011 n. 138 convertito in legge 14-9-2011 n. 148; in particolare il titolo secondo (Liberalizzazioni, privatizzazioni ed altre misure per favorire lo sviluppo) all’art. 3 primo comma (Abrogazione delle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche) stabilisce che Comuni, Province, Regioni e Stato entro il 30-9-2012 dovranno adeguare i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge nei soli casi di:

a) vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali;

b) contrasto con i principi fondamentali della Costituzione;

c) danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale;

disposizioni indispensabili per la protezione della salute umana, la conservazione delle specie animali e vegetali, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale;

disposizioni relative alle attività di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica.

Il quinto comma dell’art. 3 poi prevede che gli ordinamenti professionali devono garantire che l’esercizio dell’attività risponda senza eccezioni al principio di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che garantisca l’effettiva possibilità di scelta degli utenti nell’ambito della più ampia informazione relativamente ai servizi offerti; con decreto del Presidente della Repubblica emanato ai sensi dell’art. 17 secondo comma della legge 23-8-1988 n. 400 gli ordinamenti professionali dovranno essere riformati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del decreto suddetto per recepire determinati principi ivi enunciati tra i quali è opportuno richiamare quello “sub” a) secondo il quale l’accesso alla professione è libero ed il suo esercizio è fondato e ordinato sull’autonomia e sull’indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnica, dei professionista; la limitazione, in forza di una disposizione di legge, del numero di persone che sono titolate ad esercitare una certa professione in tutto il territorio dello Stato o in una certa area geografica, è consentita unicamente laddove essa risponda a ragioni di interesse pubblico, tra cui in particolare quelle connesse alla tutela della salute umana, e non introduca una discriminazione diretta o indiretta basata sulla nazionalità o, in caso di esercizio dell’attività in forma societaria, della sede legale della società professionale.

Il comma 5 “bis” dell’art. 3 dispone poi che le norme vigenti sugli ordinamenti professionali in contrasto con i principi di cui al comma 5, lettere da a) a g), sono abrogate con effetto dalla data di entrata in vigore del regolamento governativo di cui al comma 5 e, in ogni caso, dal 13-8-2012.

Il comma 5 “ter” inoltre prevede che il Governo entro il 31-12-2012 provvederà a raccogliere le disposizioni aventi forza di legge che non risultano abrogate per effetto del comma 5 “bis” in un testo unico da emanare ai sensi dell’art. 17 “bis” della legge 23-8-1988 n. 400.

Successivamente è stato emanato il D. P. R. 7-8-2012 n. 137 (Regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali a norma dell’articolo 3 comma 5 del decreto legge 13-8-2011 n. 138 convertito con modificazioni dalla legge 14-9-2011 n. 148) il cui articolo 2 (Accesso ed esercizio dell’attività professionale) prevede:

“1. Ferma la disciplina dell’esame di Stato, quale prevista in attuazione dei principi di cui all’articolo 33 della Costituzione, e salvo quanto previsto dal presente articolo, l’accesso alle professioni regolamentate è libero. Sono vietate limitazioni alle iscrizioni agli albi professionali che non sono fondate su espresse previsioni inerenti al possesso o al riconoscimento dei titoli previsti dalla legge per la qualifica e l’esercizio professionale, ovvero alla mancanza di condanne penali o disciplinari irrevocabili o ad altri motivi imperativi di interesse generale.

2. L’esercizio della professione è libero e fondato sull’autonomia e indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnico. La formazione di albi speciali, legittimanti specifici esercizi dell’attività professionale, fondati su specializzazioni ovvero titoli o esami ulteriori, è ammessa solo su previsione espressa di legge.

Non sono ammesse limitazioni, in qualsiasi forma, anche attraverso previsioni deontologiche, del numero di persone titolate a esercitare la professione, con attività anche abituale e prevalente, su tutto o parte del territorio dello Stato, salve deroghe espresse fondate su ragioni di pubblico interesse, quale la tutela della salute. E’ fatta salva l’applicazione delle disposizioni sull’esercizio delle funzioni notarili.

Sono in ogni caso vietate limitazioni discriminatorie, anche indirette, all’accesso e all’esercizio detta professione, fondate sulla nazionalità del professionista o sulla sede legate dell’associazione professionale o della società tra professionisti”.

Il successivo art. 12, dopo aver previsto al primo comma che le disposizioni di cui al decreto sì applicano dal giorno successivo alla data di entrata in vigore dello stesso, al secondo comma sancisce che “Sono abrogate tutte le disposizioni regolamentari e legislative incompatibili con le previsioni di cui al presente decreto, fermo quanto previsto dall’art. 3, comma 5 – bis, del decreto – legge 13-8-2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14-9-2011, n. 148, e successive modificazioni, e fatto salvo quanto previsto da disposizioni attuative di direttive di settore emanate dall’Unione europea”.

Si rileva poi che non risulta essere stato finora emanato il testo unico previsto dall’ art. 3 comma 5 “ter” del sopra richiamato Decreto Legge 13 8-2011 n. 138 convertito in Legge 14-9-2011 n. 148.

Tanto premesso, occorre accertare se per effetto di tale normativa, costituente “jus superveniens” nelle presenti controversie dopo la proposizione dei rispettivi ricorsi per cassazione, sia intervenuta una abrogazione tacita della legge n. 339/2003 quanto alla incompatibilità ivi sancita tra l’esercizio della professione di avvocato e l’impiego pubblico part – time.

In tale prospettiva, in particolare, con riferimento all’art. 2 comma 3 del D.P.R. n. 137/2012, laddove si prevede che non sono ammesse limitazioni all’esercizio delle libere professioni “con attività anche abituale e prevalente”, potrebbe porsi il quesito se tale disposizione, sancendo l’ammissibilità di esercitare anche la professione di avvocato in misura non abituale o prevalente, possa incidere sulla normativa di cui agli artt. 1 e 2 della legge n. 339 del 2003.

Nella, stessa prospettiva è legittimo chiedersi se l’esigenza di scongiurare il rischio di compromissione dell’indipendenza dell’avvocato che sia anche dipendente pubblico part – time possa o meno configurarsi quale “motivo imperativo di interesse generale” (art. 2 n. 1 D.P.R. n. 137/2012) tale da giustificare la permanenza della suddetta incompatibilità.

Ancora potrebbe dubitarsi se una abrogazione tacita delle disposizioni sopra richiamate della legge n. 339/2003 non sia comunque sopravvenuta alla data del 13-8-2012 per contrasto con l’art. 3 comma 5 “bis” del Decreto Legge n. 138/2011 che ha introdotto un principio di generale liberalizzazione dei servizi professionali.

Il Collegio ritiene di dover escludere una abrogazione tacita delle disposizioni della legge n. 339/2003 per effetto della normativa sopravvenuta e sopra richiamata per il rilievo decisivo ed assorbente di ogni altra considerazione che l’incompatibilità tra impiego pubblico part – time ed esercizio della professione forense risponde ad esigenze specifiche di interesse pubblico correlate proprio alla peculiare natura di tale attività privata ed ai possibili inconvenienti che possono scaturire dal suo intreccio con le caratteristiche del lavoro del pubblico dipendente; la legge n. 339/2003 è finalizzata infatti a tutelare interessi di rango costituzionale quali l’imparzialità ed il buon andamento della P.A. (art. 97 Cost.) e l’Indipendenza della professione forense onde garantire l’effettività del diritto di difesa (art. 24 Cost); in particolare la suddetta disciplina mira ad evitare il sorgere di possibile contrasto tra interesse privato del pubblico Indipendente ed interesse della P.A., ed è volta a garantire l’indipendenza del difensore rispetto ad interessi contrastanti con quelli del cliente; inoltre il principio di cui all’art. 98 della Costituzione (obbligo di fedeltà del pubblico dipendente alla Nazione) non è poi facilmente conciliabile con la professione forense, che ha il compito di difendere gli interessi dell’assistito, con possibile conflitto tra le due posizioni; pertanto tale “ratio”, tendente a realizzare l’interesse generale sia ai corretto esercizio della professione forense sia alla fedeltà dei pubblici dipendenti, esclude che con la normativa in oggetto si sia inteso introdurre dei limiti all’esercizio della professione forense o comunque delle modalità restrittive della organizzazione di tale attività.

Al riguardo giova anche richiamare la sentenza della Corte Costituzionale del 21-11-2006 n. 390 che, investita delle questioni di legittimità della nuova normativa (sostanzialmente ripristinatoria del divieto di esercizio della professione forense a carico dei dipendenti pubblici ancorché part – time), ha ritenuto non manifestamente irragionevole tale opzione legislativa, non potendo ritenersi priva di qualsiasi razionalità una valutazione, da parte del legislatore, di maggiore pericolosità e frequenza dei possibili inconvenienti derivanti dalla commistione tra pubblico impiego e libera professione quando detta commistione riguardi la professione forense; in proposito la Corte Costituzionale alla luce dell’art. 3 Cost. ha rilevato che il divieto ripristinato dalla legge n. 339/2003 è coerente con la caratteristica peculiare della professione forense dell’incompatibilità con qualsiasi “impiego retribuito, anche se consistente nella prestazione di opera di assistenza o consulenza legale, che non abbia carattere scientifico o letterario” (art. 3 del R. D. L. 27-11-1933 n. 1578 recante Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore).

Pertanto deve escludersi che la disciplina introdotta dalla legge n. 339/2003, sancendo l’incompatibilità tra impiego pubblico ed una professione avente una natura ed una funzione peculiari quale quella forense, possa essere stata abrogata per effetto delle sopra richiamate norme sopravvenute, che introducono i principi ispiratori delle attività economiche private (Decreto Legge 13-8-2011 n. 138 convertito in Legge 14-9-2011 n. 148) e delle attività professionali regolamentate il cui esercizio è consentito solo a seguito di iscrizione in ordini o collegi subordinatamente al possesso di qualifiche professionali o all’accertamento delle specifiche professionalità (D. P. R. 7-8-2012 n. 137); invero l’incompatibilità tra le nuove disposizioni e quelle precedenti si verifica solo quando tra le norme considerate vi sia una contraddizione tale da renderne impossibile la contemporanea applicazione, cosicché dalla applicazione ed osservanza della nuova legge non possono non derivare la disapplicazione o l’inosservanza dell’altra (Cass. 21-2-2001 n. 2502; Cass. 1-10-2002 n. 14129), ipotesi non ricorrente nella specie alla luce delle argomentazioni sopra svolte.

Deve inoltre aggiungersi che la successiva legge 31-12-2012 n. 247 (Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense), ancorché non suscettibile di efficacia immediata (invero l’art. 1 terzo comma prevede che “All’attuazione della presente legge si provvede mediante regolamenti adottati con decreto del Ministero della giustizia, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto, n. 400, entro due anni dalla data della sua entrata in vigore…”), conferma l’operatività delle disposizioni che sanciscono l’incompatibilità tra impiego pubblico e professione forense; infatti, considerato che l’art. 65 (Disposizioni transitorie) primo comma sancisce che “Fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti previsti nella presente legge, si applicano se necessario e in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate”, e che l’art. 18 lettera d) prevede espressamente l’incompatibilità della professione di avvocato anche “con qualsiasi attività di lavoro subordinato anche se con orario di lavoro limitato”, ne consegue logicamente che non sono stati certamente abrogati dalla legge in esame gli artt. 3 del R.D.L 27-11-1933 n. 1578 ed 1 e 2 della legge 25-11-2003 n. 339, che anzi sono riconducibili agli stessi principi informatori di cui all’art. 18 citato.

Tanto premesso sulla vigenza della L. n. 339/2003, si osserva che tutte le censure sollevate dai ricorrenti riguardano da un lato i dubbi di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge suddetta con riferimento in particolare ai principi di uguaglianza, affidamento, libera prestazione di servizi, ragionevolezza, sicurezza giuridica, e dall’altro la prospettata incompatibilità tra detta disciplina ed i principi del diritto comunitario in materia di tutela della concorrenza e della libertà di stabilimento.

Sotto il primo profilo occorre richiamare la sentenza della Corte Costituzionale del 27-6-2012 n. 166 che, a seguito di due ordinanze di identico contenuto di questa Corte, Sezioni Unite Civili, dei 6-6-2010, che avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale, sia in relazione agli articoli 3-4-35 e 41 Cost., sia in riferimento al parametro della ragionevolezza intrinseca di cui all’art. 3 secondo comma Cost., degli articoli 1 e 2 della legge 25-11-2003 n. 339, ha dichiarato non fondate tali questioni.

Tale sentenza ha esaminato preliminarmente la questione sollevata da alcune parti private secondo la quale l’art. 2 della legge n. 339 del 2003 non avrebbe dovuto essere applicato in quanto, diversamente dagli avvocati italiani, i legali “stabiliti”o “integrati”, pur non potendo lavorare in Italia, neppure part – time, alle dipendenze ovvero in veste di titolari d’impiego o ufficio retribuito a carico dello Stato italiano perché tenuti a rispettare l’art. 3 del R.D.L. 27-11-1933 n. 1578, potrebbero nondimeno rimanere dipendenti delle corrispondenti istituzioni pubbliche dello Stato membro di acquisizione della qualifica professionale; in tal modo si verificherebbe una discriminazione “al contrario” in tema di incompatibilità non più ammissibile nei confronti degli avvocati italiani ai sensi dell’art. 14 bis della legge 4-2-2005 n. 11 (Norme generali sulla partecipazione dell’Italia ai processo normativo dell’Unione Europea e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari).

In proposito la suddetta sentenza ha richiamato la già menzionata precedente pronuncia della stessa Corte Costituzionale del 21-11-2006 n. 390, che ha ritenuto che la normativa nazionale di recepimento della direttiva intesa ad agevolare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno stato membro diverso da quello di acquisizione della qualifica professionale prevede espressamente che tutte le norme sulle incompatibilità si applicano anche all’avvocato “stabilito”o “integrato”, ivi comprese, riguardo ai contratti di lavoro con enti corrispondenti nello Stato di origine, le eccezioni di cui all’art. 3 quarto comma del R.D.L n. 1578 del 1933 (art. 5 secondo comma del D. LGS. 2-2-2001 n. 96 recante “Attuazione della direttiva 98/5/CE volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica professionale”); la sentenza in oggetto ha poi evidenziato che tale soluzione era inevitabile, atteso che la disciplina delle incompatibilità in tema di ordinamento professionale forense – secondo il diritto vivente che ne risulta dalla giurisprudenza di legittimità – deve essere interpretata con estremo rigore, in coerenza con la “ratio” di garantire l’autonomo ed indipendente svolgimento del mandato professionale.

Del resto anche la stessa Corte di Giustizia dell’Unione europea con sentenza del 2-12-2010 ha escluso che la legge n. 339/2003 si applichi esclusivamente agli avvocati di origine italiana e produca in tal modo una discriminazione alla rovescia.

La sentenza della Corte Costituzionale del 27-6-2012 n. 166 ha poi escluso una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa censurata, osservando che il significato letterale e sistematico della novella non consente altra ricostruzione esegetica che quella – coerente con il reintrodotto divieto di svolgimento contemporaneo delle due attività – dell’imposizione di una scelta per l’una o per l’altra, da esprimere entro un determinato periodo, a quanti si fossero trovati nella condizione, ora non più consentita, di pubblici dipendenti part – time e di avvocati; in effetti il dato normativo è assolutamente chiaro nel prescrivere l’esercizio di un’opzione tra l’esercizio esclusivo della professione forense e la prestazione di lavoro pubblico a tempo pieno a tutti coloro i quali avessero ottenuto nella posizione di dipendenti pubblici part – time l’iscrizione all’albo degli avvocati, con il beneficio di una fase di transizione per una migliore ponderazione della scelta definitiva.

Tanto premesso, la sentenza in esame ha rilevato che già la precedente sentenza del 25-11-2006 n. 390 aveva dato risposta negativa ai dubbi di legittimità costituzionale della normativa in oggetto riguardo agli artt. 4 e 35 Cost., ritenendo che essi, nel garantire il diritto al lavoro, ne rimettono l’attuazione, quanto ai tempi ed ai modi, alla discrezionalità del legislatore, che nella specie non aveva esercitato malamente il suo potere; anche in relazione all’asserito contrasto con l’art. 41 Cost., era stato escluso che i dipendenti pubblici svolgessero servizi configuranti una attività economica, cosicché la loro attività non poteva essere considerata come quella di un’impresa.

La Corte Costituzionale ha poi escluso una lesione da parte della disciplina in esame dell’affidamento in riferimento all’art. 3 Cost., per quanto riguardava i dipendenti pubblici part – time i quali, sulla base delle regole “permissive” del 1996, avevano affiancato al rapporto di lavoro pubblico l’impegno professionale forense; invero in base alla giurisprudenza della stessa Corte il valore del legittimo affidamento trova copertura costituzionale in tale articolo non in termini assoluti ed inderogabili, non essendo interdetta al legislatore l’emanazione di disposizioni le quali vengano a modificare in senso sfavorevole per i beneficiari la disciplina dei rapporti di durata, anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti, unica condizione essendo chetali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale.

Orbene la disciplina in esame, avendo concesso ai dipendenti pubblici part – time già iscritti all’albo degli avvocati un primo periodo di durata triennale onde esercitare l’opzione per l’uno o per l’altro percorso professionale e poi, ancora, un altro di durata quinquennale – in caso di espressa scelta in prima battuta della professione forense – ai fini dell’eventuale richiesta di rientro in servizio, soddisfa pienamente i requisiti di non irragionevolezza della scelta normativa di carattere inderogabilmente ostativo sottesa alla legge n. 339 del 2003; pertanto la Corte Costituzionale ha concluso che tale disciplina, lungi dal tradursi in un regolamento irrazionale lesivo dell’affidamento maturato dai titolari di situazioni sostanziali legittimamente sorte sotto l’impero della normativa previgente, era assolutamente adeguata a contemperare la doverosa applicazione del divieto generalizzato reintrodotto dal legislatore per l’avvenire (con effetto altresì sui rapporti di durata in corso) con le esigenze organizzative di lavoro e di vita dei dipendenti pubblici a tempo parziale già ammessi dalle legge dell’epoca all’esercizio della professione legale.

Con riferimento poi al prospettato contrasto della normativa in oggetto con i principi comunitari, è anzitutto opportuno rilevare che la legge in esame ha inciso sulle modalità di svolgimento del servizio presso enti pubblici e non sul modo di organizzazione della professione forense, con conseguente estraneità dei principi di concorrenza tra imprese al tema della libera circolazione degli avvocati nell’Unione Europea; i dipendenti pubblici, d’altra parte, non svolgono servizi configurabili come una attività economica, e la loro attività non può essere considerata come quella di una impresa.

In ogni caso gli eventuali effetti anticoncorrenziali della normativa in oggetto trovano la loro giustificazione alla luce del rilievo che essi costituiscono l’inevitabile conseguenza della prioritaria esigenza di soddisfare l’interesse pubblico a difendere i valori fondamentali della professione di avvocato, quali i principi di indipendenza e di integrità.

E’ comunque decisivo rilevare che, a seguito dì ordinanza del Giudice di Pace di Cortona del 19-6-2009, che aveva rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea la questione pregiudiziale relativa al possibile contrasto della legge n. 339 del 2003 ( nella parte in cui reintroduce il divieto di svolgimento della professione forense per i pubblici dipendenti part – time) con i principi comunitari in tema di tutela della concorrenza, libertà di stabilimento, legittimo affidamento e protezione dei diritti quesiti alla luce delle direttive 77/249/CE e 98/5/CE, la suddetta Corte di Giustizia dell’Unione europea con la già richiamata sentenza de! 2-12-2010 ha ritenuto che gli artt. 3 n. 1 lett. g) CE, 4 CE, 10 CE, 81 CE e 98 CE non ostano ad una normativa nazionale che neghi ai dipendenti pubblici impiegati in una relazione di lavoro a tempo parziale l’esercizio della professione di avvocato, anche qualora siano in possesso dell’apposita abilitazione, disponendo la loro cancellazione dall’albo degli avvocati.

In definitiva i ricorsi devono essere rigettati; non occorre procedere ad alcuna statuizione in ordine alle spese di giudizio non avendo le parti intimate svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi.

IN SCADENZA TERMINE COMUNICAZIONE MISE INDIRIZZO PEC

maggio 20, 2013

Si richiama l’attenzione sulla sottostante nota del Mise del 15maggio 2013 , relativa all’adempimento di cui al titolo.

…………………………………………………………………………

Entro il prossimo 8 giugno gli ordini e collegi professionali dovranno inviare all’indirizzo PEC aggiornamento@cert.inipec.gov.it tutti gli indirizzi PEC dei professionisti iscritti.

Il 19 giugno sarà lanciato il portale telematico per accedere (senza necessità di autenticazione) all’elenco pubblico di indirizzi PEC, a partire da quelli iscritti ai registri delle imprese delle camere di commercio e quelli in possesso degli ordini e collegi professionali.

Per agevolare il trasferimento dei dati in formato aperto (open data) in modalità telematica, è stato redatto un documento tecnico che descrive:

  • formato e struttura del tracciato dati per invio/aggiornamento indirizzi PEC
  • modalità iniziale di invio e aggiornamento dati per l’indice INI-PEC

Infocamere ha attivato un servizio di assistenza, già a partire da questa fase di primo caricamento, dedicato agli Ordini e ai collegi professionali,  che possono:

SOSPENSIONE IMU IN PREVISIONE RIFORMA SISTEMA IMPOSTE

maggio 19, 2013

Nella riunione del 17 scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge   secondo cui ,tra l’atro ,il Governo ed il Pasrlamento  dovranno procederà a una riforma complessiva della disciplina dell’imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare, che innoverà anche la tassazione sul reddito d’impresa, prevedendo forme di deducibilità dell’Imu su capannoni o fabbricati industriali. Nella nuova disciplina sarà ricompreso anche il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi.

In tale attesa e previsione ,il Governo ha stabilito la sospensione del pagamento della prima rata Imu sulla prima casa,in scadenza il 16 giugno, sulle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari, nonché alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (Iacp) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli Iacp, i terreni e i fabbricati rurali.

Sono escluse dalla sospensione del versamento le abitazioni di tipo signorile (A/1), le ville(A/(, i castelli o i palazzi di pregio storico o artistico(A/9).

 La riforma dovrà essere attuata nel rispetto degli obiettivi programmatici indicati nel Documento di economia e finanza 2013 come risultante dalle relative risoluzioni parlamentari e, in ogni caso, in coerenza con gli impegni assunti dall’Italia in ambito europeo, entro la data del 31 agosto 2013.

Il Consiglio dei ministri ha dato mandato al Ministro dell’economia e delle finanze di illustrare alla Commissione europea le misure adottate dall’Italia per assicurare il pieno rispetto degli obiettivi programmatici contenuti nel Documento di economia e finanza approvato dal Parlamento.

Il provvedimento  sara’ licenziasto lunedì 20 c.m.,in attesa di completare l’allegato con le qualificazioni della quota Imu di competexza di ciascun comune.

RIFINANZIATI AMMORTIZZATORI SOCIALI IN DEROGA 2013

maggio 19, 2013

Gli ammortizzatori sociali sono misure di sostegno al reddito con cui si evita ai  lavoratori, che  di norma  traggono dall’attività lavorativa il sostentamento per sé e per le proprie famiglie,  di restare    privi della   retribuzione   in quanto      il datore di lavoro non  appare in  grado     per motivi  oggettivi,che la prassi amministrativa  con linguaggio tecnico definisce       “cause integrabili”, di ricevere dai dipendenti la prestazione lavorativa,  determinandosi   di conseguenza     nei riguardi  del predetto il venir meno dell’  obbligo di corrispondere la retribuzione.

In riferimento alla natura ed al carattere delle difficoltà che comportano       disagio  ai lavoratori  , le stesse si differenziano in    congiunturali , strutturali  ovvero  irreversibili.

Per le difficoltà congiunturali è disponibile la cassa integrazione guadagni ordinaria(industria,edilizia ed agricoltura)  , mentre in caso di difficoltà strutturali può intervenire la cassa integrazione guadagni straordinaria  per situazioni di   crisi,riorganizzazione,ristrutturazione,conversione aziendale e procedure concorsuali ovvero per contratto di solidarietà ed infine , se   le problematiche aziendali  si rivelano irreversibili ,si determinano le condizioni per  il  trattamento di disoccupazione (indennità di mobilità, trattamento  speciale lavoratori edilizia,disoccupazione ordinaria o con requisiti ridotti, ),previa risoluzione  dei rapporti di lavoro.

 

  

Si   sottolinea  che,  in presenza       di  cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria  permane il rapporto tra il  datore di lavoro ed il  prestatore    destinatario del  sostegno al reddito,che quindi   continua a  far parte dell’ organico  aziendale  e     persiste  nei suoi riguardi  lo status di occupato,  mentre  il     trattamento previdenziale di mobilità e disoccupazione speciale,ordinaria o con requisiti ridotti   interviene in quanto il lavoratore,  a seguito del recesso  operato  dall’azienda  ,  è uscito  involontariamente dalla stessa   entrando a far parte della     categoria  pelle  disoccupate .

 Accanto agli ammortizzatori  sociali  sopra elencati,che vengono   denominati  “normali”  ,negli ultimi    tempi  si sono affermati anche quelli che nel linguaggio corrente sono       chiamati “in deroga”  .In definitiva, si tratta sempre di cassa integrazione guadagni straordinaria ,d’indennità di mobilità,di disoccupazione speciale ed ordinaria,che tuttavia hanno la particolarità     di  essere  destinati    ad   imprese e lavoratori   che  per legge non sono previsti tra i  destinatari della disciplina generale  relativa  agli  stessi   ovvero in quanto  , per il protrarsi  di situazioni di  crisi aziendali ed occupazionali risulta  confacente ,a fronte delle difficoltà di determinati territori,settori e complessi industriali aventi    rilevanza    sociale,appare funzionale   nella gestione  delle  problematiche lavorative  autorizzare  ulteriori periodi di trattamento   previdenziale ,  pur essendo stati    consumati quelli  massimi stabiliti dalla disciplina generale.

La disciplina degli  ammortizzatori sociali in deroga ,comprendente l’intervento dell’integrazione salariale ,dell’indennità di mobilità e  di disoccupazione ,fa riferimento all’art.1 comma 1190 della legge 296/06 ,prevedendo che il Ministero delLavoro può disporre la concessione o la proroga di detti trattamenti per periodi non superiori a 12 mesi ,che possono   essere concessi in unica soluzione ovvero  in periodi frazionati.

Le relative  risorse  ,predisposte di anno in anno  in occasione dell’approvazione della legge finanziaria,vengono utilizzate dal Ministero del Lavoro ,predisponendo direttamente i provvedimenti di concessione degli ammortizzatori  sociali in deroga , nonche’ assegnandole annualmente alle singole Regioni che le utilizzano   in modo autonomo in relazione alle esigenze ed alle problematiche produttive ed occupazionali  registrate nei   rispettivi territori.

In Abruzzo la Regione ha istituito il CICAS ,ossia il Comitato d’intervento per le situazioni di crisi aziendali e territoriali , composto da rappresentanti istituzionali ,delle associazioni datoriali  e   sindacali  ed altresì di Italia Lavoro,che si riuniscisce periodicamente per le determinazioni in materia di ammortizzatori sociali,sulla base delle risorse finanziarie annualmente assegnate.

Nel corso del 2013 ,le risorse inizialmente programmate  e predisposte per gli ammortizzatori sociali in  deroga   si sono rivelate del tutto insufficienti essendo assolutamente cresciuto il numero di aziende e di lavoratori interessati a tale tipo d’intervento previdenziale.Di conseguenza si e’ m anifestato impellentye e indispensabile trovare uletriori  e significati risorse a carico dello Stato per fronteggiare il momento di gravissima difficolta’ atttraversatoi dal sistema lavorasrtivo ,che nel frattempo aveva coinvolto i datori di lavoro di qualsiasi settore e di ogni dimensione occupazionale-

A questo ha provveduto il Consiglio dei Ministri,che, nel decreto legge approvato nella seduta del 17 scorso ,ha inserito anche il finanziamento per gli ammortizzatori sociali in  deroga pari ad un miliardo di euro, dopo che la legge 92 / 2012 aveva destinato agli stessi  990 milioni di euro .

Si aggiunge che il decreto avvia un monitoraggio  ,affidatro all’Inps,volto ad assicurare un uso ottimale delle risorse disponibili e finalizzato alla revisione strumentale del sistema degli ammortizzatori sociali da realizzare attraverso il dialogo con le parti sociali e con  la Conferenza delle Regioni e Province autonome

Infatti ,viene stabilito che entro 30 giorni con decreto del Ministero del Lavoro e dell’Economia si stabiliranno criteri di concessione degli ammportizzatori in deroga ,con particolarev riferimento ai termini di presentazione ,a pena di decadenza,delle relative domandfe ,alle causali di conmcessione ,ai limiti di durata e per la reiterazione delle prestazioni ,tenendo conto di altre prestazioni di sostegno al reddito ,alle tipologier di dastorri di lavoro e dei lavoratoriu beneficiari

ASSEGNATE RISORSE CONTRATTI SOLIDARIETA’ ART.5, COMMA 5, LEGGE, 236/93

maggio 19, 2013

Oltre ai contratti di solidarieta’ con l’intervento  dellas Cigs , esiste  una seconda tipologia di contratti di solidarietà  “difensivi”,che  si applica  alle imprese non  destinatarie della disciplina della cigs, che risulta prevista e disciplinata  dall’art.5,comma 5, del decreto legge n.148/93,convertito in legge n.236/93,  i cui aspetti sono illustrati  nella circolare del Ministero del Lavoro n.20/ 2004,

Anche  tali contratti,  caratterizzati dalla riduzione dell’orario di lavoro in azienda,perseguono lo scopo     di     evitare o ridurre le eccedenze di personale   attraverso la corresponsione per un periodo massimo di 24 mesi di un  contributo ,  non avente natura di retribuzione ai fini contrattuali e di legge,compresi gli obblighi contributivi previdenziali ed assistenziali,di ammontare pari alla metà  del monte retributivo non dovuto dalle imprese a seguito della riduzione  di orario,e che va  ripartito  in parti uguali tra le stesse imprese ed i lavoratori interessati.

Presupposti che legittimano l’attivazione  del CDS in questione sono i seguenti :

a) trattarsi di imprese che non sono destinatarie    della normativa in materia di cassa integrazione guadagni ;

b) essere stata avviata la procedura di mobilità  di cui all’art.24 legge n.223/91  ,salvo che trattasi di impresa artigiana o alberghiera o termale  non tenuta alla predetta procedura, disponendo di  un organico  inferiore a  16  dipendenti in media nel semestre precedente ,

Si evidenzia comunque che, a seguito delle modifiche apportate  al comma 14 dell’art.19 dec.legge n.185/08 convertito in legge n.02/09   dall’art.. 7-ter, comma 9, lett. d), della legge n. 33/2009,  circa la previsione dell’’art. 5 della legge 236/1993, il contributo per il contratto di solidarieta’ in esame può essere concesso   al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale nel corso della procedura di cui all’articolo 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223 o al fine di evitare licenziamenti plurimi individuali per giustificato motivo oggettivo,”».  Pertanto  la possibilità del contrato di solidarieta’ in parola è estesa anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, non potendo le stesse attivare la procedura di mobilita’.

Inoltre, si richiama l’attenzione ,in materia di contrato di solidarieta’  senza cigs, sulla risposta della DGAI de l Ministero del Lavoro con l’interpello n.33/2011, posto dal Consiglio Nazionale Ordine Consulenti Lavoro ,si riferisce alla possibilita’ che i contratti di solidarietà senza cigsi,trova applicazione anche ai dipendenti degli studi professionali .

Premesso quanto sopra e ricordato che  l’appplicazione dei contratti di solidarieta’ in questione risulta prorogata  al 31.12.2013  dalla  legge di stabilita’ n.228/2012,si segnala che  la priorità del rifinanziamento della Cig in deroga,si è plosta  anche per i contratti di solidarietà senza cigs , riguardo ai quali  ,costituendo  uno dei pochi   strumenti   per dare respiro alle aziende escluse dalla disciplina della cigs in crisi,si sono   presentati tempi incerti per la    carenza delle necessatrie disponibilita’ finanziarie

” …nel primo trimestre di quest’anno le richieste sono raddoppiate rispetto a tutto il 2012 e non ci sono più fondi; dunque, le istanze presentate da aprile in poi, al momento, non possono essere ammesse”.,così si espressa  la  dirigente della divisione IV della Direzione Generale Ammortizzatori sociali del ministero del Lavoro per gli ammortizzatori sociali, intervenendo   a Palermo alla manifestazione nazionale dei consulenti del lavoro “Ripartiamo dal lavoro, valore e fondamento del Paese

Nel 2012 sono stati firmati poco più di 790 decreti per contratti di solidarietà che hanno salvato dal licenziamento decine e decine di migliaia di lavoratori di call center, ex municipalizzate, grandi e medie aziende industriali e artigiane, con una spesa di 13 milioni di euro. Prevedendo un aumento del ricorso a questo strumento, per il 2013 erano stati stanziati 35 milioni di euro, ma le domande sono più che raddoppiate, tant’è che con il mese di marzo si  è   esaurita la copertura finanziaria.

Il Consiglio dei Ministri nella riunione del 17 scorso si è occupato della  questione ,ed ha inserito   nel decreto legge approvato  ,oltre che le  risorse per gli ammortizzatori  sociali in deroga,   quelle per il rifinanziamento dei contratti di solidarieta’ di cui all’art.5,comma 5,della legge n.236/93,che ,pertanto, potranno ancora essere utilizzati dai datori esclusi  dalla disciplina della cassa integrazione salariale straordinasria  a salvaguardia  dei posti di lavoro  seriamente minacciati dalla  persistente ed assai   grave crisi dei mercati e del sistema economico nazionale ed internazionale.


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