RISPOSTA MINISTERO LAVORO INTERPELLO ART.8 ,COMMA 9, LEGGE N.407/90

marzo 10, 2013
Si riporta  la risposta  del MLPS all’interpello  previsto e disciplinato dall’art,9 del dec.legvo n.124/04 relativo all’argomento di cui al titolo
INTERPELLO N 9/2013
Roma, 8 marzo 2013
Direzione generale per l’Attività Ispettiva
Prot. 37/0004593
Al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei
Consulenti del Lavoro
Oggetto: art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 – concessione dei benefici contributivi in caso diassunzione di ex dipendenteex art. 8, comma 9, L. n. 407/1990.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulentidel Lavoro ha avanzato istanza di interpelloper conoscere il parere di questa Direzione generale in merito allacorretta interpretazione dell’art.8, comma 9, della L. n. 407/1990, recante la disciplina delle agevolazioni c
ontributive concesse, inpresenza di determinati requisiti, al datoredi lavoro che effettui nuove assunzioni.
In particolare, l’istante chiede se la disposizone normativa citata possa trovare applicazione
nel caso in cui la nuova assunzione riguardi ex dipendenti della medesima impresa, in possesso del
requisito dello stato di disoccupazione, licenziati per diminuzione di personale ovvero che abbiano esercitato il diritto di recesso da un rapporto di lavoro part-time.
Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale per le Politiche Previdenziali ed
Assicurative e dell’INPS, siappresenta quanto segue.
Al fine di fornire la soluzione alla problematica sollevata,
appare opportunori cordare che l’art. 8, comma 9, della L. n. 407/1990 contempla la possibilità di fruizione di benefici contributiviper un periodo pari a 36 mesi, nel caso in cui l’azienda assuma lavoratori con contratto a tempo indeterminato, anche in part-time, nel rispetto di un duplice ordine di requisiti.
In primo luogo, si de ve trattare di “assunzioni di lavoratori disoccupati da almeno
ventiquattro mesi o sospesi dal lavoro e beneficiaridi trattamento straordinario di integrazione salariale da un periodo uguale a quello suddetto”; inoltre la disposizione, modificata dalla L. n.92/2012, richiede che le medesime assunzioni non siano effettuate “in sostituzione di lavoratori dipendenti dalle stesse imprese licenziati per giustificato motivo oggettivo o per riduzione del personale o sospesi  
In relazione a tale ultima condizione, si sottolinea peraltro che il periodo da prendere in
considerazione per la verifica di una eventuale sostituzione di lavoratori licenziati o sospesi va individuato nei sei mesi immediatamente precedenti all’assunzione,in analogia con quanto previsto
in materia di riduzioni o sospensioni di personale ex art. 15, comma 6, della L. n. 264/1949, comemodificato dall’art. 6, comma4, del D.Lgs. n. 297/2002 (cfr. INPS mess. n. 20607 del 30 maggio 2005).
In relazione alla problematica va poi segnalato che la L. n. 92/2012 ha introdotto alcuni principi di immediata applicazionein ordine alla fruizione degli incentivi, ivi compresi quelli di cuialla L. n. 407/1990.
L’art. 4, comma 12, della riforma stabilisce anzitutto che “gli incentivi non spettano con riferimento a quei lavoratori che siano stati licenziati, nei sei mesi precedenti, da parte di un datoredi lavoro che, al momento del licenziamento,presenti assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli del datore di lavoro che assume ovvero risulti con quest’ultimo in rapporto di collegamento o controllo; in caso di somministrazione tale condizione si applica anche all’utilizzatore
”.Il successivo comma 13 stabilisce invece che “ai fini della determinazione del diritto agli incentivi e della loro durata, si cumulano i periodi in cui il lavoratore ha prestato l’attività infavore dello stesso soggetto, a titolo di lavoro subordinato o somministrato; non si cumulano le prestazioni in somministrazione effettuate dallo stesso lavoratore nei confronti di diversi utilizzatori, anche se fornite dalla medesima agenzia di somministrazione di lavoro(…)salvo che tra gli utilizzatori ricorrano assetti proprietari sostanzialmente coincidenti ovvero intercorranorapporti di collegamento o controllo
”.Ciò premesso, in relazione all’ipotesi di assunzione di ex dipendente licenziato per riduzione di personale si ritiene che, se in capo al medesimo lavoratore si siano nuovamente configurati irequisiti di legge, nessuna preclusione può applicarsi al riconoscimento per intero del beneficio. Se
quindi il lavoratore perde lo stato di disoccupazione e poi lo riacquista, iniziando a maturare da zero un nuovo periodo di 24 mesi di disoccupazione, nel rispetto di ogni altra condizione prevista dallalegge, non può ostare al riconoscimento del beneficioil solo fatto che il lavoratore assunto ai sensidell’art. 8, comma 9, L. n. 407/1990 fossegià stato alle dipendenze dello stesso datore di lavoro in un precedente rapporto agevolato.
In tal caso l’agevolazione contributiva deve essere quindi riconosciuta per intero e non va, invece, contratta cumulando i periodi agevolati precedenti
.
In ordine alla possibilità per il datore di lavoro di usufruire delle agevolazioni
in esame nel caso in cui assuma nuovamente, dopo alcuni mesi, un lavoratore part-time a 20 ore settimanali, precedentemente dimessosi e per il quale aveva già beneficiato delle agevolazioni medesime nelle fattispecie realizzatesi anteriormente all’entrata in vigore della L. n. 92/2012, si ritiene che ibeneficio debba essere riconosciuto solo per il periodo residuo rispetto al limite massimo di fruizione dei 36 mesi, ciò in quanto non vi è stata interruzione dello stato di disoccupazione.
Si evidenzia, tuttavia, che successivamente al 18 luglio 2012, la
fattispecie da ultimo prospettata non risulta più configurabile alla luce dell’int ervenuta abrogazione – adopera dell’art. 4,comma 33, lett. c), L. n. 92 – dell’art. 4, comma 1, lett. a), D. Lgs. n. 181/2000 nella parte in cuiprevedeva la “conservazione dello stato di disoccupazionea seguito di svolgimento di attività
lavorativa tale da assicurare un reddito annuale non superiore al reddito minimo personale esclusoda imposizione”
Per completezza si rappresenta che, a seguito della nuova formulazione dell’art. 4 sopra
citato, la perdita dello stato di disoccupazione attualmente si verifica “in caso di mancata
presentazione senza giustificato motivo alla convocazione del servizio competente nell’ambito delle
misure di prevenzione di cui all’articolo 3 del medesimo D. Lgs.”, ovvero “in caso di rifiuto senza
giustificato motivo di una congrua offerta di lavoro a tempo pieno ed indeterminato o determinatoo di lavoro temporaneo, ex L. n.196/1997”.
La disposizione normativa citata, così come modificata,prevede inoltre “la sospensione dello stato di disoccupazione in caso di lavoro subordinato di durata inferiore a sei mesi
”.
 IL DIRETTORE GENERALE

SENTENZA CASSAZIONE IN MATERIA DI COLLOCAMENTO OBBLIGATORIO

marzo 7, 2013

Si richiama l’attenzione sulla sottostante sentenza della Cassazione  06 marzo 2013, n. 5546,relativa alla materia del collocamento obbligatorio ed in particolare  al rifiuto aziendale  a èprovvedere all’assunzione  per la discordanza tra la categoria indicata nella richiesta e quella con cui la lavoratrice era stata avviata, che risulta condiviso nella decisione.

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Svolgimento del processo

La Corte di Appello dell’Aquila, riformando la sentenza di primo grado, accoglieva la domanda di D. M., proposta nei confronti della società Casa di Cura V., avente ad oggetto la condanna di tale società al risarcimento dei danni conseguenti al rifiuto di assumerla opposto dalla predetta società, nonostante fosse stata, con provvedimento del 25 novembre 1999, avviata obbligatoriamente ex lege n. 482 del 1968 presso la stessa quale iscritta nell’elenco provinciale degli invalidi civili.

La Corte del merito poneva a base del decisum il rilievo fondante secondo il quale potendosi, nella specifica materia del collocamento obbligatorio ratione temporis, fare unicamente distinzione tra operai ed impiegati ed essendosi la società limitata a chiedere l’avviamento di infermieri professionali, doveva considerarsi, in mancanza di ulteriore specificazione da parte della società, legittimo l’avviamento della D. nonostante questa fosse iscritta quale operaia. Né secondo la Corte territoriale poteva condurre a diverse conclusioni l’assunto della società secondo il quale l’infermiere professionale era da equiparare all’impiegato poiché, a fronte delle risposta alla richiesta di avviamento da parte dell’Ufficio del lavoro che sarebbero stati avviati lavoratori privi della qualifica richiesta, nulla la società aveva replicato. Di qui per la Corte del merito la malafede della società che non aveva mai palesato l’esigenza di assumere impiegati venendo meno, in tal modo, al suo obbligo di collaborare con l’Ufficio del collocamento per l’assunzione di lavoratori.

Dall’illegittimo rifiuto all’assunzione derivava, secondo la Corte del merito, il diritto della avviata al risarcimento dei danni che veniva quantificato dalla Corte di Appello con riferimento alla retribuzione perduta da calcolarsi con decorrenza dalla messa in mora della D. detratto quanto corrisposto da altri datori da lavoro.

Avverso questa sentenza la società ricorre in cassazione sulla base quattro censure.

La parte intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la società, deducendo violazione degli artt. 2095 c.c. 95 disp. att. c.c., 11,16 e 21 della legge 2 aprile 1968 n. 482 nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, pone, ex art. 366 bis cpc, il seguente quesito:”se essendo incontestato e non più contestabile che la Casa di Cura V. con la nota n. 4993/99 Prot. del 13.5.99, sopra ritrascritta, aveva richiesto l’avviamento di n. 53 infermieri professionali, e, quindi, di lavoratori appartenenti alla categoria impiegatizia e che l’ufficio di lavoro a riscontro di tale richiesta, senza tenere conto della indicazione nella stessa contenuta, aveva avviato M. D., in qualità di operaio (come da nota del 25.11.99 sopra ritrascritta), la Corte di Appello dell’Aquila avrebbe dovuto o meno dichiarare l’illegittimità dell’ atto di avviamento e la conseguente legittimità del rifiuto all’assunzione esternato dal datore di lavoro, per discordanza tra la categoria indicata nella richiesta e quella con cui la lavoratrice era stata avviata”.

Con la seconda critica la società, denunciando violazione degli artt. 13 62 e ss c.c., 115 e 116 cpc nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, pone il seguente quesito: “se essendo acquisita agli atti la nota inviata da V. a Ufficio del lavoro n.4993/99 Prot. del 13.5.99 nella quale testualmente (…) nonché la lettera inviata a V. dall’ Ufficio del Lavoro del 25.11.1999 nella quale testualmente era detto:(…), nonché la nota del Ministero del lavoro e della previdenza sociale che testualmente si ritrascrive (…) la sentenza della Corte di Appello dell’ Aquila all’esito di una corretta valutazione delle risultanze documentali, doveva ritenere illegittimo o meno 1’avviamento della lavoratrice D. M. in qualità di operaio presso V. e, quindi doveva disapplicare il provvedimento stesso e, conseguentemente, ritenere legittimo il comportamento tenuto da V.”.

Con il terzo motivo la società, assumendo violazione degli artt. 1175 c.c., 115 e 116 cpc nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, articola il seguente quesito: “se sulla base delle risultanze del giudizio, potesse essere ritenuto violato il canone legale di correttezza da parte della casa di Cura V. e se la sentenza della Corte di Appello dell’Aquila, nella parte in cui ha ritenuto violato il principio di correttezza da parte dell’esponente, pur essendo stato provato che a seguito di richiesta di infermieri professionali era stato avviato un lavoratore quale operaio, al quale era stata rifiutata l’assunzione sul rilievo che vi era la necessità di assumere infermieri professionali, sia munita di sufficiente motivazione”.

Con l’ultima critica la società, denunciando violazione degli artt. 1223, 1226, 1227, comma 2°, c.c. nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, pone il seguente quesito: “se, essendo incontestato ed oramai incontestabile che dopo il rifiuto all’assunzione da parte di V. di M. D., avvenuto nel Dicembre 1999 e che quest’ultima era stata assunta alle dipendenze di altri datori di lavoro prima dal 4.6.2002 e poi dal 1.3.2004 in poi, la sentenza della Corte di Appello dell’Aquila, avrebbe dovuto o meno, in applicazione dell’ art. 1223 c.c. e dell’ art. 1227, comma 2, c.c. limitare temporalmente il risarcimento del danno al periodo compreso tra la costituzione in mora ed il reperimento di altra occupazione e se, altresì, avrebbe dovuto diminuire il risarcimento del danno per effetto del concorso del fatto colposo della stessa lavoratrice, deducibile dal protrarsi per alcuni anni dello stato di disoccupazione del soggetto protetto dovuto a colpevole inerzia nel reperimento di altra occupazione”.

Il primo motivo del ricorso è solo in parte ammissibile e sotto tale aspetto è fondato.

Infatti la censura non è esaminabile in relazione al dedotto vizio di motivazione in quanto, a parte ogni considerazione circa l’ammissibilità della contemporanea deduzione di violazione di legge e di vizio di motivazione che non si traduce in una pluralità di quesiti-pur negata da questa Corte (Cass. 11 aprile 2008 n. 9470 e 23 luglio 2008 n. 20355 e ancora nello stesso senso 29 febbraio 2008 n. 5471, Cass. 31 marzo 2009 n. 7770 e da ultimo Cass. SU 5 luglio 2011 n. 14661) – vi è di contro il rilevo assorbente che manca la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione (Cass. 1 ottobre 2007 n. 2063) che si deve sostanziare in una sintesi riassuntiva omologa al quesito di diritto (cfr. Cass. 25 febbraio 2009 n. 4556, Cass. S.U. 18 giugno 2008 n. 16528 e Cass. S.U. 1° ottobre 2007 n. 2063).

Pertanto in difetto della relativa specificazione la denuncia deve considerarsi per come limitata alla deduzione del solo vizio di violazione di legge (Cass. 9 marzo 2009 n. 5624).

Così delimitato l’ambito del devolutum, rileva il Collegio che costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale, mentre le norme sul collocamento ordinario prevedono che la richiesta dell’imprenditore deve essere numerica per categoria e qualifica professionale e correlativamente gli iscritti nelle liste sono suddivisi per classi, settori di produzione, categorie e qualifiche, invece, la disciplina del collocamento obbligatorio prescrive soltanto che la richiesta sia numerica (e solo eccezionalmente nominativa), senza però prevedere ulteriori specificazioni in ordine alla professionalità del lavoratore che l’imprenditore intende assumere, pertanto, ove quest’ultimo abbia fatto richiesta di avviamento (obbligatorio) di un lavoratore invalido (od assimilato) aventi specifiche attitudini lavorative, l’U.P.l.m.o., può soltanto individuare in quale delle due fondamentali categorie professionali (impiegatizia od operaia) previste dall’art. 2095 cod. civ. tali attitudini siano inquadrabili e provvedere in conformità di tale generico inquadramento, Da tanto consegue che nell’ipotesi di divergenza tra la categoria indicata nella richiesta e quella di appartenenza del lavoratore avviate non viene ad esistenza il diritto soggettivo di quest’ultimo ad essere assunto dall’impresa destinataria dell’ordine di assegnazione e diventa legittimo l’eventuale rifiuto dell’imprenditore di assumere il lavoratore avviato che non rientri nella generale categoria professionale risultante dalla richiesta (Cass. 3 luglio 1987 n. 5828 e nello stesso senso sostanzialmente Cass. 10 aprile 1990 n. 3030, Cass. 20 agosto 1993 n. 8824 nonché Cass. 23 novembre 1998 n. 11877).

A siffatta regula iuris il Collegio ritiene di dare continuità giuridica non essendovi valide ragioni, tra l’altro nemmeno prospettate, per discostarsene.

Applicando, pertanto, il principio in parola al caso di cui trattasi e, tenuto conto che non è contestata la circostanza secondo la quale la richiesta di avviamento riguardava 53 infermieri professionali e, quindi, impiegati, è da qualificarsi legittimo il rifiuto della società di assumere la D. avviata, invece, come operaia.

E’, quindi, errata in diritto la sentenza impugnata che non ha tenuto conto, riguardo alla fattispecie concreta, della regula iuris sopra richiamata.

Conseguentemente la sentenza impugnata va cassata, rimanendo nelle esposte considerazioni assorbite le ulteriori censure.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa va, ai sensi del secondo comma dell’ art. 384 cpc, decisa nel merito con rigetto della originaria domanda della D..

Avuto riguardo alla non conformità delle decisioni del merito, alla specificità della materia del contendere nonché alla categoria protetta del soggetto coinvolto, stimasi compensare le spese dell’intero processo.

P.Q.M.

Accoglie in parte il primo motivo del ricorso e dichiara assorbiti gli altri. Cassa in relazione al motivo accolto, la impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di D. M. e compensa le spese dell’intero processo.

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA : PER MOBILITA’DIPENDENTI PUBBLICI IMPRESCINDIBILE CONSENSO AMMINISTRAZIONE CEDENTE

marzo 7, 2013

La domanda  di  quanti sono iteressati  all’argomento di cui al titolo è la seguente: necessita o non necessita il nulla osta dell’amministrazione cedente in caso di passaggio diretto del pubblico dipendente ad altra amministrazione ?

Per rispondere a tale interrogativo,si ritiene confacente partire dalla norma che fondamentalmente disciplina l’istituto della mobilità  da un datore di lavoro pubblico ad un altro ,ossia dall’art.30 del dec.legislativo n.165/01 nel testo novellato dalla riforma  Brunetta (dec.legvo n.150/09),che a proposito del passaggio di personale tra amministrazioni diverse  recita quato segue:”1. Le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti in organico mediante cessione del
contratto di lavoro di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica in servizio presso altre
amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento. Le amministrazioni devono in ogni
caso rendere pubbliche le disponibilità dei posti in organico da ricoprire attraverso passaggio
diretto di personale da altre amministrazioni, fissando preventivamente i criteri di scelta. Il
1. Le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti in organico mediante cessione del
contratto di lavoro di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica in servizio presso altre
amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento. Le amministrazioni devono in ogni
caso rendere pubbliche le disponibilità dei posti in organico da ricoprire attraverso passaggio
diretto di personale da altre amministrazioni, fissando preventivamente i criteri di scelta. Il
trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli
uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del
dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire.
1-bis. Fermo restando quanto previsto al comma 2, l’esame della disposizione soprariportata consente di evidenziare che ai fini del trasferimento risulata stabilito che:

a) i posti vacanti delle pp.aa. possono  essere ricoperti tramite il trasferimento di personale con la stessa qualifica  in forza presso altre amministrazioni pubbliche;

b)  la mobilità avviene a seguito di domanda degli interessati;

c)le amministrazioni devono rendere  pubbliche le disponibilita’ dei posti da coprire con la mobilità  e fissare i  criteri di scelta  preventivamente;

d) il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli
uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del
dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire.

Pertanto ,secondo alcuni autori ,nella norma in questione non si riscontra traccia dell’obbligo relativo al nulla osta preventivo al trasferimento da parte dell’aministrazione di appartenza del dipendente interessato alla mobilità,che invece va espresso dal dirigente  responsabile del  servizio  ed ufficio   di destinazione nella nuova amministrazione ,.

Infatti detti autori ritengono che posto che le parole “cui il personale è o sara assegnato “  fanno riferimento a situazioni in cui il dipendente aspirante al trasferimento si trova in comando o fuori ruolo.

Agli  interessati   che , invece,sostengono  essere  ancoranecessario   il preventivo nulla osta  dell’amministrazione “cedente”     , viene fatto presente che tale posizione non  sarebbe  sostenibile ,apparendo   in netto   contrasto con l’art.12 delle  preleggi ,che,come è noto , a  proposito  dell’interpretazione della legge  dichiara :”Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole  …”

Inoltre si aggiunge che confermare il  preventivo nulla osta   dell’amministrazione cedente  significherebbe   non tener conto  della modifica  apportata dal dec.legislativo n.150/09 al testo originario  dell’art.30  del testo unico n.165/01, in cui   non figura  l’ esplicita   previsizione del predetto nulla osta allo scopo di superare la rigidità della mobilità nel settore   pubblico  e favorire  una maggiore  flessibilità.

La  tesi suddetta viene contestata da altri interpreti ,che ,   dichiarando un opposto orientamento in merito,  sono  portati a ritenere  che  risulta  ancora necessario il nullaosta  anche dell’amministrazione   di provenienza ,  sulla base di valutazioni e considerazioni che di seguito si  riportano.

Questi interpreti  ritengono non    convincenti le argomentazioni contrarie  , affrmando  che le stesse si basano su una presunta e  non dimostrata volontà del legislatore di  favorire e  snellire  il passaggio dei dipendenti da un’amministrazione all’altra ,mentre appare del tutto improprio il riportarsi all’ articolo 12 delle preleggi,secondo cui occorre dare priorità nell’interpretazione della legge al senso che deriva dal testo letterale dell stesse.

Inoltre   detti   autori contestano agli altri  che   nel testo dell’articolo 30, comma 1, del dlgs 165/2001  non si rinviene    un’espressa volontà del legislatore di eliminare il consenso e che la   previsione  normativa  non  fa cenno all’   eliminazione della necessità del «nulla osta

Gli stessi si oppongono altresì a  ritenere che il parere favorevole del dirigente riferito al personale che «è assegnato» riguardi il dipendente, estraneo ai ruoli dell’amministrazione, ma in essa operante in posizione di comando ,in quanto    dei dipendenti in comando o fuori ruolo non parla il comma 1  dell’articolo 30 e ,ma il comma 2 bis .   ,che condiziona  il reclutamento di nuovo personale all’espletamento delle procedure di mobilità o all’immissione in ruolo del personale comandato.

Premesso quanto sopra si segnala che sulla questione si registra l’intervento del Dipartimento della Funzione Pubblica atttraverso la nota 01 marzo 2013, n. 10395 sottoriportasta,che dichiara requisoito indispensabile per  l’attivazione della mobilita volontaria dei pubblici dipendenti  tra amministrazioni  anche il parere di quella cedente

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Nota Dip.Funzione Pubblica 01 marzo 2013, n. 10395

Con lettera in data 23 gennaio 2013, prot. n. 7893, codesto Ateneo ha richiesto l’espressione di un parere in merito all’esatta portata applicativa dell’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001 e, in particolare, sul disposto del comma 1. Nella nota si evidenziano perplessità rispetto ad un’ipotesi applicativa della suddetta norma – supportata, secondo alcuni orientamenti, dalle clausole contrattuali in materia (art. 19 del CCNL 27/01/2005, poi trasfuso nell’art. 57 dei CCNL 16/10/2008) -, che condurrebbe a disconoscere le prerogative datoriali dell’amministrazione di appartenenza del dipendente interessato al trasferimento presso altra amministrazione. Secondo tale ipotesi applicativa, l’amministrazione di appartenenza nulla potrebbe opporre al trasferimento del dipendente una volta trascorso il quinquennio di permanenza nella sede di prima destinazione prescritto dall’art. 35, comma 5-bis, del d.lgs. n. 165/2001.

Preliminarmente si precisa che il richiamo alle fonti contrattuali, a sostegno di una tale interpretazione, non tiene conto del disposto dell’art 40, comma 1, secondo periodo, del d.lgs. n. 165/2001, come modificato dall’ art. 54, comma 1, del d.lgs. n. 150/2009, secondo cui “Nelle materie relative alle sanzioni disciplinari, alla valutazione delle prestazioni ai fini della corresponsione del trattamento accessorio, della mobilità e delle progressioni economiche, la “contrattazione collettiva è consentita negli esclusivi limiti previsti dalle norme di legge”. Ne deriva che la valenza di tali fonti contrattuali va ridimensionata in relazione alla disciplina che la legge detta in materia di mobilità.

In disparte il richiamo alle fonti contrattuali la cui rilevanza è sopra chiarita, l’altra motivazione su cui poggerebbe l’ipotesi applicativa descritta scaturirebbe dalle modifiche apportate al comma 1 dell’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001, dall’art. 49, comma 1, del d.lgs. n. 150/2009, insistendo sull’ultimo periodo del medesimo comma, secondo cui “Il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire”. La formula utilizzata dal legislatore (“è o sarà assegnato”) verrebbe interpretata nel senso che il parere necessario al trasferimento debba essere richiesto soltanto al dirigente dell’amministrazione destinataria che andrà ad utilizzare il personale a seguito dell’assegnazione derivante dal trasferimento stesso.

Si espongono al riguardo le seguenti considerazioni.

Il d.lgs. n. 150 del 2009 è stato adottato in attuazione della delega prevista dalla legge n. .15 del 2009 in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni.

Tra i principi e criteri direttivi della delega di cui all’art. 6, comma 2, della legge citata, figurano l’affermazione della “piena autonomia e responsabilità del dirigente, in qualità di soggetto che esercita i poteri del datore di lavoro pubblico, nella gestione delle risorse umane”, con “il riconoscimento in capo allo stesso della competenza” anche nell’ambito riferito all’utilizzo “dell’istituto della mobilità individuale di cui all’articolo 30 del decreto legislativo 30 marzo 2001, in. 165, e successive modificazioni secondo criteri oggettivi finalizzati ad assicurare la trasparenza delle scelte operate”, nonché all’individuazione “dei profili professionali necessari allo svolgimento dei compiti istituzionali dell’ufficio al quale è preposto”.

La valorizzazione dell’autonomia e della responsabilità del dirigente nella gestione delle risorse umane si doveva così estendere anche all’ambito dell’istituto della mobilità volontaria individuale e nell’attuazione della delega ciò è avvenuto con la modifica ricordata dell’art. 30, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001.

In questo modo è stata inoltre formalizzata – seppur limitatamente all’istituto della mobilità volontaria individuale – quella che si era già consolidata come buona prassi amministrativa di richiedere preventivamente il parere dei dirigenti degli uffici interessati nelle varie ipotesi di diversa allocazione funzionale dei dipendenti assegnati.

A ciò si aggiungono le modifiche introdotte dal d.lgs. n. 150 del 2009 agli articoli 6, 16 e 17 del d.lgs. n. 165 del 2001 in merito alle competenze dirigenziali in tema di gestione ed individuazione delle risorse e dei profili professionali necessari allo svolgimento dei compiti dell’ufficio cui sono preposti, anche al fine dell’elaborazione del documento di programmazione triennale del fabbisogno di personale.

Prima di verificare se l’espressione richiesta del parere – favorevole o contrario – da parte dei “dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato” valga quale unica e definitiva manifestazione di assenso al trasferimento, si può già notare che l’interpretazione proposta, facendo leva sul rafforzamento della posizione del dirigente di una sola delle amministrazioni procedenti conduce all’opposta conclusione di degradare, fino a sopprimere, sulla base dell’asserita prevalenza della volontà del dirigente responsabile del servizio presso cui il dipendente sarà assegnato, le prerogative datoriali delle altre posizioni dirigenziali coinvolte nel procedimento.

Si tratta di conclusioni non condivisili, sia per l’indiscussa finalità della riforma di rafforzare il potere datoriale del dirigente sia, e non in subordine, per le ulteriori ragioni che si vanno ad esporre.

Iniziando dalla mera interpretazione letterale, si nota che l’ipotesi applicativa che si contesta esalta la congiunzione disgiuntiva semplice “o”, escludendone aprioristicamente la valenza cumulativa. Il testo va correttamente letto ricomprendendo le due locuzioni “é assegnato”, “sarà assegnato”. Una lettura diversa avrebbe l’effetto di elidere dal testo la locuzione “è assegnato”, disattendendo, come adesso vedremo, il senso fatto palese dal “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dall’intenzione del legislatore”.

La norma, infatti, stabilisce che “// trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato …” ai quali non spetta, dunque, il potere di decidere il trasferimento, la cui titolarità va individuata alla stregua dell’assetto organizzativo vigente per l’amministrazione interessata (conformemente al precetto costituzionale dell’art. 97, comma 2: “Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari”), bensì solo di esprimere un parere, che assume rilievo, secondo l’intenzione del legislatore, qualora sia negativo e sia opposto al dipendente assegnato che intenda accedere alla mobilità esterna, férma restando la valenza ermeneutica del ricorso a “criteri oggettivi finalizzati ad assicurare la trasparenza delle scelte operate”, come richiesto dal precitato art. 6, comma 2, della legge n. 15 del 2009.

Ne consegue che per la definizione del trasferimento restano inalterate le potestà delle amministrazioni coinvolte per l’assorbente ragione che l’istituto della mobilità volontaria si compendia, in ogni caso, nella cessione del contratto di lavoro del dipendente, contratto che non fa capo ai singoli “dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici” e meno ancora al dirigente responsabile del servizio e dell’ufficio presso cui il dipendente sarà assegnato. Il contratto fa, invece, capo all’ente da cui il soggetto dipende e nei cui ruoli è inquadrato.

In conclusione, la lettura che a parere dello scrivente occorre dare al comma 1 dell’articolo 30 del d.lgs. n. 165 del 2001 è quella secondo cui il trasferimento per mobilità è disposto dal titolare dell’ufficio competente, secondo l’organizzazione definita dalla singola amministrazione, previo parere favorevole dei dirigenti responsabili del servizio e dell’ufficio cui il personale da trasferire è assegnato, nonché previo parere favorevole dei dirigenti responsabili del servizio e dell’ufficio cui il personale da trasferire sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire.

In conclusione, come chiarito in base alle suesposte considerazioni dedicate all’esegesi della norma, la necessità dell’assenso da parte dell’amministrazione cedente è un presupposto imprescindibile.

ULTERIORI CHIARIMENTI INPS PER 65 MILA SALVAGUARDATI

marzo 7, 2013

Dopo quelli  indicati   nel messaggio n. 13343 del 9 agosto 2012,gli ulteriori chiarimenti ,previsti dal sottostante Messaggio Inps n.3890 del 5.3.2013  ,fanno  seguito alle numerose richieste di chiarimento pervenute dalle strutture territoriali, riguardanti i lavoratori in mobilità ordinaria, e dell’invio della nota di precisazione del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali – Direzione Generale per le politiche del personale, l’innovazione, il bilancio e la logistica – C.d.g. 7774 protocollo 0071196 22-11-2012 – concernente i lavoratori cessati per accordi individuali di cui all’articolo 2, comma 1 lettera g) del Decreto Interministeriale 1 giugno 2012, si rendono necessarie ulteriori indicazioni per le citate tipologie di lavoratori rispetto a quelle indicate nel messaggio n. 13343 del 9 agosto 2012.

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1)- Lavoratori in mobilità ordinaria

 

Con messaggio n. 20441 del 11 dicembre 2012 è stato comunicato l’aggiornamento della procedura Unicarpe per la trattazione delle domande relative ai soggetti inclusi in “Monitoraggio 65000”. Per i lavoratori in mobilità ordinaria la data di fine della mobilità viene acquisita in automatico. Tale data è rilevata tenendo conto delle sospensioni a seguito di rioccupazione a tempo determinato ed in considerazione della possibilità  che il lavoratore possa avvalersi di una o più delle salvaguardie previste (legge 122/2010; legge 111/2011 e legge 214/2011).

Per alcune posizioni la data di fine mobilità non può essere acquisita in automatico e viene presentato il seguente messaggio:

PRESENZA DI DOMANDA DI MOBILITA’ IN DEROGA DA SOTTOPORRE A VERIFICA DELL’OPERATORE DEL SOSTEGNO AL REDDITO.

Tale messaggio identifica il lavoratore destinatario di un provvedimento di mobilità in deroga alla normativa ordinaria a seguito di apposita decretazione Ministeriale o Regionale. Le domande di mobilità di detti lavoratori sono presenti nella procedura DSWEB con il codice intervento da 536 a 558, da 570 a 686, da 700 a 735 e da 748 a 899.

La citata decretazione regionale può riguardare:

 

  1. lavoratori licenziati da aziende non destinatarie di mobilità ordinaria;
  2. lavoratori che hanno terminato la mobilità ordinaria.

 

In relazione a quanto sopra risulta evidente che non tutte le situazioni indicate implicano l’esclusione del lavoratore dalla salvaguardia in parola, pertanto, l’operatore del processo assicurato-pensionato dovrà confrontarsi con quello del sostegno del reddito per conoscere la tipologia di mobilità in deroga e, in seguito, stabilire l’esito della domanda di certificazione della salvaguardia.

 

Di conseguenza, qualora l’operatore del processo sostegno al reddito dovesse comunicare a quello dell’assicurato – pensionato che la domanda di mobilità si riferisce a lavoratori di cui al punto 1., la certificazione della salvaguardia in oggetto dovrà essere definita dall’operatore del processo assicurato-pensionato con la dicitura no diritto in quanto la salvaguardia dei 65000 non è rivolta ai lavoratori in mobilità in deroga.

 

Per quanto riguarda, invece, le situazioni di cui al punto 2. l’operatore del processo sostegno del reddito dovrà restituire a quello dell’assicurato-pensionato, relativamente alla sola mobilità ordinaria, le seguenti informazioni:

 

  • data di licenziamento;
  • data di inizio della mobilità ordinaria;
  • data di fine della mobilità ordinaria.

 

Qualora durante il periodo di pagamento della mobilità ordinaria dovessero essere presenti dei periodi di sospensione della stessa, per effetto di rioccupazione a tempo determinato, la data di fine mobilità ordinaria dovrà essere individuata dall’operatore del processo sostegno del reddito perché quella fornita dalla procedura dsweb potrebbe non coincidere con quella utile ai fini della salvaguardia.

 

Nel rammentare che i lavoratori possono essere destinatari, per effetto della data dell’accordo e della successiva data del licenziamento, di una o più salvaguardie, di seguito si riassumono per ciascuna salvaguardia le date entro le quali i periodi di sospensione hanno riflesso sul periodo di fruizione della mobilità ordinaria:

 

 

A.    salvaguardia ex articolo 12, comma 5, della legge n. 122/2010, che si applica ai lavoratori collocati in mobilità ordinaria sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 30 aprile 2010. Le sospensioni che concorrono alla determinazione della fine della durata della mobilità ordinaria sono quelle entro 31 maggio 2010. E’ opportuno ricordare che tutti coloro che non rientrano nel novero dei 10.000, perché licenziati successivamente al 30-10-2008, se licenziati entro il 30 aprile 2010, sono potenziali destinatari del prolungamento del sostegno al reddito di cui all’articolo 12, comma 5 bis, della legge n. 122 del 2010 a seguito dell’apposito decreto emanato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministero dell’Economia e Finanza;

 

B.    salvaguardia ex articolo 18, comma 22 quater, della legge n. 111/2011, che si applica ai lavoratori collocati in mobilità ordinaria sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 30 giugno 2011. Le sospensioni che concorrono alla determinazione della fine della durata sono quelle fino al 16 luglio 2011;

 

C.   salvaguardia ex articolo 24, commi 14 e 15 della legge n. 214/2011 che si applica ai lavoratori collocati in mobilità ordinaria sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 4 dicembre 2011. Le sospensioni che concorrono alla determinazione della fine della durata sono quelle fino al 24 luglio 2012.

 

Di seguito si dettagliano le istruzioni a cui deve attenersi l’operatore del sostegno del reddito per poter individuare, nel caso di presenza di sospensioni, la data di fine mobilità ordinaria:

  • operazione preliminare è la verifica della presenza di periodi di sospensione aperti, cioè quelli per i quali è indicata la sola data inizio, che devono essere completati;
  • la valutazione dei periodi di sospensione dovrà essere effettuata nel rispetto di quanto previsto nei punti A., B. e C.
  • In merito si propongono i seguenti esempi.

 

Esempio relativo alla situazione di cui al punto 1.

 

Soggetto ultracinquantenne del Nord per il quale nella procedura DSWEB la domanda di mobilità è identificata con il codice intervento 864 (mobilità in deroga regione Piemonte).

In procedura DSWEB, oltre al citato codice intervento 864, risulta la data di licenziamento 30-6-2008, la data inizio mobilità 1-7-2008, la data fine mobilità 31-12-2012, la percentuale di riduzione 40% e la presenza di una sospensione, a seguito di rioccupazione a tempo determinato, dal 13-2-2010 al 15-8-2010.

L’elemento, che da subito deve indurre alla individuazione di una mobilità in deroga a favore di un lavoratore licenziato da una azienda non destinataria di mobilità (punto 1.) è il fatto che la decorrenza della prestazione inizia il giorno successivo a quello del licenziamento. La presenza della percentuale di riduzione (40%) ci conferma detta situazione. Infatti siamo in presenza di un lavoratore al quale è stata concessa dalla Regione Piemonte la terza proroga dell’indennità di mobilità in deroga.

In relazione a quanto sopra l’operatore del sostegno del reddito restituirà a quello dell’assicurato- pensionato l’informazione che si tratta di mobilità in deroga dall’origine. Di conseguenza l’operatore dell’assicurato pensionato dovrà definire la certificazione con no diritto in quanto la salvaguardia dei 65000 non riguarda i lavoratori in mobilità in deroga.

 

Esempio relativo alla situazione di cui al punto 2.

 

Soggetto ultracinquantenne del Nord per il quale nella procedura DSWEB la domanda di mobilità è identificata con il codice intervento 864 (mobilità in deroga regione Piemonte). In procedura DSWEB risulta la data di licenziamento 30-6-2008, la data inizio mobilità  13-7-2008 e la data fine mobilità 31-12-2012. Sono presenti, inoltre, a seguito di rioccupazione a tempo determinato i seguenti periodi di sospensione:

dal 13-2-2011 al 25-8-2011  gg  194

dal 14-10-2011 al 25-3-2012 gg  184

In relazione ai dati sopra indicati l’operatore del processo sostegno al reddito deve restituire a quello del processo assicurato-pensionato i seguenti dati necessari per la definizione della certificazione della salvaguardia (65000):

  • data di licenziamento: 30-6-2008;
  • data inizio mobilità ordinaria: 13-7-2008
  • data fine mobilità ordinaria utile per la salvaguardia della legge n. 122/2010: 13-7-2011 (ottenuta tenendo conto della durata teorica di 3 anni e dell’assenza dei periodi di sospensione al 31-5-2010);
  • data di fine mobilità ordinaria utile per la salvaguardia della legge n. 111/2011: 17-12-2011 (ottenuta tenendo conto della durata teorica di 3 anni e della sospensione dal 13-2-2011 al 16-7-2011 gg 154);
  • la data di fine mobilità ordinaria utile per la salvaguardia della legge n. 214/2011: 5-8-2012 (ottenuta tenendo conto della durata teorica di 3 anni delle sospensioni dal 13-2-2011 al 25-8-2011 gg 194 e  dal 14-10-2011 al 25-3-2012 gg 184).

Di conseguenza l’operatore del sostegno del reddito fornirà a quello dell’assicurato-pensionato le notizie sopra dettagliate il quale provvederà all’acquisizione sull’apposito pannello predisposto per la definizione della verifica delle posizioni.

 

Come risulta evidente il periodo dal 6-8-2012 al 31-12-2012 non viene menzionato nei dati da restituire a cura dell’operatore del sostegno del reddito in quanto non utilizzabili ai fini della salvaguardia 65.000.

 

2)- Lavoratori cessati per accordi individuali di cui all’articolo 2, comma 1 lettera g) del Decreto Interministeriale 1 giugno 2012.

 

Il Ministero del lavoro – Direzione Generale per le politiche del personale, l’innovazione, il bilancio e la logistica – con la nota C.d.g. 7774 – protocollo 0071196 22-11-2012 – ha inteso precisare che le istanze di cui all’articolo 2, comma 1 lettera g) del Decreto Interministeriale 1 giugno 2012 presentate da  lavoratori cessati entro il 31 dicembre 2011 che dichiarano di essere stati rioccupati antecedentemente all’entrata in vigore della normativa in argomento in qualità di lavoratori subordinati in mobilità, le istanze in parola vanno accolte in quanto all’epoca dei fatti i lavoratori in questione risultavano obbligati ad accettare l’offerta di lavoro per non perdere lo status di lavoratore in mobilità come espressamente indicato dall’articolo 9, comma 1 lettere b) e lettera c) della legge n. 223 del 1991.

 

Pertanto le certificazioni di salvaguardia di cui alla legge n. 214 del 2011 c.d. dei 65.000, relative ai lavoratori cessati e che si trovano nelle condizioni sopra indicate devono essere definite senza tener conto delle eventuali rioccupazioni a tempo determinato intervenute entro il 24 luglio 2012 (data di pubblicazione del Decreto Interministeriale 1 giugno 2012).

 

Ne consegue che l’indicazione dell’assenza di rioccupazione prevista nell’articolo 2, comma 1 lettera g) del Decreto Interministeriale 1 giugno 2012 non deve essere applicate ai lavoratori in parola.

Il Direttore Generale

AGENZIA ENTRATE AUMENTA INTERESSI MORA SOMME ISCRITTE RUOLO

marzo 7, 2013

 Si evidenzia che con Provvedimento 04 marzo 2013, n. 27678 l’Agenzia  delle Entrate ha fissato ,a decorrere dall’1.5.20123 ,al 5,2233% in ragione annuale,  la nuova misura degli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo ai sensi dell’articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602

Di seguito si riporta il testo del provvedimento citato.

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1. Determinazione interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo.

1.1 A decorrere dal 1° maggio 2013, gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo sono determinati nella misura del 5,2233% in ragione annuale.

1.2 Il presente provvedimento è pubblicato sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

 

Motivazioni

L’articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 prevede che, decorsi sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento, sulle somme iscritte a ruolo, escluse le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

In attuazione della richiamata disposizione, con provvedimento del 17 luglio 2012, la misura del tasso di interesse da applicare nelle ipotesi di ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo è stata fissata al 4,5504 per cento in ragione annuale.

Considerato che, come detto, l’art. 30 prevede una determinazione annuale del tasso di interesse in questione, è stata interessata la Banca d’Italia che, con nota dell’8 Febbraio 2013, ha stimato al 5,2233% la media dei tassi bancari attivi con riferimento al periodo 1.1.2012-31.12.2012.

Il presente provvedimento fissa, dunque, con effetto dal 1°maggio 2013, al 5,2233% per cento in ragione annuale, la misura del tasso di interesse da applicare nelle ipotesi di ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, di cui all’articolo 30 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.

 

Riferimenti normativi

a) Attribuzioni del Direttore dell’Agenzia delle Entrate

Decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 (art. 67, comma 1, art. 68, comma 1)

Statuto dell’Agenzia delle Entrate (art. 5, comma 1)

 

b) Disciplina degli interessi di mora

Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (art. 30)

Provvedimento Direttoriale 17 luglio 2012

 

c) Disposizioni relative all’individuazione della competenza ad adottare gli atti della pubblica amministrazione

Decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (artt. 4, 14 e 16)

 

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Provvedimento pubblicato il 6 marzo 2013 sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, ai sensi dell’art. 1, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

 

ONSIGLIO DI STATO : AZIENDE CON RATE FISCALI ESCLUSE DA APPALTI SE INCAPACI RISPETTARE OBBLIGHI VERSO P.A.

marzo 7, 2013
Le imprese che anche a causa della crisi hanno dovuto rateizzare il debito fiscale non possono partecipare alle gare d’appalto. In tal senso  si èpronunxìciata la terza sezione del Consiglio di stato, con la sentenza n. 6389, depositata il 5 marzo 2013 ,in considerazione della circostanza   che  la pubblica amministrazione vuole lavorare con chi rispetta gli obblighi di lealtà e correttezza. E la rateizzazione non implica che il debito venga necessariamente estinto. I giudici di Palazzo Spada, ribaltando la decisione della prima sezione del Tar di Napoli, evidenziano che l’accordo di ristrutturazione del debito non ha natura novativa. Tanto più nel caso di specie in cui la dichiarazione circa il quantum era risultata poi essere mendace.

Infatti nella sentenza si legge:E’ evidente lo stato di indiscutibile assoluta irregolarità in cui si trovava la società al momento della presentazione dell’offerta, solo parzialmente dalla stessa dichiarata in sede di gara, con grave carenza anche rispetto agli obblighi di correttezza e lealtà che devono osservare i soggetti che contraggono con la pubblica amministrazione; conclusivamente, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, la società non poteva essere considerata adempiente rispetto agli obblighi di natura fiscale di cui all’art. 38 lettera g) del codice degli appalti.

PRECISAZIONI INPS DECORRENZA PENSIONE AGEVOLATA ESODATI

marzo 6, 2013

La precisazioni di cui al titolo sono contenute nel Messaggio 04 marzo 2013, n. 3848 e concernono la salvaguardia dei  65.000 lavoratori   indicati dall’art. 24 commi 14 e 15 della legge 214/2011 s.m.i.nonche’ le modalità di calcolo della decorrenza della pensione in salvaguardia

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A seguito delle richieste di chiarimento pervenute dalla strutture territoriali, si forniscono le seguenti precisazioni in merito alla modalità di calcolo della decorrenza della pensione in applicazione della salvaguardia in argomento.

Per i lavoratori collocati in mobilità ordinaria, ovvero in mobilità lunga o assimilata (legge 127/2006), ovvero titolari di prestazione straordinaria che si trovavano nella condizione di usufruire della salvaguardia di cui all’art 12, comma 5, della legge 122/2010, ovvero della salvaguardia di cui alla legge 111/2011,il sistema Unicarpe individua diverse decorrenze di accesso alla salvaguardia

1. Destinatari della salvaguardia congiunta di cui all’art 12, comma 5, della legge 122/2010 e all’art 24, comma 14 della legge 214/2011.

Per i lavoratori collocati in mobilità entro il 30 aprile 2010, con data di cessazione del rapporto di lavoro fino al 30 ottobre 2008, ovvero titolari di assegno straordinario entro il 1° ottobre 2008, viene calcolata la decorrenza della pensione in applicazione congiunta dei benefici di cui all’art 12, comma 5, della legge 122/2010 e all’art 24, comma 14 della legge 214/2011.

La decorrenza è calcolata per qualunque tipologia di pensione in salvaguardia(pensione di vecchiaia ovvero pensione di anzianità con il requisito delle quote ovvero culla base della maggiore anzianità a prescindere dall’età anagrafica).

La decorrenza per legge 122/2010 viene indicata a condizione che il prodotto prescelto per la trattazione del conto sia uno dei seguenti:

O5A, A5A, 75A, 85A, 95A, 25A; O5M, A5M, 75M, 85M, 95M, 25M.

Si segnala che le posizioni relative ai lavoratori che si trovano nelle condizioni descritte e che non sono state inquadrate nel prodotto corretto, devono essere annullate e riproposte con il prodotto WEBDOM appropriato.

2. Destinatari della salvaguardia congiunta di cui all’art 12, comma 5 bis, della legge 122/2010 e all’art 24, comma 14 della legge 214/2011.

Per i lavoratori collocati in mobilità entro il 30 aprile 2010, con data di cessazione del rapporto di lavoro successiva al 30 ottobre 2008, ovvero titolari di assegno straordinario con decorrenza compresa tra 1° ottobre 2008 e il 1° maggio 2010, la decorrenza della pensione in applicazione congiunta dei benefici di cui all’art 12, comma 5, della legge 122/2010 e all’art 24, comma 14 della legge 214/2011 viene calcolata al solo scopo di calcolare il periodo del prolungamento di cui al comma 5 bis del medesimo articolo 12 della legge 122/2010.

La decorrenza è calcolata per qualunque tipologia di pensione in salvaguardia (pensione di vecchiaia ovvero pensione di anzianità con il requisito delle quote ovvero culla base della maggiore anzianità a prescindere dall’età anagrafica).

Si rammenta che il prolungamento della prestazione a sostegno del reddito è corrisposto per il periodo che intercorre fra la decorrenza della pensione con il regime di accesso alla pensione previgente la finestra mobile, e la decorrenza della pensione in applicazione della finestra mobile.

3. Destinatari della salvaguardia congiunta di cui all’art 18, comma 22 quater, della legge 111/2011 e all’art 24, comma 14 della legge 214/2011.

Per i lavoratori collocati in mobilità entro il 30 giugno 2011, ovvero titolari di assegno straordinario entro il 1° luglio 2011, la decorrenza della pensione in applicazione congiunta dei benefici di cui all’art 18, comma 22 quater e all’art. 24 comma 14 della legge 214/2011 viene calcolata entro il limite numerico delle 5.000 unità previsto dal citato art.18.

Si rammenta che la salvaguardia in argomento riguarda solo la pensione di anzianità con il requisito della maggiore anzianità a prescindere dall’età anagrafica.

4. Modalità di esposizione delle decorrenze in FELPE

Per i destinatari anche della salvaguardia di cui all’art. 12, comma 5, della legge 122/2010, la decorrenza è quella riportata nella riga “Finestra con salvaguardia L.122″.

In tal caso, la procedura FELPE mostrerà a breve la seguente indicazione:

soggetto salvaguardato ex lege 122/2010

Per i destinatari anche della salvaguardia della L. 111/2011, la decorrenza è quella riportata nella riga “Finestra con salvaguardia L.111″.

In tal caso, la procedura FELPE mostrerà a breve la seguente indicazione:

soggetto salvaguardato ex lege 111/2011

Per i destinatari della sola salvaguardia di cui alla L. 214/2011, la decorrenza è quella riportata nella riga “Finestra con salvaguardia L.214″.

Per i destinatari anche della tutela di cui all’art. 12, comma 5, bis della legge 122/2010, la decorrenza della pensione è quella riportata alla riga “Finestra con salvaguardia L.214″, pur essendo compilata anche la riga “Finestra con salvaguardia L.122″.

5. Quadro riepilogativo

Nello specchietto seguente si sintetizzano le condizioni che devono coesistere per l’attribuzione dei benefici congiunti delle diverse salvaguardie.

TIPOLOGIA LAVORATORI TITOLO SALVAGUARDIA DATA CESSAZIONE RAPPORTO DI LAVORO TIPOLOGIA PRODOTTO
In mobilità ordinariaIn mobilità lungaIn trattamento L. 127/2006

Titolare assegno straordinario

 art 12, comma 5, L 122/2010+art 24, comma 14 L. 214/2011 30 ottobre 2008 O5A, A5A, 75A, 85A, 95A, 25A; O5M, A5M, 75M, 85M, 95M, 25M
 art 12, comma 5 bis, L 122/2010+art 24, comma 14 L. 214/2011 Compresa tra l 31 ottobre 2008 il 30 aprile 2010 MOA, 76A, 81A, 96A, 27A, MOM, 76M, 81M, 96M, 27M
 art 18, comma 22 quater, L. 111/2011 +art 24, comma 14 L. 214/2011 30 giugno 2011 MOA, 76A, 81A, 96A, 27A, MOM, 76M, 81M, 96M, 27M

SENTENZA CASSAZIONE ESERCIZIO ABUSIVO PROFESSIONE CONSULENTE LAVORO

marzo 6, 2013

Con sentenza n. 9725 del 28 febbraio 2013, la Cassazione  ha affermato che sussistono gli estremi del reato di esercizio abusivo di una professione laddove la gestione dei servizi e degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale venga curata, non da dipendenti di un’associazione di categoria, cui l’art. 1 comma 4 della legge n. 12 del 1979 (contenente le norme per l’ordinamento della professione del lavoro) eccezionalmente riconosce la possibilità di quella gestione, ma da un soggetto privo del titolo di consulente del lavoro, ovvero non iscritto al relativo albo professionale, che sia socio di una società solo partecipata da una di quelle associazioni di categoria

Si ricorda che la   legge n. 12/1979 riconosce alle imprese artigiane, nonché alle altre piccole imprese, anche cooperative, la possibilità di affidare l’esecuzione degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale dei lavoratori dipendenti a servizi istituiti dalle rispettive associazioni di categoria, ma deve escludersi che queste attività possano essere delegate dalle associazioni di categoria (in qualsiasi modo) a terzi, pena l’aggiramento delle disposizioni della citata legge sulla garanzia delle prestazioni professionali.

Leggi la sentenza n. 9725f

XIII RAPPORTO MONITORAGGIO APPRENDISTATO

marzo 6, 2013


 Il  sito del Ministero del Lavoro ,in data 5 ,marzo 2013 ,ha reso disponibile il  Rapporto annuale di cui al titolo , predisposto da Isfol e Inps

Il XIII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, realizzato dall’Isfol su incarico del Ministero del lavoro e in collaborazione con l’Inps, fotografa il quadro dell’occupazione e della formazione per gli apprendisti, delle norme nazionali e regionali, nonché delle discipline contrattuali che definiscono la cornice di riferimento per l’implementazione dello strumento.

Nella prima parte del Rapporto viene dedicato ampio spazio alle novità introdotte dal Testo Unico dell’Apprendistato (D.Lgs. 167/2011) e all’analisi qualitativa degli atti che sia le Parti sociali sia le Regioni e le Province Autonome hanno adottato per rendere operative le tre tipologie contrattuali previste: apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale; apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere; apprendistato di alta formazione e ricerca.

Nella seconda parte, curata dall’Inps, si analizzano le dinamiche dell’occupazione, con un dettaglio sui contratti di lavoro cessati e trasformati in esito ad un contratto di apprendistato. A partire dai dati sulle Comunicazioni Obbligatorie, un contributo curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, focalizza inoltre l’attenzione sui rapporti di apprendistato attivati nel primo semestre 2012.

Nella terza parte, sulla base delle informazioni fornite dalle Regioni e Province Autonome, l’Isfol approfondisce l’esame del sistema pubblico di formazione per l’apprendistato.

Prefazione del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero (formato .pdf 252,28 Kb)

Action plan per la promozione e la diffusione dell’apprendistato (formato .pdf 415,76 Kb)

Sintesi del Rapporto di Monitoraggio e avanzamento del quadro normativo (formato .pdf 275,59 Kb)

• XIII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato
Rapporto (formato .pdf 1,75 Mb)
Allegato statistico (formato .pdf 179,74 Kb)
Allegato normativo (formato .pdf 96,47 Kb)
Allegato Accordi e CCNL (formato .pdf 76,98 Kb)

RISOLUZIONE MEF IN MATERIA ESENZIONE IMU

marzo 6, 2013

Si segnala la Risoluzione del Ministero Economia e Finanze 04 marzo 2013, n. 4/DF,relativa all’ Imposta municipale propria (IMU) di cui all’art. 13 del D. L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214,chev in particolsare si sofferma sull’ esenzione per gli immobili utilizzati dagli enti non commerciali.e sugli    immobili concessi in comodato.

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Sono stati chiesti chiarimenti in merito all’applicabilità dell’esenzione dall’imposta municipale propria (IMU) indicata in oggetto, nell’ipotesi in cui un immobile posseduto da un ente non commerciale venga concesso in comodato a un altro ente non commerciale per lo svolgimento di una delle attività di cui al comma 1, lett. i), dell’art. 7 del D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504. E’ stato, altresì, chiesto se l’esenzione in questione possa ritenersi applicabile anche nell’ipostesi più particolare in cui l’immobile è concesso in comodato a un altro ente non commerciale appartenente alla stessa struttura dell’ente concedente, per lo svolgimento di un’attività meritevole ai sensi del citato art. 7.

Al riguardo, bisogna, preliminarmente, ricordare che la disciplina dell’IMU, delineata dall’art. 13 del D. L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, nonché dagli artt. 8 e 9 del D. Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, richiama, per quanto riguarda il regime delle esenzioni, l’art. 7 del D. Lgs. n. 504 del 1992, fra le quali si riscontra quella di cui alla lett. ì), che riguarda la fattispecie in esame. Detta norma, nella sua attuale formulazione – introdotta per effetto dell’art. 9\-bis del D. L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27 – prevede l’esenzione per “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’articolo 87, comma 1, lettera e), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222 “.

Si deve ricordare che le disposizioni dell’art. 91-6/5 del D. L. n. 1 del 2012, nel momento in cui intervengono sull’art. 7, comma 1, lett. i) del D. Lgs. n. 504 del 1992, precisano l’ambito applicativo della disposizione di esonero, nel senso delineato dalla giurisprudenza di legittimità (NOTA 1) che ha costantemente limitato la portata dell’esenzione alla presenza di modalità non commerciali attraverso le quali viene svolta nell’immobile, da parte dell’ente non commerciale, la particolare attività oggetto della nonna di esenzione, il Regolamento 19 novembre 2012, n. 200, contemplato al comma 3 dello stesso art. 9\-bis è diretto a regolare i casi di utilizzazione mista dell’immobile oggetto dell’esenzione per il quale non è possibile procedere all’accatastamento separato.

Per quanto riguarda l’esatta portata dell’art. 7, comma 1, lett. i), del D. Lgs. n. 504 del 1992, si deve sottolineare che le tematiche che emergono dai quesiti formulati a tale proposito, sono suscettibili di essere trattate e risolte alla luce delle pronunce della Corte Costituzionale n. 429 del 19 dicembre 2006 e n. 19 del 26 gennaio 2007 che hanno fornito una lettura dell’art. 7, comma 1, lett. i), sistematica e coerente con l’ordinamento tributario nonché con il principio di capacità contributiva.

Bisogna premettere che in dette ordinanze la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art. 59, comma 1, lett. e), del D. Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 il quale prevede che, ai fini ICI, i comuni possano “stabilire che l’esenzione di cui all’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, concernente gli immobili utilizzati da enti non commerciali, si applica soltanto ai fabbricati ed a condizione che gli stessi, oltre che utilizzati, siano anche posseduti dall’ente non commerciale utilizzatore”. Si deve, comunque, precisare che quest’ultima disposizione non risulta applicabile all’IMU, in quanto delta nonna non è espressamente richiamata dall’art. 14, comma 6, del D. Lgs. n. 23 del 2011, che conferma, ai fini dello stesso tributo, la sola potestà regolamentare di cui all’art. 52 del D. Lgs. n. 446 del 1997.

Tuttavia, tali pronunce sono, comunque, strettamente funzionali alla corretta interpretazione dell’art. 7, comma 1, lett i), del D. Lgs. n. 504 del 1992 che, si ribadisce, si applica anche all’IMU.

In particolare, la Corte Costituzionale ha ritenuto che la corretta interpretazione dell’art. 59 del D. Lgs. n 446 del 1997, non è in linea con le argomentazioni sostenute dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza 30 maggio 2005, n. 11427 con cui quest’ultima ha rimesso alla Corte Costituzionale il giudizio di legittimità relativo al predetto art. 59, laddove la stessa Corte di Cassazione ha sostenuto che l’impianto normativo dell’esenzione in questione “nel prevedere un regime di generale imponibilità e nello individuare, in deroga, una serie di casi eccettuati, consentiva per questi ultimi, di individuarne la ratio nel fatto che l’immobile venisse utilizzato da ima categoria di soggetti, aventi specifico titolo sul bene, per lo svolgimento di particolari attività dì notevole rilevanza sociale, e, come tali, ritenute meritevoli di trattamento incentivante. Ne derivava che il diritto a godere dell’esenzione era riconosciuto solo ai soggetti indicati dall’art. 87, comma 1, lett, e), del Tuir, quindi con espressa esclusione delle società, e sempre che gli stessi utilizzassero direttamente l’immobile per lo svolgimento delle attività indicate nell’art. 7, comma 1, lett. i), del D.Lgs. n. 504/1992 … La sopravvenuta disposizione dell’art. 59, infatti, impone una irragionevole rilettura dell’art. 7, comma /, leti i), che impinge nei principi di eguaglianza e di capacità contributiva desumibili dagli artt. 3 e 53 della Costituzione, in quanto esonera taluni soggetti dal concorso alla spesa pubblica, prescindendo dalla manifestazione di ricchezza e di capacità economica espressa dal bene posseduto ed avendo riguardo a requisiti soggettivi ed oggettivi, posseduti da terzi, ed in quanto vulnera la riserva di legge, desumibile dall’art. 23, assegnando agli enti locali il potere dì stabilire con norme regolamentari presupposti impositivi e casi di esenzione “.

Si deve evidenziare che, nella stessa ordinanza n. 11427 del 2005, la Corte di Cassazione ha fondato le sue argomentazioni sulla considerazione che si trattava di un immobile dato in locazione e per il quale, quindi, era ritraibile un reddito, situazione di fatto sintomatica di capacità contributiva che non è stata ritenuta idonea a giustificare l’attribuzione del beneficio. Nella stessa ordinanza sì legge, infatti, che “l’esonero dal generale regime impositivo si rivela manifestamente irragionevole, in quanto viene accordato senza che la situazione di fatto oggetto di tassazione realizzi la diversità di capacità contributiva idonea a giustificare l’attribuzione del beneficio, essendo evidente che la percezione del canone da parte del proprietario, ancora quando alla relativa corresponsione provveda uno dei soggetti indicati nell’art. 87 citato, che nell’immobile condotto in locazione eserciti una delle attività contemplate dall’art. 7, costituisce una inequivoca manifestazione dì. ricchezza e di capacità economica che giustifica, in base ai richiamati principi costituzionali, un concreto apporto contributivo alla spesa pubblica “.

La Corte Costituzionale, avallando l’assunto di partenza, secondo il quale l’immobile per godere dell’esenzione deve essere utilizzato direttamente dal proprietario, ha chiarito che “la questione risulta proposta sulla base del duplice erroneo presupposto che l’art. 59, comma L lettera e), del d.lgs. n. 446 del 1997 introdurrebbe una norma di interpretazione autentica ed imporrebbe, per il passato, una interpretazione dell’art. 7, comma 1, lettera i), del d.lgs. n. 504 del 1992 diversa da quella affermata dalle pronunce della Corte di cassazione richiamate dal rimettente … che tuttavia, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo, detta disposizione -che non si autoqualifica come norma di interpretazione autentica – non è finalizzata né a risolvere un obiettivo dubbio ermeneutico né ad introdurre retroattivamente una nuova disciplina dell’esenzione prevista dall’art. 7, comma l, lettera i), del d.lgs. n. 504 del 1992; che il citato art. 59, comma 1, lettera e), ha il solo scopo di attribuire ai Comuni, in deroga a quanto previsto all’art. 7, comma 1, lettera i), del d.lgs. n. 504 del 1992, la facoltà di escludere gli enti non commerciali che possiedono terreni agricoli e aree fabbricabili dal novero dei soggetti esenti – e, perciò, di applicare VICI anche nei loro confronti -, ferma restando l’esenzione per i fabbricati posseduti dai medesimi enti non commerciali e da essi direttamente utilizzati per lo svolgimento delle attività di cui all’art. 7″.

Sia la Corte Costituzionale sia la Corte di Cassazione sono, dunque, concordi nell’affermare che l’esenzione in questione si applica solo se l’immobile è posseduto e utilizzato direttamente dallo stesso soggetto individuato dalla legge.

Pertanto, se un ente non commerciale di cui all’art. 73, comma 1, lett. e), del TU1R concede un immobile in comodato a un altro ente non commerciale che lo utilizza direttamente per i fini di cui alla lett. i), comma 1, dell’art. 7 del D. Lgs. n. 504 del 1992, si deve, innanzitutto, affermare che è evidente che questo ultimo ente è escluso dal campo di applicazione dell’imposta, in quanto non è soggetto passivo ai fini IMU, non vantando sull’immobile alcun diritto reale ai sensi dell’art. 9, comma 1, del D. Lgs. n. 23 del 2011.

Al fine di esprimersi riguardo alla spettanza dell’esenzione dal tributo in capo al soggetto passivo IMU, vale a dire l’ente non commerciale concedente, occorre dare rilevanza alle argomentazioni sopra riportate della Corte di Cassazione nella richiamata ordinanza n. 11427 del 2005, nella parte in cui esclude la possibilità di fruire del beneficio in caso di locazione.

Tali argomentazioni rappresentano il punto di partenza per arrivare al corretto inquadramento del caso prospettato nei quesiti, dal momento che l’ente che ha concesso gratuitamente l’immobile, non ritrae comunque alcun reddito da tale concessione gratuita e, nel caso in cui avesse utilizzato direttamente l’immobile per lo svolgimento dì una delle attività meritevoli, avrebbe beneficiato dell’esenzione. Questa considerazione appare coerente con i principi ricavabili dalle citate pronunce sia della Corte Costituzionale sia della Corte di Cassazione proprio perché la concessione in comodato, che è un contratto essenzialmente gratuito, non costituisce, chiaramente, una manifestazione di ricchezza e di capacità economica che avrebbe, al contrario, giustificato un concreto apporto contributivo alla spesa pubblica e, quindi, l’imposizione ai fini IMU.

Alla luce delle suesposte valutazioni, si può concludere che, nella particolare ipotesi in cui l’immobile posseduto da un ente non commerciale venga concesso in comodato a un altro ente non commerciale per Io svolgimento di una delle attività meritevoli di cui al comma 1, lett. i), dell’art. 7 del D. Lgs. n. 504 del 1992, possa trovare applicazione l’esenzione in oggetto.

Ovviamente rientra in tale ipotesi anche quella più particolare in cui l’immobile è concesso in comodato ad un altro ente non commerciale appartenente alla stessa struttura dell’ente concedente, per lo svolgimento di un’attività meritevole ai sensi del citato art. 7, comma 1, lett. i) del D. Lgs. n. 504 del 1992.

Si deve, infine, precisare che l’utilizzatore deve fornire all’ente non commerciale che gli ha concesso l’immobile in comodato tutti gli elementi necessari per consentirgli l’esatto adempimento degli obblighi tributari sia di carattere formale sia sostanziale.

Nota:

1) Ex multis: sentenze della Corte dì Cassazione n. 10092 del 13 maggio 2005, n. 10646 del 20 maggio 2005; n. 20776 del 26 ottobre 2005, n. 23703 del 15 novembre 2007, n. 5485 del 29 febbraio 2008 e n. 19731 del 17 settembre 2010.


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