AGGIORNAMENTO VICENDA DOCENTI INIDONEI PER INFERMITA’

giugno 25, 2013

Notizie recenti  di fonte parlamentare alimentano la speranza di alcune migliaia di docenti dichiarati permanentemente inidonei all’insegnamento per motivi di salute e di insegnanti tecnico pratici aèppartenenbti alle classi di concorso C999 e C555 di  non subire il trasferimento coatto di cui ai commi 123,14 e 15 dell’art.14 legge n.135/2012.

Le predette notiozie  fanno sapere che prosegue spedito l’esame dei disegni di legge abbinati per l’abrogazione  delle disposizioni interessatei: il 19 giugno, come riportato dal sito internet del Senato , è stata richiesta la deliberante in VII Commissione permanente – Istruzione Pubblica Beni Culturali – per il licenziamento delle norme per salvaguardare i diritti lavorativi del personale inidoneo e degli Itp privi di titolarità, evitando che confluiscano tra il personale non docente della scuola.

Si   auspica la rapida approvazione del ddl,   perché tutelerebbe la professionalità del personale della scuola coinvolto in questa operazione mossa solo da mere ragioni di risparmio e si    coglie l’occasione per invitare tutti i gruppi parlamentari a sostenere le richieste poste in sede di discussione deliberante per evitare  l’attuazione di “una doppia ingiustizia, a danno tanto degli inidonei quanto dei precari ATA”.

Peraltro ,la definizione della questione nel senso auspicato  ,  metterebbe chiaramente fine alla serie di impugnazioni e ricorsi avviati   già all’indomani dell’approvazione della decisione contro inidonei e Itp, posta all’interno delle norme sulla spending review  ,poiche’   il  ricorso ai tribunali del lavoro non avrebbe più senso, una volta che lo stesso   legislatore abbia provveduto a correggere    i contenuti di una norma redatta e approvata precedentemente senza riflettere sul danno professionale e morale  a carico di oltre   3.500 lavoratori della scuola .

IN VIGORE DECRETO LEGGE “DEL FARE”

giugno 24, 2013

Nel Suppl. ord. n. 50 alla G.U. 21 giugno 2013, n. 144  risulta pubblicato  il DECRETO-LEGGE 21 giugno 2013, n. 69,contenente “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” ,piu noto come “decreto del fare”,in vigore dal giono 22.6.2013,che consta di 86 articoli,in cui risultano disciplinatio i seguenti argomenti:

MISURE PER IL SOSTEGNO ALLE IMPRESE

MISURE PER IL POTENZIAMENTO DELL’AGENDA DIGITALE ITALIANA

 MISURE PER IL RILANCIO DELLE INFRASTRUTTURE

MISURE PER LA SEMPLIFICAZIONE AMMINISTRATIVA

SEMPLIFICAZIONE IN MATERIA FISCALE

MISURE IN MATERIA DI ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA

DISPOSIZIONI FINANZIARIE

MISURE PER L’EFFICIENZA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO E LA DEFINIZIONE DEL CONTENZIOSO CIVILE

MISURE PROCESSUALI

MODIFICHE ALL’ORDINAMENTO GIUDIZIARIO

DISPOSIZIONI IN MATERIA DI CONCORDATO PREVENTIVO

ALTRE MISURE PER IL FUNZIONAMENTO DEI SERVIZI DI GIUSTIZIA

Nei prossimi giorni i suddetti argomenti previsti dalle disposizioni del richiamato decreto legge saranno oggetto di analisi  e commento sul blog

PROVVEDIMENTI CIGS AZIENDE ABRUZZO

giugno 24, 2013

Si riporta l’elenco delle aziende operanti in Abruzzo per cui ,nel periodo dal 16 al 23 giugno 2013,il Ministero del Lasvoro ha disposto l’interventoi della CIGS

Denominazione Azienda :    ASEL

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   05/02/2013   al   04/02/2014

Con autorizzazione al pagamento diretto

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on sede in :   BARISCIANO

Prov :    AQ

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

Unità di :    L’AQUILA

Prov :    AQ

Settore:    Installazione, riparazione e manutenzione di impianti elettrici e di altre apparecchiature elettriche n.c.a.,escluse le installazioni elettriche negli edifici

Decreto del  19/06/2013 n.  73944

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Denominazione Azienda :    ATR AEROSPACE SRL IN AS

con sede in :   COLONNELLA

Prov :    TE

Causale di Intervento :    Amministrazione straordinaria

Unità di :    COLONNELLA

Prov :    TE

Settore:    COSTRUZIONE, RIPARAZIONE E MANUTENZIONE DI AEROMOBILI E DI VEICOLI SPAZIALI, COMPRESA L’ATTIVITA’ DI IMPIANTISTICA

Decreto del  18/06/2013 n.  73884

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   23/02/2013   al   22/08/2013

Con autorizzazione al pagamento diretto

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Denominazione Azienda :    DI.S. S.R.L.

con sede in :   SORA

Prov :    FR

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    AVEZZANO

Prov :    AQ

Settore:    Movimentazione merci relativa ad altri trasporti terrestri

Decreto del  19/06/2013 n.  73913

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   01/12/2012   al   30/11/2013

Con autorizzazione al pagamento diretto

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Denominazione Azienda :    EDIF SPA

con sede in :   CORRIDONIA

Prov :    MC

Causale di Intervento :    Contratti di solidarieta

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Unità di :    CORROPOLI

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

Unità di :    CUPELLO

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

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Unità di :    L’AQUILA

Prov :    AQ

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

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Unità di :    MONTESILVANO

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

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Unità di :    SAN GIOVANNI TEATINO

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

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Unità di :    TREGLIO

Settore:    Commercio all’ingrosso di apparecchi ed articoli per illuminazione

Decreto del  17/06/2013 n.  73700

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   11/02/2013   al   10/02/2015

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Denominazione Azienda :    ITALFER LAVORI

con sede in :   CONTROGUERRA

Prov :    TE

Causale di Intervento :    Crisi aziendale

Unità di :    CONTROGUERRA

Prov :    TE

Settore:    METALLURGIA, FABBRICAZIONE DI PRODOTTI IN METALLO

Decreto del  18/06/2013 n.  73838

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   11/02/2013   al   10/02/2014

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Denominazione Azienda :    Telestampa Centro Italia in Liquidazione

con sede in :   ROMA

Prov :    RM

Causale di Intervento :    cui all’articolo 35, comma 3, legge 416/81

Unità di :    ORICOLA

Prov :    AQ

Settore:    Stampa di giornali

Decreto del  18/06/2013 n.  73811

Approvazione del programma di C.I.G.S. dal   01/02/2013   al   31/01/2015

Concessione del trattamento di C.I.G.S. dal   01/02/2013   al   31/01/2014

Con autorizzazione al pagamento diretto

SENTENZA CASSAZIONE IN MATERIA INFORTUNIO LAVORO

giugno 24, 2013

Si richiama l’attenzione sulla sottoriportatra sentenza 14 giugno 2013, n. 26247 con cui la Corte di Cassazione ha riconosciuto la    sussistenza di responsabilita’ del datore di lavoro  per l’infortunio al dipendente determinato da malfunzionamento improvviso del macchinario  ed in relazione  alla pedissequa osservanza delle  istruzioni fornite dal produttore dell’apparecchio 

—————————————————————————————-

Ritenuto in fatto

1. – Con sentenza resa in data 14.10.2011, la Corte d’appello di Perugia, in riforma della sentenza del 20.1.2009 del Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Città di Castello, su appello della parte civile, ha condannato G. M. (in solido con la BIMA di M. G. & C. s.n.c, quale responsabile civile) al risarcimento dei danni sofferti da D. O. a seguito delle lesioni personali dallo stesso subite in qualità di lavoratore dipendente della BIMA di M. G. & C. s.n.c, e colpevolmente provocate dal M. legale rappresentante della BIMA di M. G. & C. s.n.c), in cooperazione colposa con F. C., a sua volta legale rappresentante della C. s.r.l., ditta costruttrice della macchina-pressa durante il cui uso, in Città di Castello, in data 6.3,2002, l’O., nell’esercizio delle proprie mansioni lavorative alle dipendenze della ditta del M., si era procurato le richiamate lesioni personali, consistite nella perdita del secondo dito della mano sinistra e in alcune fratture a carico del terzo e del quarto dito della stessa mano.

In particolare, al M., nella richiamata qualità di legale rappresentante della BIMA di M. G. & C. s.n.c. datrice di lavoro del prestatore infortunato, è stata contestata, nella prospettiva del reato di lesioni colpose allo stesso ascritto, la violazione dei tradizionali parametri della colpa generica, nonché il mancato rispetto delle norme cautelari espressioni di colpa specifica analiticamente indicate nei capi di accusa sollevati a suo carico.

Nel caso di specie, la pressa cui era addetto il lavoratore infortunato, azionabile unicamente mediante la contemporanea pressione di due pulsanti con le due diverse mani del lavoratore addetto, si era nell’occasione de qua inopinatamente messa in moto con la pressione di un solo pulsante, essendosi verificato un falso contatto all’interna della scatola dei cablaggi relativa al secondo pulsante; falso contatto prodottosi per effetto del riempimento di detta scatola con residui di materiale metallico rivenienti dalle lavorazioni della pressa che, messasi improvvisamente in moto, aveva provocato lo schiacciamento della mano sinistra del lavoratore.

Avverso la sentenza d’appello, a mezzo del proprio difensore, il M., anche nella qualità di legale rappresentante della BIMA di M. G. & C. s.n.c, ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi d’impugnazione.

2.1. – Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza d’appello per violazione di legge in relazione agli artt 590, comma 3, e 533 c.p.; 115 d,p.r. n. 547/1955; 35. commi 1 e 4, lett. b), d.lgs. n. 626/94.

In particolare, il ricorrente si duole che la corte territoriale abbia omesso di rilevare come la pressa cui era addetto il lavoratore infortunato fosse espressamente certificata come corrispondente alla normativa antinfortunistica (siccome munita della marchiatura ‘CE’), mentre la presenza del materiale metallico all’interno della scatola di uno dei comandi elettrici della pressa poteva essere accertabile solo previo smontaggio della stessa scatola: ossia previa esecuzione di un adempimento certamente inesigibile nei confronti dell’utilizzatore di una macchina acquistata come pienamente corrispondente agli standards di sicurezza certificati.

Nella specie, secondo il ricorrente, l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui sarebbe configurabile una responsabilità del datore di lavoro per aver messo a disposizione del lavoratore una macchina senza preventivamente accertarsi della relativa resistenza e idoneità all’uso, avrebbe determinato una forma d’imputazione dell’evento, a carico del datore di lavoro, a titolo di responsabilità oggettiva, non potendo ammettersi che quest’ultimo sia chiamato a smontare e analizzare tutti i macchinari “omologati” utilizzati nella propria azienda, al fine di individuare eventuali vizi di costruzione costituenti potenziali fonti di danno per i propri lavoratori.

In relazione all’ipotesi in esame, la responsabilità dell’evento lesivo occorso ai danni del lavoratore infortunato doveva integralmente ricondursi al fatto del produttore della pressa, per avere quest’ultimo posto in commercio una macchina priva dei necessari requisiti di sicurezza.

Sotto altro profilo, secondo il ricorrente neppure sarebbe ragionevole sostenere che la pressa utilizzata dal lavoratore infortunato si presentasse come manifestamente inadeguata dal punto di vista della sicurezza, avuto riguardo alle limitatissime dimensioni della fessurazione attraverso la quale era penetrato il materiale metallico all’interno della scatola dei comandi elettrici, e attesa l’impossibilità di stabilire da quanto tempo sì fosse verificato detto modestissimo scollamento delle superfici.

2,2. – Con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza d’appello per vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli arti. 590, comma 3, e 583 c.p., avendo la corte territoriale proceduto all’affermazione della responsabilità del M. sulla base di un esame solo sommario degli elementi di prova disponibili, trascurando le prospettazioni difensive del datore di lavoro illogicamente ritenute prive di alcuna attendibilità.

In particolare, la corte territoriale avrebbe omesso di dettare una motivazione coerente e logicamente fondata in ordine all’esistenza dell’elemento soggettivo del reato ascritto al M., stante t’integrale riconducibilità della responsabilità dell’evento lesivo subito dal lavoratore al fatto del produttore della macchina, la cui certificata conformità agli standards di sicurezza in precedenza richiamati non poteva non giustificare il legittimo affidamento del datore dì lavoro, il quale, a sua volta, non aveva apportato alcuna modificazione strutturale alla macchina de qua.

Sotto altro profilo, la corte territoriale si sarebbe altresì resa responsabile di un vizio di travisamento della prova, avendo ritenuto esistenti fatti non emersi dagli atti (con particolare riguardo al tema della manutenzione della macchina) e, viceversa, avendo ritenuto inesistenti fatti per converso comprovati (quale la circostanza che nelle istruzioni fornite dal produttore si facesse riferimento all’esigenza di controlli semestrali dell’impianto elettrico, mediante l’uso di un tester e controllando i teleruttori e i contatti nonché pulendo con aria compressa il quadro, se sporco).

Ciò premesso, la motivazione dettata dalla corte territoriale, nel fondarsi su argomentazioni di puro genere e asserzioni meramente apodittiche, avrebbe omesso il vaglio critico delle risultanze processuali e l’illustrazione della ritenuta riconducibilità del fatto all’ipotesi criminosa contestata a carico del M..

3. – Ha depositato memoria la parte civile costituita, concludendo per l’inammissibilità, ovvero il rigetto, dell’impugnazione proposta dai ricorrenti.

Considerato in diritto

4. – Entrambi i motivi del ricorso – congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte – sono infondati.

Secondo il consolidato insegnamento di questa corte di legittimità, il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza dell’ambiente di lavoro, è tenuto ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati, e risponde dell’infortunio occorso a un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti, senza che la presenza sul macchinario della marchiatura di conformità “CE” o l’affidamento ripsto nella notorietà e nella competenza tecnica del costruttore, valgano a esonerarlo dalla sua responsabilità (Cass., Sez. 4, n. 37060/2008, Rv. 241020).

Più in particolare, il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire la sicurezza dell’ambiente di lavoro e dunque anche quello di accertarsi che i macchinari messi a disposizione dei lavoratori siano sicuri e idonei all’uso, rispondendo in caso di omessa verifica dei danni subiti da questi ultimi per il loro cattivo funzionamento, e ciò a prescindere dall’eventuale configurabilità di autonome concorrenti responsabilità nei confronti del fabbricante o del fornitore dei macchinari stessi (Cass., Sez. 4, n. 6280/2007, Rv- 238959).

La responsabilità del costruttore, nell’ipotesi in cui l’evento dannoso sia stato provocato dall’inosservanza delle cautele antinfortunistiche nella progettazione e fabbricazione della macchina, non vale quindi a escludere la responsabilità del datore di lavoro utilizzatore della macchina, giacché questi è obbligato a eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti chiamati ad avvalersi della macchina e ad adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori (Cass., Sez. 4, n. 2630/2006, Rv. 236012).

A tale regola, fondante la concorrente responsabilità del datore di lavoro, può farsi eccezione nella sola ipotesi in cui l’accertamento di un elemento di pericolo nella macchina o di un vizio di progettazione o di costruzione di questa sia reso impossibile per le speciali caratteristiche della macchina o del vizio, impeditive di apprezzarne la sussistenza con l’ordinaria diligenza (per esempio, allorquando il vizio riguardi una parte non visibile e non raggiungibile della macchina) (Cass., Sez. 4, n. 1216/2005, Rv. 233175).

Nel caso di specie, la corte territoriale, dopo aver riaffermato il principio della concorrente responsabilità del datore di lavoro con quello del produttore della macchina, ha correttamente sottolineato come i relativi obblighi di controllo cautelare (a fini di sicurezza), non potendo esaurirsi nella verìfica una tantum della rispondenza del macchinario utilizzato agli standards di sicurezza, implicavano viceversa l’esercizio di un costante monitoraggio esteso all’integrità della macchina e al controllo continuo e costante del suo corretto funzionamento.

In relazione all’ipotesi infortunistica contestata al M., la corte ha evidenziato come il datore di lavoro avesse messo a disposizione del lavoratore un macchinario privo dei necessari presidi in conseguenza della non attenta verifica dei requisiti di legge e della mancata valutazione in progress delle carenze di quel macchinario, anche attraverso un’adeguata azione manutentiva.

Sul punto, muovendo dalla deposizione resa dal teste Falomi (con ciò stesso smentendo il preteso vizio di travisamento della prova nella forma contestata con il secondo motivo di ricorso proposto in questa sede), la corte perugina ha sottolineato come la manutenzione della pressa in esame non aveva mai avuto carattere di sistematicità, essendosi il datore di lavoro avvalso, a tal fine, della sola opera di un elettricista in modo saltuario e contingente (“all’occorrenza”), senza mai provvedere al controllo della scatola dei comandi.

Al riguardo, del tutto irrilevante appare, secondo la coerente argomentazione del giudice d’appello, l’invocata previsione, nelle istruzioni fomite dalla ditta produttrice, di controlli semestrali dell’impianto elettrico effettuati utilizzando un tester e controllando ì teleruttori e i contatti nonché pulendo con aria compressa il quadro, se sporco, non potendo ammettersi, da parte del datore di lavoro, un affidamento acritico sulle indicazioni del costruttore, essendo il datore di lavoro in proprio debitore della sicurezza dei lavoratori e dunque assumendo per intero l’obbligo di assicurazione delle condizioni permanenti di idoneità dei macchinari utilizzati.

Nel dettaglio, la corte territoriale ha evidenziato come la fessurazione di tre millimetri entro la quale si erano infiltrati i residui di materiale metallico rivenienti dalle lavorazioni della pressa appariva obiettivamente rilevabile e visibile (secondo quanto emerso dalle dichiarazioni del perito resa all’udienza del 7.5.2008, f. 14), per ciò solo costituendo un’obiettiva e rilevabile fonte di pericolo tale da imporre un’adeguata azione preventiva, nella specie del tutto mancata.

La stessa circostanza che la macchina fosse in uso da sei anni, soggetta a vibrazioni e sollecitazioni che ne rendevano plausibile l’allargamento della rilevata fessurazione, unitamente alle modalità operative della pressa (comportanti il prodursi del richiamato materiale metallico tale da accrescere i pericoli d’infiltrazione), apparivano tali, secondo il giudizio della corte, da imporre l’esercizio di un costante monitoraggio del macchinario, onde prevenire proprio il rischio del cattivo funzionamento successivamente manifestatosi.

Sotto altro profilo, i giudici d’appello hanno sottolineato come il M. non potesse neppure addurre la mancata conoscenza della circostanza che la scatola dei comandi non fosse protetta da una idonea guaina plastica, essendo tale dato (già di per sé obiettivamente rilevabile) in ogni caso destinato a una necessaria verifica, senza acritici affidamenti sulla relativa presenza in forza delle astratte certificazioni fornite dal produttore.

Sulla base di tali premesse, la corte ha concluso attribuendo al datore di lavoro la responsabilità colposa dell’evento infortunistico de quo, escludendone la relativa imprevedibilità e inevitabilità, ma anzi rilevando il non adeguato apprestamento, da parte dello stesso, di adeguate misure precauzionali, rapportate alle caratteristiche del macchinario in uso, per come derivanti dall’originale progettazione e dalla prolungata utilizzazione dello stesso.

Il complesso delle argomentazioni così compendiate nella sentenza impugnata, nel prospettare le caratteristiche concrete del fatto e l’effettiva riconducibilità dello stesso al M. sulla base di fattispecie concrete di imputazione causale e soggettiva logicamente e probatoriamente fondate, appare coerente ai dati legislativi applicati e del tutto immune da vizi d’indole logica 0 giuridica, e come tale idonea a sfuggire integralmente alle censure in questa sede illustrate dall’odierno ricorrente.

5. – Al riscontro dell’infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dal M. – in proprio e nella qualità di legale rappresentante della società civilmente responsabili per i danni sofferti dal lavoratore infortunato – segue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre al rimborso delle spese in favore della parte civile costituita secondo la liquidazione di cui al dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre alla rifusione delle spese in favore della parte civile che liquida in complessivi euro 2500,00 oltre accessori come per legge.

INPS :PROCEDURA ACQUISIZIONE E TRASMISSIONE DOMANDE INCENTIVAZIONE CONTRATTAZIONE SECONDO LIVELLO 2012

giugno 24, 2013

 Con il  sottostante Messaggio 21 giugno 2013, n. 10127,l’Inps fornisce istruzioni operative in  ordine al rilascio della procedura di acquisizione e trasmissione domande relative allo sgravio contributivo per l’incentivazione della contrattazione di secondo livello, riferito agli importi corrisposti nell’anno 2012

———————————————————————————–

  Con la circolare n. 73 del 03/05/2013 sono stati illustrati i contenuti e le modalità di accesso allo sgravio contributivo per l’incentivazione della contrattazione di secondo livello riferito agli importi corrisposti nell’anno 2012.

Con messaggio n. 9399 del 10/06/2013 è stata avviata la fase di sperimentazione per l’acquisizione delle domande di sgravio ed è stata fornita la documentazione tecnica a supporto della composizione dei flussi XML ed il manuale utente della procedura.

Si comunica che, a partire dalle ore 15.00 di lunedì 24/06/2013 alle ore 23.00 di giovedì 25/07/2013, potranno essere trasmesse via internet – sia singolarmente che tramite i flussi XML – le domande utili a richiedere lo sgravio per l’anno 2012.

Al fine di consentire la verifica e l’eventuale aggiornamento delle domande inviate, sarà possibile annullare e trasmettere nuovamente le domande fino alle ore 23,00 di venerdì 26/07/2013.

La circolare e il messaggio succitato sono pubblicati sul sito internet dell’Istituto http://www.inps.it all’interno della sezione “Informazioni” -”Aziende, consulenti e professionisti” – “Sgravi contrattazione II livello 2012″.

Eventuali richieste di chiarimento potranno essere inoltrate all’indirizzo di posta elettronica SgraviContrattazione.IILivello@inps.it

SCHEDA CONOSCITIVA CIRCOLARE MLPS USCITA ANTICIPATA LAVORATORI CON MAGGIORE ANZIANITA’

giugno 23, 2013

La Direzione generale per le Politiche attive e passive del lavoro, ha emanato la circolare n. 24 del 19 giugno 2013   ,il cui testo è consultabile cliccando circolare n. 24 del 19 giugno 2013

Di seguito  risultano    illustrati  gli elementi rilevanti della circolare ,che fornisce   chiarimenti sulle  disposizioni volte a facilitare l’uscita anticipata dei lavoratori più anziani, ossia vicini al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento, al fine di  agevolare  l’esodo dalle imprese che hanno eccedenza di personale.
Inoltre  vengono precisate le fasi della procedura amministrativa ed evidenziati  gli adempimenti a carico del datore di lavoro.

Fonti   normative

La circolare  fa riferimento   alla previsione :

a) dell’art.4 ,commi da 1 a 7 ter,della legge n.92/12, in cui si dispone:

  "1. Nei casi di eccedenza di personale, accordi tra datori di lavoro
che  impieghino  mediamente  piu'  di  quindici   dipendenti   e   le
organizzazioni  sindacali  maggiormente  rappresentative  a   livello
aziendale possono prevedere che, al fine di incentivare  l'esodo  dei
lavoratori  piu'  anziani,  il  datore  di  lavoro   si   impegni   a
corrispondere ai  lavoratori  una  prestazione  di  importo  pari  al
trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole  vigenti,
ed a corrispondere all'INPS la contribuzione fino  al  raggiungimento
dei requisiti minimi per il pensionamento. 
  2. I lavoratori coinvolti nel programma di cui al comma  1  debbono
raggiungere i requisiti minimi per il pensionamento, di  vecchiaia  o
anticipato, nei quattro anni successivi alla cessazione dal  rapporto
di lavoro. 
  3. Allo scopo di dare efficacia all'accordo di cui al comma  1,  il
datore di lavoro  interessato  presenta  apposita  domanda  all'INPS,
accompagnata dalla  presentazione  di  una  fideiussione  bancaria  a
garanzia della solvibilita' in relazione agli obblighi. 
  4. L'accordo di cui al comma 1 diviene  efficace  a  seguito  della
validazione da parte dell'INPS, che effettua l'istruttoria in  ordine
alla presenza dei requisiti in capo al lavoratore  ed  al  datore  di
lavoro. 
  5. A seguito dell'accettazione dell'accordo di cui al  comma  1  il
datore di lavoro e'  obbligato  a  versare  mensilmente  all'INPS  la
provvista per la prestazione e per la  contribuzione  figurativa.  In
ogni caso, in assenza del  versamento  mensile  di  cui  al  presente
comma, l'INPS e' tenuto a non erogare le prestazioni. 
  6. In caso di mancato versamento l'INPS  procede  a  notificare  un
avviso di pagamento; decorsi centottanta giorni dalla notifica  senza
l'avvenuto   pagamento   l'INPS   procede   alla   escussione   della
fideiussione. 
  7. Il pagamento della prestazione avviene da parte dell'INPS con le
modalita'  previste  per  il  pagamento  delle  pensioni.  L'Istituto
provvede contestualmente all'accredito della  relativa  contribuzione
figurativa.
7-bis. Le disposizioni di cui ai commi da 1a 7 trovano
applicazione anche nel caso in cui le prestazioni
spetterebbero acarico di forme sostitutive dell’assicur
azione generaleobbligatoria.
7-ter. Nel caso degli accordi il datore di lavoro procede al
recupero delle somme pagate ai sensi dell’articolo
5, comma 4, dellalegge n. 223 del 1991, relativamente ai lavoratori interessati,
mediante conguaglio con i contributi dovuti all’INPS e non trova
comunque applicazione l’articolo 2, comma 31, dellapresente legge.
Resta inoltre ferma la possibilita’ di effettuarenuove assunzioni
anche presso le unita’ produttive interessate dai
licenziamenti inderoga al diritto di precedenza di cui all’articolo8, comma 1, dellalegge n. 223 del 1991.”;
b)dell’articolo  34, comma  54,lettere  b)  e  c)  del  decreto  legge  18 ottobre  2012, 
 n.  179  (convertito  in  legge  n.  221  del  17  dicembre  2012)  ,che ha  introdotto
 ulteriori  due  fattispecie,  aggiungendo,  al  comma  1 dell’articolo  4 citato , 
 l’inciso  secondo  cui:“La stessa prestazione può essere oggetto di accordi
 sindacali nell’ambito di procedure ex articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n.223,
ovvero nell’ambito di processi di riduzione di personale dirigente conclusi con accordo 
firmato da associazione sindacale stipulante il contratto collettivo di lavoro 
della categoria”

 Situazioni aziendali per attivare procedura  uscita anticipata lavoratori

Presupposto per l'attivazione di una delle tre procedure previste per l'uscita 
anticipata dei lavoratori  è il riscontro circa :
1) esistenza di casi di eccedenza di personale;
2) avvio di procedure di mobilita' ex artt.4 e 24 legge n.223/91;
3) processi di riduzione di personale dirigente  ,

In che modo s'incentiva l'uscita anticipata dal lavoro

 L'incentivazione all'esodo avviene  attraverso l'impegno dei datori di lavoro  
 a corrispondere ai  lavoratori  una  prestazione  di  importo  pari  al
trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole  vigenti,
ed a corrispondere all'INPS la contribuzione fino  al  raggiungimento
dei requisiti minimi per il pensionamento, sottolineando , peraltro , che, trattandosi 
della fattispecie sub 2) ,l'accordo di licenziamento darà  luogo,non  alla mobilità,  bensì
alla  corresponsione  della  prestazione  di  importo  pari  al  trattamento  di 
pensione fino a quel momento maturato dai lavoratori coinvolti .

Individuazione datori di lavoro destinatari della  normativa

In proposito appare confacente tener conto  della  circolare ministeriale in
esame, da cui si affernma che,secondo quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 4 della legge n.92/12
e smi, la disciplina in questione    si applica ai datori di lavoro che 
impieghino mediamente più di quindici dipendenti,aggiungendo che :
a) da   un primo punto di vista si può  osservare che non rileva la qualità di impresa del
 datore di lavoro, potendo interessare anche i datori di lavoro che
 non rivestano tale qualità;
b)con riferimento  al  numero  di  dipendenti,  in  analogia  a quanto  previsto per    
altri   istituti,   la   media   dei   dipendenti   sarà   calcolata   riportandosi  
  al   semestre precedente   la   data   di   stipula   dell’accordo ,computando   
 i dipendenti   di qualunque  qualifica,  con  l’esclusione  degli  apprendisti, 
 dei  lavoratori  con  contratto  di inserimento lavorativo
 o con contratto di reinserimento. 

 Lavoratori  da coinvolgere nell'incentivo all'esodo

 Per i requisiti  dei  lavoratori  coinvolti,  il  comma  2 dell'art.4 della legge 
n.92/12 e smi prevede  che  questi  debbano raggiungere  i  requisiti  minimi
 per  il  pensionamento,  di  vecchiaia  o  anticipato,  nei 
quattro anni successivi alla cessazione dal rapporto di lavoro. 
Tale requisito sarà verificato dall’Inps e sarà condizione per la validità 
della cessazione del  rapporto  di  lavoro. 
Nel  caso  di  accordo  con  adesione  del  lavoratore,  infatti, 
quest’ultima  sarà  resa  invalida  dalla  mancata  sussistenza  dei  presupposti. 
 Qualora, invece, ci si trovi nell’ipotesi di accordo nell’ambito di una procedura 
di licenziamento collettivo  di  cui  agli  articoli  4  e  24  della  legge 
223/1991,  sarà  il  coinvolgimento  del lavoratore nella procedura ad essere inficiato. 
Il raggiungimento, nei quattro anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, 
dei requisiti  per  il  pensionamento,  andrà  verificato  con  riferimento  
alle  regole  vigenti  al momento  della  cessazione  del  rapporto  di  lavoro,
  comprensive  degli  adeguamenti all’incremento  della  speranza  di  vita  residua,
  secondo  la  previsione  effettuata  con riferimento allo scenario 
demografico Istat (centrale, base 2007) nella relazione tecnica 
al  disegno  di  legge  di  conversione  del  decreto  legge  6  dicembre  2011,  
n.  201,  nonché degli  eventuali  maggiori  adeguamenti  previsti  dai
  decreti  direttoriali  attuativi  dell’art. 12,  comma  12-bis,  
del  decreto-legge  78/2010  (convertito  nella  legge  122/2010)  tempo 
per tempo adottati, fermo restando che la prestazione in questione non può in ogni 
caso oltrepassare la durata di 48 mesi. 
Con riferimento alle gestioni pensionistiche interessate dalla norma,
 va specificato che il carattere  generale  delle  disposizioni  commentate 
 neimplica  la  riferibilità  –  fatto  salvo quanto   previsto   dall’art.  
 1,   commi   7   e   8,   della   legge   92/2012   relativamernte all’applicazione 
   delle    disposizioni    in    questione    ai dipendenti    della   
 pubblica amministrazione – ai soggetti le cui prestazioni pensionistiche 
debbano essere liquidate a carico di qualsiasi  gestione dell’Inps 
 (ivi comprese quelle confluite in  Inps a seguito della  incorporazione  di 
 Inpdap  ed  Enpals  di  cui  all’articolo  21  del  decreto  legge  n.
 201/2011).
  In  aggiunta,  il  comma  7-bis,  nell’affermare  che  “le  disposizioni  di  cui 
 ai commi da 1 a 7 trovano applicazione anche nel caso in cui le prestazioni 
spetterebbero a carico    di    forme    sostitutive    dell’assicurazione   
 generale    obbligatoria”,    estendel’applicazione  delle  disposizioni
  in  oggetto  anche alle  forme  sostitutive  dell’AGO, gestite da enti privati
 o privatizzati (l’Inpgi in primo luogo).

Accordi da sottoscrivere per l'esodo incentivato

La prima fattispecie si riferisce al caso in cui, in presenza di eccedenze di personale,
 il datore  di  lavoro  stipuli  un  accordo  con  le  organizzazioni  sindacali 
 maggiormente rappresentative a livello aziendale. Tale accordo, anche nel caso
 in cui individui, in via diretta  o  indiretta,  i  lavoratori  coinvolti,  
assumerà  valore  vincolante  nei  confronti  dei singoli  dipendenti  solo 
 a  seguito  dell’accettazioneda  parte  dei  medesimi.  A  ciò  infatti 
conduce  l’espressione  testuale  della  norma,  secondocui  l’accordo  è  finalizzato
  ad “incentivare”  l’esodo  dei  lavoratori  più  anziani. 
 Si  tratta  pertanto  di  una  fattispecie  a formazione  progressiva,  che 
 si  compone  di  un  accordo  tra  le  due  parti  (il  datore  di lavoro  e 
 le  organizzazioni  sindacali  aziendali)  e  della  successiva  adesione  
da  parte  del lavoratore;  la  cessazione  del  rapporto  di  lavoro 
 sarà  pertanto  frutto  di  una  risoluzione consensuale
La seconda fattispecie, introdotta dal decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, 
si riferisce al  caso  in  cui  la  stessa  prestazione  –  di  importo  
pari  al  trattamento  di  pensione  che spetterebbe in base alle regole vigenti 
– sia oggetto di accordi sindacali nell’ambito di procedure  ex  articoli  4  e  24 
 della  legge  23  luglio 1991,  n.  223.  In  questo  caso  il legislatore 
 prevede  semplicemente  che  la  procedura di  licenziamento  collettivo,  
di  cui agli  articoli  4  e  24  della  legge  223/1991,  possa  sfociare
  in  un  accordo  (con  le rappresentanze  sindacali  aziendali) 
 che  preveda  l’impegno  del  datore  di  lavoro  a  farsi carico  
dei  costi  legati  alla  prestazione  in  questione.  È  evidente  che  in  questo  
caso  il criterio  di  scelta  di  cui  all’articolo  5,  comma  1, 
della  legge  223  sarà  costituito  dalla prossimità   al   raggiungimento 
  dei   requisiti   per   il   pensionamento   (da   raggiungere comunque  entro  
4  anni  dalla  data  di  cessazione  del rapporto  di  lavoro).
  A  seguito dell’accordo,  la  procedura  di  licenziamento  collettivo  procederà
  secondo  il  suo  iter naturale  con  l’unica  differenza  che  il  licenziamento  
darà  luogo  in  tal  caso  non  alla mobilità,  bensì  alla  corresponsione
  della  prestazione  di  importo  pari  al  trattamento  di pensione fino a
 quel momento maturato. Per questa fattispecie è inoltre previsto – al comma 7-ter– 
che il datore di lavoro possa procedere  al  recupero  delle  somme  pagate  
“ai  sensi dell’articolo  5,  comma  4,  della legge  n.  223  del  1991,
  relativamente  ai  lavoratori interessati”.  Nonostante  il  richiamo all’articolo 5,
 comma 4, della legge 223/1991, è daritenere che il legislatore si riferisca 
non  già  al  contributo  di  ingresso  alla  mobilità    (in  relazione  al  quale 
 non  vi  sarebbe alcun  obbligo,  data  la  mancata  corresponsione  dell’indennità) 
 quanto  alle  somme corrisposte,  in  apertura  della  procedura  di  mobilità, 
 a  titolo  di  anticipazione  del contributo  stesso  (secondo  quanto  previsto
  dall’articolo  4,  comma  3,  della  legge 223/1991). 
La  medesima  norma  si  premura  di  precisare  che  non  trova  comunque 
 applicazione l’articolo 2, comma 31, della legge stessa, ossia l’obbligo di 
corrispondere il contributo previsto  per  la  cessazione  del  rapporto  di 
 lavoro: il  diritto  alla  prestazione  pari  alla pensione  sostituisce  
infatti  anche  il  diritto  all’ASpI  ed  il  conseguente  venir  meno dell’obbligo 
 al  versamento  del  contributo  di  compartecipazione  al  finanziamento  della stessa.
  In  virtù  della  finalità  della  norma,  volta  a  consentire  una  
uscita  anticipata  dal  mercato del lavoro, e come espressamente stabilito dal citato
 comma 7-ter, ai lavoratori licenziati in  base  all’accordo  non  si  applica  il  
diritto  di  precedenza  nelle  nuove  assunzioni effettuate dal medesimo datore di lavoro
 nei sei mesi successivi al licenziamento. 

L’ultima fattispecie prevista dall’articolo 4, comma 1, della legge 92 si riferisce
 al caso in cui l’accordo sulla prestazione di importo pari al trattamento di pensione 
si collochi nell’ambito  di  processi  di  riduzione  del  personale dirigente. 
 L’individuazione  di  una ulteriore fattispecie da parte della norma è finalizzata
 in questo caso a precisare che in tal caso l’associazione sindacale legittimata
 a stipulare l’accordo è quella “stipulante il contratto collettivo di lavoro
 della categoria”, a prescindere dalla rappresentatività della stessa presso il datore
 di lavoro coinvolto. 
Se si prescinde da tale precisazione, la fattispecie sembra in tutto e per tutto analoga alla 
prima  già  illustrata   sopra ,  onde  anche  in  questo  caso  si  darà  luogo  ad  
una fattispecie  a  formazione  progressiva,  con  l’adesione  del  lavoratore 
 all’accordo  siglato dal datore di lavoro.

 Procedure

Al fine di dare efficacia all’accordo sottoscritto, il datore di lavoro interessato presenta apposita domanda all’INPS,accompagnata dalla presentazione di una fideiussione bancaria a garanzia della

solvibilità in relazione agli obblighi assunti.
La domanda, successiva alla stipula dell’accordo tra datore di lavoro e rappresentanze sindacali, ovvero dell’accordo di cui all’articolo della legge n. 223/1991, dovrà essere presentata all’Inps, con le modalità definite dall’Istituto, comprensiva della lista deilavoratori coinvolti.
Su tale lista l’Istituto svolgerà le attività di verifica dei requisiti soggettivi
in capo aldatore di lavoro ed al lavoratore: con riferimentoa questi ultimi, in particolare,
l’Inpsemetterà l’estratto conto certificato, validando lesingole posizioni individuali
ecalcolando, in relazione ad ognuna, l’importo iniziale della prestazione e
l’onereconnesso con la contribuzione figurativa ad essa correlata.
L’accertamento dellamancanza dei requisiti soggettivi, in capo ad uno opiù lavoratori coinvolti, comporta l’invalidazione dell’accordo, salvo conferma da parte delle medesime parti stipulanti.
L’accordo può inoltre prevedere che la cessazione del rapporto di lavoro (ed ilconseguente accesso alla prestazione di importo pari al trattamento di pensione fino aquel momento maturato) si produca alraggiungimentodei requisiti soggettivi(raggiungimento entro quattro anni dei requisiti per minimi
per il pensionamento, divecchiaia o anticipato).
L’Inps comunicherà inoltre al datore di lavoro l’importo complessivo dell’onere, ai fini della presentazione di una idonea fideiussione bancaria a garanzia della solvibilità.
Qualora i lavoratori coinvolti maturino i requisitiper l’accesso alla prestazione in anni
diversi, l’importo complessivo sarà comunicato annualmente, in relazione ai singoli contingenti annuali.
A seguito della validazione dei requisiti soggettiv i (in capo al datore di lavoro ed al lavoratore)da parte dell’Inps, il datore di lavoro sarà obbligato alla presentazione di una idonea fideiussione bancaria; tale presentazione ècondizione di efficacia dell’accordonei confronti dei lavoratori coinvolti. Il datore di lavoro è liberato dall’obbligo di prestazione della fideiussione nel caso in decida di effettuare il versamento dellaprovvista in unica soluzione.
Conclusa la fase di verifica da parte dell’Inps, illavoratore, cui sarà comunicata
l’importo iniziale della prestazione, dovrà accetta
re la prestazione stessa.
Con riferimento alle fasi sopra descritte, vale la
pena di specificare che gli adempimenti
a carico del datore di lavoro costituiscono sempre
condizione di efficacia dell’accordo
collettivo. Nei casi di cui al punto A.2. il mancat
o rispetto dell’accordo da parte del
datore di lavoro inficerà la legittimità del licenz
iamento collettivo.
L’accettazione da parte del lavoratore costituisce
condizione della cessazione del
rapporto di lavoro esclusivamente nei casi (di cui
ai punti A.1 e A.3) nei quali
l’adesione individuale all’accordo è parte della fa
ttispecie. Nel caso di cui al punto A.2.
la cessazione del rapporto di lavoro si produce per
effetto del licenziamento, secondo
quanto previsto dall’articolo 4, comma 9, della leg
ge n. 223/1991, e l’accettazione da
parte del lavoratore riguarda esclusivamente la sce
lta tra la prestazione in oggetto e le
altre prestazioni connesse alla cessazione del rapporto di lavoro.

				

CHIARIMENTI INPS SU TRATTENUTA PREVIDENZIALE 2,50% PER TFS

giugno 23, 2013

I chiarimenti di cui al titolo sono stati forniti dall’Inps a mezzo del sottostante Messaggio  n.10065 del 21 giugno 2013.

——————————————————————–

OGGETTO: Sentenza Corte Costituzionale n. 223/2012 – art. 1, comma 98 – 101, della legge n. 228 del 24/12/2012 di ricezione del decreto legge n. 185 del  29/10/2012 – Richiesta restituzione trattenute. Ulteriori chiarimenti.

Sono pervenute e continuano a pervenire (anche da parte di personale in regime di Tfr)  a questo Istituto numerosissime richieste e diffide intese ad ottenere l’interruzione e la restituzione della trattenuta previdenziale obbligatoria nella misura del 2.50% della retribuzione contributiva utile ai fini del TFS, a seguito della illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 10, del decreto Legge  31 maggio 2010, n. 78,  riconosciuta dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 223 dell’ 8 -11 ottobre 2012.

Al riguardo, nel confermare quanto già comunicato con messaggio  n. 18296 del 9 novembre 2012, si ribadisce la posizione di questo Istituto secondo quanto di seguito indicato.

L’art. 1, commi 98 -101, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 – che ha recepito i contenuti del decreto legge n. 185/2012, decaduto senza conversione in legge e che contiene disposizioni per l’attuazione della Sentenza della Corte Costituzionale dell’8 -11 ottobre 2012, n. 223 -  ha stabilito l’abrogazione dell’art. 12, comma 10, del citato decreto legge n.78/2010 a decorrere dal 1° gennaio 2011 e, nel contempo, la riliquidazione d’ufficio entro un anno dalla data di entrata in vigore del decreto stesso (31ottobre 2012) di tutti i trattamenti di fine servizio liquidati in base all’art. 12, comma 10, del decreto legge n. 78/2010 (ora abrogato), per tutte le cessazioni dal servizio intervenute tra il 1° gennaio 2011 e il  30 ottobre 2012.

Il richiamato art.1 ha disposto, altresì, l’estinzione di diritto di tutti i processi pendenti nonché l’inefficacia di tutte le sentenze emesse (tranne quelle passate in giudicato) in materia di restituzione del contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,50% della retribuzione contributiva utile prevista dall’art. 11 della legge 8 marzo 1968, n. 152 e dagli artt. 37 e 38 del d.P.R. 23 dicembre 1973, n. 1032.

L’abrogazione dell’art.12, comma 10, del decreto legge n. 78/2010 ha determinato, pertanto, il ripristino della normativa previgente in tema di calcolo dei trattamenti di fine servizio comunque denominati.

Pertanto, per i dipendenti in regime di TFS in servizio ovvero per quelli cessati, essendo state ripristinate le regole previgenti a quelle introdotte dall’art. 12, comma 10, del decreto Legge n.78/2010, il contributo previdenziale sulla retribuzione contributiva utile rimane comunque dovuto anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2010.

Tutto ciò premesso, appare evidente che le norme citate in oggetto, lungi dal prevedere la restituzione della contribuzione, hanno confermato il permanere dell’obbligatorietà della stessa.

Si sottolinea inoltre che per i dipendenti pubblici  in regime di TFR non trovano applicazione né la sentenza della Corte Costituzionale n. 223/2012, né l’art. 1, commi 98-101, della legge 228/2012, in considerazione del fatto che costoro non  sono mai stati riguardati dalla norma dichiarata illegittima.  Al personale in parola si applica, invece,  la disciplina sulle modalità di estensione, finanziamento ed erogazione  del TFR contenuta nell’art. 26, comma 19, della legge n. 448/1998 e nel d.P.C.M. 20 dicembre 1999 e s. m. e i..

A questo proposito si rammenta, che l’Amministrazione datrice di lavoro è il soggetto che, in piena conformità alle norme di legge dianzi citate, opera una riduzione della retribuzione lorda del personale assoggettato a regime di TFR “in misura pari al contributo previdenziale soppresso”.

In altre parole, a carico del personale cui spetta il TFR non può più essere trattenuto il contributo previdenziale del 2,50% ma, per assicurare l’invarianza della retribuzione netta, il legislatore ha previsto la contestuale diminuzione della retribuzione lorda di tali dipendenti in misura pari a quella della quota di contributo a carico dell’iscritto cui spetti invece il trattamento di fine servizio (IPS o buonuscita).

Pertanto una eventuale interruzione di tale diminuzione della retribuzione lorda costituirebbe violazione di precisi obblighi di legge.

Per quanto concerne le diffide inoltrate all’Istituto, si fa presente che le stesse sono di competenza dei datori di lavoro, che, in qualità di sostituti d’imposta, sono preposti  ad effettuare le trattenute contributive in esame.

Il Direttore Generale

SENTENZA CASSAZIONE CIRCA VALIDITA’ PROBATORIA BILANCIO COOPERATIVA

giugno 20, 2013

Si richiama l’attenzione sulla sottoriportata sentenza 9 giugno 2013, n. 15394,in cui si chiariscono i limiti dell’efficacia probatoria  del bilancio della cooperativa per i crediti verso i soci - 

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Svolgimento del processo

Con decreto n.235/93, il Tribunale di Latina, su ricorso della Cooperativa sportiva M. s.c.r.l., ingiungeva ad A. S., socio della stessa che aveva svolto le funzioni di Presidente sino alla nomina del successore, deliberata nella riunione assembleare del 24 aprile 1988, il pagamento della somma di lire 9.785.075 in forza di bilancio consuntivo dell’esercizio 1990 e del relativo stato di riparto approvato dall’assemblea. Proponeva opposizione avverso il decreto lo S., deducendo di avere impugnato la delibera approvativa del bilancio e contestando comunque nel merito la pretesa. La cooperativa, costituitasi, resisteva all’opposizione, precisando che la somma di lire 3.239.000 corrispondeva al valore di una enciclopedia IPSOA indebitamente trattenuta dallo S. dopo la cessazione dalle funzioni di presidente, mentre lire 4-000.000 erano dovute per indebito incasso del compenso per lo svolgimento di tali funzioni da gennaio ad aprile 1988. il Tribunale, all’esito dell’istruttoria documentale, rilevato che la delibera approvativa del bilancio 1990 era stata dichiarata nulla con sentenza confermata in appello, e che comunque la cooperativa non aveva fornito prova del credito dedotto inerente ad appropriazione di somme di denaro e di cose appartenenti alla società, accolse l’opposizione e revocò quindi il decreto opposto. L’appello proposto dalla Cooperativa, al quale resisteva lo S., è stato rigettato dalla Corte d’appello di Roma. La quale, premesso che la società appellante ha precisato che la somma di lire 4.000.000 corrisponde agli otto dodicesimi del compenso per l’anno 1988 indebitamente percepiti dallo S. in quanto relativi al periodo successivo alla sua cessazione dalla carica a fine aprile, ha osservato: a) che, così come in effetti è secondaria la circostanza che il bilancio 1990 sia stato annullato, così anche i contenuti dei bilanci degli esercizi 1988 e 1989 – la cui mancata impugnazione da parte dello S. veniva evidenziata in atto di appello-possono, al più, fornire elementi di carattere indiziario ma giammai assurgere ad una sorta di “autocertificazione” delle pretese della cooperativa, la quale soggiace invece, secondo le regole ordinarie, all’onere della prova degli indebiti allegati; b) che, con riguardo alla percezione della somma di lire 4.000.000, la cooperativa non ha fornito dimostrazione che tale somma eccedesse la misura del compenso che lo S. avrebbe dovuto percepire per quattro mesi, tenendo presente che dalla relazione accompagnatoria al bilancio 1988 redatto dai nuovi amministratori si evince che il compenso al presidente non era sino a quel momento erogato a mesi o ad anno, e che nel bilancio stesso la somma figurava non tra i crediti ma tra i costi e nel bilancio successivo tra i conti d’ordine, scelta da ritenere correlata alla incertezza degli amministratori circa la consistenza del credito in questione; c) che, con riguardo alla somma di lire 3.239.000, prima ancora della dimostrazione dell’appartenenza del bene in questione al patrimonio sociale (considerando peraltro che ciò non risulta dal bilancio 1988, ove pure la spesa relativa risulta annotata tra i costi), manca la concreta individuazione del bene stesso e del suo valore, tenendo presente che alla individuazione di una non meglio precisata “enciclopedia tecnica IPSOA” lo S. contrappone che trattavasi di giornali e riviste – il cui costo gli veniva rimborsato per lo svolgimento delle funzioni – andati in gran parte distrutti come di solito accade per pubblicazioni del genere dopo la consultazione, senza che in contrario possa assumere rilevanza la promessa dello S. di restituzione di alcuni numeri conservati, non essendo stata accordata dalla Cooperativa l’alternativa prevista dall’art. 639 c.p.c.; d) che infine la mancata dimostrazione delle indicate voci di credito comporta l’infondatezza anche della residua pretesa di lire 2.468.880 a titolo di interessi su tali somme, inammissibile e comunque indimostrata essendo la diversa qualificazione data riguardo a tale voce nell’atto di appello.

Avverso tale sentenza, resa pubblica in data 21 luglio 2005, la Cooperativa ha, con atto notificato il 3 luglio 2006, proposto ricorso a questa Corte affidato a sei motivi, cui resiste lo S. con controricorso e ricorso incidentale condizionato per tre motivi, al quale la Cooperativa a sua volta replica con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

Si impone innanzitutto la riunione dei due ricorsi a norma dell’art. 335 cod.proc.civ.

Con il primo, il secondo, il terzo ed il sesto motivo del ricorso principale si censurano le statuizioni in ordine al valore probatorio delle delibere approvative dei bilanci 1988 e 1989 non impugnate dai soci.

2.1. Il primo denuncia l’omessa o insufficiente motivazione sul valore da attribuire, ai fini della prova della sussistenza del credito vantato dalla Cooperativa alla restituzione di parte del compenso ricevuto dallo S., alla mancata impugnazione di tali bilanci, nei quali figurava, nel primo in allegato e nel secondo tra i conti d’ordine, la voce “conto sospesi ex presidente” con l’importo di lire 7.239.000: la Corte di merito non avrebbe fornito sufficiente spiegazione del perché abbia ritenuto di negare valore a tale mancata impugnazione.

2.2 II secondo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2364 n. 1 e 2377 cod.civ., il cui disposto implicherebbe che i crediti della Cooperativa verso i soci appostati nei bilanci, suddetti siano divenuti definitivi ed incontestabili dai soci.

2.3. Il terzo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2424, 2425 e 2425 bis cod.civ. in relazione alle valutazioni tratte dalla Corte di merito dalla iscrizione nel bilancio 1988 dell’importo di lire 5.900.000 (comprensivo di i.v.a.) corrisposto allo S. non tra i crediti ma solo tra i costi e spese e dalla iscrizione nel bilancio 1989 della somma complessiva di lire 7.239.000 tra i conti d’ordine.

2.4. Il sesto motivo denuncia l’omessa o insufficiente motivazione in ordine alla incertezza degli amministratori sul credito in questione, desunta dai bilanci 1988 e 1989: la Corte di merito non avrebbe considerato che il credito risultava evidenziato già nel verbale del C.d.A. del 2.1.1989 e nella lettera del 22.6.69 allo S., né avrebbe tenuto realmente conto delle – pur riportate in sentenza – ragioni della collocazione del credito tra i conti d’ordine, indicate nella relazione degli amministratori al bilancio 1989 (“evitare che la pertinente appostazione tra i crediti ridimensionasse nell’anno il valore di conguaglio di cassa dovuto dai soci”).

2.5. A tali argomentazioni la Cooperativa ha aggiunto, nella memoria difensiva, che il credito qui in discussione sarebbe stato inserito nei bilanci degli esercizi del 1991 e del 1993, il primo non impugnato ed il secondo costituente oggetto di un giudizio pendente presso questa Corte, ed ha prodotto documentazione al riguardo. Si tratta, tuttavia, di allegazioni in fatto che si palesano inammissibili perché nuove, al pari della produzione documentale che viola il disposto dell’art. 372 cod.proc.civ.

3. Le doglianze sopra riassunte non meritano accoglimento.

3.1. In ordine alle dedotte violazioni di norme di diritto, è vero che il bilancio di una società approvato dalla assemblea, stante l’efficacia vincolante che – a norma dell’art. 2377 comma 1 cod.civ. – la relativa delibera riveste nei confronti di tutti i soci (anche assenti o dissenzienti, in mancanza di impugnazione), costituisce, in deroga al disposto dell’art. 2709 cod.civ., piena prova dei crediti della società (nei confronti dei soci stessi) che risultino chiaramente indicati nel bilancio approvato (cfr. Sez. 1 n. 22475/06; n. 21831/05/ Sez. L n. 8938/1997). Ma tale efficacia vincolante, e quindi probatoria, dei bilanci approvati può ravvisarsi, per l’appunto, solo in relazione ai crediti che ivi risultino chiaramente indicati. Dalla sentenza di merito risulta invece come tale fattispecie non ricorra, in relazione alla pretesa creditoria della quale si controverte, nei bilanci degli esercizi 1988 e 1989 ai quali ha fatto riferimento la Cooperativa in atto di appello. La Corte territoriale ha infatti evidenziato, senza ricevere censure in fatto nel ricorso, che la somma in questione non risulta indicata tra i crediti nei bilanci suddetti, essendo solo rinvenibile, in allegato nel primo bilancio e tra i conti d’ordine nel secondo, la voce “conto sospesi ex presidente”. Ad una iscrizione supplementare siffatta non può – a prescindere dalla sua correttezza nella specie alla luce dei principi contabili-comunque attribuirsi il valore di rappresentare chiaramente l’esistenza di un credito certo della società nei confronti dell’ ex presidente, se solo si considera la ratio di tali sistemi supplementari cd. “incompleti”, come i conti d’ordine, che è quella di non influenzare la rilevazione contabile del patrimonio e del reddito. Del resto, anche la relazione degli amministratori al bilancio 1989, nel passo trascritto in ricorso e sopra riportato, conferma che non si era inteso appostare la somma in questione tra i crediti della società. Rettamente, dunque, la Corte di merito non ha considerato tali risultanze dei bilanci idonee a costituire prova di un credito che non risultava chiaramente indicato in tali documenti contabili.

3.2. Quanto poi al denunciato vizio di motivazione sulla medesima questione del valore non vincolante delle suddette risultanze di bilancio, pare sufficiente osservare come, da un lato, la sentenza impugnata evidenzi puntualmente, come già si è detto, i dati di fatto sui quali ha basato il suo convincimento; e, d’altro lato, eventuali carenze nella motivazione in diritto non possano costituire oggetto della denuncia di un vizio ex art. 360 comma 1 n. 5 c.p.c., quando la decisione è conforme a diritto (art. 384 ultimo comma c.p.c.).

4. Con il quarto motivo la Cooperativa denuncia l’omessa o insufficiente motivazione sulla appropriazione del compenso non dovuto e di un bene societario, deducendo in particolare: a) che, valorizzando la circostanza del rilascio, da parte dei nuovi amministratori, della certificazione della ritenuta d’acconto sul compenso autocorrispostosi dallo S., la Corte di merito non avrebbe considerato che la certificazione in questione era un atto dovuto; b) che, in ordine alla individuazione del bene del quale lo S. si è appropriato, questo risulterebbe dalle nove fatture prodotte come un’opera  enciclopedica completa, la cui appartenenza al, patrimonio sociale risulterebbe ammessa dallo stesso S. quando in comparsa di risposta ha affermato che la relativa spesa era stata sostenuta dalla società.

4.1. Le statuizioni sulla infondatezza della domanda relativa alla enciclopedia vengono censurate, con il quinto motivo, anche sotto il profilo della violazione o falsa applicazione dell’art. 639 c.p.c. Si sostiene che il richiamo, operato nella sentenza impugnata, a tale norma è completamente fuori luogo in quanto la Cooperativa non ha, in sede di ingiunzione, chiesto la restituzione dell’enciclopedia bensì il pagamento del valore corrispondente, dopo infruttuose richieste stragiudiziali di restituzione.

5. Neppure tali doglianze meritano accoglimento. Quanto ai vizi di motivazione, si osserva che la motivazione in ordine alla insussistenza della prova di un’indebita percezione del compenso risulta basata su molteplici elementi concordanti, tra i quali figura anche la condotta dei nuovi amministratori, con l’incerta collocazione nei bilanci 1988 e 1989 della pretesa restitutoria e la certificazione della ritenuta d’acconto. La critica sul punto esposta nel motivo non è apprezzabile perché, oltre ad attingere solo uno degli elementi valutati dal giudice di merito, si basa essenzialmente sulla evidenziazione della omessa considerazione di un dato di fatto – l’essersi lo S. già autocorrisposto il compenso in questione – senza la precisa indicazione della fonte di prova, in atti, dalla quale tale dato risultasse. In ordine poi alla dedotta lettura disattenta delle nove fatture prodotte, che secondo la ricorrente consentirebbero l’individuazione di un’opera enciclopedica completa con aggiornamenti, va rilevato come il convincimento espresso dalla Corte di merito in ordine alla inidoneità dei documenti in atti a provare che le pubblicazioni in questione, costituissero una non meglio precisata enciclopedia tecnica dell’IPSOA, e tantomeno a provarne il valore, appare congruamente e non illogicamente motivato e non è suscettibile di riesame in questa sede di legittimità. Riesame al quale in effetti risulta diretto il ricorso, peraltro sulla base di dati che, dalla stessa sommaria esposizione contenuta nel ricorso stesso, non appaiono idonei a condurre a conclusioni diverse da quelle raggiunte dal giudice di merito. Analoghe considerazioni valgono per la valutazione della circostanza relativa al rimborso allo S. della spesa di acquisto da parte della Cooperativa, che la Corte di merito non ha ritenuto, sufficiente a provare che si trattasse di bene di proprietà della società sulla base della non illogica considerazione che il bilancio 1988, nel quale la spesa risulta iscritta, non riporta la pretesa enciclopedia tra i beni sociali.

5.1. Infine, la denuncia di violazione dell’art. 639 c.p.c. non coglie la ratio del riferimento a tale norma espresso nella sentenza di merito: la Corte d’appello non ha ritenuto illegittima la domanda in virtù di tale norma, ha solo inteso evidenziare l’irrilevanza della promessa dello S. di restituire qualche numero delle riviste di particolare interesse, dal momento che la Cooperativa non aveva richiesto la restituzione in natura, bensì il pagamento del controvalore di un’intera opera enciclopedica della quale non aveva neppure provato l’esistenza come tale.

6. Il rigetto del ricorso principale si impone dunque, restando in tale pronuncia assorbito il ricorso incidentale condizionato. Le spese di questo giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

 P.Q.M.

 Riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna la ricorrente M. s.c.r.l. al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, in € 2.200,00 – di cui € 2000 per compenso – oltre accessori di legge.

TABELLE COSTO LAVORO 2013 IMPRESE PULIMENTO

giugno 20, 2013
   Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il Decreto Ministeriale 10 giugno 2013 concernente il costo orario medio del lavoro per il personale dipendente di imprese esercenti servizi di pulizia, disinfestazione e multiservizi

Il Decreto ha vigenza a decorrere dal mese di aprile 2013.

File Tabelle nazionali del costo del lavoro delle imprese di pulizia/multiservizi: giugno 2013

SENTENZA CASSAZIONE RELATIVA IRAP CONSULENTE LAVORO CON AUTONOMA STRUTTURA ORGANIZZATIVA

giugno 20, 2013
Si richiama la sottostante   Sentenza 19 giugno 2013, n. 15325 riguardante la materia dell’IRAP a carico  di  Consulente del Lavoro   dotato di autonoma strutura organizzativa ed utilizzatore di collabotatori esterni con borsa di studio

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Svolgimento del processo

La Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna -sezione distaccata di Parma, con la sentenza indicata in epigrafe, respingeva l’appello proposto da B.L., confermando la sentenza di primo grado che aveva rigettato il ricorso della contribuente avverso cartella di pagamento relativa ad IRAP per l’anno di imposta 2001.

I Giudici territoriali, -sulla premessa che dal materiale istruttorio emergeva che la B. aveva esercitato l’attività di consulente del lavoro con impiego di personale dipendente (per un costo di lire 60.000.000), con ausilio di collaboratori esterni (per un costo di lire 43.000.000) e con altri costi (per importo di lire 156.000.000), a fronte di ricavi dichiarati per lire 252.000.000, accertavano che il reddito della contribuente non poteva essere imputato unicamente al lavoro personale della B. ma anche alla presenza di un’autonoma struttura organizzativa.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad unico motivo, B.L..

Agenzia delle Entrate non ha svolto attività difensiva.

La contribuente ha depositato memoria ex art.378 c.p.c.

Motivi della decisione

1 .Con l’unico motivo -rubricato insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, c. 1, n.5 c.p.c- la ricorrente lamenta che il Giudice di appello avesse qualificato, come voci rilevanti ai fini della sussistenza dell’organizzazione necessaria per l’applicazione dell’IRAP, le spese quali costi per il personale dipendente e collaboratori esterni mentre avrebbe dovuto “correttamente qualificare tali esborsi come borsa studio tirocinanti e spese per sviluppo software ovvero costi del tutto privi di significati organizzativi e, quindi, totalmente irrilevanti ai predetti fini”. A conclusione dell’illustrazione del motivo, la ricorrente ha formulato, ai sensi dell’art.366 bis c.p.c., il seguente momento di sintesi: I fatti controversi in relazione ai quali si assume viziata la motivazione della sentenza impugnata consistono nell’erronea qualificazione..di alcune voci di costo ed, in particolare, quella erroneamente qualificata come costo per personale dipendente e quello erroneamente qualificato come costo per collaboratori esterni. Tali errori rendono la motivazione inidonea a giustificare la decisione perché tali costi, ove correttamente qualificati come borsa di studio per figlia tirocinante e spese per sviluppo software, sarebbero risultati del tutto inidonei a costituire un’organizzazione rilevante ai fini dell’applicabilità dell’IRAP alla professionista ricorrente.

Il ricorso è infondato.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, in tema di IRAP l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall’impresa commerciale costituisce, secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata fornita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, presupposto dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività autonomamente organizzata.

Il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente che eserciti attività di lavoro autonomo: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l’id quod plerumque accidit, costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui (Cass. n.3 677 del 16/02/2007 e Cass. n.3 672 del 16/02/2 007 con specifico riferimento all’attività di dottore commercialista).

La sentenza impugnata, applicando tali principi di diritto, ha evidenziato, ai fini della configurabilità dei presupposti per l’applicazione dell’ imposta, dati dichiarati dalla stessa contribuente (impiego di personale dipendente con costo di lire 60.000.000, ausilio del lavoro di collaboratori esterni per un costo di lire 43.000.000, altri costi per un importo di lire 156.000.000 a fronte di ricavi dichiarati di lire 252.000.000).

Le doglianze mosse dalla ricorrente alla sentenza, in punto di vizio motivazionale, per omessa valutazione di fatti decisivi non appaiono idonee allo scopo.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte la nozione di punto decisivo della controversia, di cui al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ, , sotto un primo aspetto si correla al fatto sulla cui ricostruzione il vizio di motivazione avrebbe inciso ed implica che il vizio deve avere inciso sulla ricostruzione di un fatto che ha determinato il giudice all’individuazione della disciplina giuridica applicabile alla fattispecie oggetto del giudizio di merito e, quindi, di un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo od estintivo del diritto. Sotto un secondo aspetto, la nozione di decisività concerne non il fatto sulla cui ricostruzione il vizio stesso ha inciso, bensì la stessa idoneità del vizio denunciato, ove riconosciuto, a determinarne una diversa ricostruzione e, dunque, asserisce al nesso di casualità fra il vizio della motivazione e la decisione, essendo, peraltro, necessario che il vizio, una volta riconosciuto esistente, sia tale che, se non fosse stato compiuto, si sarebbe avuta una ricostruzione del fatto diversa da quella accolta dal giudice del merito e non già la sola possibilità o probabilità di essa. Infatti, se il vizio di motivazione per omessa considerazione di punto decisivo fosse configurabile sol per il fatto che la circostanza di cui il giudice del merito ha omesso la considerazione, ove esaminata, avrebbe reso soltanto possibile o probabile una ricostruzione del fatto diversa da quella adottata dal giudice del merito, oppure se il vizio di motivazione per insufficienza o contraddittorietà fosse configurabile sol perché su uno specifico fatto appaia esistente una motivazione logicamente insufficiente o contraddittoria, senza che rilevi se la decisione possa reggersi, in base al suo residuo argomentare, il ricorso per cassazione ai sensi del n. 5 dell’art. 360 si risolverebbe nell’investire la Corte di Cassazione del controllo sic et sempliciter dell’iter logico della motivazione, del tutto svincolato dalla funzionalità rispetto ad un esito della ricostruzione del fatto idoneo a dare luogo ad una soluzione della controversia diversa da quella avutasi nella fase di merito (Cass. n.3668/2013; conf. n.6288/2011).

Alla luce di detti principi, non si apprezza la “decisività”, come sopra illustrata, dei fatti rassegnati dalla ricorrente, (quali l’imputazione del costo di lire 60.000.000, malgrado dalla stessa contribuente indicato in dichiarazione dei redditi come costo personale dipendente, all’assegnazione di una borsa di studio alla figlia tirocinante presso lo studio e l’imputazione del costo di lire 43.000.000 a spese sviluppo software o, meglio come evidenziato nello stesso ricorso, a spese “elaborazione dati”), i quali rappresentano, comunque, costi suscettibili di valutazione (riservata esclusivamente al Giudice di merito) in ordine alla loro attinenza all’organizzazione dell’attività esercitata.

Non può, pertanto, ritenersi che la valutazione da parte del Giudice di appello di tali fatti (o meglio, la diversa “qualificazione” dei costi nel senso propugnato dalla ricorrente), avrebbe necessariamente portato ad una ricostruzione fattuale idonea a dare luogo ad una soluzione della controversia diversa da quella adottata in sede di merito.

Piuttosto, le doglianze, nei termini in cui sono formulate in ricorso, appaiono dirette, nella sostanza, a chiedere, inammissibilmente, a questa Corte di rinnovare le valutazioni circa i fatti di causa che sono riservati al Giudice di merito.

Il ricorso va, pertanto, rigettato. Non vi è pronuncia sulle spese in assenza di svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.


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